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domenica 10 gennaio 2021

micro-recensioni 6-10: 2 noir e 3 western … atipici (con trailer)

Proseguendo nella mia continua ricerca di buoni titoli fra cult semisconosciuti, trascurati dai più e segnalati come sottovalutati da aficionados e cinefili, sono giunto a un paio di western a dir poco atipici, in particolare quello Jim Jarmusch che rientra nella nel sottogenere degli acid western. Di questo ulteriore gruppo, spesso combinato con quelli revisionisti, non avevo mai letto alcunché ma ho scoperto che vi rientrano film, come El topo (1970, Alejandro Jodorowsky) e The Shooting (1969) e Ride in the Whirlwind (1968) entrambi diretti da Monte Hellman nel 1966 e con un giovane Jack Nicholson, tutti a me noti e visti più di una volta. Antesignano del genere viene considerato l’ottimo The Ox-Bow Incident (1942, Wellman, aka Alba fatale, con Henry Fonda). All'altro invece ci sono arrivato seguendo la filmografia dell’ungherese André De Toth, uno dei tanti valenti cineasti mitteleuropei emigrati negli Stati Uniti. I suoi maggiori successi sono noir e western, ma forse quello più conosciuto è un horror, House of Wax (1955, con Vincent Price), storico per essere il primo film in 3D con suono stereofonico.

 

Dead Man (Jim Jarmusch, USA, 1995)

Una vera sorpresa, relativamente moderno ma mai sentito nominare … grande flop al botteghino (9 milioni di budget, circa 1 di incassi). Eppure contava su Johnny Depp come protagonista e un cameo del quasi 80enne Robert Mitchum, diretto dallo stimato Jim Jarmusch, con un più che avvincente commento musicale originale di Neil Young. Anche la fotografia in bianco e nero è ottima ma, ovviamente, se ne accorsero solo quelli che guardarono il film; candidato alla Palma d’Oro a Cannes e 6° miglior film dell’anno per Cahiers du Cinéma. Cos’è quindi che andò storto? Probabilmente, oltre a un cattivo lancio e scadente distribuzione, influirono i singolarissimi personaggi e la trama quasi surreale, che include molto humor negro e anche macabro, tante dotte citazioni (tipiche di Jarmusch, ma non per tutti), lo stravolgimento dei canoni dei western, sia classici, che spaghetti che revisionisti, allucinazioni, travestitismo, cannibalismo e cultura dei nativi. Personalmente non apprezzo Depp e anche in questo caso sembra assolutamente fuori contesto, ma potrei anche pensare che fu scelto apposta per apparire un ingenuo spaesato cittadino (almeno nella prima parte) al contrario di tanti altri volti dalle forti connotazioni, certamente poco rassicuranti.

Per fornire una vaga idea del film, ecco il trailer originale. Senz’altro lo consiglio a chiunque abbia mente aperta e sia interessato a guardare buoni film anche se fuori dei canoni.

Day of the Outlaw (André De Toth, USA, 1954)

Senza dubbio il migliore dei 3 film di De Toth inseriti in questo gruppo; guardandolo non si può fare a meno di pensare a The revenant (2015, Iñárritu) e a The Hateful Eight (2015, Tarantino) per avere gli esterni girati in lande inospitali e pesantemente innevate. A questa particolarità si aggiunge l’atipica trama pur avendo personaggi più o meno canonici. In un piccolo agglomerato di case in mezzo alla valle innevata è in corso una violenta diatriba fra due allevatori (divisi anche dall’amore per la stessa donna) che monta rapidamente verso uno scontro a fuoco quando arriva un gruppo di banditi in fuga (con bottino, dopo aver assalto una banca) e si impadroniscono del villaggio. Si passa così da una questione personale fra due uomini (facilmente risolvibile) al confronto fra una mezza dozzina di banditi armati a stento tenuti a freno dal loro capo (un ottimo Burl Ives) e una ventina di abitanti (che sono stati disarmati) compresi donne e bambini. 

Anche di questo film propongo il trailer che mi sembra abbastanza significativo.

  

Ramrod (André De Toth, USA, 1947)

Altro western del regista ungherese e anche questo si distingue dai canoni classici per avere per protagonista una donna (un’inadatta Veronica Lake) che in modo a volte ingenuo e a volte subdolo riesce a mettere gli uni contro glia altri, opponendosi anche al suo ricco padre e ottenendo quello che vuole … ma forse non tutto. Per il resto è una tipica guerra fra allevatori senza esclusione di colpi, con un bando che vorrebbe agire secondo legge e l’altro che non esita a far fuori personaggi scomodi. Buon western non banale, senz’altro sopra la sufficienza.

Crime Wave (André De Toth, USA, 1953)

Uno dei tanti noir diretti da De Toth, e anche questo film non è semplice variante di altri già visti. Un ex galeotto redento viene raggiunto da un suo vecchio compagno di cella ferito nel corso di una rapina e da quel momento in poi si susseguiranno una serie di eventi che lo implicheranno sempre di più. Interessanti personaggi, ben interpretati e ben diretti. Per appassionati dei noir degli anni ’50, vanta un buon 7,4 su IMDb e 67% su RT.

Railroaded (Anthony Mann, USA, 1947)

Certamente Anthony Mann ha diretto film migliori e non è questo quello per il quale sarà ricordato. Lavoro onesto, ma con sceneggiatura abbastanza banale e anche le interpretazioni non sono di quelle memorabili. Guardabile.

mercoledì 6 gennaio 2021

micro-recensioni 1-5/2021: per iniziare bene l’anno …

… sono andato sul sicuro (con qualche ma ...), con 4 quotatissimi prodotti hollywoodiani distribuiti nell’arco di parecchi decenni e un tedesco di rating appena inferiore (IMDb 7,5 e RT 94%), secondo me attribuibile esclusivamente alla particolarità del soggetto: Nosferatu. Dopo aver guardato film tanto acclamati, è mia abitudine andare a leggere vari commenti, fra i migliori e i peggiori (che tutti hanno), tralasciando quelli nel mezzo, immaginando un confronto virtuale. Pur riconoscendo che la loro qualità sia di alto livello, non sono tanto d’accordo in merito alle posizioni relative nei vari rating, a cominciare dal film di Herzog, che comunque è un caso a sé.

Nosferatu: Phantom der Nacht (Werner Herzog, Ger, 1979)

Fra le principali critiche mosse a questo remake (molto fedele) del Nosferatu originale di F.W. Murnau (1922) ci sono quelle dei pochi movimenti di macchina e della scarsa originalità, quando questi sono invece proprio fra i suoi meriti. Si tratta di un omaggio a quel tipo di cinema, lavorando però con mezzi moderni e una delle sue eccellenze è quella di girare a colori ma spesso con varietà di tonalità di colori dello stesso gruppo, quasi come se fosse un bianco e nero virato. Anche la scelta del suo amico/nemico Klaus Kinski quale protagonista si rivela perfetta e l’attore interpreta il ruolo a meraviglia. Per apprezzare appieno questo film, penso sia indispensabile aver visto l’altro e si comprenderà che non fu prodotto per fargli concorrenza o stravolgere la storia, casomai inserendo effetti speciali certamente già possibili 40 anni fa ma neanche immaginabili un secolo fa. Herzog ancora una volta dimostra di trovarsi a suo agio proponendo personaggi solitari e assolutamente al di fuori della norma, che mirano a imprese straordinarie se non impossibili, contro ogni logica e contro tutti. Location, luci, arredamenti e costumi fanno il resto, vero cinema della miglior tradizione europea opposto alle americanate, per quanto possano essere ben realizzate.

 

There Will Be Blood (Paul Thomas Anderson, USA, 2007)

(IMDb 8,2 e RT 91%, 2 Oscar e 6 Nomination, 144°)

Questa parabola di un petroliere (titolo italiano) che si sviluppa nell’arco di vari decenni, i primi del secolo scorso, è basata su un romanzo di Upton Sinclair, splendidamente adattata da Paul Thomas Anderson. Al di là della bravura dimostrata dal solito Daniel Day-Lewis (al suo secondo Oscar) nei panni del protagonista, il regista-sceneggiatore riesce a dipingere alla perfezione l’ambiente, soci e antagonisti in particolare il suo persecutore interpretato alla perfezione da Paul Dano, attore per il quale non stravedo, ma perfetto per questo ruolo di viscido e infido, mascherato da buono e compassionevole. L’altro Oscar andò a Robert Elswit per la fotografia (assolutamente meritato, specialmente per le scene con poca luce) e, per la cronaca, in tre delle 6 candidature andarono (miglior film, regia e sceneggiatura) Anderson fu superato dai fratelli Coen per No Country for Old MenChiaramente imperdibile per chi non l’avesse ancora visto.

Chinatown (Roman Polanski, USA, 1974)

(IMDb 8,1 e RT 100%, 1 Oscar e 10 Nomination, 154°)

Ho sempre sostenuto che Polanski è un ottimo regista, capace di districarsi a meraviglia in ogni genere, con pochi attori o con set affollati, in ogni ambiente e in ogni epoca, e questo ne è un ennesimo esempio. Chinatown è un film ben bilanciato (fatto dimostrato dalle 11 candidature Oscar e non importa averne ottenuto Oscar) vantando un ottimo cast, nel quale non sfigura certo John Huston, anche se i più lo conoscono e lo ricorderanno come regista. La sceneggiatura è scorrevole ma piena di twist e sorprese (non sempre prevedibili), il cast è di ottimo livello e fotografia, scenografie e costumi accattivanti. Visto che li ho inseriti nello stesso gruppo, è impossibile non fare un riferimento (non un paragone …) a L.A. Confidential, anch’esso ambientato a Los Angeles anche se a qualche decennio di distanza. Questo ha storia e protagonisti più plausibili mentre l’altro, per quanto possa essere ben girato e interpretato, appare molto più campato in aria, troppi personaggi fuori di testa, violenza gratuita ed eccessiva, sparatoria interminabile (con il 90% di colpi a vuoto, pur essendo opera di professionisti), corruzione alle stelle … una vera americanata, anche se di ottimo livello.Anche questo imperdibile per chi non l’avesse ancora visto.

  

Anatomy of a Murder (Otto Preminger, USA, 1959)

(IMDb 8,0 e RT 100%, 7 Nomination)

Classico court room movie, ma con una buona vena ironica e con un crimine poco chiaro. Un avvocato quasi ritiratosi dall’attività (James Stewart), accetta di difendere un militare (Ben Gazzara) che avrebbe ucciso il presunto violentatore della sua provocante moglie (Lee Remick). Dovrete guardare il film fino alla fine per sapere, forse, come son andate verament le cose. Vari sono i personaggi quasi da commedia; oltre all’avvocato difensore, ci sono i suoi due assistenti e il giudice (nuovo per quel tribunale), mentre le parti più serie e drammatiche sono riservate al presunto colpevole e all’avvocato inviato a supporto del D.A. (George C. Scott), arrogante e minaccioso, ma spesso messo alla berlina dall’umile avvocato di provincia. Per oltre 2 ore Otto Preminger tiene alta l’attenzione degli spettatori fra le indagini dell’avvocato in ambiente ostile, le civetterie della donna e i battibecchi in tribunale. Ottimo film di genere che, per definizione, prevede poca azione. Consigliato a quelli ai quali piacciono argute discussioni, dialoghi, stilettate e arguzie verbali, condite con una certa suspense.

L.A. Confidential (Curtis Hanson, USA, 1997)

(IMDb 8,2 e RT 99%, 2 Oscar e 7 Nomination, 124°)

Come molti avranno già intuito, a prescindere dai giudizi di tanti altri, questo film che già mi lasciò qualche perplessità anni fa, continua a non convincermi. Lo trovo esagerato, con personaggi molto sopra le righe e di caratteri completamente opposti, che convivono nello stesso distretto di polizia, nel quale il senso della legge è quasi del tutto assente. Pestaggi selvaggi, si alternano a incontri con la femme fatale di turno (Kim Basinger), gli intrecci fra politica, soldi, potere e polizia sono troppo spinti ed i comportamenti dei singoli sembra poco plausibile. I tre poliziotti sono ben interpretati da Kevin Spacey, Russel Crowe e Guy Pearce, anche James Cromwell fa la sua brava figura, mentre assolutamente ridicolo appare Danny DeVito; secondo me, la cosa peggiore è la sceneggiatura e a ciò si aggiunge la regia di Curtis Hanson (solo 14 film in 40 anni, chissà come mai) che lascia abbastanza a desiderare.

 

#cinema #cinegiovis

giovedì 17 settembre 2020

Micro-recensioni 306-310: fra Messico e Francia, un cult western

Gruppo abbastanza vario (due francesi, due messicani dell'ultimo decennio e un indie americano), composto da film interessanti ancorché generalmente poco noti. I due cult degli anni '60 sono diretti da registi conosciuti quasi esclusivamente da cinefili e da questi molto apprezzati. Il film di Chabrol è praticamente un omaggio al suo regista di riferimento (Clouzot) e dei due messicani moderni uno si è rivelato veramente interessante.

  

Le doulos (Jean-Pierre Melville, Fra, 1963)

Uno dei più famosi noir diretti da Melville, regista francese profondamente e dichiaratamente influenzato dallo stile hollywoodiano, a sua volta punto di riferimento per la Nouvelle Vague e successivamente per tanti registi dell’estremo oriente. Ha diretto solo 13 film (quasi tutti anche sceneggiati da lui) che hanno rating medi molto vicini al 100% su RT … eppure è quasi sconosciuto in Italia. Storia molto articolata piena di sorprese e omicidi che vede quali interpreti principali Jean-Paul Belmondo e Serge Reggiani

Ne consiglio la visione così come raccomando il recupero degli altri suoi film.

The Shooting (Monte Hellman, USA, 1967)

Altro regista poco conosciuto eppure punto di riferimento per gli autori indie americani. Oltre questo western, conta vari altri famosi film cult quali Two-Lane Blacktop (1971) e Cockfighter (1974), tutti interpretati dal suo attore di riferimento dell’epoca, il sottovalutato e ineffabile Warren Oates. Questo è un western assolutamente sui generis, basato su un lungo, lento ma inesorabile inseguimento condotto da una donna (stavolta protagonista e non “bella del villaggio”). È interessante sapere che, appena terminate le riprese, iniziò a girare un altro western anomalo ma apprezzato dai cinefili (Ride in the Whirlwind, a detta di TarantinoUno dei più autentici e brillanti western mai realizzati”) con i due coprotagonisti di questo The Shooting, vale a dire Millie Perkins e Jack Nicholson, quest’ultimo anche unico sceneggiatore.

Come Melville, anche Hellman e i suoi cult sono sconosciuti ai più.

  

Sueño en otro idioma (Ernesto Contreras, Mex, 2017)

Soggetto singolare per un film ben concepito e ben realizzato. Un giovane ricercatore universitario linguista cerca di coinvolgere gli ultimi due uomini che parlano zikril, misterioso idioma precolombiano (mai esistito, creato per il film), a collaborare alle sue indagini. Grandi amici in gioventù, i due non si parlano da 40 anni e rimetterli in contatto non sarà impresa semplice e non mancheranno le sorprese. Con vari flashback ben distribuiti vengono svelati i motivi della rottura. Un finale soprannaturale conclude una storia ben narrata, ma forse con qualche twist di troppo. Molto buona la fotografia dell’ambiente naturale.

Merita una visione.

L'enfer (Claude Chabrol, Fra, 1994)

Altro film con storia singolare, in questo caso una lunghissima gestazione. Infatti la prima stesura della sceneggiatura fu opera dell’ottimo Henri-Georges Clouzot il quale, nel 1964, iniziò anche le riprese con Romy Schneider and Serge Reggiani nei panni dei protagonisti. A causa delle cattive condizioni di salute sia di Clouzot che di Reggiani, il film non fu mai completato ma Chabrol ne volle acquisire i diritti e si fece carico dell’adattamento agli anni ’90 sia per le scene che i dialoghi.

Si tratta di un dramma della gelosia che sfocia nella paranoia e si conclude con la singolare frase “SANS FIN” (senza finale), che appare sullo schermo nero.

Los insólitos peces gato (Claudia Sainte-Luce, Mex, 2013)

Commedia drammatica buonista, abbastanza ben messa in scena, ma con un gruppo di personaggi (5 su 6 della stessa famiglia) troppo slegati fra loro, ognuno descritto un po’ troppo sopra le righe. Pur non mancando qualche buona interpretazione, nel complesso risulta poco credibile e resta nella fascia dei “senza infamia e senza lode”.  

lunedì 22 luglio 2019

46° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (226-230)

Man mano che procedo in ordine cronologico nella visione dei Blu-ray facenti parte delle cofanetti che comprai tempo fa, mi sembra (e non è solo una mia sensazione visti anche rating e riconoscimenti) che il livello sia sempre più basso ... e certamente il peggio deve ancora venire.
Di conseguenza, il quasi demenziale Snatch (con i suoi semplici relativi meriti) riesce a prevalere senza problemi sugli altri 4 di questa cinquina, della quale fanno parte film con budget e promozioni ben più consistenti. Ecco le micro-recensioni ordinate secondo il mio gradimento.


   

229  Snatch (Guy Ritchie, UK, 2000) tit. it. “Lo Strappo”  * con Jason Statham, Brad Pitt, Benicio Del Toro * IMDb  8,3  RT 73%  *  Oscar fotografia e 2 Nomination (scenografia e sonoro)  *   al 105° posto nella classifica IMDb
Un cult che lanciò definitivamente sulla scena mondiale Guy Ritchie, alla sua seconda regia, dopo aver esordito due anni prima con Lock, Stock and Two Smoking Barrels (Lock & Stock - Pazzi scatenati), altro gran successo al botteghino, attualmente al 144° posto nella classifica IMDb. Lo stile e i contenuti dei due film si somigliano, con una miriade di personaggi dalle origini più svariate (ma tutti più o meno fuori di testa) che parlano uno slang difficilmente comprensibile senza sottotitoli (ma vale senz'altro la pena di guardarlo con audio originale), montaggio rapido, scene che si spostano rapidamente da un luogo all’altro, anche quando non tende allo splatter la violenza abbonda ma in chiaro stile dark humor, con alcune situazioni e sorprese veramente geniali.
Cast molto vario, ma ben scelto ... tanti bravi attori che si calano perfettamente nei panni dei personaggi interpretati.
Se non si ha assoluta idiosincrasia per tutto ciò, vale assolutamente la visione.

226  As Good as It Gets (James L. Brooks, USA, 1997) tit. it. “Qualcosa è cambiato”  * con Jack Nicholson, Helen Hunt e Greg Kinnear * IMDb  7,7  RT 85%  * 2 Oscar (Jack Nicholson protagonista e Helen Hunt non protagonista) e 5 Nomination (miglior film, Greg Kinnear non protagonista, sceneggiatura, montaggio e commento musicale)
Non mi attirava molto ma, facendo parte del cofanetto di 25 film Sony, l’ho guardato comunque e devo dire che non è tanto male. La sceneggiatura è in gran parte socialmente scorretta, ma ciò è ampiamente giustificato dal fatto che si tratta di una dark comedy che tira in ballo (oserei dire quasi con garbo) omosessualità, manie quasi da psicopatico, malattie, misantropia, rapporto/dipendenza da animali da compagnia (in questo caso un cane).
Jack Nicholson (Oscar) riesce ad essere quasi perfetto anche in questo film tutt’altro che drammatico ed è ben coadiuvato da Helen Hunt (Oscar) e Greg Kinnear (Nomination).
Tutto sommato abbastanza divertente e a tratti arguto da farsi guardare piacevolmente.

      

228  The Patriot (Roland Emmerich, USA, 2000) tit. it. “Il patriota”  * con Mel Gibson, Heath Ledger, Joely Richardson * IMDb  7,2  RT 61%  *  3 Nomination (scenografia, musica e sonoro)
Kolossal incentrato su un alcuni avvenimenti della guerra d’indipendenza (o rivoluzione, 1775-1783) americana, che portò alla costituzione degli Stati Uniti. Belli gli scenari, soprattutto gli esterni, esagerati e quindi poco credibili gli scontri fra i patrioti e i regolari britannici, vari buoni attori nel cast (a cominciare dal sempre bravo Tom Wilkinson) ma Mel Gibson si distingue per essere uno dei meno convincenti. Roland Emmerich conferma di essere regista non del tutto malvagio, ma certamente mediocre.
Da guardare solo se piace il genere.

227  Seven Years in Tibet (Jean-Jacques Annaud, USA, 1997) tit. it. “Sette anni in Tibet”  * con Brad Pitt, David Thewlis, BD Wong * IMDb  7,1  RT 60% 
Non fra i migliori film di Jean-Jacques Annaud, si fa guardare soprattutto per gli scenari naturali solo in minima parte tibetani, gli altri - e anche l’ambiente sociale e la popolazione - sanno troppo di artificioso. Delle riprese (non autorizzate) in Tibet Annaud parlò solo un paio di anni dopo l’uscita del film, che fu girato per lo più in Argentina, Canada e Nepal.
Basata sul libro di memorie del protagonista, la sceneggiatura non è fedelissima e la rappresentazione dei tibetani buoni e dei cinesi cattivi non fu per niente gradita da Pechino che, nell’immediato, proibì l’ingresso di Annaud, Brad Pitt e David Thewlis vita natural durante, ma in effetti il bando durò solo una quindicina di anni.
Senza infamia e senza lode.

230  Spider-Man (Sam Raimi, USA, 2002) * con Tobey Maguire, Kirsten Dunst, Willem Dafoe * IMDb  7,3  RT 90%  *  2 Nomination (effetti speciali e sonoro)
Una storia trita e ritrita, fra supereroe di turno, identità misteriosa, un amore impossibile, il cattivo cattivissimo, eccetera eccetera. Apprezzabili solo alcuni effetti speciali.
Valutazione da prendere con le pinze, qualcuno potrà dirmi che sono un po’ prevenuto nei confronti dei fantasy in genere e di quelli derivanti da comics, ma certamente non mi è piaciuto e trovo che altri film del genere siano nettamente migliori.

Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire dal 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate su questo blog. 

giovedì 18 luglio 2019

45° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (221-225)

Complessivamente una buona cinquina, ma senza eccellenze. Ognuno dei cinque risulta meritevole per aspetti diversi, ma nessuno mi ha completamente convinto ... nonostante gli Oscar, i riconoscimenti ottenuti e la fama di alcuni di essi. 
Avendo tutti notevoli pro e contro, che spesso quasi si bilanciano, stavolta elenco i 5 film in ordine di visione (cronologica) ed essendo tutti ben noti mi limito a sottolineare brevemente aspetti positivi e negativi.

   

221  Amadeus (Milos Forman, USA, 1984) * con F. Murray Abraham, Tom Hulce, Elizabeth Berridge * IMDb  8,3  RT 95%  *  8 Oscar (miglior film, regia, F. Murray Abraham protagonista, sceneggiatura, scenografia, costumi, sonoro e trucco) e 3 Nomination (Tom Hulce protagonista, fotografia e montaggio) *  81° nella classifica IMDb dei migliori film di tutti i tempi
Quasi un biopic kolossal, ma troppo tendente alla commedia; senza dubbio ricchi i costumi, gli ambienti e gli arredi, ma ho trovato il trucco di Salieri anziano (interpretato da F. Murray Abraham sia da adulto che da vecchio) veramente pessimo; il cast lo definirei scadente, almeno per le prove offerte, in contrasto con la colonna sonora, ovviamente ottima; interessante il soggetto, molto meno la sceneggiatura e i dialoghi. Certamente la regia di Milos Forman non è di livello pari a quella di Qualcuno volò sul nido del cuculo che aveva diretto con grande successo 9 anni prima, nel 1975.
Già visto all'epoca dell'uscita, resta in sostanza abbastanza deludente rispetto alle aspettative, alle recensioni e ai rating.

222  Unforgiven (Clint Eastwood, USA, 1992) tit. it. “Gli spietati” * con Clint Eastwood, Morgan Freeman, Gene Hackman, Richard Harris  * IMDb  8,3  RT 97%  *  4 Oscar (miglior film, regia,  Gene Hackman non protagonista e montaggio) e 5 Nomination (Clint Eastwood protagonista, sceneggiatura, fotografia, scenografia e sonoro)  *  122° nella classifica IMDb dei migliori film di tutti i tempi
Pur essendo un estimatore di Clint Eastwood, questo Unforgiven è secondo me molto sopravvalutato, nonostante il cast di alto livello. La palla al piede è secondo me la sceneggiatura, mal trattata e con dialoghi scadenti. Il personaggio interpretato da Richard Harris (English Bob) resta avulso dal contesto e non mi sembra fosse strettamente necessario per introdurne un altro (quello del biografo/cronista), egualmente abbastanza insulso e inutile per le vicende narrate. Ridicola la presentazione del di Bill Munny (Clint Eastwood) che cade continuamente, sia nel letame dei maiali, sia tentando di salire a cavallo.
Western revisionista dove trovano posto un afroamericano indipendente, le prostitute quasi santificate, un cronista incapace, un fanfarone aspirante mito del west, un pistolero/vendicatore solitario estremamente miope, insomma troppe falle in una sceneggiatura raffazzonata. Secondo me è un passo falso del buon Clint, veramente non comprendo l'entusiasmo di tanti.

      

223  A Few Good Men (Rob Reiner, USA, 1992) tit. it. “Codice d'Onore” * con Tom Cruise, Jack Nicholson, Demi Moore * IMDb  7,7  RT 82%  *  4 Nomination (miglior film, Jack Nicholson non protagonista, montaggio e sonoro)
La regia è quasi televisiva con troppi primi piani dell’incapace Tom Cruise e della belloccia di turno Demi Moore, anche lei non una grande attrice; per fortuna ci hanno risparmiato una love story fra i due.
Si tratta di courtroom movie (in ambito militare) che segue uno schema troppo semplice e prevedibile, visto e rivisto in tutte le salse. Nel cast si distingue ovviamente Jack Nicholson, certamente oltre una spanna al di sopra dei protagonisti, e vari altri interpreti di personaggi secondari.

224  Dracula (Francis Ford Coppola, USA, 1992) * con Gary Oldman, Winona Ryder, Anthony Hopkins * IMDb  7,5  RT 72%  *  3 Oscar (costumi, effetti speciali e trucco) e Nomination per la scenografia
Se per gli effetti speciali probabilmente ha meritato l’Oscar, e forse anche per i costumi, il trucco mi è sembrati esagerato in questa versione di Dracula fra il romantico e l’erotico.
Pur vantando uno delle sceneggiature più attinenti al romanzo originale di Bram Stoker, il film resta di gran lunga inferiore ai più essenziali (e liberamente adattati) Nosferatu - Il Vampiro di Murnau (1922) e Nosferatu - Il principe della notte di Herzog (1979, praticamente un remake del film di Murnau), giustamente molto più famosi.

225  Legends of the Fall (Edward Zwick, USA, 1994) tit. it. “Vento di Passioni”  * con Brad Pitt, Anthony Hopkins, Aidan Quinn * IMDb  7,5  RT 57%  *  Oscar fotografia e 2 Nomination (scenografia e sonoro)
Una vera pappolata ... gli splendidi scenari del Montana e vari nomi di richiamo (come Brad Pitt e Anthony Hopkins) non bastano a fare un buon film.
Storia quasi melodrammatica, nella quale sono stati inseriti argomenti tipici dei western revisionisti come la il nativo (che funge anche da narratore) e la sua famiglia mezzosangue. Trama debole seppur non tutta scontata; ma ogni nuova situazione ha sempre una conclusione abbastanza prevedibile.

Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire dal 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate su questo blog. 

mercoledì 10 luglio 2019

44° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (216-220)

Anche questa seconda cinquina di grandi film del passato è di livello veramente ottimo; tre di essi si trovano fra i primi 100 film di tutti i tempi (classifica IMDb, 16° - 96° - 90°) e c’è anche Gandhi al 231° posto fra i migliori di sempre. Complessivamente hanno ottenuto “appena” 20 Oscar e 16 Nomination, ma c’è da dire che Taxi Driver all'epoca fu assolutamente sottovalutato con le sue sole 4 Nomination a nessun Oscar, quell'anno divisi fra Network, All the President's Men, Rocky e altri di minor rilievo.
Al contrario, per quanto mi concerne, trovo che il film di Scorsese non solo era migliore dei succitati sotto tanti punti di vista (regia, sceneggiatura, interpretazioni, fotografia, ...) ma lo metto al primo posto anche in questa cinquina, preferendolo al pur ottimo Qualcuno volò sul nido del cuculo e allo spettacolare kolossal Lawrence of Arabia che, sebbene assolutamente diversi  e non paragonabili in alcun modo, giudico alla pari fra loro. 
Con questi concorrenti, Gandhi e Easy Rider inevitabilmente risultano inferiori, in particolare il secondo essendo un film troppo legato al suo tempo e, oggettivamente, non un granché pur essendo un cult hippie/pacifista/road movie.

219  Taxi Driver (Martin Scorsese, USA, 1976) * con Robert De Niro, Jodie Foster, Cybill Shepherd, Harvey Keitel * IMDb  8,3  RT 98%  *  4 Nomination (miglior film,  Robert De Niro protagonista, Jodie Foster non protagonista e commento musicale) *  96° nella classifica IMDb dei migliori film di tutti i tempi
Uno dei miei film preferiti in assoluto, una delle migliori regie di Scorsese non ancora preoccupato di dover produrre e dirigere il “film dell'anno”, il regista realizza uno dei migliori film della sua carriera, con nomi non ancora altisonanti e grande cura della regia. Tutto ciò con un budget ridotto, così come aveva fatto con Mean Streets (mezzo milione di dollari). Giusto per fare un paragone con gli altri capolavori di questo gruppo, Taxi Driver costò 1,3 milioni contro i 4,4 di Qualcuno volò ... dell’anno precedente e i 15 milioni di Lawrence d’Arabia (... nel 1962).
Le scene del taxi che attraversa lentamente i vari quartieri di New York forniscono l'occasione per descrivere, seppur sommariamente, il popolo della notte della Grande Mela. Il commento musicale è perfettamente attinente, l'escalation della follia paranoica di Travis Bickle è narrata in modo succinto, ma preciso, esauriente e senza sbavature.
Gli angoli di ripresa originali, sia quelli con la cinepresa fissata a rotazione in qualsiasi punto del taxi, interno o esterno che sia, le lentissime carrellate, nonché le scene conclusive nelle scale del bordello e le indimenticabili riprese dall'alto della stanza con Robert De Niro sanguinante sul divano sono una vera e propria lezione di cinema.
Non saprei dire quante volte ho già visto Taxi Driver, ma certamente questa non è stata l'ultima! 

   
   
218  One Flew Over the Cuckoo's Nest (Milos Forman, USA, 1975) * con Jack Nicholson, Louise Fletcher, Michael Berryman * IMDb  8,7  RT 95%  *  5 Oscar (miglior film, regia, Jack Nicholson e Louise Fletcher protagonisti, sceneggiatura) e 4 Nomination (Brad Dourif non protagonista, fotografia, montaggio e commento musicale) *  16° nella classifica IMDb dei migliori film di tutti i tempi
Certamente i personaggi degli ospiti del sanatorio sono sensazionali (ognuno a modo suo) ed interpretati alla perfezione. Fra vari illustri sconosciuti si notano Danny DeVito in una delle sue prime apparizioni, Christopher Lloyd (al suo esordio assoluto, poi divenuto famoso interpretando Dr. Emmett Brown in Back to the Future e sequel), Will Sampson (il grande capo), Scatman Crothers (indimenticabile cuoco in Shining), ma si deve sottolineare la perfetta scelta degli attori visto che anche Louise Fletcher (Oscar) e Brad Dourif (Nomination) erano all'inizio della loro carriera.
Il maggior pregio di questo film quasi corale è una grande sceneggiatura che si dipana alla perfezione fra dramma e commedia, sostenuta da un cast di grande valore, pur contando sul solo Jack Nicholson come star.
Certamente da guardare più di una volta.

216  Lawrence of Arabia (David Lean, UK, 1962) * con Peter O'Toole, Alec Guinness, Anthony Quinn, Omar Sharif * IMDb  8,3  RT 97%  *  7 Oscar (miglior film, regia, fotografia, montaggio, scenografia,  sonoro e commento musicale) e 3 Nomination (Peter O'Toole protagonista, Omar Sharif non protagonista, sceneggiatura) *  90° nella classifica IMDb dei migliori film di tutti i tempi
Se Qualcuno volò sul nido del cuculo si distingue per sceneggiatura e interpretazioni, Lawrence of Arabia ha dalla sua scenografia e fotografia, senza sottovalutare le prove di Peter O'Toole nei panni di Lawrence e di Anthony Quinn e Omar Sharif (al suo esordio internazionale, ma già star in Egitto) quali suoi alleati/antagonisti.
I paesaggi dei deserti (nel film arabi ed egiziani, in realtà location giordane, marocchine e andaluse) sono esaltati da fotografia e riprese eccezionali che, aggiunte a varie spettacolari scene di massa con centinaia e centinaia di uomini, cavalli e cammelli, formano un film visualmente affascinante.
Anche questo, nonostante le 3 ore e mezza di durata, si lascia ri-guardare con molto piacere ... e consiglio di farlo appena se ne ha l'occasione.

    

220  Gandhi (Richard Attenborough, USA, 1982) * con Ben Kingsley, John Gielgud, Candice Bergen * IMDb  8,1  RT 86%  *  8 Oscar (miglior film, regia, Ben Kingsley protagonista, sceneggiatura,  fotografia, scenografia, montaggio e costumi) e 3 Nomination (sonoro, commento musicale e trucco) *  231° nella classifica IMDb dei migliori film di tutti i tempi
A mio modesto parere, sopravvalutato pur essendo un film di ottimo livello. Risulta spesso ripetitivo e troppo incentrato sul personaggio principale, mettendo in luce ben poco della reale (complicatissima) situazione in India verso la fine del periodo coloniale inglese. Si va avanti per singoli episodi distribuiti in luoghi e tempi diversi, con personaggi che, seppur fondamentali, appaiono solo in occasione dei loro incontri con Gandhi. Certamente molto bravo Ben Kingsley, non particolarmente convincente il resto del cast nel suo complesso. Buona la messa in scena (costumi, scenografia, scene di massa), ma appare molto edulcorata e legata ai soliti cliché.
Pur avendo molti  punti in comune con Lawrence of Arabia (fine di domini inglesi in Asia, grandi eventi storici che hanno cambiato la geopolitica del XX secolo, scontri fra masse di persone e pochi soldati, politici che tramano più o meno nell’ombra) trovo che Gandhi sia inferiore sotto ogni punto di vista. 
Interessante ma insufficiente storicamente, in particolare in merito alla tragica e contestata decisione di dividere India e Pakistan suggerisco di guardare Earth (1998), secondo film della trilogia di Deepa Mehta, dopo Fire (1996) e prima di Water (2005), tutti con temi scottanti e controversi.

217  Easy Rider (Dennis Hopper, USA, 1969) * con Peter Fonda, Dennis Hopper, Jack Nicholson * IMDb  7,4  RT 89%  *  2 Nomination Oscar (Jack Nicholson non protagonista e sceneggiatura)
Film rappresentativo di un’epoca, quando negli States divampava la rivoluzione giovanile, con le proteste contro la guerra in Vietnam e per i diritti civili, gli hippies erano generalmente malvisti per la loro vita sregolata, i capelli lunghi e l’uso di droghe. Gli stili di vita cambiavano rapidamente, così come la musica e il modo di vestirsi, era quindi normale che i normali attriti fra chi la pensava in modo diverso per questioni morali, politiche  o semplicemente razziste fossero all’ordine del giorno.
Easy Rider fornisce uno spaccato di quegli anni, con un mix di comunità hippy, viaggi on the road con classici chopper, confronti con personaggi dalla mentalità estremamente arretrata che portano all’incredibile tragico epilogo.
In quanto all’originale cast, Peter Fonda è assolutamente incapace di recitare, Jack Nicholson (nonostante già avesse interpretato già una ventina di film nei 10 anni precedenti) è ancora “grezzo”, Dennis Hopper (al suo esordio alla regia) si trova a suo agio nel ruolo di ribelle anticonformista, come è più o meno sempre stato e non a caso il suo primo ruolo sullo schermo fu quello di Goon in Rebel Without a Cause (Nicholas Ray, 1955, tit. it. Gioventù bruciata).
Interessante, ma certamente non un gran film.

Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire dal 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate su questo blog. 

sabato 9 febbraio 2019

Kubrick e le porte di SHINING ... anche i più pignoli sbagliano!?

Un paio di evidenti incongruenze (POSSIBILI SPOILER ... ma chi non ha mai visto Shining?).
Sembra proprio che questo grande regista, che passa per essere stato estremamente preciso e pretendere la "perfezione" da attori e tecnici, in The Shining abbia avuto “problemi” con le porte.

Nella famosa scena “copiata” da Körkarlen (Victor Sjöström, Svezia, 1921, foto sopra, rec. 16/374) in cui Jack (Jack Nicholson) assedia la moglie asserragliata nel bagno e tenta di entrare sfondando la porta a colpi di ascia, si vede chiaramente che rompe solo il pannello dal lato della serratura facendolo cadere quasi completamente (1). Nel controcampo dall’interno, pp della mano, si nota già un lungo pezzo di legno modanato posto in diagonale che un istante prima non c’era (2).
   
Nell’inquadratura successiva (3) si intravedono schegge di legno dell’altro pannello (non colpito) e il pezzo in diagonale è diverso; infine, nel cc 4 mancano entrambe i pannelli, il pezzo di legno è disposto sulla diagonale opposta (di lunghezza “geometricamente” impossibile) e si nota che la parte centrale della porta (integra nella 1) è ampiamente scheggiata.
   
Ciò accade spesso quando di una scena nella quale si distruggono cose, o semplicemente si spostano, si producono infiniti ciack. Nel montaggio, e in particolare nei controcampo, questo tipo di “errori” sono quasi inevitabili.
   
Oltre a ciò, avevo notato anche che nelle scene quasi contemporanee a quella appena descritta, nelle quali si vede la porta che dà sull'esterno, Wendy (Shelley Duvall) esce aprendo (con difficoltà in quanto bloccata dalla neve) una sola anta (11-12). Chi entra poco dopo, apre la stessa appena un po’ di più (13), ma quando vi si avvicina Jack pochi secondi più tardi (14) entrambe le ante sono semiaperte, quasi spalancate.
    
Infine, quando Wendy finalmente esce dal bagno, perché sale per le scale (un paio di piani) chiamando il figlio, sapendo che sta all’esterno? Non avrebbe dovuto precipitarsi fuori sia per cercarlo che per andare incontro alla probabile salvezza? Questo potrebbe non essere un errore, ma per me non ha senso. 
L’unica spiegazione è che nella versione finale del dvd manchi qualche scena che potrebbe giustificare l’insensata ascesa che porta solo alla scoperta della coppia in una camera (in costume da orso). 
Sarò grato a chi mi fornirà qualche illuminazione in merito!

Tutto ciò ovviamente non sminuisce assolutamente la pregevolezza del film ... sono semplici sfizi da “vecchio cinefilo”.

PS - consiglio anche la visione di Körkarlen , uscito in Italia con due diversi titoli: Il carretto fantasma e Il carrettiere della morte