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martedì 22 dicembre 2020

micro-recensioni 426-430: Portogallo, Argentina, Iran, Messico e Francia

Ritorno alle cinquine multietniche, 5 film ben differenti del secolo scorso, prodotti fra il 1942 e il 1998: uno mediorientale (iraniano), due latini (messicano e argentino) e due europei (francese e portoghese).

 

O patio das cantigas (Francisco Ribeiro, Por, 1942)

Uno dei più conosciuti film portoghesi dell’epoca, una commedia quasi musicale che si sviluppa completamente attorno ad una piazzetta sulla quale si affacciano numerose abitazioni. Fra chi ci vive ci sono personaggi molto singolari che hanno diversi tipi di rapporti, da giovani che “insidiano” le ragazze a uomini che fanno la corte a donne più mature, il che innesca qualche gelosia, ma ci sono anche rivalità fra commercianti e rivalità in merito alla musica che viene suonata dai balconi del patio. Ovviamente ci sono due fazioni ben distinte: pro e contro il fado; ma in contrasto c’è la musica brasiliana che all’epoca godeva di grande popolarità visto che proprio in quegli anni ci fu una forte emigrazione dal Portogallo verso il Brasile, con successivi ritorni spesso da ricchi. Nel 2015 fu prodotto un remake che ottenne pessima accoglienza, principalmente perché è impossibile replicare la vita e le situazioni di 70 anni prima e i personaggi sono adesso fuori della realtà.

El vampiro negro (Román Viñoly Barreto, Arg, 1953)

Un “quasi-remake” di M il mostro di Dusseldorf (1931, Fritz Lang), con interessanti varianti che si alternano a scene replicate quasi pedissequamente. I meriti risiedono per lo più nella fotografia che riesce a ricreare un’atmosfera da noir, con scene e inquadrature che richiamano opere di apprezzatissimi registi, da C. Th. Dreyer a Orson Welles. Pur senza essere un capolavoro è certamente più che buono … cercherò altri film di Viñoly Barreto in rete, ci potrebbe essere qualche altro titolo interessante.

  

The Jar - Khomreh (Ebrahim Forouzesh, Iran, 1992)

In stile Kiarostami, vale a dire piccola storia in una piccola comunità rurale, realismo puro. L’orcio del titolo è quello che si trova nel cortile della scuola, all’aperto, ai piedi di un albero. Viene riempito portando acqua dal vicino ruscello e serve per dissetare i piccoli alunni che non sempre il volenteroso maestro riesce a controllare. Un giorno l’orcio presenta una crepa e comincia a perdere acqua. Da questo punto in poi ci saranno litigi, prese di posizione, volenterose collaborazioni e piccoli incidenti che, in un modo o nell’altro, coinvolgeranno gran parte degli abitanti di quell’agglomerato di case sperduto in area desertica. Ben narrato, seppur velocemente mostra un interessante spaccato della povera realtà sociale e il carattere testardo e ostinato (che si ritrova spesso in questi film mediorientali e quindi qualcosa di vero ci deve essere) che spesso sfocia in lunghe confrontazioni verbali fra insulti, minacce e gara a chi grida di più.

Yo quiero ser artista (aka El cartero del barrio) (Tito Davison, Mex, 1958)

Classica commedia degli anni ’50 avente per protagonista Adalberto Martinez, un “imitatore” dei ben più famosi Cantinflas e Tin Tan e in quanto tale segue la sperimentata trama dell’onesto lavoratore (in questo caso un portalettere = cartero) intraprendente al punto di immischiarsi in qualunque assunto e mettendosi quindi spesso nei guai. Quindi rappresentazione di un vicinato pieno di personaggi particolari dai bambini agli anziani, dai più operosi agli sfaticati incalliti. Nel corso del film il cartero (che sogna una carriera nel mondo dello spettacolo) arriva agli Estudios Churubusco (la Hollywood messicana) dove ha modo di incontrare alcune stelle dell’epoca che interpretano sé stessi: Tin Tan, Pedro Armendáriz, Lilia Prado, Kitty de Hoyos. Ovvio lieto fine preceduto da una bella festa improvvisata per l’artista che arriva inaspettatamente nel caseggiato di periferia, fra il giubilo e l’ammirazione di tutti … o quasi. Pur non essendo all’altezza dei film degli altri famosi comici contemporanei, si lascia guardare piacevolmente e, più che i dialoghi, i soprannomi e le offese sono spesso geniali, pur non essendo politically correct (una vera piaga per le commedie).

Mes Petites Amoureuses (Jean Eustache, Fra, 1974)

Pur godendo di buona critica, l’ho trovato troppo datato e troppo “francese” … e Jean Eustache non è certo Éric Rohmer e neanche un vero adepto della Nouvelle Vague. Descrive bene un certo ambiente dei piccoli paesini del sud della Francia, fra giovani indolenti e ragazzi e ragazze ai primi amori. Interessante per i cinefili cultori del cinema d'oltralpe degli anni '60 e '70. Questo è uno dei soli due lungometraggi del regista, dedicatosi più che altro ai corti.

#cinema #cinegiovis

venerdì 11 ottobre 2019

60° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (296-300)

Oltre a non essere certo fra i migliori film di Scorsese, Gangs of New York è capitato in un girone di ferro e, giustamente, nonostante l’indubbia relativa qualità e le 10 Nomination (ma nessun Oscar) finisce all'ultimo posto in questa cinquina molto varia. Questa scelta è stata facile in quanto i due muti sono capolavori dell’espressionismo tedesco (che non mi stancherò mai di ri-guardare) e gli altri due sono molto particolari, completamente differenti per stile, produzione e generi, ma senz'altro degli ottimi cult.
Nessuno dei 5 è stato per me una novità, e le nuove visioni dei primi 4 mi hanno assolutamente soddisfatto per l'ennesima volta avendo potuto apprezzare ulteriori dettagli; in quanto all’ultimo l’ho trovato complessivamente ancor più deludente ed esagerato, pur riconoscendo delle che ci sono ottime soluzioni registiche e una pregevole interpretazione di Daniel Day-Lewis.
Comincio con i due muti.

   

297  Metropolis (Fritz Lang, Ger, 1927, restauro 2010) * con Brigitte Helm, Alfred Abel, Gustav Fröhlich * IMDb  8,3  RT  100%  * 108° nella classifica IMDb dei migliori film di tutti i tempi
Nei dati ho ritenuto necessario aggiungere "restauro 2010" in quanto le versioni proposte al pubblico fino ad allora erano di qualità abbastanza scadente e, soprattutto, molto più corte. Nel 2008 fu trovata una pellicola (quasi) integrale in Argentina; a partire da questa e con varie integrazioni derivanti dagli altri montaggi manipolati e accorciati, la più che benemerita Murnau Foundation di Wiesbaden ha messo insieme questa versione alla quale dovrebbero mancare ormai solo poche scene rispetto all'originale. 
Le immagini e la sceneggiatura sono estremamente attuali e sfido qualunque appassionato dei film sci-fi e/o distopici a non riconoscerei quante scene, riprese e scenografie di film di tali generi sono riprese o citazioni di Metropolis. Decine sono le rappresentazioni di una città futuristica a sviluppo verticale, con tanti grattacieli, strade sopraelevate, megafabbriche, videocontrollo e via discorrendo.
Ciò che fa la differenza e deve essere presa per quella che è, è la recitazione, classica del muto ed in particolare dell'espressionismo tedesco. 
Meraviglia pensare che questa produzione è di quasi un secolo fa, realizzata nei primi decenni della storia del cinema e senza sonoro!
Assolutamente imperdibile, anche per quelli che non sopportano né i muti, né il bianco e nero. 

296  Nosferatu (F. W. Murnau, Ger, 1922) * con Max Schreck, Greta Schröder, Ruth Landshoff * IMDb  8,0  RT  100%  nella classifica IMDb dei migliori film di tutti i tempi
A differenza di Metropolis (un vero e proprio kolossal per l'epoca) questo è molto più contenuto, senza grandi scenografie, senza scene di massa, prodotto con un budget molto più ridotto. Eppure ha fatto scuola, rimanendo uno dei più famosi film del genere vampiresco, forse il capostipite, insieme con la pellicola dello stesso regista Phantom (1922, F. W. Murnau) e con il successivo Vampyr (1932, Carl Th. Dreyer). Inoltre, si tratta del film del quale nel 1979 Werner Herzog mise in scena un remake molto fedele, quasi un omaggio all'originale, con Klaus Kinski, Bruno Ganz e Isabelle Adjani come protagonisti. I giochi d'ombra, ombre che diventano protagoniste, atmosfere tetre e angoscianti, tengono con il fiato sospeso anche lo spettatore dei giorni nostri, immaginatevi quelli di un secolo fa. 
Altro film da guardare con attenzione, anche se tutti sanno come va a finire. 


   

300  Paris, Texas (Wim Wenders, Ger/Fra, 1984) * con Harry Dean Stanton, Natasha Kinski, Dean Stockwell * IMDb  8,1  RT  100%  * 244°
Uno dei migliori film di Wim Wenders fra quelli successivi al suo periodo prettamente tedesco, quello dell'innovatico stile Film und Drang dei vari Herzog, Schlondorff, von Trotta, Fassbinder, ecc.
Conta non solo sull'ottima sceneggiatura di Sam Shepard (lo stesso che una quindicina di anni prima aveva firmato quella di Zabriskie Point, 1970, Michelangelo Antonioni), ma anche e soprattutto sull'incredibile interpretazione di un attore che, forse per le sue caratteristiche, non ha mai avuto i giusti riconoscimenti a Hollywood, vale a dire Harry Dean Stanton.
In particolare la prima parte del film, che si svolge nel Mojave Desert (in California, confine con Nevada e Arizona) è affascinante per i paesaggi spettacolari e l'atmosfera surreale, egregiamente commentata dalla peculiare musica di Ry Cooder
Un film certamente drammatico, ma carico di umanità, con il rapporto fra i fratelli, il bambino con "due padri", e tutti gli altri protagonisti "di contorno" ma fondamentali nel contesto della storia.
Film da non perdere.

298  Así en el cielo como en la tierra  (José Luis Cuerda, Spa, 1995) * con Fernando Fernán Gómez, Luis Ciges, Francisco Rabal, Jesús Bonilla * IMDb  6,8  RT  89%p 
Commedia arguta a sfondo religioso, apprezzabile anche ad una lettura minimalista e superficiale, ancor più geniale se si conoscono un po' le Sacre Scritture (in particolare l'Apocalisse), i personaggi del Vangelo, agiografia e struttura della Chiesa. 
Cuerda, già autore di Amanece, que no es poco (1989, altro cult surreale) non risparmia nessuno, ma non si mostra mai né acido né irriverente, riuscendo a prendere in giro un po' tutti, sollevando problemi irrisolvibili, riproponendo domande alle quali nessuno può rispondere con chiarezza, creando nuove situazioni ancor più complicate, tendenti al paradosso, in quanto puramente surreali.
Non ne cito nessuna per evitare spoiler, ma aggiungo che, chi ha dimestichezza con la lingua di Cervantes, si delizierà anche nell'ascoltare una caterva di espressioni popolari e modi di dire. In quanto agli assurdi quesiti proposti, c'è da dire che potrebbero essere ottimi spunti per disquisizioni e speculazioni filosofiche, basate sulla logica, pur essendo assolutamente non plausibili ... in effetti lo schema di qualunque religione ...
Notevole anche il cast, che comprende i migliori attori e caratteristi spagnoli dell'epoca.
Anche questo imperdibile, purtroppo penso che non si trovi in italiano ... peccato per tanti!


299  Gangs of New York (Martin Scorsese, USA, 2002) * con Leonardo DiCaprio, Cameron Diaz, Daniel Day-Lewis * IMDb  7,5  RT  75%   *  10 Nomination (miglior film, regia, Daniel Day-Lewis protagonista, sceneggiatura, fotografia, scenografia, montaggio, costumi, sonoro, canzone originale)
Come già sottolineato in apertura nonostante il cast, la sapiente regia di Scorsese, alcune ottime interpretazioni, scenografia di grande impatto, costumi certamente originali, questo film non riesce a convincere, soprattutto per una sceneggiatura troppo esagerata, poco credibile e l'eccessiva violenza che lo portano ad essere quasi uno splatter
Il personaggio di Cameron Diaz mi è sembrato assolutamente forzato e fuori luogo, molti altri sono poco credibili, il soggetto (sotto alcuni aspetti corrispondente a eventi reali) è stato troppo esagerato a fini chiaramente scenografici e di impatto sul pubblico.
Visto ai tempi dell'uscita nelle sale, ho concesso al film una nuova chance ma al termine resto dell'idea che i buoni registi dovrebbero sempre lavorare con budget limitati e concentrarsi sull'aspetto strettamente cinematografico, che non ha bisogno né di grandi nomi né di cifre esagerate (100 milioni di dollari nel 2002 erano veramente tanti!).

Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire dal 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate su questo blog. 

martedì 7 maggio 2019

37° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (181-185)

Dopo la cinquantina di film visti in neanche 20 giorni alla Cineteca Nacional Mexico e durante i lunghi viaggi, torno a ritmi più normali con 3 muti (due dei quali di Fritz Lang), un lavoro georgiano quasi d’avanguardia e uno stranissimo film di Carlos Saura, che vede come personaggio principale un giovane Luis Buñuel, con i suoi amici dell’epoca Salvador Dalì e Federico Garcia Lorca.

   

181  Una donna sulla luna (Fritz Lang, Ger, 1924) tit. it. “Frau im Mond” * con Klaus Pohl, Willy Fritsch, Gustav von Wangenheim * IMDb 7,4  RT 71%
Ottimo film di Lang, a me precedentemente del tutto sconosciuto, ben diverso dai suoi soliti drammi. Si sviluppa brillantemente fra i generi sci-fi, crime, romantico, avventura, drammatico e perfino un po’ di commedia. Trama avvincente, piena di sorprese, narrata con perfetta scelta di tempi e con una grammatica filmica tanto chiara da rendere quasi inutili i cartelli, a prescindere dalle buone prove degli interpreti. Le visioni futuristiche alla Verne risultano particolarmente interessanti così come le soluzioni scenografiche per il viaggio spaziale, con fondali e disegni che riprendono in parte quelli di Méliès.
Buona parte del film tratta degli avvenimenti che precedono la spedizione, che parte in fretta e furia con un equipaggio eterogeneo, assortito all’ultimo istante. Considerato che il titolo anticipa che il viaggio di andata avrà successo, resta il dubbio (fino all’ultimo minuto) in merito a chi tornerà sulla terra .... forse. I singolari personaggi sono tutti ben descritti, così come la rapida sequenza di incidenti concernenti il manoscritto degli studi, progetti e disegni del prof. Manfeldt.
La sceneggiatura è tratta da un romanzo di Thea von Harbou, moglie di Lang dal 1922, e curata dalla stessa, che fu coautrice di quasi tutti i muti diretti dal consorte e anche del successivo eccezionale M - Il mostro di Düsseldorf (1931), in precedenza era stata anche seceneggiatrice di Phantom (1922, Murnau).
Le 2h40’ passano velocemente e piacevolmente. In rete si trovano versioni di buona qualità 

185  La chute de la maison Usher (Jean Epstein, Fra, 1928) tit. it. “La caduta della casa Usher” * con Jean Debucourt, Marguerite Gance, Charles Lamy* IMDb 7,4  RT 100%
Un classico fra i muti francesi, chiaramente tratto dal famoso omonimo racconto di Edgar Allan Poe, con la seconda parte molto “sperimentale”. Non troppo fedele alla storia originale, il regista Jean Epstein (nato in Polonia, all’epoca Impero russo) propone pochissima azione scegliendo di concentrarsi sulla descrizione dei tetri ambienti della magione e nella creazione di un’aria di mistero e di angoscia. I cartelli sono pochissimi e accade molto poco, ma le sequenze di dettagli, ombre sinistre, ralenti situati ad arte, particolari quasi macro, sono certamente notevoli e creano l’atmosfera desiderata senza aver bisogno di effetti speciali e musica da thriller-horror.
Chi legge i credits non può fare a meno di notare che l’adattamento del racconto è di Luis Buñuel e che l’attrice protagonista è Marguerite Gance, che l’anno prima aveva interpretato Charlotte Corday in Napoléon (1927), diretto da suo marito Abel Gance , il quale compare nelle prime scene di questo La caduta della casa Usher nei panni di uno degli avventori del bar.
Interessante esercizio di stile, soprattutto per i cinefili e/o per gli appassionati di horror che sono incuriositi anche dai film degli albori di tale genere.
 
      

182  Quattro intorno a una donna (Fritz Lang, Ger, 1921) tit. it. “Vier um die Frau” * con Hermann Böttcher, Carola Toelle, Lilli Lohrer * IMDb 6,4
Girato pochi mesi prima di Destino (1921), è l’ultimo film “minore” del periodo tedesco di Lang.   
Sceneggiato come tanti altri dal regista insieme con la moglie Thea von Harbou, soffre un po’ della sua origine teatrale e la precisa direzione e l’ottima fotografia non sempre sono sufficienti a superare questa “staticità”. Vier um die Frau fu stato considerato perso per molti anni, fin quando, nel 1986, nei depositi della a Cinemateca de Sâo Paulo (Brasile) ne fu ritrovata una copia locale con titolo Corações Em Luta (lett. Cuori in lotta).

183  Mizerere (Zaza Khalvashi, Georgia, 1996) tit. int. “Miserere” * con Zura Sturua, Manana Davitashvili, Nino Kasradze
Secondo film del regista del sorprendente Namme (2017) del quale ho scritto qualche giorno fa. Venti anni prima Zaza Khalvashi aveva già buone idee ma fra budget limitato e idee ancora “confuse” Mizerere è ben distante dalla sua opera più recente. Sembra che fosse ancora indeciso su che strada prendere, a tratti sembra sperimentale in stile Godard, in altri casi già lascia intuire la sua ammirazione per Tarkovski. Trama e dialoghi volutamente vaghi trattano di politica e rivoluzione non collocabili in nessun luogo e periodo particolare. Il regista affermò che voleva descrivere i "demoni che vivono dentro e tra noi" invitando tutti a “vergognarsi delle atrocità contro sé stessi e contro altri”.
Interessante, ma ben distante dalla qualità del suo più recente lavoro.

184  Buñuel y la mesa del rey Salomón (Carlos Saura, Spa, 2001) tit. it. “Buñuel e la tavola di re Salomone” * con El Gran Wyoming, Pere Arquillué, Ernesto Alterio * IMDb 5,7  RT 36%p
Un film di Saura con Buñuel come personaggio principale, affiancato dai suoi amici di gioventù Salvador Dalì e Federico Garcia Lorca, non me lo potevo lasciar scappare, pur sapendo che  che gode di scarsa reputazione. In effetti non sono ancora riuscito a capire perché Saura (notoriamente amico e grande estimatore del regista aragonese) abbia avuto l’idea di co-sceneggiare e dirigere questo film, fra il surreale, il fantasy e il dramma. Il soggetto potrebbe anche essere considerato meritevole ma, per come è stato sviluppato in sceneggiatura, è diventato una serie di citazioni verbali e visive (molte addirittura troppo evidenti) di tanti film di Buñuel e alcuni di Saura (ma anche di altri come Metropolis, di Lang) e dei rapporti fra i 3 che furono amici solo fino alla Guerra Civile spagnola degli anni ’30 (Buñuel dovette fuggire oltreoceano, Dalì rimase a sostenere il franchismo, Lorca fu fucilato per essere omosessuale e socialista). Alcune ambientazioni e scene rimandano invece direttamente a film di avventura, tipo Indiana Jones.
Come se non bastasse, il cast è mal assortito e di livello non proprio eccellente, comprende addirittura 2 “grandi attori” italiani: Armando de Raza e Valeria Marini!
Può divertirsi (molto relativamente, cogliendo la tante citazioni) solo chi conosca l’intera filmografia di Buñuel e sa un poco dei lavori degli altri due, nonché dei classici del cinema in generale; a chi è poco ferrato in tali campi la maggior parte del film sembrerà puro nonsense.

Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire dal 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate su questo blog. 

sabato 4 maggio 2019

36° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (176-180)

Cinquina dedicata in gran parte a Fritz Lang con tre suoi film muti degli anni '20 e due film recuperati in volo: Vice (Oscar 2019 per il trucco) e Dying to Survive (aka Drug Dealer), un recentissimo cinese non male.

   

179 I Nibelunghi 1: Sigfrido (Fritz Lang, Ger, 1924) tit. or. “Die Nibelungen: Siegfried” * con Paul Richter, Margarete Schön, Theodor Loos * IMDb 8,1
180  I Nibelunghi 2: La vendetta di Crimilde (Fritz Lang, Ger, 1924) tit. or. “Die Nibelungen: Kriemhilds Rache” * con Margarete Schön, Gertrud Arnold, Theodor Loos * IMDb 7,9 
La sceneggiatura di questo kolossal epico diviso in due parti, si basa soprattutto sulla versione teutonica della saga dei Nibelunghi, tramandata fin dal XIII secolo in molti paesi del nord Europa in tante varianti. Ciò che continua a non essermi chiaro nella storia è il senso dell'onore, della giustizia e della vendetta. In tanti casi questi vengono proposti (in modo determinante) secondo una logica apparentemente contrari alla morale comune e a quello che sarebbe più umano aspettarsi.
Come chiaramente indicato dai titoli dei due film, questi si occupano di eventi ben distinti, anche se il secondo è conseguenza di ciò che accade nel primo. In Sigfrido hanno più spazio i singoli e i rapporti fra loro sono oggetto di maggiore attenzione, mentre nella Vendetta di Crimilde la storia è un po’ ripetitiva  e alle scene quasi di massa degli scontri cruenti fra gli Unni di Attila e i Nibelunghi è dedicata quasi tutta la seconda parte.
Veramente affascinanti nella loro semplicità le scenografie, sia quelle degli interni, sia quella della foresta nella quale si svolge la caccia; il drago, tuttavia, è molto alla buona. 
A chi conoscesse poco l'essenza della storia, ricordo che nel complesso si tratta di un dramma continuo, fra assassinii, tradimenti e vendette, spesso fra consanguinei. Stranamente, la seconda parte de I Nibelunghi è uno dei pochissimi film muti di Fritz Lang per i quali il regista non si occupò anche della sceneggiatura.
Direzione perfetta, interpretazioni più che buone per lo stile dell'epoca. 

      

178 Destino  (Fritz Lang, Ger, 1921) tit. or. “Der müde Tod” * con Lil Dagover, Walter Janssen, Bernhard Goetzke * IMDb 7,7  RT 89%
Film quasi ad episodi, con un tema comune: amore (quasi impossibile) e morte. A  parte l'introduzione e il finale, che si svolgono in un paese qualunque come recita il cartello, le tre storie sono ambientate in luoghi molto diversi fra loro: in un paese musulmano, a Venezia durante il carnevale e in Cina. Ciò consente a Lang di essere molto vario nell'organizzazione di ambienti, costumi e personaggi. Il taglio è decisamente drammatico, ma anche la pare romantica ha la sua importanza. Viene giudicato il primo buon film del grande regista tedesco, quello che lo fece conoscere internazionalmente. Ho in mente di cercare ora Vier um die Frau  (Quattro intorno a una donna), dello stesso anno. Negli anni successivi Lang avrebbe poi diretto i suoi grandi film muti: Dr. Mabuse (1922), i due Nibelunghi (1924), Metropolis  (1927), Spione (1928) e Una donna sulla luna (1929). Pur avendo diretto anche molti ottimi film oltreoceano, a mio parere questi muti degli anni ’20 sono tutti fra i suoi migliori film.

176  Dying to Survive aka Drug Dealer (Muye Wen, Cina, 2018) tit. or. “Wo bu shi yao shen” * con Zheng Xu, Yiwei Zhou, Chuan-jun Wang * IMDb 8,1 
A metà strada fra dramma e commedia, affronta da un punto di vista "umano" il problema delle multinazionali che, grazie ad un quasi monopolio garantito e protetto da potenti lobby, mantengono dei prezzi inaccessibili per farmaci salvavita.
In questo caso il medicinale serve a combattere la leucemia, e l'azienda produttrice svizzera lo commercializza in Cina a un prezzo tale da mandare in rovina una famiglia e allo stesso tempo ostacola l'importazione legale di un identico farmaco dall'India che costa il 95% in meno ... 2.000 contro 40.000! Un po’ per caso si forma una banda di contrabbandieri che include un commercianti di afrodisiaci, un malato di LMA, un sacerdote, una spogliarellista e un "giovinastro". Fra scene tragiche, quasi strappalacrime, e qualche fase poliziesca c'è anche spazio per l’entrata in gioco di un vero truffatore, problemi familiari e vari viaggi in India.
Penso che questa miscela era il preciso obiettivo di Muye Wen (anche co-sceneggiatore) e in questo senso lo trovo ben bilanciato. Non insiste nei drammi dei malati, né biasima i contrabbandieri, né esagera con la commedia; forse è un po' troppo ottimista-buonista, ma certamente le case farmaceutiche sono messe alla gogna (a torto o a ragione che sia).
Senz'altro un buon primo lungometraggio per il giovane regista cinese. 

177  Vice (Adam McKay, USA, 2018) tit. it. “Il vizio del potere” * con Christian Bale, Amy Adams, Steve Carell, Sam Rockwell  * IMDb 7,2  RT 66% * Oscar per il trucco e 7 Nomination (miglior film, Christian Bale protagonista, Amy Adams e Sam Rockwell non protagonista, regia, sceneggiatura e montaggio)
Era in lista la molto tempo, ma non ero proprio ansioso di guardarlo. Me lo sono sorbito in aereo, ben sapendo che non c'era molto da apprezzare in quanto alla scenografia, quindi lo schermo piccolo non sarebbe stato letale. L'ho trovato un interessante e ben realizzato riassunto (molto stringato per la verità) della carriera politica di Dick Cheney. Tuttavia non mi è piaciuto il montaggio con troppi inutili andirivieni temporali. Bravi gli interpreti a cominciare a Christian Bale (ma non è una novità) anche se qualche personaggio mi è sembrato un po' sopra le righe. Un lavoro forse lodevole ma sterile in quanto troppo ridotto, che quindi resta vago; non si possono trattare i retroscena politici di una decina di elezioni presidenziali e varie guerre in poco più di due ore, includendo anche i problemi familiari e di salute di Cheney.
Certamente senza infamia, ma senza particolari lodi, non riuscendo ad essere un vero film, e neanche un documentario.

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