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domenica 18 dicembre 2022

Microrecensioni 341-345: gruppo fra noir e commedia, con un docu-film

Due noir di Clouzot, uno dei vari ottimi registi francesi di età secolo scorso stimati dai conoscitori ma poco noti al grande pubblico al di fuori della Francia, come per esempio Melville. Noir che però hanno anche una buona parte di commedia; certamente non sono dark e seri come Le corbeau (1943) e Les diaboliques (1955) che sono i suoi più apprezzati lavori del genere. Completano il gruppo un buon docu-film familiare-naturalistico, un’altra Ealing comedy e il noir messicano del quale ho già scritto.

 

Quai des Orfèvres (Henri-Georges Clouzot, Fra, 1942)

Tratto da un romanzo di Stanislas-André Steeman, con sceneggiatura e dialoghi (pertinenti e credibili) dello stesso Clouzot. Sono ottime anche fotografia e interpretazioni, fra le quali spicca quella di un relativamente giovane Bertrand Blier (30enne), ma sono bravissime anche le due prime donne Suzy Delair e Simone Renant, nonché Louis Jouvet (l’ispettore di polizia) e Charles Dullin nei panni del viscido e inquietante Brignon. Film interessantissimo e di ritmo rapido che non consente distrazioni da parte del pubblico; quasi in ogni scena c’è qualche elemento che può essere visto come un indizio, una trascuratezza dell’assassino, un rischio di rivelare una bugia. A metà strada fra un dramma della gelosia ossessiva e un noir con mille risvolti e colpi di scena; situazioni facilitate dalle continue bugie raccontante anche quando non sono necessarie. Tempi e dettagli sono tutti ben studiati e posizionati alla perfezione nella scaletta. Premo internazionale per la regia e Nomination per il Gran Premo internazionale a Venezia.

L'assassin habite ... au 21 (Henri-Georges Clouzot, Fra, 1942)

Per un crime (in effetti commedia thriller) l’asserzione del titolo (assolutamente vera) può apparire come un controsenso, ma non è così in quanto l’indirizzo è quello di una pensione nella quale alloggiano molti tipi strani e sospetti. Sotto falsa identità l’ispettore si introduce nella comunità travestito da sacerdote e alternando scene da thriller e da commedia si seguono gli sviluppi delle sue indagini, piene di colpi di scena e sorprese. Come in Quai des Orfèvres, l’elemento di disturbo è il personaggio di Suzy Delair (l’intrigante moglie dell’ispettore) che si presenta a sorpresa e sotto mentite spoglie. Molti paragonano Clouzot a Hitchcock per il suo far vedere senza mostrare e per il senso dell’umorismo. Piacevole, ben diretto e ben interpretato.

  

Alamar (Pedro González-Rubio, Mex, 2009)

Si potrebbe definire un documentario familiare in quanto i protagonisti sono quasi esclusivamente un padre messicano (pescatore indigeno) e suo figlio di 4 anni che normalmente vive a Roma con la madre, ma temporaneamente sta con lui su una palafitta presso la Costa Maya. Pesca responsabile e giusto approccio con la natura sono quindi il tema del film, nel quale ognuno interpreta sé stesso. A parte qualche altro pescatore locale, riveste un ruolo importante uno più anziano ed esperto che vive nella stessa essenziale capanna e fa da mentore al padre e figlio. Brevi apparizioni all’inizio e alla fine del film sono riservate alla madre del fortunato ragazzino, che certamente non avrà dimenticato l’esperienza del repentino passaggio da una moderna città europea ad una casa di legno circondata dal mare, praticamente senza niente, dalla quale parte ogni mattina alla scoperta della barriera corallina, imparando a sommozzare, a pescare, a pulire il pesce che poi mangeranno. Ci sono anche escursioni a terra ed il tentativo di addomesticare un guardabuoi (un tipo di airone). Film d’apertura Generation K‐plus a Berlino.

The Ladykillers (Alexander Mackendrick, UK, 1955)

Alle 3 Ealing Comedies guardate di recente ho voluto aggiungere questa, la più famosa, ma non direi la migliore in assoluto. Rispetto alle altre è troppo grottesca e ciò sminuisce la qualità complessiva, nonostante la buona sceneggiatura che ottenne la Nomination Oscar. Oltretutto Alec Guinness è meno brillante del solito e anche Peter Sellers, nel suo primo ruolo di una certa importanza in un film, è ben lontano dall’attore che poi diventerà. Ne è stato prodotto un remake nel 2004 con protagonista Tom Hanks e sceneggiatura dei fratelli Coen … nonostante ciò è stato un flop come la maggior parte dei remake.

Después de la tormenta (Roberto Gavaldón, Mex, 1955)

Di questo ho già trattato, seppur concisamente, nel post precedente, allargando il discorso ad altri buoni film e scritti su temi simili cioè sostituzioni di persona e false identità. 

lunedì 15 agosto 2022

Microrecensioni 236-240: misto a buona prevalenza francese

Anche se il titolo non è chiarissimo, intendo dire che i tre francesi (tutti del secolo scorso) sono i migliori del gruppo, graditi come il vino … il più vecchio è anche il migliore in assoluto. Nel complesso, del cult horror giapponese avevo appreso da Twitter, l’americano era proposto da MUBI e raccomandato da RT (92%) ma è stato molto deludente, come anticipai ho voluto ri-guardare Le corbeau dopo averne visto il remake americano (The 13th Letter), ho aggiunto uno dei migliori film di Melville (altro regista francese di oltre mezzo secolo fa, poco conosciuto) e ho concluso con un terzo francese che non conoscevo, ma ho trovato su raccomandazione di BFI e Criterion Collection, nonché della Palma d’Argento per la regia a Cannes, 100% su RT e 237° posto nella classifica migliori film di tutti i tempi di IMDb.

 
Le corbeau (Henri-Georges Clouzot, Fra, 1943)

Guardato vari anni fa, non ne ricordavo ogni particolare, ma certamente la qualità. A pochi giorni di distanza dall’aver visto il remake americano, ho potuto notare che tante scene (compresi i dialoghi) sono riproposte pedissequamente, ma anche che vari dettagli mancano e che il finale è proposto in modo diverso, pur mantenendo i contenuti. Questo mystery drammatico si basa sulla ricerca di un misterioso corvo che con le sue tante lettere anonime indirizzate a persone diverse riesce ad avvelenare i rapporti in un'intera cittadina di provincia creando scompiglio nelle famiglie e fra amanti, facendo sorgere sospetti in tutti, causando un suicidio, infinite gelosie e tentativi di aggressioni. Fino all'ultima scena, nonostante in vari momenti possa sembrare che tutti gli indizi puntino in una chiara direzione, il corvo riuscirà a non farsi scoprire. Ottima regia da classico noir francese, supportata da un ampio e variegato cast, con tanti attori poco noti che tuttavia interpretano perfettamente i rispettivi ruoli. Una menzione particolare la merita anche il direttore della fotografia Nicolas Hayer. Da non perdere!

Le samouraï (Jean-Pierre Melville, Fra, 1972)

Disavventure di un killer professionista parigino (un Alain Delon dal volto impassibile e impenetrabile ma non per questo inespressivo), un lupo solitario che nonostante tutte le precauzioni viene visto chiaramente subito dopo un omicidio. Anche se lo zelante commissario nutre forti sospetti su di lui, la testimone nega di riconoscerlo e così, dopo un lungo interrogatorio è costretto a rilasciarlo. Qui comincia un lungo gioco di gatto e topo, complicato dal fatto che il killer vuole avere un confronto con i misteriosi mandanti dell’assassinio. Ritmo lento, implacabile, con lunghi inseguimenti nella metro parigina, furti d’auto e qualche altro scontro a fuoco. Tutti gli attori si calano perfettamente nei rispettivi personaggi. Tempi rigorosi, riprese interessanti e giusto ritmo tengono sempre viva l’attenzione dello spettatore fino al singolare finale. Ma anche la scena iniziale è assolutamente notevole con un’inquadratura fissa di una stanza apparentemente vuota e avvolta nella semioscurità finché non appare un fil di fumo che distoglie l’attenzione da un ritmico cinguettio. Pochissimi i dialoghi, chi si sente di più è l’uccellino in gabbia, nella stanza del killer, la cui salute segue di pari passo la situazione sempre più critica nella quale si trova il Samurai.

  
La haine (Mathieu Kassovitz, Fra, 1995) tit. it L'odio

La storia si sviluppa in 24 ore e i protagonisti sono tre balordi della banlieue parigina, tre amici nonostante le diverse etnie: un ebreo, un arabo e un giovane di colore. Quest’ultimo è l’unico che sembra di avere un po’ più di buonsenso, ma spesso si lascia trascinare dagli altri due sempre pronti alla rissa o almeno alla violenza verbale. Dopo una delle tante tante giornate di scontri con la polizia, un loro amico si trova in ospedale, in fin di vita. Vinz (Vincent Cassel, alla sua prima interpretazione di successo) recupera una pistola e giura di uccidere un poliziotto nel caso il suo amico non sopravviva. Nel corso della notte affronteranno naziskin, molesteranno persone, tenteranno un furto, saranno fermati dalla polizia, insomma succede un po’ di tutto prima del drammatico finale. Secondo lungometraggio del regista/sceneggiatore Kassovitz, girato in buon bianco e nero, con tanta macchina a spalla.  

House (Nobuhiko Ôbayashi, Jap, 1977)

Primo lungometraggio di Ôbayashi che fino a quel momento si era dedicato solo a short e pubblicità. La tecnica è mista in quanto nel film sono inseriti molti disegni ed effetti speciali palesemente posticci e amatoriali, ma ciò è voluto e costituisce gran parte dell’originalità del film. Anche la sceneggiatura (basata su un soggetto di sua figlia di 10 anni) è al di fuori degli schemi convenzionali e forse rispecchia parte delle paure e incubi dei giovani giapponesi dell’epoca. Singolari sono le interazioni fra le sette ragazze protagoniste e gi oggetti della casa nella quale sono ospitate, di proprietà della zia di una di loro. Originali montaggio e fotografia che contano su tanti singolari fondali e i già gitati numerosi effetti speciali. Come tutti i cult unici nel loro genere, ha pro e contro, pregi e difetti m a certamente intrigherà gli appassionati del genere horror/fantasy.

The Humans (Stephen Karam, USA, 2021)

Tutto si svolge nelle poche ore di una, a dir poco triste, cena famigliare di Thanksgiving, in un vecchio appartamento molto poco arredato (ancora non hanno effettuato il trasloco) e con pochissima luce (come se non bastasse si fulminano anche varie lampadine) il che limita fortemente la fotografia. Sono riunite tre generazioni di una famiglia nella quale sembra che quasi nessuno vada d’accordo con gli altri. Ovviamente (classico in questo tipo di film) si faranno confessioni e qualcuno esprimerà risentimento nei confronti di questo o quello ma, purtroppo, i dialoghi non sono un granché. Di chiara derivazione teatrale, si tratta dell’adattamento dell’omonimo atto unico dello stesso regista del 2015, finalista del Premio Pulitzer l’anno successivo. L’ho trovato troppo americano, pieno di discorsi convenzionali per lo più deprimenti intervallati dai soliti stucchevoli Oh, my God e I’m sorry. Suggerisco di evitarlo.

domenica 1 agosto 2021

Micro-recensioni 181-185: selezione di film di Jean-Pierre Melville

Cinque film di Jean-Pierre Melville, semisconosciuto fra i non addetti ai lavori ma molto apprezzato non solo dai cinefili ma anche dai cineasti, in particolare fu autore di riferimento per quelli della Nouvelle Vague. Dei suoi migliori, fra i solo 13 diretti, mancano gli ottimi Le silence de la mer (1949, suo primo lungometraggio) e Le doulos (1963), entrambi guardati di recente.

 

Bob le Flambeur
(Jean-Pierre Melville, 1956, Fra)

Primo film a soggetto criminalità francese, con stile inspirato ai simili prodotti americani che il regista dichiaratamente apprezzava. Anche in questo caso risulta evidente quanto Melville desse molto più importanza alle riprese che ai dialoghi, spesso quasi del tutto assenti per svariati minuti. Nel cast non ci sono ancora nomi noti come Delon, Belmondo, Ventura, …, ma sono già presenti un buon numero di fidati caratteristi (a cominciare da Paul Meurisse) che saranno presenti in molti dei suoi film successivi. Al contrario dei suoi altri lavori del genere (dei quali fu sempre anche sceneggiatore) in questo caso spicca il finale molto differente da tutti gli altri, con una evidente vena ironica invece che tragica. Altro elemento che risulterà ricorrente e che qui viene anticipato è il relativamente buon rapporto fra chi dirige le indagini e il criminale protagonista della storia. Il film si è meritato un remake con altro titolo (The Good Thief, 2002, di Neil Jordan, con Nick Nolte) e, come al solito non all’altezza dell’originale … guardate questo del ’56, tutt’altra atmosfera e qualità.

Le deuxième souffle (Jean-Pierre Melville, 1966, Fra)

Dietro al ridicolo titolo Tutte le ore feriscono... l'ultima uccide con il quale fu distribuito in Italia si cela questo interessantissimo noir francese (IMDb 8,1 RT 100%), per il quale Melville si avvalse di un’ottima sceneggiatura nella quale riuscì a collegare le due storie ben distinte incluse del romanzo originale (Un reglement de comptes) di José Giovanni. Questi fu autore di romanzi e dialoghi per i film, regista e sceneggiatore, personaggio molto singolare e senz'altro discutibile ma fondamentale per i polizieschi francesi per avere una perfetta conoscenza degli ambienti malavitosi essendo stato gangster, collaborazionista dei nazisti, estorsore, assassino, ricattatore e una decina di anni di galera sulle spalle ... non vi sembra abbastanza? A lui la Cinemateca Portuguesa dedicò quasi un’intera pagina delle 4 della dettagliata ed interessantissima scheda del film, insieme ai dati tecnici e commenti di critici e storici del Cinema. Corso, all’anagrafe Joseph Damiani, visse nell’ambiente criminale fino a quando alla fine della guerra, non avendo più protezione, fu arrestato e gli furono comminati 20 anni di lavori forzati; poi, aggiungendo altre condanne, addirittura la pena di morte che però fu successivamente commutata in lavori forzati a vita, poi ridotta e infine fu liberato nel 1956 dopo solo 11 anni di galera. Appena un anno dopo pubblicò il suo primo romanzo (Le trou) con lo pseudonimo José Giovanni edito dalla più prestigiosa casa editrice dell'epoca (Gallimard) ... ma rimaneva l'ex gangster Damiani. Nel '60 fu prodotto l'omonimo adattamento cinematografico (Il buco) e subito dopo un altro suo romanzo-film: Classe tous risques (Asfalto che scotta). Fra sceneggiature, stesure dialoghi e soggetti ha collaborato a oltre 30 film ed è anche stato egli stesso regista 13 volte. Fra i suoi lavori ci sono molti dei migliori film polizieschi francesi degli anni ’60 e ‘70 film di successo in fra i quali, oltre ai già citati, anche Il clan dei siciliani (1969), I 3 avventurieri (1967), Ultimo domicilio conosciuto (1970), Lo zingaro (1975), ... quasi tutti film di primo livello con gli attori più famosi in questo genere come Lino Ventura, Alain Delon, Jean-Paul Belmondo. I suoi precedenti rimasero ben nascosti fino al 1993 quando 2 giornalisti svizzeri rivelarono che dietro lo pseudonimo Giovanni si nascondeva il criminale Joseph Damiani nonché i dettagli del suo passato, ma avendo scontato la pena e chiuso i conti con la giustizia rimasero solo le chiacchiere e minacce di cause e querele non portate a termine.

Tornando al film, l’ho trovato ottimo, avvincente (le 2 ore e mezza non pesano assolutamente), molto ben interpretato. Interessante anche la varietà di personaggi proposti dai due commissari rivali che procedono con metodi completamente opposti, i due fratelli criminali che procedono su binari diversi, il misterioso e ambiguo Orloff, Manuche (proprietaria di un locale apparentemente signorile, rispettata da tutti) e ovviamente l’evaso Gu (Ventura) che si trova preso in una rete di ricatti, tranelli e bugie. Senz’altro un film da non perdere, altro che megaproduzioni moderne con attori iperpagati (e per lo più incapaci) ed effetti speciali a più non posso. Ah, dimenticavo ... ovviamente è girato con un opportunissimo bianco e nero. Di Le deuxième souffle è stato prodotto un (pessimo) remake nel 2007 con un cast improponibile ... Daniel Auteuil nel ruolo di Gu (con tutto il rispetto per Auteil, lo si può paragonare a Lino Ventura e specialmente in nelle vesti di un gangster?) e l’unico fondamentale personaggio femminile fu affidato a Monica Bellucci, che certo grande attrice non è.

  
Le Cercle Rouge (Jean-Pierre Melville, 1970, Fra)

Molto interessante la struttura della trama che scaturisce da una serie di incontri casuali e contatti intrecciati, mentre risulta eccessiva la struttura del minuzioso piano del grande furto … quasi un’americanata. Notevole il cast con il metodico e pacato commissario Mattei (Bourvil) che persegue i criminali interpretati da Alain Delon, Gian Maria Volontè e Yves Montand. Spicca l’abilità di Melville nel delineare i caratteri molto differenti dei personaggi, in questo caso particolarmente attento ai tre che non si conoscevano precedentemente.

L'armée des ombres (Jean-Pierre Melville, 1969, Fra)

In questo film i protagonisti sono i partigiani francesi durante l’occupazione nazista dei primi anni ’40 e, come nel caso di Le silence de la mer (1949), il regista descrive situazioni vissute o quasi. Infatti, nel 1940, entrò a far parte della resistenza e proprio in tale occasione scelse per sé lo pseudonimo Melville, essendo grande estimatore di Herman Melville, l’autore di Moby Dick; il suo vero cognome era Grumbach. Le star di questo film sono Lino Ventura e Simone Signoret, ben coadiuvati da Serge Reggiani, dal solito Paul Meurisse e Jean-Pierre Cassel (padre di Vincent). Certamente più politico e più cruento degli altri, specialmente se confrontato con il suo succitato film d’esordio nel quale l’ufficiale tedesco venne presentato come una persona colta e rispettosa degli altri, certo non lo stereotipo nazista di tanti altri film.

Un Flic (Jean-Pierre Melville, 1972, Fra)

Ultimo film di Melville, di nuovo con Alain Delon come protagonista, ma stavolta dall’altra parte, vale a dire che interpreta il commissario invece che il malvivente come in Le Samurai (1967) e Le Cercle Rouge (1970). Se ho espresso il mio disappunto per il furto alla gioielleria in Le Cercle Rouge, qui esagera ulteriormente con due diversi ed elaborati colpi, il secondo dei quali addirittura con l’utilizzo di un elicottero. Come altre volte, risultano fondamentali i rapporti fra i protagonisti, siano essi di omertà, rispetto o amicizia che quindi costituiscono il vero nucleo del film, lasciando ai crimini parti secondarie. Restano quindi intatte la gran qualità della narrazione per immagini e le buone interpretazioni.

 
A chi si destreggia con l’inglese consiglio la lettura di Jean-Pierre Melville’s Cinema of Resistance, articolo apparso sulla rivista The New Yorker.

giovedì 17 settembre 2020

Micro-recensioni 306-310: fra Messico e Francia, un cult western

Gruppo abbastanza vario (due francesi, due messicani dell'ultimo decennio e un indie americano), composto da film interessanti ancorché generalmente poco noti. I due cult degli anni '60 sono diretti da registi conosciuti quasi esclusivamente da cinefili e da questi molto apprezzati. Il film di Chabrol è praticamente un omaggio al suo regista di riferimento (Clouzot) e dei due messicani moderni uno si è rivelato veramente interessante.

  

Le doulos (Jean-Pierre Melville, Fra, 1963)

Uno dei più famosi noir diretti da Melville, regista francese profondamente e dichiaratamente influenzato dallo stile hollywoodiano, a sua volta punto di riferimento per la Nouvelle Vague e successivamente per tanti registi dell’estremo oriente. Ha diretto solo 13 film (quasi tutti anche sceneggiati da lui) che hanno rating medi molto vicini al 100% su RT … eppure è quasi sconosciuto in Italia. Storia molto articolata piena di sorprese e omicidi che vede quali interpreti principali Jean-Paul Belmondo e Serge Reggiani. 

Ne consiglio la visione così come raccomando il recupero degli altri suoi film.

The Shooting (Monte Hellman, USA, 1967)

Altro regista poco conosciuto eppure punto di riferimento per gli autori indie americani. Oltre questo western, conta vari altri famosi film cult quali Two-Lane Blacktop (1971) e Cockfighter (1974), tutti interpretati dal suo attore di riferimento dell’epoca, il sottovalutato e ineffabile Warren Oates. Questo è un western assolutamente sui generis, basato su un lungo, lento ma inesorabile inseguimento condotto da una donna (stavolta protagonista e non “bella del villaggio”). È interessante sapere che, appena terminate le riprese, iniziò a girare un altro western anomalo ma apprezzato dai cinefili (Ride in the Whirlwind, a detta di Tarantino “Uno dei più autentici e brillanti western mai realizzati”) con i due coprotagonisti di questo The Shooting, vale a dire Millie Perkins e Jack Nicholson, quest’ultimo anche unico sceneggiatore.

Come Melville, anche Hellman e i suoi cult sono sconosciuti ai più.

  

Sueño en otro idioma (Ernesto Contreras, Mex, 2017)

Soggetto singolare per un film ben concepito e ben realizzato. Un giovane ricercatore universitario linguista cerca di coinvolgere gli ultimi due uomini che parlano zikril, misterioso idioma precolombiano (mai esistito, creato per il film), a collaborare alle sue indagini. Grandi amici in gioventù, i due non si parlano da 40 anni e rimetterli in contatto non sarà impresa semplice e non mancheranno le sorprese. Con vari flashback ben distribuiti vengono svelati i motivi della rottura. Un finale soprannaturale conclude una storia ben narrata, ma forse con qualche twist di troppo. Molto buona la fotografia dell’ambiente naturale.

Merita una visione.

L'enfer (Claude Chabrol, Fra, 1994)

Altro film con storia singolare, in questo caso una lunghissima gestazione. Infatti la prima stesura della sceneggiatura fu opera dell’ottimo Henri-Georges Clouzot il quale, nel 1964, iniziò anche le riprese con Romy Schneider and Serge Reggiani nei panni dei protagonisti. A causa delle cattive condizioni di salute sia di Clouzot che di Reggiani, il film non fu mai completato ma Chabrol ne volle acquisire i diritti e si fece carico dell’adattamento agli anni ’90 sia per le scene che i dialoghi.

Si tratta di un dramma della gelosia che sfocia nella paranoia e si conclude con la singolare frase “SANS FIN” (senza finale), che appare sullo schermo nero.

Los insólitos peces gato (Claudia Sainte-Luce, Mex, 2013)

Commedia drammatica buonista, abbastanza ben messa in scena, ma con un gruppo di personaggi (5 su 6 della stessa famiglia) troppo slegati fra loro, ognuno descritto un po’ troppo sopra le righe. Pur non mancando qualche buona interpretazione, nel complesso risulta poco credibile e resta nella fascia dei “senza infamia e senza lode”.  

sabato 25 gennaio 2020

Micro-recensioni 11-20 del 2020: film francesi poco conosciuti, con vari più che buoni

Ed eccoci la seconda decina, tutta francese, ma meno registi contando su 2 film Melville, 3 di Mihaileanu e 2 di Truffaut che però è anche al centro di uno dei due documentari del gruppo insieme con Hitchcock. Il rimanente è una nota commedia del 1939 di Renoir, un classico francese.
Come anticipato nel primo post cinematografico 2020, sono finalmente riuscito a mettere le mani tu una buona copia (restaurata) del primo film di Melville e nella stessa mediateca ho recuperato anche l'ultimo dei suoi film che mi mancava, completando così la visione dei suoi soli 13 film.
 
Le silence de la mer  (Jean-Pierre Melville, Fra, 1949) tit. it. “Il silenzio del mare” * con Howard Vernon, Nicole Stéphane, Jean-Marie Robain * IMDb 7,6 RT 100%
Deux hommes dans Manhattan (Jean-Pierre Melville, Fra, 1959) * con Pierre Grasset, Christiane Eudes, Ginger Hall * IMDb 6,7

Melville (“padrino” e “mentore” dei registi della Nouvelle Vague) e Clouzot sono i miei preferiti registi francesi di metà secolo scorso, soprattutto per i loro noir spesso esaltati da una ottima fotografia bianco e nero. Eppure, questo innovativo e indipendente regista minimalista girò Le silence de la mer con soli 27 giorni di effettive riprese, ma distribuiti nell’arco di numerosi mesi. Infatti, andava a girare solo dopo aver racimolato i franchi necessari (altro che milioni delle produzioni moderne!) per acquistare la pellicola e pagare i due tecnici e i tre attori e ciò gli creò qualche ovvi problemi di continuità … altri tempi!
I personaggi di questo adattamento dell’omonimo racconto di Vercors sono un anziano e sua nipote che vivono in un piccolo paesino e sono costretti ad ospitare un ufficiale nazista che si rivela essere ben diverso da ciò che comunemente ci si potrebbe aspettare. Ben girato, conta su interessanti riprese, belle inquadrature e buone interpretazioni ed è un cult francese non solo fra i cinefili, ma anche fra i cineasti.
Particolare anche Deux hommes dans Manhattan, titolo tradotto letteralmente in ogni altra lingua, ma in Italia a “Due uomini a Manhattan” si preferì “Le jene del quarto potere”! Ancora una volta, da indipendente qual era, oltre che regista e autore (sceneggiò 12 dei suoi 13 film) in questo caso Melville fu anche attore e primo protagonista e il cast comprendeva ben 15 debuttanti, per 7 dei quali quella fu la loro unica apparizione sullo schermo.  
Si tratta di un noir quasi on the road ambientato, come dice il titolo, a Manhattan e si svolge praticamente in una sola lunga nottata. La trama è molto semplice: il giornalista Moreau (Melville) viene incaricato di investigare in merito all’inattesa assenza di un delegato francese ad una importante seduta all’ONU. Accompagnato da un fotoreporter alcolizzato e senza scrupoli, vagherà fra night club, bar, abitazioni private, ospedali, seguito da una misteriosa auto.
Mi sono molto piaciuti entrambi, certamente non sono paragonabili ai classici americani del genere ma ciò non significa assolutamente che siano inferiori, li definirei piuttosto un’alternativa allo stile hollywoodiano.

Cercavo il film Train de vie (1998) di Radu Mihaileanu ma, non avendolo trovato ho ripiegato sui suoi tre film successivi, praticamente la metà della sua produzione complessiva che ammonta a soli 6 film, prodotti fra il 1993 e il 2016, dei quali è stato anche sceneggiatore. Questo regista rumeno, di origini ebraiche, emigrò in Francia nel 1980 (22enne) e lì iniziò la sua carriera cinematografica. Spesso le questioni etniche sotto state al centro dei suoi film, proponendole sotto varie forme, dalle più drammatiche alla commedia grottesca.

   
Va, vis et deviens (Radu Mihaileanu, Fra,2005) * con Yaël Abecassis, Roschdy Zem, Moshe Agazai * IMDb 7,9 RT 88% * 3 Premi a Berlino
Le concert (Radu Mihaileanu, Fra, 2009) * con Aleksey Guskov, Mélanie Laurent, Dmitriy Nazarov * IMDb 7,6 RT 71% * Nomination Golden Globe
La source des femmes (Radu Mihaileanu, Fra, 2011) * con Leïla Bekhti, Hafsia Herzi, Hiam Abbass * IMDb 7,3 RT 70%

Dei tre, il primo si è rivelato molto interessante storicamente e socialmente per occuparsi di una storia relativa all’Operazione Mosè (metà anni ’80, gestita da Mossad, CIA e NSA) con la quale Israele facilitò l’immigrazione di migliaia di falasha (etiopi di colore, di religione ebraica) fuggiti dal loro paese - dove erano perseguitati - verso il Sudan (per lo più islamico) dove sopravvivevano in campi profughi. Si seguono le vicissitudini di un ragazzino cristiano che riesce a fuggire facendosi passare per falasha.
Ovviamente, pur godendo di un a vita infinitamente migliore, l’inserimento nella società israeliana non sarà tutta rose e fiori. In particolare, colore della pelle e religione saranno le sue principali preoccupazioni. Argomenti difficili ma abbastanza ben trattati, per quel che mi è parso di capire senza grandi esagerazioni e quindi film non chiaramente schierato da alcun lato.
Il secondo è quello che mi è piaciuto di più essendo una graffiante commedia grottesca, ambientata fra ex musicisti del Bolshoi, radiati all’epoca di Breznev. Riusciranno ad avere la loro rivincita esibendosi a Parigi sotto mentite spoglie?
Mihaileanu non risparmia nessuno: i russi in generale, la vecchia guardia dai comunisti  di Breznev, il KGB, i nuovi comunisti, gli oligarchi del gas, gli ebrei, i gitani, i francesi e, dal punto di vista professionale, gli impresari teatrali.
Se si è amanti della musica sinfonica, in particolare del Concerto per violino e orchestra in re maggiore op. 35 di Tchaikovsky (ai più il titolo non dirà niente ma sono certo che ognuno lo conosce per averlo sentito in più occasioni) il film piacerà ancor di più e nel lungo finale lo si ascolterà in gran parte mentre scorrono le immagini dell’esecuzione, alternate con quelle che mostrano ciò che avviene da un’altra parte e ciò che avverrà successivamente … senza dialoghi, solo musica!
Proponendo una rapida successione di eventi al limite del credibile, o addirittura palesemente incredibili, il film mantiene un ottimo ritmo con numerose sorprese delle quali solo poche sono prevedibili nei termini in cui avvengono. Più che positivo lo consiglio senz’altro.
Dopo queste due visioni, il terzo e ultimo in verità mi ha deluso. Ambientato in Marocco, parte male e si sviluppa peggio fra religione e femminismo. La particolare scenografia e i bei costumi certamente non bastano e le interpretazioni (in particolari quelle maschili) non sono di gran livello. Oltretutto, anche se non dichiarato nei credits, è un ennesimo adattamento della Lisistrata di Aristofane (411 a.C., oltre 24 secoli fa!).

   

Esauriti questi due blocchi passo al resto. 


Tirez sur le pianiste (François Truffaut, Fra,1960) * con Charles Aznavour, Marie Dubois, Nicole Berger * IMDb 7,5 RT 93%

La peau douce (François Truffaut, Fra,1964) * Jean Desailly, Françoise Dorléac, Nelly Benedetti * IMDb 7,5 RT 88%

Hitchcock/Truffaut (Kent Jones, Fra, 2015) * con Mathieu Amalric, Wes Anderson, Peter Bogdanovich * IMDb 7,4 RT 96%

Ho scritto due film e mezzo di Truffaut in quanto ai due interessanti da lui diretti (Tirez sur le pianiste e La peau douce, un quasi noir il primo, commedia sentimentale/drammatica il secondo) si aggiunge il ben noto documentario Hitchcock/Truffaut (di Kent Jones, 2015) che mette insieme parte delle riprese effettuate durante la famosa intervista/dialogo fra i due con spezzoni di interviste e commenti altri registi fra i quali ci sono Scorsese, Bogdanovich e Anderson.

  


La règle du jeu (Jean Renoir, Fra, 1939) * con Marcel Dalio, Nora Gregor, Paulette Dubost * IMDb 8,1 RT 98%

Le mystère Picasso (Henri-Georges Clouzot, Fra, 1959) * con Pablo Picasso, Henri-Georges Clouzot * IMDb 7,7 RT 86%
Questi ultimi due sono un altro documentario ben più difficile (e per me deludente) e una commedia, pietra miliare del cinema d’oltralpe. Clouzot (che apprezzo molto come regista di fiction) ottenne il permesso di filmare Picasso mentre disegnava e così realizzò Le mystère Picasso (1956). Pur contando su due geni artistici, il documentario non riesce a coinvolgere del tutto gli spettatori che, a meno che non siano effettivamente grandi intenditori di arte in particolare delle tecniche di Picasso, troveranno interessanti poche scene manoioso il film nella sua interezza.
La règle du jeu (1939) di Renoir è una commedia oserei dire “sociale”, che critica sia i comportamenti dei nobiltà, aristocratici e arricchiti francesi, sia quelli della numerosa servitù (da quella di casa ai guardiacaccia e ai battitori) presente nella enorme residenza di campagna nella quale si svolge la maggior parte della storia.
Le vicende si intrecceranno in questa commedia a tratti divertente, ma troppo spesso tendente al ridicolo. Comunque un film del girato.

giovedì 16 gennaio 2020

I primi 10 film del 2020, fra i quali c'è anche 1917

A partire da quest'anno dopo quattro intensi anni di recensioni (oltre 1700) ne ridurrò il numero per essere impegnato su troppi fronti e quindi raggrupperò 10 film per volta e parlerò solo di quelli più notevoli o discutibili.
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Il più sorprendente di questo primo gruppo è stato
La cité des enfants perdus (Marc Caro e Jean-Pierre Jeunet, Fra, 1995) * con Ron Perlman, Daniel Emilfork, Judith Vittet, Dominique Pinon * IMDb 7,6 * RT 79% 
IMDB lo inserisce nel genere psychotronic (cercata la definizione nello stesso sito ho appreso che si tratta di una miscela di fantascienza, fantasy e horror!) ed è stato per entrambe gli autori il secondo loro film, ultimo del loro sodalizio. Pare che in Italia sia uscito solo in versione home video, nonostante il gran successo del precedente Delicatessen, del quale, in parte, ricalca lo stile. Questo è un film che, se fosse stato promosso da una potente produzione e presentato in più Festival, avrebbe fatto man bassa di premi, specialmente in merito alla scenografia. Comunque vanta la Nomination alla Palma d’Oro a Cannes, Premio César per la scenografia e nomination per fotografia, costumi e musica. Se fosse esistito un Oscar per la “fantasia”, l’avrebbe senz’altro vinto. Indescrivibile in poche righe, sia per l'incredibile serie di personaggi a dir poco stravaganti sia la complessità della storia e per evitare spoiler, leggete in rete quanto volete e, specialmente se vi è piaciuto Delicatessen, cercate La cité des enfants perdus in internet o sulle bancarelle di dvd usati e guardatevelo. Io l’ho scoperto per caso in una edizione speciale (spagnola) con due dischi, uno per il film e uno con tanti extra fra cui la storyboard.

Segue uno dei più “nominati” (10 candidature) per gli Oscar 2020, con i soliti rating spropositati su IMDb (ormai tutte le grandi produzioni ne tengono conto e per i primi mesi si adoperano per far apparire cifre vicine al 9, che inevitabilmente scenderanno) ma, a ben guardare, si nota che già ora ci sono tanti 1 di spettatori che si meravigliano delle esagerate lodi.
1917 (Sam Mendes, UK/USA, 2019) * con Dean-Charles Chapman, George MacKay + Colin Firth, Mark Strong e Benedict Cumberbatch in una scena ciascuno * IMDb 8,7 * RT 90% * 10 Nomination Oscar
A fronte di un eccellente lavoro con le riprese e un montaggio che vorrebbe sembrare un lunghissimo piano-sequenza (ma non lo è) interrotto solo poche volte da qualche nero, c’è una sceneggiatura assolutamente non credibile e una scarsa attenzione alla continuità. Nonostante le giravolte posizionate ad arte per mascherare le congiunzioni di scene non sempre il trucco riesce bene. 
Nelle prime scene la camera segue e poi precede i due caporali che procedono rapidamente nella trincea, ricordando a tratti l’ottimo Son of Saul (Oscar film straniero 2016). Le riprese continuano ad essere interessanti durante quasi tutto il film ma l’atteggiamento dei militari è molto poco credibile (specialmente stando vicino al fronte) e ciò che viene mostrato è spesso incongruente.
SPOILER (forse) – secondo me non lo sono in quanto si tratta per lo più di goofs, ma saltate queste righe colorate se non volete correre rischi.
Fin dall’inizio sembra che i due non abbiano idea di cosa significhi “URGENTE”, e quasi bighellonano nonostante il personale coinvolgimento emotivo. Si infilano dove nessun essere umano di buonsenso entrerebbe, a maggior ragione se militari in territorio da poco abbandonato dal nemico. Ciò che si vede prima, scompare in controcampo (non solo l’evidente albero ma anche l’ospedale da campo). Come in tanti film, purtroppo, i protagonisti che stanno per essere “investiti” (da qualunque cosa: valanga, auto, acqua, …, proiettili) corrono esattamente davanti al pericolo allo scoperto e nessuno mai si scansa per cercare riparo (cosa che dovrebbe essere naturale). I protagonisti assistono nemici feriti e procedono ad accurate inutili ispezioni (tanto il messaggio è “urgente” …). Il sangue macchia una foto ben distante dalla ferita e in modo incredibile. Attraversano un canale camminando pericolosamente sulla sponda del ponte crollato invece che al lato. Dopo essere stati in un torrente (con rapide e cascate, altamente improbabili in un'area assolutamente pianeggiante) ed avendo quindi la divisa zuppa (fatto sottolineato da un commilitone) dalla stessa, improvvisamente asciugatasi, appaiono foto e missiva su carta assolutamente asciutte. Ci vuole molto tempo al messaggero per capire che correndo lungo la trincea al suo esterno farebbe molto prima, e quando si decide a farlo esce dalla parte sbagliata scontrandosi con quelli che partono all’assalto (ovviamente dall’altro lato non avrebbe incrociato nessuno). Sottigliezza da orientista-escursionista: dopo aver guardato la bussola dice: “ora dobbiamo andare a sud-est” indica la direzione con la mano e partono con il sole esattamente alle spalle! A che ora di un giorno all’inizio di aprile in Francia il sole si trova a nord-ovest??? MAI. Si potrebbe continuare con le “incredibili” avventure notturne nella città quasi completamente distrutta (ma con insufficienti detriti) e con il fatto che, sempre per la “somma urgenza”, si ascolta un intero canto all’alba prima di decidersi a parlare con l’attenta platea di soldati che non badano minimamente al nuovo arrivato pur trovandosi a ridosso del fronte. Le condizioni di varie trincee sono dubbie, specialmente quelle che, a quanto viene detto, sono state scavate durante la notte precedente. In qualche caso si possono trovare spiegazioni, in qualcosa posso essermi sbagliato, ma nel complesso (seppur cinematograficamente molto migliore) mi sembra che sia sulla stessa linea di Hacksaw Ridge, subito acclamato e poi aspramente criticato per la parte dell'azione strettamente militare.  
Quindi, se volete godervi solo le riprese dell'ottimo, per non dire eccellente, direttore della fotografia Roger Deakins (il preferito dei f.lli Coen - 12 film con loro - e anche di Denis Villeneuve e dello stesso Mendes) senza farvi coinvolgere dalla storia, è un ottimo film; se vi aspettate di guardare un film di guerra realistico per quanto possibile e con dettagli attendibili, evitatelo. Purtroppo, questo accade spesso quando, per rincorrere la spettacolarità, si trascurano altri fattori importanti.
 
Essendomi dilungato (s)parlando dell’attesissimo 1917 (annunciato in Italia per il 23 gennaio), sarò breve per questi altri due film che meritano certamente una menzione
Les enfants terribles (Jean-Pierre Melville, Fra, 1950) * tit. it. “I ragazzi terribili” * con Nicole Stéphane, Edouard Dermithe, Renée Cosima * IMDb 7,1 * RT 73%
Tratto dall’omonimo romanzo di Jean Cocteau, che curò l’adattamento e sua è anche la voce fuori campo, si tratta del secondo film di Melville, che solo l’anno prima aveva esordito con l’apprezzatissimo Le silence de la mer (IMDb 7,6 * RT 100%) che, spero, riuscirò finalmente a guardare la prossima settimana. La regia e le riprese sono di ottimo livello, come quasi sempre per Melville, la sceneggiatura e i dialoghi sono “quasi teatrali” sia per i contenuti che per la messa in scena. Più che terribili, gli enfants (non ragazzetti ma vicini alla fine dell’adolescenza) sono folli, legati da uno strettissimo rapporto di amore-odio che avrà un enorme ovvio peso nello sviluppo della storia. Film per niente facile, soprattutto per il testo, ma non c’è da meravigliarsi trattandosi di Cocteau … 

Richard Jewel (Clint Eastwood, USA, 2019) * con Paul Walter Hauser, Sam Rockwell, Kathy Bates * IMDb 7,7 * RT 74% * Nomination Oscar per Kathy Bates non protagonista
Ennesima storia “esemplare” proposta dall’ormai novantenne Clint Eastwood, che continua a scegliere personaggi particolari con vite particolari e, in questo caso, si basa su una storia vera. Tuttavia i personaggi non risultano del tutto convincenti, né il protagonista, né l’avvocato, né l’agente FBI. Saranno anche molto aderenti alle persone reali che rappresentano sullo schermo, ma non persuadono del tutto. Ben costruito e rigorosamente diretto, proietta comunque molte ombre sulla stampa e sui sistemi investigativi americani, anche quando si tratta di eventi importanti di carattere nazionale con ripercussioni internazionali (si parla dell’attentato nel corso delle Olimpiadi di Atlanta ’96). Non fra i migliori di Eastwood, ma merita una visione.
 
Gli altri 6 film guardati sono:
I Am Not a Witch (Rungano Nyoni, UK/Ger/Fra/Zambia, 2017)
Rams (Grímur Hákonarson, Islanda, 2015)
Quién te cantará (Carlos Vermut, Spa, 2018)
El gendarme desconocido (Miguel M. Delgado, Mex, 1941)
Mary Shelley's Frankenstein (Kenneth Branagh, USA, 1994)
13 Assassins (Takashi Miike, Jap, 2010)
I primi due sono ben originali e c’era da aspettarselo considerate le ambientazioni nei paesi di origine; entrambi interessanti ma niente di eclatante. BAFTA Film Award e Nomination Golden Camera per Rungano Nyoni e premio Un Certain Regard a Cannes per il regista islandese Grímur Hákonarson.
Interessante e ben girato lo spagnolo Quién te cantará che però paga lo scotto di una sceneggiatura un po' debole e una eccessiva lentezza. Film di routine quello di Cantinflas, mentre sugli altri due meglio stendere un velo pietoso, nonostante i grandi nomi del primo (Branagh è regista e protagonista, con al fianco DeNiro e Helena Bonham Carter) e i rating del giapponese (IMDb 7,6 RT 95%).



Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire dal 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate su questo blog.