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domenica 11 novembre 2018

Scoppio del faro di Punta Campanella: data e dati ufficiali

La ricerca della data esatta dell'evento, iniziata in primavera dopo aver cercato inutilmente notizie certe in loco (Termini e marine di Massa Lubrense), aveva dato i primi frutti quando il Comando Zona dei Fari e dei Segnalamenti Marittimi di Napoli mi comunicò che L’incendio ed il successivo scoppio presso l’infrastruttura in argomento è avvenuto il mattino del 6 agosto 1969 e, considerato che avevo anche chiesto se ci fossero notizie dell’inizio attività del faro, avevano aggiunto: ... il faro è stato attivato a cura del Regno delle due Sicilie nel 1848 su un fabbricato a due piani già esistente.
Come si evince dai post del 9 maggio 2018 (Mercoledì 6 agosto1969: scoppio del faro di Punta Campanella) e dal successivo dell'11 maggio (Spesso accade che la memoria inganni ... scoppio faro Campanella), rimasi dubbioso, in particolare per il fatto di non aver trovato sui quotidiani dell'epoca alcuna notizia in merito. 
Convinto che un ricercatore debba affidarsi ad almeno due fonti (congruenti) per accertare un episodio, in calce al secondo dei suddetti post scrissi:
Non essendo giunto ad un punto fermo, e fino a prova contraria, continuo a prendere per buona la data fornita da Marifari, unica fonte scritta in mio possesso, ma continuerò a cercare un riscontro, possibilmente inconfutabile.
Così cominciai a seguire altre piste contattando vari settori della Marina Militare, dai quali ho sempre ricevuto pronte risposte anche se, il più delle volte, mi rimandavano ad altro ufficio. 
Finalmente, a fine luglio, entrai in contatto con il personale della Direzione fari e segnalamenti del Comando Logistico della Marina Militare che mi assicurò che avrebbero eseguito le dovute ricerche (abbastanza complesse) della documentazione richiesta e mi avrebbero fornito i dati richiesti. 
A fine ottobre (mentre ero all’estero, il che spiega il ritardo nella pubblicazione di quanto segue) ho avuto la gradita sorpresa di ricevere un lungo messaggio con una serie di informazioni, sia storiche che strettamente tecniche, "estratte dal notiziario cartaceo in uso fino ai primi anni 2000 da dove si evincono tutte le modifiche occorse al segnalamento fin dalla sua attivazione da parte del Regno delle due Sicilie nel 1848”, che qui riassumo:
  • 1915: trasformato dalla Marina Militare da luce a petrolio a luce intermittente con APD (Acetilene a Produzione Diretta da carburo di calcio);
  • luglio 1965: trasformato da APD ad IE/AD (Impianto Elettrico/Acetilene Disciolto) con il cambio dell’ottica da OF-375 (Ottica Fissa da 375 mm. di diametro) a TD-500 (Tamburo Diottrico da 500 mm. di diametro) e conseguente potenziamento in portata luminosa;
  • dicembre 1967: variata la caratteristica luminosa;
  • 27 marzo 1969: a seguito del crollo di due solai, il fabbricato del faro viene dichiarato pericolante, portando al ritiro del personale ed al divieto di accesso;
  • 14 aprile 1969: a seguito dei lavori di puntellamento, viene concesso l’accesso al faro limitatamente alla zona puntellata e viene ripristinato il funzionamento con lampeggiatore semplice ad acetilene disciolto e valvola solare per l’economizzazione del gas;
  • 13 giugno 1969: viene installato il LEA (quadretto stagno con dispositivo di accensione e spegnimento automatico del fuoco) per garantire il funzionamento della sorgente IE, provvisoriamente su Torre Minerva; a seguire viene spento ed attivato il nuovo fuoco su traliccio in ferro;
  • mattino del 6 agosto 1969: esplosione del faro verificatasi a seguito di un incendio sviluppatosi all’interno della lanterna, poi propagatosi nei locali sottostanti provocando l’esplosione di 5 bombole cariche di acetilene disciolto;
  • gennaio 1974: il traliccio è stato pitturato a fasce bianche e nere;
  • dicembre 1977: il fuoco è trasformato ad alimentazione a propano;
  • 1988: rinnovato con impianto elettrico a pannelli fotovoltaici lampada bi-filamento e lampeggiatore automatico;
  • 2014: ammodernato con quadro automatico di telemonitoraggio e lampeggiatore a LED.
fonte: Direzione fari e segnalamenti del Comando Logistico della Marina Militare.

Considerato che queste ultime notizie corroborano quella precedentemente fornita da Marifari, si può affermare che non ci siano dubbi in merito alla data dell'evento. Tuttavia, a puro titolo di curiosità personale, continuerò a cercare in emeroteca notizie pubblicate in merito all'episodio in questione e fra i privati altre foto che, da qualche parte, sono convinto che esistano.
scansione da “Portolano del Mediterraneo” (volume 1b, Basso Tirreno, pag. 108)

venerdì 3 agosto 2018

Un percorso quasi caduto nell'oblio, che non dovrebbe essere trascurato

Nel corso della loro più recente passeggiata i Camminanti sono riusciti a ricostruire il tracciato del vecchio CAI 00, oggi CAI 300 - Alta Via dei Monti Lattari, e renderlo di nuovo percorribile abbastanza comodamente.
Gli escursionisti di vecchia data, non certo quelli dell'ultima ora o della domenica, di sicuro ricorderanno che il percorso originario (nella sua interezza ideato quasi una cinquantina di anni fa) seguiva da vicino la cresta di Monte Santa Croce e quando ciò diventava impossibile a causa della recinzione del VOR (il cosiddetto "radar") correva parallelo ad esso. Tale tratto dell'Alta Via odierna si sviluppa invece varie decine di metri più in basso senza mai toccare materialmente la rotabile via del Monte, con un collegamento diretto fra la pineta (che si raggiunge provenendo da Nerano) e il tratto di crinale immediatamente a monte di Campo Vetavole. Nella mappa qui sotto sono evidenziati tutti i sentieri principali che corrono lungo i pendii attorno Monte Santa Croce.
Dal giorno in cui il Club Alpino Italiano optò per l'attuale "variante bassa" e la ufficializzò (già molti comunque la percorrevano), quella "alta" è stata sempre meno frequentata e di conseguenza ancor più invasa dalla vegetazione fin quasi ad essere difficilmente riconoscibile. Non conosco le motivazioni di tale cambiamento, ma molto probabilmente fu tenuta in considerazione la maggiore linearità e proprio il fatto di essere soggetta alla prorompente vegetazione che, in particolare in primavera, spesso copre tracciato e segnavia creando non pochi problemi a quelli meno sicuri e/o non conoscitori dell’area.
Pur non criticando assolutamente le scelta del CAI (le viste su Jeranto sono egualmente spettacolari) si deve riconoscere che il vecchio 00 resta affascinante proprio per il suo percorso tortuoso fra pietre e rocce sporgenti, passando dove si può e aggirando i tanti cespugli e arbusti caratteristici della macchia mediterranea quali mirto, ginestra, tagliamani, ferula, valeriana, per non parlare dei tanti fiori a cominciare dalle migliaia di asfodeli e anche qualche orchidea. Oggettivamente la varietà ai lati del 300 è minore di quella del vecchio 00 e di tanto in tanto, specialmente chi si interessa di flora, dovrebbe valutare questa opzione alta anche se si dovrà sobbarcare un maggior dislivello e procedere su un tracciato dal fondo certamente più accidentato.
Personalmente penso che il panorama dal punto più alto di detto percorso, con vista sul crinale digradante verso Punta Campanella e con Capri sullo sfondo  (foto di apertura), sia impareggiabile e valga i pochi metri di dislivello in più. Allo stesso tempo mi rendo conto che il breve tratto esposto su ghiaia ha sempre creato e continua a creare qualche problema a quelli più timorosi e a chi soffre di vertigini.
   
sentiero  CAI 300 visto dal CAI 00  ***  cappella S. Costanzo e Li Galli dal CAI 00
Ed è proprio per i suddetti motivi che i Camminanti si sono sobbarcati l'onere di ricercare, ripulire e segnare il suddetto percorso, visto che nessuno crede più ai proclami e alle promesse degli organi competenti del Comune di Massa Lubrense che da mesi continuano a sostenere che i sentieri sono tutti puliti e percorribili o che si provvederà “in settimana”.
Lungo il sentiero (ora abbastanza evidente) ci sono adesso anche sufficienti segnavia di colore rosso che si vanno ad aggiungere a quelli sbiaditi bianco/rossi apposti dal CAI probabilmente una ventina di anni fa. Chi andrà a percorrere detto tratto noterà anche delle grosse macchie di vernice verde chiaro con le quali un “furbacchione” (= un vero imbecille incivile) si affrettò a coprire i segnavia CAI, senza neanche rendersi conto che a quel punto, per rimanere sul tracciato, gli escursionisti avrebbero semplicemente seguito le macchie verdi. Si è quasi sicuri che sia lo stesso che all’epoca si diede da fare per danneggiare o asportare le mattonelle segnavia. Insomma, perse tempo e sprecò vernice senza concludere niente.

venerdì 11 maggio 2018

Spesso accade che la memoria inganni ... (scoppio faro Campanella)

Considerazioni generali e aggiornamenti in merito alla ricerca di “prove” della data dello scoppio del quale ho parlato nel precedente post.
Comincio con l’aggiornamento (ovviamente da verificare): 
"mio padre mi raccontò che il faro era scoppiato, colpito da un fulmine" 
Potrebbe trattarsi di due eventi distinti (fulmine e scoppio) abbinati in un unico ricordo ma, se così non fosse, il racconto fatto al figlio da tale persona (deceduta nel 1968) escluderebbe in modo categorico che la vera data dello scoppio possa essere il 6 agosto 1969 (fornita dal Comando Marifari Napoli).

II faro non c'è più! dal 1972, la luce su traliccio ha sostituito il fanale temporaneo sulla torre
Foto di ciò che resta del vecchio faro e scansioni del documento del 1848 
(migliori di quella proposta precedentemente) sono in questo post di Ludovico Mosca
Premesso che è mia abitudine cercare “fonti certe”, o quantomeno attendibili, prima di pubblicare notizie, penso che tutti siano d’accordo che, in caso di voci contrastanti, solo una possa essere vera ... forse. Nel campo della logica, infatti, due affermazioni contrastanti non possono essere entrambe “vere”, almeno una deve essere “falsa”, ma potrebbero anche esserlo entrambe. Chiunque abbia seriamente fatto qualche ricerca, per quanto futile possa essere stata, si sarà imbattuto più di una volta in dati incongruenti. Trattandosi di fonti scritte, più facilmente si riesce a venire a capo della situazione ma se la ricerca è basata su testimonianze orali il percorso diventa molto più difficile e lungo.
Questo dello scoppio del faro di Punta Campanella è esempio lampante di quanto detto ma, considerata l’assoluta mancanza di utilità pratica e di scadenze, le innumerevoli chiacchierate con persone che ricordano l’evento mi hanno molto interessato per alcun versi e divertito per altri, in particolare quando gli interlocutori erano vari. Similmente a quanto quasi regolarmente accadeva nel corso del mie ricerche toponomastiche nelle marine della penisola, i “giovanotti” intervistati non rispondevano solo al quesito specifico (in modo positivo o negativo che fosse) ma aggiungevano una miriade di dettagli e storie assolutamente inutili allo scopo e spesso contraddittorie, tuttavia antropologicamente estremamente interessanti.
Trovo sempre affascinante ascoltare persone che raccontano (spesso con passione) fatti di decine di anni fa, abitudini, modi di vita, pratiche lavorative ed eventi non registrati. Molte volte, infatti, l’assoluta veridicità del racconto non è fondamentale ... non siamo in tribunale! Se ciò rende più difficile appurare l’essenza dei fatti, allo stesso tempo rende più interessante la ricerca, spinge ad approfondire nuovi dettagli e spesso dalle innumerevoli notizie apprese il ricercatore può essere sollecitato a cominciare ad indagare in una nuova direzione o in un campo inesplorato, diverso da quello di originario. Questa stessa ricerca è nata in tal modo ed è un ennesimo esempio di serendipity (cercare una specifica informazione e imbattersi in un’altra di maggiore interesse), in quanto nata parlando della strada che conduce alla Campanella e non certo del faro. 
Che si tratti di indagini riguardanti percorsi, toponimi, pratiche, giochi o date, il ricercatore si imbatte inevitabilmente in tante persone molto disponibili a raccontare gli eventi, che (secondo loro) ricordano con esattezza, ma le date indicate sono sempre diverse e quindi si torna all’affermazione iniziale, vale a dire che solo uno può dire il vero (forse).Nelle settimane passate quasi tutti concordavano sul fatto che fosse fine estate (si propendeva per settembre, associato con il passaggio delle quaglie), ma in quanto all’anno le indicazioni erano quasi uniformemente distribuite fra il 1963 e il 1969. 
Ciò è normale quando si richiedono date precise di eventi accaduti vari anni addietro, nel caso specifico una cinquantina, se non si è in grado di associarli ad altro evento certo (personale o di cronaca). Sulla buona fede di ciascuno non ho alcun dubbio (molti sinceramente hanno confessato di avere ricordi confusi), ma c'è stato chi mi ha assicurato che era il 1966 perché aveva 15 anni, chi sosteneva che era un anno dopo sposato (ma non ricordava l’anno del matrimonio), chi giurava che fosse il '63 per poi correggere al '68, molti mi hanno suggerito di rivolgermi a Tizio o a Caio “perché si ricorda tutto!” ma ovviamente sono stati smentiti, ...
  
Non essendo giunto ad un punto fermo, e fino a prova contraria, continuo a prendere per buona la data fornita da Marifari, unica fonte scritta in mio possesso, ma continuerò a cercare un riscontro, possibilmente inconfutabile.

mercoledì 9 maggio 2018

Mercoledì 6 agosto 1969: scoppio del faro di Punta Campanella

Pochi giorni fa, prima di rientrare dalla mia trasferta turca, avevo avuto la bella sorpresa di ricevere dal Comando Zona dei Fari e dei Segnalamenti Marittimi di Napoli una risposta precisa e dettagliata in merito alla data dello scoppio e conseguente crollo del faro di Punta della Campanella che cercavo da un po’ di tempo.  
“L’incendio ed il successivo scoppio presso l’infrastruttura in argomento è avvenuto il mattino del 6 agosto 1969.”
   
Pertanto, oltre alla data esatta - con precisazione della parte della giornata - ho appreso anche che lo scoppio fu conseguente ad un incendio, fatto al quale nessuno dei tanti terminesi e marinieri (M. della Lobra e M. del Cantone) da me intervistati aveva fatto riferimento. Al contrario, quasi tutti avevano precisato che sorsero forti sospetti che l’evento fosse stato causato volontariamente proprio da un fanalista (così sono chiamati localmente, più corretto sarebbe farista), fatto mai dimostrato, almeno a quanto ne sappia io.
  
Avendo aggiunto al mio quesito principale “sarei felice di conoscere anche quella (data) di inizio attività”, il suddetto Comando ha gentilmente fornito detta informazione con una precisazione che ha suscitato in me ulteriore curiosità:
“Per completezza di informazione, si comunica che il faro è stato attivato a cura del Regno delle due Sicilie nel 1848 su un fabbricato a due piani già esistente.”
Ovviamente, mi riferisco all'essere venuto a conoscenza del fatto che nel 1848 già vi fosse un fabbricato a due piani, distinto dalla Torre Minerva, che si trovava a monte. 
Risolto un interrogativo, ne sorge un altro, anzi due poiché Stefano Ruocco (presidente dell’Archeoclub locale, al corrente della mia ricerca), oltre a un paio di foto qui riportate, mi ha inviato il documento qui in basso che, secondo me, aveva mal interpretato vedendolo come un progetto di costruzione, datato proprio 1848, nel qual caso il fabbricato non sarebbe stato preesistente, contraddicendo quanto riportato nei registri del Regno delle Due Sicilie
A mio parere, si tratta invece di un preventivo o consuntivo economico per la sola “accensione” del faro al primo anno di attività, avvalorato dal fatto che i costi delle “fabbriche” sembrano non congrui per la costruzione dell’intero edificio e quindi dovrebbero essere relativi al solo adattamento. Ma c’è di più, se la "Pianta" in basso a sinistra illustra la posizione esatta del fabbricato - a valle della Torre Minerva e separato da essa - nonché l’accesso tramite le scale in buona parte ancora oggi visibili, la ripartizione dei vani e la terrazza semicircolare che si affaccia sul mare, nel “Prospetto” si vede la lanterna chiaramente posizionata davanti ad un edificio ad un solo piano e non “su un fabbricato a due piani” come invece è scritto nei documenti e come in si vede dalle fotografie d’epoca. La faccenda si fa sempre più confusa ...

Avevo preparato questo testo stamattina prima di andare a Napoli a cercare ulteriori notizie e foto dell'evento da aggiungere a quelle surriportate ma, scorrendo le edizioni sia Il Mattino che il Roma dei giorni successivi, non ne ho trovato cenno. Per ora, pur non avendo la certezza assoluta della data, dobbiamo prendere per buona quella fornita da MariFari.

Sarò "costretto" a continuare le mie ricerche per cercare di risolvere quest'altro "mistero di Punta della Campanella".

giovedì 30 marzo 2017

Farsi passare qualche sfizio giova alla salute, soprattutto mentale

Anche questa è fatta ... ’a capa è soddisfatta
’A capa nun adda malepate’, che tradotto letteralmente (per quanto possibile) equivale a La testa non deve soffrire (mal patire) è uno dei miei modi di dire preferiti, che una volta scorreva sullo schermo del computer quando era in standby. In questo napoletanissimo motto, che ovviamente deve essere interpretato in senso lato, la testa equivale al cervello e malepate’ è un pleonasmo in quanto è logico che non si può soffrire bene e nessun patimento è buono. Aforisma purtroppo poco conosciuto ed ancor meno applicato e sbagliano coloro che lo interpretano come un suggerimento a far prevalere le emozioni sul raziocinio non essendo il cuore il soggetto della frase, ma la testa. Piuttosto, e così lo interpreto io, è un invito ad imbarcarsi anche in imprese “folli”, forse arrischiate, spesso giudicate irresponsabili, inutili o impossibili da amici e parenti, che cercano di dissuaderti o addirittura ostacolarti.
Portare a compimento un progetto, un’opera o un programma, non per tornaconto strettamente materiale, ma per propria soddisfazione, è sempre estremamente gratificante, al di là della reale qualità del lavoro svolto e del giudizio di terzi.
Della vasta categoria dei sostenitori di questo aforisma fanno parte tanto i collezionisti che passano la vita a cercare pezzi rari o semplicemente mancanti nella loro raccolta, quanto quelli che emigrano per andare a lavorare in un paese nel quale hanno più speranze e/o possibilità di realizzare i loro sogni, quelli che scrivono libri o poesie senza preoccuparsi di quante persone (forse) leggeranno quelle parole e tutti quelli che, almeno di tanto in tanto, si fanno passare uno sfizio. Se a qualcuno il termine fosse poco chiaro ecco cosa si legge su Treccani.it: sfizio  s. m. [etimo ignoto], merid. – Capriccio, divertimento.

L’idea del post nasce dal più recente sfizio che mi sono tolto: compilare una mappa ufficiale e praticamente ex novo dell’Orto Botanico Ho’omaluhia (160 ettari di superficie complessiva), il più grande dei 5 di Honolulu, Hawaii
La cartina (immagine in alto) è stata apprezzatissima, oggi è stata testata con diversi dispositivi (ed approvata) e da domani sono a tutti gli effetti in vacanza e cominceranno i farewell parties (feste d'addio). 
In effetti ne ho anche aggiornato altre due, abbozzate 9 anni fa. Fra poco tutte e tre saranno online per essere scaricate gratuitamente dal sito degli Honolulu Botanical Gardens o dall’app Avenza Maps mediante la quale anche chi non ha dimestichezza con mappe e cartine potrà tranquillamente “navigare” fra alberi e prati con l’ausilio del gps del proprio smartphone, tablet o altro dispositivo iOS, Android o Windows. (tutto spiegato nel post del 21 aprile 2015).
Ricordo a escursionisti e viaggiatori che l’app di Avenza è gratuita e dal sito si possono scaricare centinaia di migliaia di cartine di tutto il mondo, parte gratuitamente, parte contro pagamento di pochi euro. Fra le tante, già da vari anni, si trovano anche alcune mie cartine escursionistiche come Sentiero degli Dei (in basso a sx), Punta Campanella e San Costanzo, isola di Capri, Valle delle Ferriere, Faito e Molare (in basso a dx) e anche quella del centro di Sorrento, tutte gratuite.
   
Questo post non vuole assolutamente essere un mio panegirico, al contrario, leggetelo come un invito a chi ha idee, desideri, progetti o semplici sfizi a perseguirli, a tentare di concretizzarli.
Scrissi qualcosa di simile anche nel mio post di auguri 2017, ed esattamente:
Non puntate ad un semplice minimo miglioramento, guardate al di là del plausibile fino al difficile ma tuttavia possibile ... tenendovi a distanza di sicurezza dall’assolutamente irrealizzabile. 
Se ci sono riuscito io in tante occasioni ci può riuscire chiunque ... ma non certo i pigri e tantomeno i pavidi.
Conclusa questa "avventura hawaiiana" sono pronto ad imbarcarmi in altri progetti quantomeno stravaganti ... e ne ho molti in cantiere!

domenica 3 luglio 2016

"Chiummenzana", ricetta quasi precisa, etimologia molto dubbia

Avendo riscontrato un certo interessamento al post di qualche giorno fa nel quale discettavo in merito agli spaghetti alla puveriello, ho pensato di proporre un’altra ricetta tipica, molto semplice e antica: la chiummenzana.
Questa non ha in effetti nessuna particolarità speciale e piatti molto simili o addirittura identici sono certo si trovino in quasi qualunque luogo dell’Italia meridionale, soprattutto lungo le coste. Infatti i 4 ingredienti principali (e secondo me unici e imprescindibili, senza ulteriori aggiunte) sono tipici della cucina mediterranea: olio, aglio, pomodoro e origano. Potremmo dire anche pasta arrecanata (o arraganata) in quanto la sua caratteristica rispetto agli infiniti tipi si sugo al pomodoro è proprio la prevalenza dell’arècheta (o areteca).
Facendo la mia usuale (e dovuta) breve ricerca fra rete e testi, ho scoperto che sembra che solo a Capri questa ricetta si chiami chiummenzana e che attualmente vari ristoratori attenti alla tradizione (un plauso a loro, anche se non sono d’accordo sulle numerose fantasiose varianti) la stanno riproponendo nei loro menù come ricetta tipica caprese. Certamente il termine è poco comune, quasi raro, e forte dalla mia lunga esperienza mangiatoria, specialmente relativa ai piatti poveri e tradizionali, posso dire che lo conoscevo come ricetta tipica massese (di Massa Lubrense, NA) tanto che ogni volta che mi capitava di menzionare la chiummenzana con napoletani o perfino con sorrentini (Sorrento si trova a soli 5 chilometri da Massa) i miei interlocutori mi guardavano perplessi e chiedevano spiegazioni. Anche nel corso del mio girovagare in Penisola Sorrentina e Costiera Amalfitana non ho mai incontrato nessuno che avesse mai sentito il termine.
Vista la vicinanza dei due territori, separati solo dai 5 chilometri di mare della Bocca Piccola di Capri, fra Punta Campanella (Massa Lubrense) e Punta del Capo (Capri), niente di più facile che la ricetta sia migrata da una costa all’altra e che il nome chiummenzana si sia tramandato solo in zona e, non vedendola come una questione di campanile, poco importa dove sia effettivamente nata. Ma di due cose sono certo: 
  • ogni massese almeno 50enne conosce la ricetta 
  • già una cinquantina di anni fa era fra i miei piatti preferiti quando con mia nonna andavo a mangiare a La Primavera, (il che dimostra che allora era servita anche in qualche ristorante massese).
   
Tuttavia, neanche con una rapida inchiesta fra casalinghe e chef massesi di lungo corso sono riuscito a definire la ricetta in modo univoco, ma aglio, olio e pomodori sono certi al 100%, origano al 95%.  Il maggior dubbio resta quello del basilico proposto da quasi la metà degli intervistati e da aggiungere ovviamente alla fine ... da non cuocere assolutamente, ma la mia obiezione al suo uso è che non era un ingrediente disponibile tutto l’anno. A riguardo della stagionalità del piatto, è bene chiarire che d’estate si usavano pomodori freschi (tipo San Marzano) tagliati a pezzetti o a filetti, mentre d’inverno erano disponibili quelli conservati “a pacchetelle” (o “paccuscelle”), di solito sotto forma di lunghi spicchi che a fine estate pazientemente si infilavano uno alla volta nei colli delle bottiglie, nella stessa sessione della tradizionale preparazione di pelati e passata.
Venendo al nome, l’etimologia di chiummenzana proposta in rete non mi convince per niente, anche se sembra essere l’unica disponibile. Si nota che in quasi tutti i siti si riferisce di aver letto questa, per me, fantasiosa origine:
L’espressione alla chiummenzana sta per alla maniera della chiummenza; quest’ultima è un ampliamento dispregiativo nell’ uso parlato della voce chiorma che letteralmente vale ciurma; ma mentre con la voce chiorma si indicò la ciurma in mare, con chiummenza si intese la ciurma a terra in attesa di chiamata d’imbarco e tale ciurma a terra diede il nome alla ricetta in esame, in quanto fu la ciurma a terra fu quella cui era possibile procurarsi gli ingredienti per preparare la ricetta: la ciurma in mare si doveva contentare di gallette secche e carne o pesce salati, non potendosi consentire il lusso di tirarsi dietro per piú e piú giorni di navigazione e/o pesca ingredienti deperibili o di difficile conservazione; ... leggi tutto qui
Brak potrebbe anche essere nel giusto, ma per me chiorma è solo ciurma o, per estensione, ciurmaglia e chiummo è piombo (che non ha nessun nesso con questa ricetta leggera). Assonante è anche chiummazzo = gomitolo, piumacciuolo, ma anche questo non mi sembra poter aver nesso o, al limite potrebbe averlo solo per gli eventuali spaghetti, non certo per il sugo. Classificherei quindi il termine chiummenzana senz’altro fra quelli di etimologia incerta o sconosciuta.

   
Le foto per questo post le ho appena scattate, dopo aver preparato la mia chiummenzana essenziale e canonica, come l’ho sempre conosciuta, quindi solo olio, aglio a fettine, pachetelle di pomodori (gentile omaggio della mia vicina, al termine di una lunga conversazione sul soggetto) e origano, da aggiungere solo prima di mettere la pasta nella padella. Mi è sempre stato detto che questo velocissimo sugo si prepara mentre si cuoce la pasta ... ho acceso il fuoco per l’olio dopo aver calato i miei 200g di linguine, ho aggiunto l’aglio e poi i pomodori che non devono cuocere ma solo essere scottati conferendo all’olio il caratteristico colore rosato.

martedì 24 novembre 2015

Querce a San Costanzo (ultima puntata) e risposte a quesiti capziosi

Come si evince dal titolo, con questo post lascio il tema e, pur non essendo giunto ad alcuna conclusione certa, spero almeno di aver fatto riflettere qualcuno. E ancor più perplesso che per l'intervento in sé e per sé lo sono per il fatto che nessuno abbia "rivendicato" a posteriori il (mis)fatto. Resta pertanto in piedi l'ipotesi che il WWF Penisola Sorrentina in collaborazione con i "ragazzi del Progetto MARE" abbiano promosso e annunciato l'operazione, ma nulla e nessuno conferma che l'abbiano poi realizzato personalmente.


Questo che vedete sopra è lo screenshot del testo che si poteva leggere fino a qualche giorno fa su Telestreetarcobaleno.tv, pagina successivamente non più disponibile (rimossa?) ma, a detta dello smanettone che me l'ha inviata, ancora in rete tramite "cache di Google" (non mi chiedete cosa sia ...).
Inoltre, sollecitato da varie persone che mi hanno inviato messaggi diretti, sono andato a leggere anche i commenti su FB ai quali avevo già accennato e mi sono reso conto che il sig. Terminiello probabilmente ce l'ha con me "a prescindere" (ma perché), è convinto di conoscere le destinazioni ed itinerari delle mie uscite e mi attribuisce certezze mai espresse ("per quanto ne so" e una frase che si conclude con un "?" stanno a significare tutt'altra cosa). 


Arturo Terminiello: "visto che sarà passato spesso per Punta campanella, probabilmente avrà notato quelle piante segate lungo la strada..."November 19 at 12:04pm
Anche se non devo certo rendere conto al sig. Arturo Terminiello di dove vado e dove non vado, né di ciò che vedo e ciò che mi potrebbe anche sfuggire, non ricordo di aver fatto escursioni in primavera oltre a quella del 2 aprile per scattare queste macro e sicuramente non ho mai oltrepassato il cancello del cantiere apposto a luglio scorso in località Cancello. Suppongo che le piante alle quali si riferisce siano state “segate” a lavori iniziati e quindi non avrei avuto modo di vederle. 
Ergo, illazione/insinuazione gratuita ed assolutamente campata in aria!
Arturo Terminiello: "Scusate, ma come fa Visetti a sapere che le querce a San Costanzo non sono MAI cresciute naturalmente?"
November 19 at 2:02pm 
Mai affermato di esserne certo e comunque sarebbe stato più logico chiederlo a me. Questo è quanto avevo scritto nel post del 17/11:
per quanto ne so, lungo i pendii di Monte San Costanzo da secoli sono stati eretti muretti a secco in modo da creare terrazzamenti da utilizzare a fini agricoli. Una volta che i campi sono stati abbandonati, una notevole varietà di arbusti ed erbacee della macchia mediterranea ha “naturalmente” provveduto a ricoprire tutto di verde. Sono mai esistite querce sul Monte? Si sta “ripristinando lo stato dei luoghi” o si (e)seguono le idee - per me balzane - di qualcuno?
Il sig. Arturo Terminiello ha per caso chiesto anche al WWF (rappresentato da Claudio d'Esposito che firmò il comunicato) o ai "ragazzi del Progetto Mare" se fossero certi dell'esistenza delle querce su Monte San Costanzo? Loro ne dovrebbero sapere più di me visto che hanno promosso e (probabilmente) realizzato l'intervento.
Da parte mia posso solo aggiungere che probabilmente vari secoli fa anche il Monte vantava una sua lecceta (bosco di lecci, Quercus ilex, quindi querce). Tuttavia già nell'800 i terrazzamenti creati con la costruzione di innumerevoli muretti a secco erano senz'altro destinati ad uso agricolo ... solo un pazzo si sarebbe spaccato la schiena ammassando tante pietre per spianare il terreno attorno ad una quercia.
Con questo spero di aver chiuso il discorso e sono certo che la Natura (anche se molto più lentamente rispetto agli interventi umani) farà ricrescere le piante giuste al posto giusto. 

mercoledì 7 gennaio 2015

Tralicci brutti, inutili e arrugginiti ... perché non rimuoverli?

Una passeggiata bella e piacevole, panoramica e frequentatissima come quella da Nerano a Jeranto è in parte rovinata dalla presenza di numerosi tralicci di metallo ormai completamente arrugginito.
Alcuni sono abbattuti e giacciono in loco o poco più in basso della loro posizione originale, pochi si ergono ancora al lato del sentiero ma, considerato quanto è capitato altri, c'è da pensare che prima o poi potrebbero improvvisamente crollare. 
   
Perché non rimuoverli tutti vista la loro assoluta inutilità alla quale si cumula la molto poco piacevole vista e non da ultima la potenziale pericolosità?
Certamente di qualcuno sono, non so se dell'ILVA (cava di Jeranto), dell'ENEL o forse del precedente fornitore di energia elettrica, del Comune o di altri ancora. Non dovrebbe essere difficile appurarne la proprietà e quindi si potrebbe invitare (eufemismo ... si dovrebbe intimare, obbligare) chi ne è responsabile a rimuoverli o, in alternativa, il Comune potrebbe provvedere alla rimozione addebitando successivamente le spese (in danno). Restando in territorio massese, una situazione simile, seppur meno evidente, si presenta agli escursionisti che si dirigono verso Punta Campanella.
   
Ancora peggiore è lo scenario su Monte Faito sul quale sorgono decine e decine di antenne, molte delle quali certamente utili e funzionanti, ma perché non provvedere a far smantellare quelle chiaramente abbandonate, fatiscenti e certamente non più attive?
Altre foto in questo album Google+

mercoledì 8 ottobre 2014

Segnaletica: siti archeologici e piste ciclabili

Continuando a mostrare quanto di positivo ho visto a Menorca, vi sottopongo oggi una serie di piccoli siti archeologici (talaiotici) con particolare riferimento alla segnaletica informativa. 
Le rovine sono tutte raggiungibili a piedi da Mahòn tramite stradine secondarie e lungo antichi tracciati in parte selciati. Buona parte di essi fanno oggi parte della rete dei percorsi ciclabili, anch'essi dotati di opportuna e funzionale segnaletica.
   
Come potete vedere oltre alla mappa generale ci sono distanze e profili altimetrici di ciascun itinerario oltre a tante informazioni utili.
Ma anche per quanto riguarda i siti (ben segnalati) raggiungibili a piedi o in bici (qualcuno pure in auto) esistono semplici ed essenziali tabelle che descrivono chiaramente i luoghi riportando nella parte alta foto o schizzi sui quali sono sovrapposti numeri che poi vengono richiamati nel testo sottostante. I cartelli sono chiari, ben stampati e solidi, ormai la stampa su metallo è semplice, duratura ed economica e quindi al momento è la soluzione ideale per sistemarli all'aperto, esposti al sole e alle intemperie.

Perché non cercare di avvicinarsi a questi standard? Non crediate che una segnaletica del genere costi una barca di soldi, basta relativamente poco. 
Sui tabelloni che illustrano quanto è stato speso per ciascun progetto non ho mai visto le cifre esorbitanti esposte qui da noi eppure tutti sono stati completati sia che si tratti di arredamento urbano, sia di sentieristica sia di altro tipo di servizi.
   
In Penisola ci sono numerosi siti archeologici che dovrebbero essere opportunamente segnalati e illustrati, chiaramente in più lingue, e che invece restano abbandonati e anonimi. Giusto per fare un paio di esempi noti a tutti posso citare i ruderi del Tempio di Minerva a Punta della Campanella e la Villa del Capo di Sorrento (detta di Pollio), ma ci sarebbero tante altre emergenze anche di periodi più recenti come le torri vicereali.
Numerose immagini di altri cartelli (descrizioni in spagnolo e in inglese) e dei siti descritti (Talatì de Dalt, Talaiot de Torellonet Vell, Cornia Nou, Talaiot de TrepucòBasilica paleocristiana de Torellò) intercalati agli stessi in modo di avere un'idea dei luoghi, sono in questo album Google+ (48 foto) 

sabato 26 luglio 2014

Toponomastica: una considerazione-smentita in merito all’etimologia di Punta della Campanella

Nel post del 15 luglio trattavo dei toponimi costieri dei Golfi di Napoli e Salerno presenti su alcuni portolani visti a Mallorca (vedi post cartografia-nautica-maiorchina-del-500.html)
Su numerose carte del '500 appare il toponimo C: Campanella

“L'etimologia del nome della punta è chiaramente legato a una cam­pana, ma esistono due differenti versioni circa il perché del nome. La più semplice delle due teorie sostiene che sulla Torre Mi­nerva, dove stavano i soldati di guardia per avvistare eventuali navi saracene in avvicinamento, esisteva una piccola campana che veniva suonata in caso di pericolo.

L'altra è molto più colorita e fantasiosa e di conseguenza anche più conosciuta. Si narra che in una delle scorribande dei Sarace­ni nella Penisola Sorrentina (i più dicono che si trattasse pro­prio di quella tristemente famosa del 1558) fu saccheggiata anche la chiesa di Sant'Antonino Abate, protettore di Sorrento. Quando la flotta pirata giunse alla Punta della Campanella, la nave che trasportava la campana e gli altri oggetti trafugati nella chiesa fu bloccata da una forza misteriosa e, nel tentativo di procedere e di raggiungere le altre fuste che intanto si al­lontanavano, i predoni cominciarono ad alleggerire l'imbarcazione gettando in mare parte del loro bottino. Ma solo quando si libe­rarono della campana di bronzo di Sant'Antonino riuscirono a dop­piare la punta. La leggenda vuole che, non appena la campana fu gettata in mare, si levò un improvviso e fortissimo vento che consentì al vascello pirata di raggiungere in pochi attimi le al­tre fuste. C'è anche chi sostiene che ogni 14 febbraio, festa del santo protettore di Sorrento, si sente la campana suonare sott'acqua, e chi non ci crede può andare a controllare!”.
Da Le coste di Sorrento e di Amalfi - G. Visetti (1991)
Ma la leggenda che lega il toponimo ai saraceni si riferisce agli avvenimenti del giugno 1558, quindi posteriori o quasi contemporanee alla redazione delle pergamene. Ciò esclude definitivamente la già remota possibilità che da questo colorita narrazione di un fatto storico, tristemente vero e tragico per i sorrentini e i massesi, derivasse il nome Campanella.

domenica 20 luglio 2014

Cartografia antica: toponimo misterioso, risposta al commento

Nel ringraziare Peppe per il suo commento/suggerimento in merito al toponimo incerto che appare fra C: canpanella e Salerno nella cartina proposta nel post del 15 luglio cartografia-nautica-maiorchina-del-500, sono costretto a rispondere con un post per poter mostrare questo ingrandimento dell'area in questione (ruotata e ingrandita per facilitare la lettura).

Sono abbastanza d'accordo nell'identificazione delle ultime tre lettere come lfa, dico abbastanza in quanto la terzultima potrebbe anche essere una i
Assumendo che il finale sia effettivamente lfa, farebbe pensare a qualche variante del toponimo Amalfi (nell'immediato ero giunto alla medesima conclusione). Resto comunque estremamente dubbioso in merito alla prima parte che mi sembra troppo lunga per essere interpretata come una ma. Confrontatela con ma di castellammare ... in particolare notate che tutte le altre a hanno una "gamba" più o meno evidente in basso a destra, ma nel nostro caso manca.
Spero che anche Peppe concordi con queste valutazioni. Io resto molto dubbioso anche se in effetti non ci sono tante altre possibilità. Ricordo che si tratta di un portolano e quindi i toponimi si riferiscono ad approdi importanti o elementi geografici notevoli e fra Punta Campanella e Salerno non ce n'erano molti. 
Ulteriori idee e proposte saranno benvenute.

giovedì 12 giugno 2014

Escursionismo e Natura: l'Euforbia arborea (Euphorbia dendroides L.)

Fra i tanti cespugli colorati che si possono apprezzare andando in giro per sentieri in questo periodo si fanno notare le macchie molto variegate di euforbia, pianta che ha un ciclo vitale abbastanza diverso dalla maggior parte delle altre. I suoi colori cambiano in breve tempo dal verde, al giallognolo, al marroncino, al rosso. Ma capita spesso che nella stessa area, a pochi centimetri una dall'altra, si trovino piante di colori molto diversi.

Questo che segue è un breve articolo descrittivo delle particolarità dell'Euphorbia dendroides L. redatto da Sandro Strumia (ricercatore, Botanica Ambientale ed Applicata, Facoltà di Scienze Ambientali dell'Università di Napoli) e concessomi a corredo della prima edizione del libro Le coste di Sorrento e di Amalfi (1991).
Tra le specie che popolano le pendici rocciose della Penisola è sicuramente quella che crea la nota paesaggistica predominante; questo non solo per la sua straordinaria abbondanza, ma anche in funzione di tutta una serie di colori che nell'arco dell'anno si susseguono sulla stessa pianta, conferendo al paesaggio variazioni cromatiche uniche ed in continuo mutamento. Nel periodo invernale questa splendida pianta forma dei veri e propri cuscini sferici di colore verde poiché le foglie sono presenti su di essa già a partire dall'autunno; ma se ritorniamo negli stessi luoghi all'inizio della primavera accanto ad alcuni esemplari ancora completamente verdi, ve ne saranno degli altri che presentano un netto colore giallo, dovuto ai primi fiori che cominciano a sbocciare. All'inizio dell'estate accanto al verde ed al giallo un nuovo colore, il rosso, fa la sua comparsa; ciò è dovuto al fatto che l'Euforbia, prima di entrare in riposo vegetativo, comincia a perdere le foglie che prima di cadere si colorano di rosso. In estate, infine, è inutile sforzarsi di vedere ancora questi splendidi cespugli colorati, perché al massimo potremo intravedere degli arbusti privi di foglie e dall'aspetto scheletrico, ma perfettamente vitali e pronti a riprendere in pieno la propria attività ai primi sentori dell'autunno. Forse qualche lettore si potrebbe chiedere perché nell'Euforbia il processo di perdita delle foglie (defogliazione) avviene d'estate e non d'inverno come siamo abituati a pensare. Per spiegare questa stranezza (che poi stranezza non è) dobbiamo ricordarne il significato fisiologico. La defogliazione è un fenomeno comune nel mondo vegetale e precede il riposo vegetativo durante il quale le funzioni vitali della pianta vengono rallentate al fine di superare i periodi di maggiore stress. Per gli alberi dei boschi appenninici ed alpini, così come per altri comunemente utilizzati nelle città per l'arredo urbano (p.e. i Platani) i mesi più pericolosi sono quelli invernali a causa delle basse temperature che si possono raggiungere. Per l'Euforbia accade esattamente il con­trario visto che l'inverno mediterraneo è piuttosto mite, mentre l'estate, con la sua aridità, può essere pericolosa. Ed ecco allora che la "stranezza" non è altro che un adattamento al clima.  L'Euforbia ha anche un'altra particolarità: se infatti si prova a strappare una foglia dalla pianta, dalla "ferita" che rimane sul fusto e dalla stessa foglia fuoriesce un liquido bianco (latice). Questo è tanto urticante che in Penisola spesso viene utilizzato, al pari del latice del Fico, come acido per bruciare i porri e le verruche. In effetti la sua presenza all'interno dei tessuti rende l'Euforbia poco appetibile, proteggendola così dall'attacco degli erbivori, in particolare delle capre. Secondo la leggenda questo latice veniva usato dalla maga Circe quale ingrediente delle sue pozioni magiche, magari per trasformare gli uomini in maiali; vero o non vero, di certo il promontorio del Circeo (dove, secondo la leggenda, la maga dimorava) è ricchissimo di Euforbia. Si narra anche che in passato i pescatori di frodo la usavano per stordire e catturare i pesci.
 
Vaste popolazioni di Euforbia si trovano attorno alla valle di Mitigliano e lungo la parte bassa del Circuito di Athena (Punta Campanella) e del Sentiero delle Sirenuse.
La scheda botanica, insieme con altre informazioni e tante foto, la trovate come al solito su www.meditflora.com a questo indirizzo: www.meditflora.com/flora/euphorbia_dendroides.htm