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giovedì 28 maggio 2015

Famosi ammiragli ottomani del XVI secolo

Come scrivevo in un precedente post non erano Saraceni e tantomeno pirati, ma combattevano sotto la bandiera dell'Impero Ottomano ed erano agli ordini del Gran Sultano di CostantinopoliDei quattro ammiragli dei quali fornisco concise notizie, solo uno era turco e fra gli altri tre c'è anche un italiano, il meno conosciuto ma assolutamente non meno importante degli altri. 
Molte volte si leggono dure critiche in merito ala comune pratica di fare prigionieri. Tuttavia non capisco quale fosse la differenza con lo schiavismo "tolleratofino ad un paio di secoli fa da tanti stati europei e certamente i metodi dei "negrieri" erano ben peggiori di quelli degli ottomani. Questi infatti, avendo bisogno di soldati di ogni rango, arruolavano molti dei prigionieri e consentivano loro di fare una carriera più che brillante come nei casi che qui riporto. 

Khayr al-Din (alias Kaireddin, Hızır bin Yakup, Ariadeno Barbarossa, Haradin e Cair Heddin) * Mitilene (Grecia), 1466 circa – Istanbul1546
Forse il più famoso degli Ammiragli in capo, terza carica nella gerarchia dell’Impero Ottomano, dopo il Sultano e il Gran Vizir. Dopo aver battuto il Mediterraneo in lungo e in largo con il fratello, nel 1533 viene chiamato a Costantinopoli dal sultano Solimano I che lo nomina Kaptan-ı Derya (Ammiraglio della flotta) dell’armata ottomana e Baylar Bey (Governatore) del Nord Africa, concedendogli anche il governo di Rodi, Eubea, Chio e Mar Egeo. Negli anni successivi, sotto l’egida della bandiera ottomana, Barbarossa attaccò praticamente tutti i principali porti del Mediterraneo e varie volte si scontrò con flotte “cristiane”. Nella famosa nella battaglia di Prevesa (1538) affrontò la flotta della Lega Santa (Papato, Spagna, Repubbliche di Genova e di Venezia, Cavalieri di Malta) guidata da Andrea Doria. Questa, nonostante la superiorità numerica, venne pesantemente battuta da Khayr al-DinMorì a ottant’anni e fu sepolto a Beşiktaş (Istanbul) in un mausoleo costruito dal famoso architetto Sinan; nel 1944 fu eretto un monumento in suo onore.

Dorghut Alì (alias Dragut, Turghut Reis, Turghud Alì, Darghout Rais, Turhud Rais, Dargut) * Karatoprak (Bodrum, Turchia) 1485 – Gozo (Malta), 1565
La sua cittadina natale, sulla costa turca del mar Egeo, oggi si chiama Turgutreis in suo onore. Fu uno dei protetti di Khayr al-Din Barbarossa e fu suo successore. Nel 1551 attaccò e conquistò Tripoli (Libia), importante roccaforte difesa dall’Ordine di Malta. Come ricompensa il sultano Solimano il Magnífico gli concesse Tripoli e il territorio circostante, e lo nominò Sanjak Bey, comandante in capo dell’armata ottomana. Sotto il suo comando il potere dell’Impero Ottomano si estese su tutto il nord-Africa. Fu sepolto a Tripoli (Libia) vicino alla moschea tuttora designata con il suo nome.

Piyale Paşa (alias Pialì Pascià, Piyale Pasha, Piale Pasha, Pialí Bajá) * costa dalmata, 1515 - Istanbul, 1578
Di origini croate, fu fatto prigioniero nel 1526 e divenne soldato ottomano agli ordini di Turgut Reis, poi  studiò presso l’Accademia Imperiale di Enderun a Costantinopoli dalla quale uscì con il titolo di Ammiraglio e Governatore di Gallipoli. Fu Kaptan Pasha (Ammiraglio in capo della flotta ottomana) dal 1553 al 1567 e Vizir dal 1568. In molte occasioni ebbe al suo fianco Turgut Reis ed è da noi ricordato in particolare per la campagna del 1558 che lo portò fino a Ciutadella (Menorca) a fare incetta di prigionieri dopo essere passato a Massa e Sorrento. In quella spedizione ne catturò complessivamente circa 6.000. Nel 1565 fallì il tentativo di prendere Malta, ma vari anni dopo ebbe successo nella conquista di Cipro iniziata nel 1570 e conclusa un anno dopo con la caduta di Famagosta. Morì nel 1578 e fu sepolto nella moschea che egli stesso aveva fatto erigere nei suoi ultimi anni di vita e che porta il suo nome.

Gian Dionigi Galeni (alias Uluch-Alì, Ulug Alì, Ulucciali, Alì il Rinnegato) * Le Castella (presso Isola di Capo Rizzuto, Italia) 1519 o 20 - Istanbul1587
Quindi di origine italiana, ma molto poco conosciuto in patria, eppure fu addirittura citato da Cervantes (nel Don Chisciotte, come Uchalì) il quale probabilmente ne sentì parlare durante la sua prigionia in Algeri (1575-1580). Galeni fu l'unico comandante ottomano a rientrare ad Istanbul dopo la sconfitta di Lepanto. 
Interessante la biografia riportata nell’EnciclopediaTreccani, tratti dalla stessa, ecco alcuni passi che ci aprono gli occhi e la mente e sfatano vari luoghi comuni:
Sontuoso … il "serraglio" dove abita. Circa 10.000, allora, gli schiavi cristiani a Costantinopoli; e, di questi, 3000 appartengono al sultano Murad III e altrettanti al Galeni. E questi su di un colle soprastante la propria dimora sta facendo erigere "un grande casale", da lui chiamato "Nova Calavria" ove "dà habitatione alli suoi schiavi che lo hanno servito et li ha fatti liberi et maritati lasciandoli viver cristiani con un prete che gli ha dato che era schiavo anche lui …… E sinché è in vita provvede per tempo a un monumento che renda perenne la sua memoria dopo la morte. Trattasi della Kiliç Ali Pasa Camii, la moschea a sé intitolata, eretta su un'ansa del Bosforo  … Enorme il costo: "mezzo million d'oro".… il 27 giugno 1587 è morto di colpo "con dispiacer grandissimo" della corte e dell'intera città. Il Turco con lui perde "un bravissimo huomo non solo nella professione del mare, ma anco prattico et intelligente nelle cose del mondo". Lascia - precisa Bernardo - "grossa facoltà", ossia due splendidi "serragli" sul Bosforo, nonché più di duemila schiavi, di cui almeno cinquecento "maestranze per l'arsenal", tutti "benissimo da lui trattati". 

sabato 23 maggio 2015

Flotta ottomana e non pirati saraceni!

Avendo cominciato a erudirmi in questo tutt’altro che approfondito argomento, almeno in Italia, sono ben presto giunto ad una semplice conclusione: come in tanti altri casi anche in questo spesso si parla per luoghi comuni e derivanti da una visione dei fatti molto superficiale, spesso addirittura errata. Dal materiale che ho acquisito ed in parte letto, ho già tratto tante notizie che evidenziano quanto poco si sappia e quanto male vengano proposti i “contatti” fra l’Impero Ottomano e gli stati dell’Europa occidentale. Ne fornisco in maniera estremamente succinta qualche esempio come spunto per chi voglia approfondire la materia, ma anche per sottolineare ancora una volta che, in particolare per gli eventi storici, esistono sempre molti punti di vista diversi ed è giusto conoscerne vari per avere un'idea più realistica dei fatti.

1) Saraceni: Denominazione generica degli Arabi nel Medioevo cristiano. Pare fosse in origine il nome di una popolazione (Σαρακηνοί) stanziata sulle coste del Golfo di ‛Aqaba, nella penisola del Sinai, esteso poi a designare l’intera stirpe degli Arabi nomadi e in genere i musulmani, specialmente quelli stanziati sulle coste del Mediterraneo ... (da Enciclopedia Treccani)
2) gli equipaggi delle galee ottomane non erano quindi Saraceni (non essendo né un’etnia, né una nazionalità) ed in linea di massima neanche turchi!
3) ciò vale anche per gli Ammiragli della flotta ottomana; per esempio fra i più famosi del ‘500 solo uno era turco e c’era anche un italiano (ne parlerò in un prossimo post)
4) buona parte dei rematori delle galee non erano “galeotti”, nel senso di forzati o prigionieri, bensì professionisti (i cosiddetti buonavoglia, quindi volontari) che venivano regolarmente pagati. Per esempio la flotta di Pialì Pashà che giunse fino a Menorca nel 1558, dopo aver fatto migliaia di prigionieri a Massa Lubrense e Sorrento (13 giugno) contava oltre 100 imbarcazioni delle quali solo una minima parte aveva equipaggio di forzati e non di buonavoglia (stpendiati).
5) le flotte che razziavano buona parte delle coste meridionali europee venivano soprattutto a prendere schiavi, rapire persone per il cui rilascio prevedevano di incassare ingenti riscatti, ma varie volte sbarcavano il piccole marine esclusivamente per approvvigionarsi di acqua e viveri. 
6) il loro obiettivo primario nel mediterraneo occidentale, quindi, non era saccheggiare, distruggere e uccidere e tantomeno conquistare come invece facevano nella parte orientale e lungo le coste nord-africane.
7) spesso viene ricordata solo la loro diversa fede e che la Flotta Ottomana fu sconfitta a Lepanto (1571) dalla cosiddetta Lega Santa, ma non si parla quasi mai della loro solida e duratura alleanza con la Francia (dagli altri stati occidentali bollata come empia alleanza) durata dal 1530 fino alla fine del '700, né dei loro saltuari accordi con la Repubblica di Genova per motivi per lo più strettamente commerciali.
8) chi ha tempo e voglia, per un’analisi generale può guardare il servizio di RAI Storia di circa 45’ dal titolo “La battaglia di Lepanto. Né vinti né vincitori
 “E’ l’ultima grande battaglia navale della storia, un evento epico anche nei numeri: 150 mila uomini imbarcati, 400 navi, milioni di scudi spesi e 30 mila morti in una manciata di ore. … nessuno uscì veramente vincitore.” Seppur abbastanza approfondito e basato su fonti attendibili resta comunque, e ovviamente, un punto di vista.

Penso che ora sia più evidente il fatto che le cosiddette flotte Saracene agissero sotto la bandiera di uno stato ufficialmente riconosciuto, potente e temuto, progredito in ambito tecnologico e artistico. Se sono riuscito ad incuriosire qualcuno, gli suggerisco di cominciare a leggere, per esempio, questa relativamente succinta Storia dell’Impero Ottomano del Dizionario Treccani.

mercoledì 6 maggio 2015

L’anno 1558 lega Massa Lubrense, Sorrento e Ciutadella (Menorca)

Appena prima della mia partenza Stefano mi aveva ricordato che Menorca, in particolare Ciutadella, nel 1558 soffrì l'attacco e il successivo saccheggio da parte della poderosa flotta ottomana, dalle nostre parti genericamente chiamata saracena, qui turca. Allo stesso tempo mi chiese di ricercare documenti nei quali fosse menzionato il passaggio di detta flotta per Massa e Sorrento essendo noto che si trattò della stessa campagna del tristemente famoso Pialì Pascià. Questi, seguendo un itinerario già sperimentato da altri in anni precedenti (p.e Khayr al-Dīn, detto Barbarossa nel 1534-5), procedette da Istanbul fin quasi al limite del Mediterraneo occidentale saccheggiando le cittadine costiere più ricche.
Dopo questo breve ma indispensabile preambolo che evidenzia il legame fra i luoghi, torniamo a Menorca e all'allora sua capitale Ciutadella. Questa cadde il 9 luglio del 1558, al quarto assalto, dopo un assedio durato 10 giorni subendo notevoli perdite di vite umane, circa 3.500 deportazioni e distruzione di buona parte della città. Le cronache riportano che all'interno dell'isola, fino a Monte Toro (circa 30km a est), non si incontrava anima viva.
   
costa tirrenica fino al Golfo di Napoli e Menorca (1513, Atlante di Piri Reis)
Stefano (presidente della sez. lubrense dell'Archeoclub) mi aveva anche messo al corrente del fatto che qui si conserva memoria dei tragici eventi e che dal 1852 ogni 9 luglio, anniversario della presa della città, si svolgono celebrazioni commemorative dell’Anno della Disgrazia (Any de sa Desgràcia) al contrario di quanto succede a Massa e Sorrento dove il 13 giugno semplicemente si festeggia Sant'Antonio, dimenticando che l'attacco del 1558 causò qualche migliaio di morti e almeno 4.000 prigionieri, pochissimi dei quali furono riscattati. A Ciutadella si riunisce il consiglio comunale in seduta straordinaria, una persona appositamente nominata declama un documento dell'epoca conosciuto come Acta de Costantinoble, si celebra una messa solenne in memoria dei morti del 1558 e si pone una corona di fiori ai piedi del monumento commemorativo detto sa piràmide
Ma penso sia interessante sapere qualcosa di più in merito alla singolare origine dell’Acta. Alcuni menorchini prigionieri a Costantinopoli, fra i quali vari di rango, si riunirono per stilare e sottoscrivere un rendiconto degli avvenimenti trascorsi dall'arrivo della flotta ottomana (29 giugno) fino alla espugnazione di Ciutadella. A quell'epoca i capi civili e militari che si arrendevano troppo facilmente e non potevano successivamente dimostrare che non avessero avuto altra scelta, venivano giudicati e nella maggior parte dei casi giustiziati sulla pubblica piazza dopo atroci torture e non sto a ripetervi quello che mi è stato descritto, con gran dovizia di particolari, dal mio interlocutore. Questi, Florenci Sastre Portella (curatore dell'archivio storico di Ciutadella e autore di numerosi testi sul tema) ha sottolineato che questo testo stilato a Costantinopoli si deve intendere come una "assicurazione" per i sottoscrittori per evitare che, nel caso fossero stati riscattati o fossero riusciti a fuggire, una volta tornati in patria non fossero poi sottoposti a processo con grandi possibilità di essere condannati (i capri espiatori servono sempre).
L'atto fu certificato da uno dei prigionieri, il notaio Pere Quintana, ma chiaramente, considerati gli intenti, non è detto che i comportamenti dei sottoscrittori siano stati esattamente quelli descritti. In particolare quello del quale più si dubita è il capitano della guarnigione Miguel Negrete, ma il fatto di essere castellano potrebbe suggerire una motivazione "razzista" di queste voci. Florenci Sastre mi ha raccontato che, al contrario di quanto affermato nell'Acta, è sempre corsa voce che Negrete, memore della sua precedente disfatta a Castelnuovo sulle coste dalmate e successiva prigionia in mano dei Turchi e convinto dell'inevitabilità della disfatta, poco dopo l'inizio dell'assedio si fosse ritirato in campagna dedicandosi esclusivamente a mangiare e bere. Poi, appena seppe dell'entrata delle truppe ottomane in città si arrese al nemico indossando i suoi vestiti più appariscenti allo scopo di ottenere un miglior trattamento (i ricchi e i potenti non venivano maltrattati nella speranza di incassare un sostanzioso riscatto). In effetti questo documento venne alla luce e fu reso pubblico solo molti anni dopo, nel 1620, ma a parte i dubbi in merito ai comportamenti individuali viene considerato veritiero e affidabile per quanto riguarda la cronologia degli eventi e i numeri di galee, soldati, morti e prigionieri.

sabato 26 luglio 2014

Toponomastica: una considerazione-smentita in merito all’etimologia di Punta della Campanella

Nel post del 15 luglio trattavo dei toponimi costieri dei Golfi di Napoli e Salerno presenti su alcuni portolani visti a Mallorca (vedi post cartografia-nautica-maiorchina-del-500.html)
Su numerose carte del '500 appare il toponimo C: Campanella

“L'etimologia del nome della punta è chiaramente legato a una cam­pana, ma esistono due differenti versioni circa il perché del nome. La più semplice delle due teorie sostiene che sulla Torre Mi­nerva, dove stavano i soldati di guardia per avvistare eventuali navi saracene in avvicinamento, esisteva una piccola campana che veniva suonata in caso di pericolo.

L'altra è molto più colorita e fantasiosa e di conseguenza anche più conosciuta. Si narra che in una delle scorribande dei Sarace­ni nella Penisola Sorrentina (i più dicono che si trattasse pro­prio di quella tristemente famosa del 1558) fu saccheggiata anche la chiesa di Sant'Antonino Abate, protettore di Sorrento. Quando la flotta pirata giunse alla Punta della Campanella, la nave che trasportava la campana e gli altri oggetti trafugati nella chiesa fu bloccata da una forza misteriosa e, nel tentativo di procedere e di raggiungere le altre fuste che intanto si al­lontanavano, i predoni cominciarono ad alleggerire l'imbarcazione gettando in mare parte del loro bottino. Ma solo quando si libe­rarono della campana di bronzo di Sant'Antonino riuscirono a dop­piare la punta. La leggenda vuole che, non appena la campana fu gettata in mare, si levò un improvviso e fortissimo vento che consentì al vascello pirata di raggiungere in pochi attimi le al­tre fuste. C'è anche chi sostiene che ogni 14 febbraio, festa del santo protettore di Sorrento, si sente la campana suonare sott'acqua, e chi non ci crede può andare a controllare!”.
Da Le coste di Sorrento e di Amalfi - G. Visetti (1991)
Ma la leggenda che lega il toponimo ai saraceni si riferisce agli avvenimenti del giugno 1558, quindi posteriori o quasi contemporanee alla redazione delle pergamene. Ciò esclude definitivamente la già remota possibilità che da questo colorita narrazione di un fatto storico, tristemente vero e tragico per i sorrentini e i massesi, derivasse il nome Campanella.