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lunedì 18 aprile 2022

Microrecensioni 106-110: altri buoni recuperi della Epoca de Oro Mexicana

Nomi ricorrenti in questa cinquina sono i Soler e gli Alcoriza. La nota dinastia Soler discende da una coppia di attori spagnoli (lei valenciana, lui gallego) emigrata in Messico a fine ‘800 e poi negli USA. Non contando i due figli morti in tenera età, gli altri otto (4 sorelle e 4 fratelli) gravitarono in ambiente cinematografico. I quattro maggiori (Fernando, Andrés, Irene e Domingo) formavano il Cuarteto Infantil Soler, che cantava e recitava brevi drammi e sketch comici; negli USA apparirono in vari film muti, ma in Messico ebbero vero successo come protagonisti film diretti dai migliori registi dell'epoca quali Buñuel, Indio Fernández, Gavaldón, Bustillo Oro, Boytler, e vari di loro furono anche apprezzati registi (in questo gruppo ci sono Julián e Fernando).

Lo spagnolo naturalizzato messicano Luis Alcoriza iniziò come attore (solo 16 film, negli anni ’40), ma poi si distinse soprattutto come sceneggiatore (88) e come regista (23). Sui set messicani incontrò l’attrice e sceneggiatrice austriaca Janet Riesenfeld la quale, dopo il matrimonio, prese il cognome del marito e insieme firmarono decine di sceneggiature. Luis fu l’autore preferito di Luis Buñuel, per il quale scrisse circa la metà dei film del periodo messicano, fra i quali alcuni fra i più apprezzati come Los olvidados (1950), El bruto (1953), El (1953).

 
La visita que no tocó el timbre (Julián Soler, 1954, Mex)

Primo (forse) di una lunga serie di film con variazione sul tema: poppante lasciato da mani ignote davanti alla porta di una casa abitata solo da uno o più uomini. Di questo, tratto da una farsa del 1949 di Joaquín Calvo Sotelo, fu prodotto un remake spagnolo nel 1965; seppur non esplicitamente citato, fu poi spunto per il francese Tre scapoli e una culla (1985) e la sua successiva versione americana Tre scapoli e un bebè (1987) e sequel. Inoltre, anche se si tratta del vero padre single, molto simile sono il messicano No se aceptan devoluciones (2013, campione di incassi) ed il suo remake francese Famiglia all'improvviso (2016). Evidentemente un tema che piace, visto che offre innumerevoli spunti per commedie familiari, fra il grottesco e il ridicolo, spesso con risvolti strappalacrime. In questo caso i destinatari del bebè sono due fratelli timidi e pasticcioni, ovviamente scapoli, impiegati di banca. Per quanto i protagonisti siano proposti in modo esagerato, tutto il resto, dai comprimari alla trama con twist non sempre scontati, funziona più che bene. Gli sceneggiatori sono Janet e Alcoriza.

Los jovenes (Luis Alcoriza, 1961, Mex)

Fu l’esordio alla regia di Luis Alcoriza che si lanciò subito in temi più o meno scottanti. Questo ha vari punti in comune con Los olvidados (1950) del quale scrisse la sceneggiatura per Luis Buñuel; i protagonisti sono infatti un gruppo di giovani ma, al contrario di quelli poverissimi della periferia, in questo caso si tratta soprattutto di studenti universitari e appartenenti a famiglie della media e alta borghesia. Le aspirazioni di giovani e dei loro genitori non sempre coincidono, in quanto i primi vorrebbero vivere “all’americana” (grandi macchine, rock, alcool, vita quasi sregolata), mentre i secondi cercano di tenerli sotto controllo. Ovviamente ci sono differenze anche nell’eterogeneo gruppo di giovani fra i quali anche dei balordi che comunque non risultano indifferenti alle ragazze “per bene”. Fece molto discutere all’epoca per questi temi reali e di rottura, con tanti contrasti sociali e familiari, con uno stile a tratti da Nouvelle Vague; sparatorie, tradimenti e ogni tipo di violenza dei noir e dei film della rivoluzione erano la norma, ma mettere a nudo i problemi reali dei giovani borghesi della capitale, in un periodo di grandi cambiamenti mondiali, fu una novità. Qualcosa di simile lo si ritrova nel cult Los caifanes (1967, Juan Ibáñez) nel quale si seguono le vicende di una ricca giovane coppia di fidanzati che, lasciata una festa, passeranno un’inaspettata notte con un piccolo banda di balordi che li farà riflettere sulle enormi differenze sociali e culturali messicane. Nomination Orso d'Oro a Berlino.

  
El barbero prodigioso (Fernando Soler, 1942, Mex)

Piacevole commedia poco conosciuta, ma con trama buona e tutt’altro che scontata, ma piena di buoni sentimenti. Fernando Soler è regista e protagonista (il barbiere), suo fratello Domingo ricopre il ruolo dell’alcalde. Un tranquillo barbiere di un piccolo paese, vessato da moglie e suocera e preso in giro (oggi si direbbe bullizzato) da tutti diventa un caso dopo che un cieco riacquista improvvisamente la vista mentre gli sta lavando i capelli. I rapporti fra il barbiere e i tanti che gli stanno attorno cambieranno quindi radicalmente tranne che con il suo vero amico Tomás. Appariranno grandi oculisti, un’avventuriera americana e tanti che vorrebbero essere miracolati e la vita del barbiere avrà sviluppi assolutamente inattesi.

El medallón del crimen (Juan Bustillo Oro, 1955, Mex)

Discreto noir, che conta su ottimi tempi in merito a quasi incroci, oggetti bene in vista ma non visti, incontri casuali con la polizia che non si accorge di cosa succede, scambi di gioielli che saranno la chiave delle indagini. Sul versante negativo c’è invece la pochezza di Manolo Fábregas nei panni del protagonista; se la sua insipienza poteva andar bene nel summenzionato La visita que no tocó el timbre nel quale interpretava uno dei fratelli, qui non regge. Neanche la voce fuori campo (quasi i suoi pensieri) che gli suggerisce cosa fare per occultare potenziali prove mi è sembrata superflua e fuori luogo … peccato.

Historia de un abrigo de mink (Emilio Gómez Muriel, 1955, Mex)

Mediocre commedia quasi ad episodi (4) che segue la storia di un cappotto di visone che passa, per vari motivi, di mano in mano, ma torna sempre dallo stesso pellicciaio.

mercoledì 1 settembre 2021

Micro-recensioni 226-230: Messico e Venezuela (ma solo come ambientazione)

Cinquina messicana per lo più dell'epoca d'oro completata con un cult del ‘67 molto sui generis che vanta un ottimo rating su IMDb 7,8. Due sono ambientati in Venezuela e adattati da romanzi di Rómulo Gallegos, le due Doña dei titoli sono interpretate da Maria Felix. Ho completato con un discreto e originale noir musicale che mi mancava.

Los Caifanes (Juan Ibáñez, 1967, Mex)

Una coppia di giovani borghesi rimasti appiedati dopo una festa e colti da un temporale si uniscono a quattro balordi a dir poco irrequieti, ma certo non delinquenti. Fra la ritrosia del ragazzo e l’eccitazione della ragazza, ne combineranno di cotte e di crude vivendo una notte brava e itinerante in vari ambienti di Ciudad de Mexico, introducendosi perfino in una casa funeraria. Perfettamente calzante la colonna sonora con pezzi popolari all’epoca, ma molto vari. Sceneggiatura e dialoghi ben combinati tengono sempre gli spettatori un po’ in ansia per non poter prevedere come si svilupperanno le varie situazioni, spesso oltre il limite della legalità e del buon gusto. In tutto ciò non manca la critica sociale mettendo a confronto idee, aspirazioni e comportamenti dei tanti singolari personaggi della notte della capitale messicana, oltre che dei 6 protagonisti, dai caratteri molto diversi.   

 

Doña Bárbara
(Fernando de Fuentes, 1943, Mex)

Primo dei due film basati su romanzi del famoso scrittore venezuelano Rómulo Gallegos (fu anche Presidente del Venezuela) e sono pietre miliari di quel genere di film diciamo esotici (per i messicani) che si sviluppano fra i latifondi di quel paese sudamericano, un territorio immenso fra selva e savana, all’epoca senza legge e popolato da avventurieri di ogni tipo e provenienza. Doña Bárbara (romanzo del 1929) è interpretata da Maria Felix, perfetta nel ruolo di donna indipendente e combattiva, che dominava gli uomini anche in quell’ambiente inospitale. Altrettanto calzanti il sempre bravo Andrés Soler (circa 200 film con i migliori registi messicani) nei panni dell’alcolizzato andato in rovina, suo fratello Julián (il più giovane dei 4 attori) nelle vesti del giovane che vuole riprendere possesso di quanto suo e Charles Rooner (viennese) che ovviamente interpreta l’avido avventuriero europeo senza scrupoli. Certamente si avvantaggia di un interessante soggetto ben strutturato, ma egualmente si apprezza l’adattamento dello stesso regista Fernando de Fuentes.

Canaima (Juan Bustillo Oro, 1945, Mex)

Ambientazione molto simile a quella di Doña Bárbara ed anche in questo caso l’adattamento del romanzo del 1935 elaborato dal regista Juan Bustillo Oro. Pure il cast è di gran livello contando su Jorge Negrete (famosissimo cantante e attore, qui protagonista), Rosario Granados (giovane diva argentina), Carlos López Moctezuma (villano per antonomasia, almeno in 200 dei suoi 219 film) e di nuovo Andrés Soler. Ancor più che nell’altro, qui si nota molto la parlata venezuelana che, all’orecchio, suona molto simile alla cadenza genovese. A chi interessa l’argomento, suggerisco di entrambe i film e, casomai, leggere i romanzi.

 

Doña Diabla
(Tito Davison, 1949, Mex)

Oltre all’assonanza del titolo, questo film ha in comune con Doña Bárbara l’ossatura della trama, la storia di un’avvenente e indipendente donna matura (in entrambe i casi interpretata da Maria Felix) che cerca rivincita nei confronti degli uomini e si trova ad avere come rivale in amore sua figlia. Ma qui siamo in ambiente borghese messicano e non nella parte più selvaggia del Venezuela e i finali sono ben diversi. La storia viene narrata in flashback, dopo che la protagonista commette un omicidio e si rifugia in una chiesa dove racconta il suo passato al sacerdote che la confessa.

Han matado a Tongolele (Roberto Gavaldón, 1948, Mex) la protagonista Maria Felix e

Noir - musicale del quale avevo letto citazioni e visto molte foto. Tongolele fu una delle più famose ballerine dell'epoca, di sangue molto misto, nata negli Stati Uniti e poi trasferitasi in Messico, ma di discendenza tahitiana ed europea (inglese, svedese, francese), dall'aspetto inconfondibile per la sua ciocca di capelli bianchi (caso di piebaldismo, come quello di Aldo Moro). 


In questo film (il suo terzo, il primo da protagonista) aveva appena 16 anni ma era già una star del palcoscenico, fatto evidente visto che il suo nome fu inserito addirittura nel titolo. Tutto si svolge nel corso di uno spettacolo teatrale nel quale ovviamente lei è la prima ballerina e si esibisce in parecchie affollate coreografie, alternandosi a illusionisti, ballerini di flamenco e comici. Dopo un anno di grandi successi, doveva essere lo spettacolo di addio in quanto aveva deciso di abbandonare l’attività per sposarsi, ma non tutti erano contenti della sua scelta. In quel paio d'ore fra vecchi pretendenti che irrompono nel suo camerino, colleghe gelose e illusionisti cinesi succede più o meno di tutto compreso un efferato omicidio con conseguente intervento della polizia, caso risolto dal futuro sposo fra pistolettate e inseguimenti dietro le quinte mentre un leopardo si aggira nel teatro. Con la solita buona regia di Gavaldón, scorre piacevolmente e con un po’ di suspense; forse troppe scene sul palcoscenico, ma il grande pubblico pagava per ammirare Tongolele.