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martedì 19 luglio 2022

Microrecensioni 201-205: film molto particolari

Cinquina molto varia composta da cult e film difficilmente inquadrabili in un determinato genere, di 5 paesi diversi. Quattro sono degli effervescenti anni ’70, il quinto è un moderno film indiano che affronta l’eterno problema della convivenza fra hindu e mussulmani che, di tanto in tanto, sfocia in violenze inaudite, spaccando società e perfino famiglie. Volendo fare un succinto excursus in ordine cronologico, c’è il western revisionista (o anti-western) di Altman, giudicato fra i migliori del genere ancorché poco conosciuto; poi uno dei 2 capolavori del geniale e poliedrico Jodorowsky (l’altro è El topo, 1975); segue un ottimo adattamento di un romanzo di Dino Buzzati, con un ricchissimo cast che comprende tante indiscusse star del cinema europeo dell’epoca; un film praticamente sperimentale del meno conosciuto dei fondatori della Nouvelle Vague francese, Jacques Rivette; infine il già citato dramma indiano, ben diverso dai prodotti standard di Bollywood, prima regia dell’attrice Nandita Das.

 
La montagna sacra (Alejandro Jodorowsky, Mex, 1973)

Film esplosivo, surreale, onirico, pieno di simbolismi, colori, costumi originalissimi, con contenuti politici, economici, etici e puramente filosofici. Si assiste ad una continua rapida serie di scene legate fra loro da un sottile filo logico, ognuna ben diversa dalla precedente e tutte sorprendenti. L’alchimista (interpretato dallo stesso Jodorowsky) guida il spedizione dei nove protagonisti alla conquista della Montagna Sacra dove li metterà di fronte all’ultima sorpresa. Avvincente sia per le idee e le asserzioni proposte che per la parte strettamente visuale, una gioia per gli occhi, certamente un cult per i cinefili.

McCabe & Mrs. Miller (Robert Altman, USA, 1972)

Come in vari film di questo genere, gli stereotipi del western classico, dei suoi personaggi e delle trame ripetitive vengono completamente sovvertite. Questo, invece che nelle usuali praterie del sud-ovest, è ambientato in un piccolo centro minerario che in un gelido inverno si trasforma velocemente da accampamento di tende a piccolo villaggio fra le montagne dell’Oregon. Dopo aver battuto per tutta la prima parte sulla creazione del postribolo di lusso dei due protagonisti, ci si avvia lentamente allo showdown conclusivo, certamente originale. Nomination Oscar per la protagonista Julie Christie, notevole anche la colonna sonora interpretata da Leonard Cohen.



  
Il deserto dei Tartari (Valerio Zurlini, Ita, 1976)

Inizi del secolo scorso, una fortezza ai confini dell’Impero (si allude a quello austro-ungarico) in una zona montuosa e desertica, oltre la quale si suppone ci sia il nemico. Un film bellico ma senza guerra effettiva, un’attesa snervante di qualcosa che potrebbe non succedere mai, un nemico che non si vede, una perenne tensione fra gli ufficiali della sparuta guarnigione. Palesemente critico nei confronti della mentalità militare, del rispetto delle gerarchie e dei regolamenti a qualunque costo, anche se molti si rendono conto che non hanno alcun senso. Il gruppo di interpreti è a dir poco eccezionale: Vittorio Gassman, Philippe Noiret, Max von Sydow, Jean-Louis Trintignant, Jacques Perrin, Francisco Rabal, Fernando Rey, Laurent Terzieff e anche un buon Giuliano Gemma.

Firaaq (Nandita Das, Ind, 2008)

Ambientato nei giorni dei disordini del 2002 in Gujarat che causarono un migliaio di morti (tre quarti dei quali mussulmani), ragione per la quale ne fu impedita la circolazione in quella regione. I protagonisti appartengono ad entrambe le comunità religiose, come le due amiche di credo diverso e una coppia borghese (lui islamico, lei hindu). Nandita Das è un’attrice indiana, protagonista fra gli altri di due film della famosa trilogia di Deepa Mehta, Fire (1996), Earth (1998), quindi apprezzatissima anche all’estero, spesso impegnata in lavori di valenza sociale e, soprattutto, a sostegno della situazione femminile. Il suo secondo film Manto (2018) fu presentato a Cannes.

Noroît (Jacques Rivette, Fra, 1976)

Pur essendo un ammiratore dei lavori di Rivette, spesso giudicati criptici e/o estremamente lenti, devo ammettere che questo mi ha deluso, specialmente sapendo che fu pensato come elemento della quadrilogia mai completata Scènes de la vie parallèle, della quale fa parte anche Duelle (1976), certamente più interessante e coinvolgente. Le protagoniste sono delle piratesse (in abbigliamento moderno), fra le quali si insinua un’altra donna (interpretata da Geraldine Chaplin) con propositi vendicativi.

domenica 26 giugno 2022

Microrecensioni 181-185: un documentario da Oscar e film inusuali

Il documentario non solo meritò l’Oscar, ma fu anche acclamato per l’affascinante personaggio che fece conoscere al pubblico, perfino a quello degli USA, sua terra natale. C’è poi l’ultimo film di Balabanov, al di fuori degli schemi ma affascinante come altri suoi lavori, due film completamente diversi ma indissolubilmente legati dal personaggio di Cagliostro, e infine un banale, per quanto buono, candidato Oscar di Truffaut.

 
Searching for Sugar Man (Malik Bendjelloul, 2012, Swe/UK/Fin)

Ottimo documentario apparentemente musicale ma in effetti investigativo, che conta su una storia tanto straordinaria quanto incredibile, eppure assolutamente vera. Cantautore senza successo a Detroit sparisce dalla circolazione e viene dato per morto, con voci di suicidio sul palco. Lo stesso artista ha grande successo in Sud Africa, paese nel quale non si è mai recato, e grazie ai testi le sue canzoni (in parte censurate) diventano emblematiche per il movimento anti-apartheid. Un musicista / giornalista di quel paese decide di scoprire qualcosa di più sul background di Rodriguez (il chitarrista cantante scomparso) e in maniera a dir poco rocambolesca riesce a mettersi in contatto con la sua famiglia … per il resto consiglio di guardare il documentario! Intrigante il modo in cui è stata organizzata la sceneggiatura di questo film nel quale non ci sono attori, ognuno interpreta sé stesso, ma si utilizzano anche foto e immagini di repertorio. Vinse l’Oscar come miglior documentario (ma forse si sarebbe dovuta prendere in considerazione anche la sceneggiatura) e decine di altri premi, cosa non comune per questo genere.

Mee Too (Aleksey Balabanov, 2012, Rus)

Ultimo film di Balabanov (morto nel 2013 a soli 54 anni) del quale fu unico sceneggiatore e interprete, seppur nella breve parte di un disperato regista cinematografico. Come contenuti ricorda Stalker (1979) di Tarkovsky, come ritmo e commento musicale il suo stesso Stoker (2010), pur cambiando l’autore da Valeriy Didyulya a Leonid Fyodorov. Film fra il surreale e il fantascientifico, ambientato prima nella moderna San Pietroburgo e poi, con condizioni meteo che cambiano improvvisamente, in lande desolate e gelate. Cinque personaggi mal assortiti viaggiano in un suv nero alla ricerca della felicità che sperano di raggiungere entrando in una torre diruta in mezzo al niente. Situazioni surreali e commedia nera si mischiano a considerazioni filosofiche e religiose, con dialoghi ridotti veramente al minimo, mentre si apprezza la solita ottima fotografia dei film di Balabanov.  

  
Il ritorno di Cagliostro (Daniele Ciprì, Franco Maresco, 2003, Ita)

Mockumentary assolutamente (e volutamente) sconclusionato nel quale si miscelano scene in stile Cinico TV (la famosa serie di RAI3, in onda fra il 1992 ed il 1996), riferimenti filmici come quello che giustifica la produzione del film della disastrata Trinacria Cinematografica, citazioni vere e proprie come un protagonista che appare vestito come il conte Orlok nel Nosferatu di Murnau (1922). La trama vede tre parti ben distinte: 1) presentazione dei fratelli La Marca (gli incapaci produttori a capo della Trinacria Cinematografica), 2) grazie a un generoso finanziamento si inizia a girare Il ritorno di Cagliostro scritturando un regista di grido e un attore americano di fama internazionale, 3) si spiegano i retroscena dell’intera operazione e le collusioni con la mafia. In più punti si ricorre ai sottotitoli in quanto molti protagonisti a volte parlano in siciliano stretto. Come dovrebbe essere adesso chiaro, i registi/autori (quelli veri, Ciprì e Maresco) si barcamenano fra citazioni colte e cinematografiche, satira, assurdità e volgarità, contando su uno stuolo di personaggi caricaturali al limite della realtà, ma non troppo.

Black Magic (Gregory Ratoff, Orson Welles, 1959, Ita/USA) Gli spadaccini della Serenissima

Dopo essermi casualmente imbattuto in Il ritorno di Cagliostro, ho voluto guardare questo film al quale i registi siciliani dichiaravano di essersi ispirati. La sceneggiatura è liberamente adattata dai primi due romanzi del ciclo di Maria Antonietta e della Rivoluzione di Alessandro Dumas: Joseph Balsamo (1848) e La collana della Regina (1850). Giuseppe Balsamo, conte di Cagliostro (1753-1795), fu un avventuriero, alchimista, esoterista e truffatore che effettivamente frequentò le corti di mezza Europa con sorti alterne, per poi finire condannato dal Sant’Uffizio. In gran parte può essere assimilato ai film di cappa e spada e la parte sostanziale si sviluppa nell’ambito della corte parigina, poco prima della Rivoluzione Francese. Orson Welles ha più volte affermato che la realizzazione di questo film, del quale è protagonista e uncredited co-regista, è stato il più puro divertimento della sua carriera. Cagliostro fu il titolo con il quale Black Magic (lett. Magia nera) fu distribuito in vari paesi ma in Italia pensarono bene di inventarsi l’alternativo Gli spadaccini della Serenissima (sic!).

Le dernier métro (François Truffaut, 1980, Fra)

Anche questo film di Truffaut (mai visto in precedenza) mi ha sostanzialmente deluso. Non che sia mal realizzato, ma si trascina per oltre due ore senza riuscire a coinvolgere. Certamente ottime le interpretazioni, seppur con qualche riserva su quella di Depardieu, ma il tutto si riduce a teatro nel teatro. Infatti la maggior parte delle scene si svolgono nel Teatro Montmartre, nel periodo dell’occupazione tedesca. Il proprietario ebreo vive nascosto nel sotterraneo e sua moglie (attrice, un’eccellente Catherine Deneuve) è colei che ufficialmente dirige la compagnia. Si assiste quindi a piccole beghe e corteggiamenti fra protagonisti, alle prove del nuovo spettacolo e infine la prima. Sostanzialmente noioso; pur essendo Truffaut il più famoso dei registi della Nouvelle Vague (forse alla pari con Godard), altri co-fondatori del movimento come Rivette e Rohmer sono riusciti quasi sempre a produrre film interessanti (e anche più lunghi) con molto meno.

mercoledì 15 giugno 2022

Microrecensioni 171-175: quasi tutti francesi

Dopo Au coeur du mensogne, ho cercato altri film di Chabrol non ancora guardati e ho scelto i suoi primi due e uno degli anni ‘80. Completano il gruppo due film recenti che, a giudicare dai rating, non sono stati molto graditi dal pubblico, ma lodati dalla critica. Nel complesso, nessuno è pessimo, tutti sono discutibili (e ciò risalta dai giudizi molto contrastanti) e solo uno mi è piaciuto veramente.

 
Le beau Serge (Claude Chabrol, 1958, Fra)

Primo film di Chabrol, del quale fu anche sceneggiatore unico; dai più è considerato il primo film della Nouvelle Vague francese della quale fu fondatore insieme ai suoi amici cinefili Rivette, Godard, Rohmer e Truffaut. Completò le riprese in 9 settimane invernali nel villaggio di Sardent, nel quale visse la sua famiglia materna e dove lui passava settimane intere, coinvolgendo molti abitanti del paese come figuranti o brevi ruoli marginali. In questa rappresentazione comunque vicina al neorealismo, propone un dramma sociale, nel quale regnano alcolismo, violenza e, soprattutto, l’indifferenza che fa accettare tutto come ineluttabile e quindi inutile da cercare di contrastare, e questo lo afferma perfino il prete. Da non perdere.

Les cousins (Claude Chabrol, 1959, Fra)

Secondo film di Chabrol in tutto e per tutto opposto al precedente. La scena si sposta dal paesino di campagna alla vita sfrenata di giovani (e meno giovani) a Parigi. Gli attori principali sono gli stessi ma a ruoli invertiti, vale a dire che Gérard Blain (alcolizzato e violento nel primo) qui interpreta lo studente serio e idealista, mentre Jean-Claude Brialy (che in Le beau Serge voleva redimere l’amico l’infanzia) qui è il trascinatore di un gruppo di sfaccendati perdigiorno (e soprattutto notti), organizzatore di festini quasi selvaggi nei quali, ovviamente, abbonda l’alcol. Personaggi per niente attraenti, nel complesso oserei dire detestabili, anche se ognuno per motivi diversi. Buono, ma non regge il confronto con il film d’esordio.

  
Bande de filles (Céline Sciamma, 2014, Fra)

Interessante spaccato della gioventù delle periferie parigine, ma quella rappresentata è la norma o una storia particolare? Come appare chiaro dal titolo, si parla di un gruppo di ragazze che si atteggiano a gang, sfidano altre adolescenti, si dedicano al taccheggio e al bullismo per racimolare un po’ di soldi. La protagonista si deve però confrontare anche con i difficili rapporti con la famiglia (madre praticamente assente, del padre non si hanno notizie, fratello maggiore troppo protettivo). Cercando una propria dimensione e libertà, la sedicenne Marieme, detta Vic, si caccerà in una serie di situazioni complicate. L’ambiente è quello degli immigrati africani integrati, quasi tutti nerissimi, ma ci sono anche alcuni che sembrano maghrebini, “bianchi” quasi assenti.

Masques (Claude Chabrol, 1987, Fra)

La prova di Philippe Noiret (lodata da molti) mi è sembrata troppo sopra le righe (anche se in parte era richiesta dal personaggio) e il film, limitato nella villa del protagonista e abitato da una mezza dozzina di personaggi peculiari, non ha il fascino delle interessanti descrizioni degli ambienti provinciali alle quali Chabrol ci ha abituato. Anche la suspense (non dimentichiamo che il regista ha come punto di riferimento Hitchcock, sul quale scrisse un famoso saggio insieme con Eric Rohmer) non riesce ad essere veramente tale. Sostanzialmente deludente, con personaggi e situazioni talvolta poco credibili. Certamente non uno dei migliori lavori del regista, troppo concentrato nella sua critica della borghesia francese.

Under the Skin (Jonathan Glazer, 2013, UK)

Mi è sembrato senza né capo né coda, certamente ben realizzato, raffinata fotografia ma con troppo nero, quasi inesistenti i dialoghi, ottimo commento sonoro, veramente originale. Sembra che Glazer si sia concentrato più che altro sull’originalità e sull’estetica trascurando la storia che, forse, è più avvincente nel testo del romanzo scritto dall’olandese Michel Faber, ma è stata mal adattata per il grande schermo. Lento e spesso ripetitivo, sembra che Scarlett Johansson sia stata usata come specchietto per le allodole, deludendo poi il pubblico (solo 6.3 su IMDb e 55% su RT). Presentato in innumerevoli Festival, conta oltre 130 Nomination, ma solo 23 Premi, 14 dei quali per la musica (di Mica Levi); fu fischiatissimo a Cannes.

domenica 3 ottobre 2021

Micro-recensioni 271-275: ultimo gruppo di World Cinema (per ora)

Vi rientrano ben 2 film africani, di cinematografie quasi o del tutto sconosciute; se Ousmane Sembène ha la sua meritata fama, e non solo come regista ma anche come scrittore senegalese, il cinema marocchino è stato per me novità assoluta. Completano la cinquina tre film al limite dell’avanguardia – sperimentazione, prodotti in paesi certamente con una più lunga tradizione alle spalle: Colombia, Francia e USA.

 
Duelle (Jacques Rivette, 1976, Fra)

Fra i primi esponenti della Nouvelle Vague, Rivette è quello che nel tempo è rimasto più fedele alle (allora) nuove interpretazioni della cinematografia e non ha mai inseguito il facile successo di pubblico … e quindi è attualmente fra i meno noti (quasi tutti conoscono solo i nomi di Truffaut e Godard). La costruzione del film è veramente inusuale e si avvantaggia del fatto di essere un fantasy lasciando quindi spazio a una messa in scena raramente realistica. Fino a oltre metà film si vedono i protagonisti (una mezza dozzina) affrontarsi a due o tre per volta, a volte sono complici e/o amanti, altre nemici che si minacciano. Anche se ci sono due figure dominanti, le loro mire e aspettative non sono ben chiare e tutto è sempre rimandato al confronto finale. Originale il commento sonoro, spesso realizzato in scena da un pianista inquadrato sullo sfondo. Secondo me, è un vero film da Nouvelle Vague, di ottimo livello, e quindi la visione è indispensabile per chi fosse interessato alla sperimentazione e voglia andare oltre i soliti Truffaut e Godard.

You Were Never Really Here (Lynne Ramsay, 2017, UK)

Noir, ma non tanto, un poco splatter, il solitario protagonista psicotico, calmo ma all’occorrenza violento, si trova immischiato in una trama politico-pedofila. In effetti la sceneggiatura ha molte lacune e non le trovo eccezionale, ma è la narrazione per immagini che distingue questo film da tanti altri semplicemente violenti. Pur avendo avuto scarsa risonanza, ha ottenuto ben 25 vittorie e 76 candidature in festival internazionali, fra cui premio miglior attore per Joaquim Phoenix e miglior sceneggiatura (dissento) per Lynne Ramsay, nonché Nomination Palma d’Oro a Cannes. Riprese, colori, commento sonoro, montaggio e brevi flashback ben gestiti rendono questo film quasi unico nel suo genere e per questo motivo troverete tante recensioni che lo esaltano e altre che lo stroncano (IMDb 6,8, RT 89%). Realizzazione molto interessante, direi da guardare con attenzione e poi giudicare. Suggerisco la lettura di questo ottimo articolo che approfondisce vari elementi del film

  
Mandabi (The Money Order) (Ousmane Sembène, 1968, Sen)

Secondo dei soli 9 film diretti da Ousmane Sembène, il primo in assoluto ad essere parlato in Wolof, idioma non solo del Senegal ma anche di varie regioni limitrofe in Gambia, Guinea, Guinea-Bissau, Mali e Mauritania. Come nella maggior parte dei suoi lavori (romanzi e film) l’autore centra la sua attenzione sulla difficile transizione dalla società tribale a quella occidentale, sulla corruzione dei vari travet della pubblica amministrazione, sulla differenza di casta derivante fra chi parla anche francese e da chi non sa neanche leggere e scrivere. Emblematico è il caso del protagonista (con 2 mogli e 7 figli ma senza un soldo) che riceve un vaglia da un nipote che lavora a Parigi e tenta di incassarlo. Appena si sparge la voce della probabile disponibilità di denaro, molti si fanno avanti per chiedere aiuti, riscuotere crediti pregressi, tentare di ottenere tangenti per l’incasso che nell’immediato è impossibile per mancanza di un documento di identità. Si mettono in risalto tutte le fisime di chi vuole apparire ricco (non essendolo per niente) e di chi vuole approfittare spudoratamente dell’ingenuità di altri. Interessante visione di una società in rapida evoluzione che, penso, ben pochi conoscono (se non i francesi).

Los hongos (Óscar Ruiz Navia, 2014, Col)

Altro film che classificherei sperimentale, soprattutto per la mancanza di una trama ben definita. Inizia con il licenziamento di un giovane operaio di cantiere poiché viene scoperto a rubare vernice, anche se non per interesse economico ma per realizzare murales e graffiti. Si associa ad un altro ragazzo con simili interessi e la storia segue i due fra incontri con altri sodali, radio libere rivoluzionarie, repressioni da parte della, polizia, musica alternativa, un po’ di sesso e fumo, trans che si prostituiscono, ecc. con il padre di uno che è un apprezzato cantante tradizionale che si esibisce anche in tv mentre il ragazzo accudisce amorevolmente la nonna che dispensa pillole di saggezza. Una volta tanto, un film colombiano che non tratta solo di narcos e tragedie familiari, ma offre uno spaccato della società di Cali, né straricca, né borghese, né poverissima.

About Some Meaningless Events (Mostafa Derkaoui, 1974, Mar)

Anche se devo ammettere che l’idea originale sia buona (una specie di documentario che si trasforma in film), in fin dei conti la realizzazione lascia molto a desiderare. Troppa camera a mano con primissimi piani (la lunghissima parte nel bar è oltremodo noiosa e conclude ben poco), dialoghi scadenti se non addirittura insensati e poco plausibili, si rivelano la palla al piede di un film realizzato da un gruppo di studenti di buona volontà ma con poche idee e poco brillanti.

giovedì 12 dicembre 2019

77° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (381-385)

Recupero di un film relativamente ben quotato, eppure mai sentito nominare nonostante la presenza da protagonista di uno dei miei attori/registi preferiti: John Cassavetes. Lo accompagnano un classico politico anti-americano di Costa-Gavras (ma si tratta di storia), un film di Rivette fra i meno noti di quelli della Nouvelle Vague francese e due film tecnicamente buoni ma assolutamente deprimenti (non per niente diretti da Kieslowski e Haneke).

    

383  Mikey and Nicky (Elaine May, USA, 1976) * con Peter Falk, John Cassavetes, Ned Beatty * IMDb 7,3 RT 84%
Si tratta quasi di un pezzo da teatro con praticamente solo due protagonisti che discutono all’infinito in modo pressoché assurdo. John Cassavetes interpreta Nicky, un piccolo allibratore che è convinto che qualcuno voglia ucciderlo e per questo chiama in suo aiuto il suo amico Mikey (Peter Falk). Nel cuore della notte e poi fino al mattino i due andranno giro litigando, il primo vicino alla paranoia schizofrenica e il secondo cambiando atteggiamenti fra il troppo accondiscendete e il giustamente ricattatorio nel tentativo di far ragionare l’amico.
Ottima l’interpretazione dei due, soprattutto quella di Cassavetes; sceneggiatura a tratti ripetitiva e talvolta esagerata.
Merita senza dubbio una visione.

382  État de siège  (Costa-Gavras, Fra/Ita, 1972) tit. it. “L’Amerikano” * con Yves Montand, Renato Salvatori, O.E. Hasse * IMDb 7,8 RT 92%p 
Film molto controverso, basato su eventi reali ma con retroscena fortemente negati dagli statunitensi. La sceneggiatura dell’italiano Franco Solinas (autore di tanti film a sfondo politico: Mr. Klein, Il sospetto, Salvatore Giuliano, Queimada, La battaglia di Algeri, …) tratta del rapimento di un americano di stanza in Uruguay negli anni ’70, ufficialmente dirigente locale dell’USAID (Agenzia USA per lo Sviluppo Internazionale) ma in effetti consigliere della polizia antiterrorismo, direttamente coinvolto nel contrasto ai tupamaros, torture e organizzazione degli squadroni della morte.
Non è quindi strano che il film fu quasi bandito negli USA e che ebbe un buon successo in Europa, sulla scia di Z – L’orgia del potere dello stesso Costa-Gavras (1969, Oscar come miglior film straniero).
Pur se a tratti quasi documentaristico, merita senz’altro di essere guardato.

      

381  Céline et Julie vont en bateau (Jacques Rivette, Fra, 1974) * con Juliet Berto, Dominique Labourier, Bulle Ogier  * IMDb 7,4  RT 100% 
Film veramente originale, pressoché indefinibile, a base di doppelganger, magia e telepatia, fra il surreale, l'onirico e il parapsicologico.
Rivette apre questo film di ben 3h20' con una lunga scena nella quale Julie prima insegue e poi segue Celine; i dialoghi iniziano solo dopo una dozzina di minuti. Le due ben presto entrano in sintonia e si divertiranno a vivere una vita parallela in cui ci sono altre tre donne alle quali più volte si sostituiranno, scambiandosi anche i rispettivi ruoli.
Molte sono le scene simili ma con interpreti diverse, non sempre facilmente riconoscibili per l'uso di varie parrucche. I dialoghi sono talvolta surreali, le protagoniste usano gli effetti magici degli “occhi di piccoli dinosauri” che servono per passare da una realtà all'altra. Per questo molti vedono nella trama numerosi riferimenti ad Alice nel paese delle meraviglie.
Film senz’altro non facile che lascia molto spazio alla libera interpretazione. Pur essendo “lento” come altri film di Rivette, la lunghezza non si fa sentire più di tanto grazie alla buona narrazione di eventi poco prevedibili … le sorprese sono ad ogni angolo.
Più che consigliato per i cinefili, poco digeribile per gli altri.

384  Bez konca (Krzysztof Kieslowski, Pol, 1985) tit. it. “Senza fine” * con Grazyna Szapolowska, Maria Pakulnis, Aleksander Bardini * IMDb 7,5  RT 90% 
Si potrebbe affermare che la giovane vedova protagonista del film serva da pretesto a per affrontare altri argomenti come la legge marziale emanata dal gen. Jaruzelski in Polonia nei primi anni ’80 per cercare di contrastare il crescente successo di Solidarnosc, il sindacato di Lech Walesa. Oltre a ciò c’è comunque una analisi dei tormenti della donna che non riesce a metabolizzare la perdita del compagno, nonostante i vari tentativi in diverse direzioni. I suoi patimenti, così come i suoi sforzi per superarli appaiono però un po’ esagerati.
Come quasi sempre accade per i film di Kieslowski, la regia è impeccabile ma la sceneggiatura deprimente.

385  Der siebente Kontinent (Michael Haneke, Aut, 1989) tit. it. “Il settimo continente” * con Birgit Doll, Dieter Berner, Leni Tanzer * IMDb 7,8  RT 67% 
Avrei quasi voluto (e potuto) unificare questa micro-recensione e la precedente relativa a Bez konca di Kieslowski, per l’affermazione “regia impeccabile, sceneggiatura deprimente”. Qui la storia è ancor più tragica e può sembrare assurda, eppure è una interpretazione di una storia vera. In questo campo non posso dire di più per evitare spoiler. La storia, al limite della follia, è ben descritta nel suo crescendo fino ad un certo punto, ma verso la fine si dilunga troppo su particolari in effetti ripetitivi.
Buone le interpretazioni ed anche la regia, la prima di Haneke.

Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire dal 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate su questo blog.

giovedì 4 gennaio 2018

Le migliori sorprese fra i 443 film visti nel 2017

Chiarisco subito che non vengo a stilare classifiche, ma mi limito a segnalare agli appassionati di cinema film, cinematografie e registi solitamente meno frequentati (almeno da me) o addirittura in precedenza sconosciuti. Ho raggruppato i titoli in modo vario e non ho preso in considerazione quelli che hanno già fatto tanto parlare di sé e che quindi presumo tutti conoscano. 
Mi sono imbattuto in queste piacevoli “sorprese” seguendo i lavori di registi, attori o autori, cercando di approfondire la conoscenza di cinematografie poco conosciute, o guardandole per puro caso in cineteche o rassegne. I film che cito mi sono piaciuti e/o mi hanno colpito per vari motivi e appartengono a generi, epoche e stili molto diversi; pur non essendo certo tutti capolavori, meritano senza dubbio e comunque una visione per ampliare i propri orizzonti cinematografici.
     
Nel 2016 mi ero avvicinato a Satyajit Ray (regista indiano stimato e apprezzato dai critici e da tutti i migliori registi europei e americani) con la sua Trilogia di Apu e nel 2017 sono riuscito a guardare un’altra dozzina di suoi film, tutti di ottimo livello e di generi abbastanza diversi. Fra essi i miei preferiti sono stati Jalsaghar (The Music Room, 1958), Devi (The Goddess, 1960) e Agantuk (The Stranger, 1991). 
      
Restando in Asia, ho anche approfondito le mie conoscenze di cinema giapponese classico con una mezza dozzina di film di Yasujirô Ozu (particolari, ma mi sono piaciuti tutti) e tre di Masaki Kobayashi fra i quali l’eccezionale e imperdibile Seppuku (Harakiri, 1962), ma ho anche visto molto altro di HongKong, Korea e Taiwan. 
Fra i sudamericani ho visto tanti film abbastanza buoni, ma niente di memorabile; vale però la pena ricordare i lavori di Miguel Littin per quello che ha rappresentato nella cinematografia cilena durante il periodo di dittatura a causa della quale ha condotto una carriera nomade.
Risalendo l’America Latina fra alcuni buoni film colombiani, p.e. Los colores de la montaña (2011), e il guatemalteco Ixcanul (2015) arrivo alla cinquantina di film messicani con vari di Emilio Fernández “El Indio (una garanzia, in particolare quando il direttore della fotografia è Gabriel Figueroa, che “sintetizza tutta l’energia de l’Indio”) e altri della “Epoca de Oro”. Oltre a questi ho trovato varie vere sorprese come l’ultimo film di Luis Buñuel che mi mancava, poco visto e quasi disconosciuto dal regista Los ambiciosos (1959, aka La fiebre sube a El Pao) che mi è piaciuto più di quanto mi potessi aspettare, anche grazie alla fotografia dell’appena citato Figueroa.
       
Fra i più recenti segnalo il drammatico Sin nombre (2009, esordio di Cary Fukunaga, regista di Beasts of No Nation, del 2015) e le ottime comedias negras in puro stile messicano come Dos crimenes (1994), Todo el poder (2000) e, soprattutto, Matando Cabos (2004). Quest'ultima rivaleggia con l’omologa spagnola El mundo es nuestro (2012) per essere la migliore del genere del 2017 e quindi consiglio la visione di entrambe.
Sorprese dal vicino oriente sono arrivate da due film israeliani Remember (Atom Egoyan, 2015) e Women's Balcony (Emil Ben-Shimon, 2016) e, assolutamente inaspettate, dall’Egitto. 
      
Per puro caso durante un volo intercontinentale ho avuto occasione di guardare Hepta: The Last Lecture (2016) che mi ha affascinato e mi ha spinto a cercare altri titoli e così sono giunto al più famoso regista egiziano Youssef Chahine, del quale ho poi visto Bab el hadid (aka Cairo Station, 1958), Djamila (1958) e Al-Massir (Il destino, 1997) nonché a Al-mummia (di Chadi Abdel Salam, 1969).
      
Concludendo con l’Europa è strano che abbia visto i film che più mi sono piaciuti in Messico e se i moderni (come The Party e The Square, il primo veramente eccezionale) teoricamente dovrebbero circolare anche nelle sale italiane, certamente non è facile guardare La belle noiseuse (1991) di Jacques Rivette, forse il meno conosciuto dei fondatori della Nouvelle Vague, nella sua versione integrale di 3h58’ e non in quella ridotta di sole 2h05’. 
      
A questi aggiungo 1945 (di Ferenc Török, 2017) un bellissimo film ungherese in bianco e nero, degno della migliore tradizione magiara, che con una splendida fotografia e una sapiente regia racconta una storia piena di mistero e suspense in un piccolo villaggio, nell'arco ore diurne di un solo giorno.
Nel 2017 ho avuto anche occasione di guardare più documentari del solito, per la maggior parte ben fatti e molto interessanti, e due di essi, entrambi di argomento cinematografico, meritano una menzione particolare.
Genius: A Tribute to Erich von Stroheim è assolutamente anomalo in quanto esiste solo su YouTube ed è semi-amatoriale, realizzato da tale Robert Hicks il quale ha montato (molto bene) in ordine cronologico spezzoni di altri documentari (professionali) che si erano occupati del grande e bizzarro regista e attore austriaco trapiantato a Hollywood; il risultato è più che soddisfacente e le quasi due ore passano senza riuscire a staccare gli occhi dallo schermo. L’altro è l'eccellente e molto più professionale Lumière! (di Thierry Frémaux, 2016) che in circa 1 ora e mezza mostra un centinaio di film dei Lumière, dagli inizi fino al 1905, con un interessantissimo commento tecnico.
      
Infine l’animazione ... ho già scritto molto su Coco e sugli argomenti che tratta e ora che è arrivato in Italia certo non è più una sorpresa ma quando lo vidi lo un paio di mesi fa lo fu, e molto piacevole. Passo quindi a Loving Vincent che so che in Italia è stato distribuito in un numero limitato di sale, in pochi giorni infrasettimanali. Si tratta del primo film di animazione i cui disegni sono stati realizzati ad olio da un centinaio di pittori professionisti, nell’arco di una mezza dozzina di anni, con personaggi tratti direttamente dai dipinti di Vincent van Gogh ... assolutamente innovativo ed imperdibile.
   
Sono sempre più convinto che fra i film d'epoca, di paesi cinematograficamente sconosciuti o giudicati insignificanti, o indipendenti si possano trovare piccole perle, seppur con tutti i loro limiti dovuti a budget, tecnologia, situazione politica.

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lunedì 21 marzo 2016

Chi sono i “critici”? Chi li insignisce di tale titolo?

Possono sembrare interrogativi stupidi e forse lo sono, ma a chi non è capitato di trovarsi in assoluto disaccordo con i giudizi di famosi ed acclamati critici d’arte, di teatro, lirica, cinema o similmente in campi più banali come quelli sportivi?
Il giudizio critico è un bene di ognuno di noi e si ha il diritto di esprimere le proprie opinioni, ma perché prendere per oro colato le parole e i giudizi dei critici, molto spesso passivamente?
Uno dei campi nei quali ciò maggiormente influisce in quanto direttamente collegato al valore delle opere è quello dell’arte, in particolare quella moderna. Sono ben note le ripercussioni sui valori commerciali di opere che vengono spacciate per capolavori di autori che “a breve avranno grande fama” e le cui “stime si moltiplicheranno in pochi anni”. Ciò avviene in modi e con mezzi molto diversi fra critici e gallerie d'arte fino alle incredibili offerte televisive (basti fare un po’ di zapping fra i canali TV locali e sembra di vedere imbonitori medioevali o da far-west).

Cercando un’immagine per questo post ho trovato questa, che trovo splendida, nel post Come diventare un brillante critico cinematografico (da leggere) scritto da Alberto Cassani nel 2007 e che mi è sembrata un'ottima introduzione al settore che più mi interessa: il Cinema.
Vorrei cominciare facendo una distinzione fra quelli che si proclamano o vengono individuati come “critici” (che spesso emettono sentenze apparentemente inappellabili) e la pletora di blogger, cinefili e appassionati (fra i quali ci sono anch’io) che in rete esprimono le loro opinioni, pronti ad un dibattito o quanto meno ad accettare commenti in disaccordo.
Fra i due gruppi ci sono secondo me i peggiori, quelli che si atteggiano a critici riprendendo giudizi di altri più accreditati di loro e scrivendo recensioni (spesso in modo peggiore se non fanno copia e incolla) cambiando qualche aggettivo, un paio di virgole e aggiungendo qualche banalità o esponendo pedissequamente la trama. Quante volte si trovano gli stessi concetti ripetuti in modo quasi identico in diverse recensioni! Inoltre, penso che queste, in linea di massima, debbano essere relativamente brevi - a meno di voler fare un vero e proprio studio analitico dell’opera, nel qual caso si possono anche scrivere decine di pagine - ed in ogni caso non ci si dovrebbe dilungare sulla trama, spesso al solo scopo di riempire la pagina.
Questo “sfogo” nasce dopo aver visto “Viaggio in Italia” di Rossellini che, come ho già scritto nella raccolta Un film al giorno, mi ha molto deluso. Confesso di avere il difetto, che però spesso mi porta a piacevoli sorprese, di scegliere un film per un nome (regista, attore o sceneggiatore) o per un particolare tema ed in questo caso avevo un doppio motivo: la regia di Rossellini e l’ambientazione nella Napoli dei primi anni ’50 (dove e quando sono nato). Dopo la proiezione, molto perplesso per gli alti rating del film (p.e. 7,4 su IMDb e 95% su RottenTomatoes), sono andato a leggere di più nei commenti e recensioni dei suddetti siti, nonché fra i tanti articoli e post pubblicanti in rete negli ultimi anni dopo il restauro effettuato dalla Cineteca di Bologna (ottimo come sempre).
Il commento (in inglese) che più mi ha colpito, e che condivido pienamente, è traducibile così:
Il bello di aver visto 10.000 film è che si notano subito le pretestuosità scritte dai critici che tentano di elevare un film scadente a capolavoro. Questo è un eccellente esempio (Viaggio in Italia).
Ovviamente si ritorna al punto di partenza: chi sono i critici?
Fra gli stranieri ho letto una quantità di banalità rispetto a Napoli e ai napoletani, errori madornali in merito ai luoghi (“il fango ribollente del Vesuvio”, ma ciò che si vede è la Solfatara di Pozzuoli, altro sistema vulcanico dal lato opposto rispetto a Napoli) per non parlare dei commenti basati sugli stereotipi e luoghi comuni come le incessanti grida di mercato, le canzoni, le tante donne incinte, il carro funebre monumentale tirato da 6 cavalli neri, e altro. Nel film c’è anche un altro evento raccontato in modo estremamente superficiale ed errato, inaccettabile in un film serio: la produzione “istantanea” di un calco di gesso a Pompei che viene poi estratto spolverando con un semplice pennello la cenere (che doveva essere invece necessariamente molto compatta).
Nel vuoto viene quindi versata una miscela di gesso ed acqua fino a riempirlo totalmente. Lasciato asciugare il gesso, si può procedere nello scavo e si mette in luce ciò che aveva determinato il vuoto: la cenere indurita ha conservato infatti, come uno stampo, il volume, la forma e la posizione dell'oggetto o del corpo che era stato sepolto.(www.pompeiisites.org)
E ci sarebbe ancora tanto da ridire sulle scene in auto e su quella finale della processione nella quale protagonisti, auto e fedeli cambiano più volte la loro posizione relativa. 
Andando a scavare fra i post italiani ho scoperto che vari ricercatori sottolineano che il film fu mal accolto alla sua uscita: 
Viaggio in Italia è soltanto quello che promette il titolo: una passeggiata turistica per Napoli e dintorni. Con la compagnia - inutile - di due personaggi che si torturano.(Fernaldo di Giammatteo su Rassegna del film)
Quando nel 1953 il film di Roberto Rossellini Viaggio in Italia fece la sua apparizione, i giudizi furono quasi tutti negativi. Gli unici ad avere compreso che dietro quella pellicola il cinema stava compiendo un passo enorme verso le sue potenzialità massime, furono i ragazzi terribili che lavoravano alla redazione dei Cahiers du cinéma. Giovani critici che ancora non avevano realizzato film ma dopo qualche anno avrebbero dato vita ad una nuova rinascita dell’arte cinematografica. I suoi nomi sarebbero poi diventati familiari per ogni appassionato di cinema: François Truffaut, Jean Luc Godard, Jacques Rivette. Quest’ultimo ebbe a scrivere “Con l’apparizione di Viaggio in Italia tutti i film sono improvvisamente invecchiati di dieci anni”. (Sergio su A luci spente)
"Il film ricevette stroncature tali da farlo obliare dalla critica, fino alla Nouvelle Vague che lo riscopre e lo eleva al rango di sua principale opera ispiratrice." (Diana Marrone su CultFrame)
"L’aspetto davvero innovativo del film riguarda l’uso del suono. I colori di una Napoli, da poco uscita dalla seconda guerra mondiale, vengono evocati, sul piano sonoro, attraverso i rumori della vita reale per le strade e grazie ai canti popolari napoletani che ricorrono a commentare più di una scena. Responsabile della colonna sonora del film è Renzo Rossellini." (Giulia Caroletti su cinematographe.it)
In conlusione, avevano ragione i critici di 60 anni fa o quelli che oggi si allineano e plaudono ai giudizi di Rivette, Godard e Truffaut che (dispiace dire) sono rimasti famosi solo fra i cinefili?

Inutile dire che propendo per la prima soluzione, riconoscendo al film esclusivamente i meriti per la parte teatrale interpretata dalla Bergman e da Sanders e nulla più. Tolta la parte turistica, il film si ridurrebbe ad un mediometraggio di meno di un'ora, ma certamente ne guadagnerebbe.