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mercoledì 5 gennaio 2022

Inizio del 2022 con un doc eccezionale, favorito Oscar!

Summer of Soul (Questlove, USA, 2021)

Lodevolissima e geniale l’operazione di recupero delle riprese originali dell’Harlem Cultural Festival del 1969 da parte del batterista, disc-jockey, produttore discografico e giornalista musicale Ahmir Khalib Thompson, più noto con lo pseudonimo Questlove o ?uestlove. All’epoca furono effettuate le riprese di tutti i concerti tenuti in quelle 6 settimane ma nessuno si mostrò interessato a mandarle in onda per essere quasi tutti gli artisti “black” così come la maggior parte degli spettatori. Ciò nonostante si fossero esibiti sul piccolo palco (senza fronzoli e senza luci per mancanza di soldi, esibizioni solo pomeridiane) cantanti e gruppi già ben noti in vari campi di musica prettamente “nera” (blues, gospel, R&B, …) come Stevie Wonder, Nina Simone, Mahalia Jackson, B.B. King, Sly and the Family Stone, Gladys Knight and the Pips, The 5th DimensionDicevo geniale, e aggiungo eccellente, per aver saputo combinare la parte musicale con brevi filmati di repertorio relativi ad eventi dell’epoca e varie interviste, con l’ulteriore merito di aver realizzato un perfetto mixaggio in modo che si possano sempre ascoltare le voci dei giornalisti e le musiche di sottofondo senza che nessuna copra l’altra (non sopporto quei film nei quali inutili rumori di fondo impediscono di comprendere i dialoghi). Si parla così anche dello sbarco sulla luna, del concerto di Woodstock a meno di 100km di distanza, della marcia contro la guerra in Vietnam, ma viene ricordato anche l’assassinio di Martin Luther King perpetrato l’anno precedente e le proteste per i diritti civili. 

Come si può anche parzialmente intuire dalla visione di questo trailer, si ha la chiara percezione della popolarità dei concerti, nel senso della partecipazione di intere famiglie con bambini anche molto piccoli al seguito, svoltisi nella massima tranquillità. Interessante osservare le varie mode dell’epoca, non solo fra gli artisti ma anche fra il pubblico, con vestiti dai colori sgargianti (specialmente quelli delle donne, in stile africano) e le varie acconciature. Con queste due ore di spettacolo istruttivo, avvincente e piacevole, Summer of Soul è unanimemente indicato fra i favoriti ai prossimi Oscar, forse non solo nella categoria documentari. Da non perdere per alcun motivo, ottima e varia la musica, interessante spaccato sociale della vita delle comunità degli afroamericani e portoricani … detti black and brown people.

 
Dopo questo sproloquio–panegirico ecco il resto della cinquina, tutta dedicata a film prodotti nel 2021: i 2 italiani (oserei dire napoletani, entrambi con Toni Servillo come protagonista) che vanno per la maggiore e due commedie meno entusiasmanti di quanto si potesse sperare degli Anderson (Wes e Paul Thomas), non imparentanti fra loro, ma accomunati dall’aver ottenuto tante Nomination ma mai alcun Oscar (7 uno e 8 l’altro).

Qui rido io (Mario Martone, Ita, 2021)

Senz’altro il più realistico e credibile dei due film napoletani; purtroppo penso che abbia il limite di poter essere effettivamente apprezzato solo da chi abbia una certa conoscenza delle commedie di Scarpetta (a cominciare da Miseria e nobiltà, citata innumerevoli volte) e degli autori dell’epoca quali Di Giacomo, Bovio, Russo, Murolo. Interessanti le scelte scenografiche per gli interni e ottima la colonna sonora costituita da decine di brani di canzoni napoletane classiche con la pecca, però, di includere canzoni composte addirittura nel dopoguerra (almeno queste due: Indifferentemente, 1963, e Carmela, 1976) … direi uno scivolone in quanto per un repertorio effettivamente contemporaneo alla storia rappresentata, non mancava certo la scelta. Più che buone le interpretazioni, dai primattori ai co-protagonisti e ai bambini (e un plauso va anche ai responsabili del casting!).

È stata la mano di Dio (Paolo Sorrentino, Ita, 2021)

Deludente, a partire dal subdolo titolo scelto ad arte per attirare tanti fan di Maradona che con il film ha quasi niente a che fare e, specialmente a loro, sarà risultato evidente che nel film non si percepiscono assolutamente i tre anni che passano fra l’acquisto di Maradona da parte del Napoli (luglio ’84) e festa per il primo scudetto (maggio ’87). Un adolescente cambia, e di molto, in tre anni! Anche alternanza giorno notte lascia perplessi, così come gli spazi incredibilmente deserti (piazzetta di Capri vuota d’estate? e a Napoli via Caracciolo, piazza Plebiscito, galleria?). Si propongono quindi scenari quasi surreali, accompagnati anche da location mal assortite (anche per mare), per quanto intriganti. Come molti sottolineano, c’è una netta differenza fra prima e seconda parte; per oltre un’ora si assiste ad una carrellata di personaggi esageratamente felliniani che si esibiscono in un continuo turpiloquio e inutili volgarità fuori luogo (come i peggiori cinepanettoni) per poi passare alle scene di dramma interiore che culminano con le elucubrazioni di Capuano sul cinema, di nuovo in una Napoli deserta saltando dal teatro in Galleria a via Caracciolo e poi a Palazzo Donn’Anna (5km, apparentemente in poco tempo, sempre a piedi e continuando a disquisire). In pratica, sembra una collezione di ricordi che non mostrano un legame tale da creare un filo conduttore. Non capisco proprio i grandi elogi tributati da alcuni …

 

The French Dispatch
(Wes Anderson, USA, 2021)

Dopo aver visto il trailer mi sarei aspettato qualcosa di più simile a The Grand Budapest Hotel (2014, 4 Oscar e 5 Nomination, per IMDb oggi al 189° posto fra i migliori film di tutti i tempi), anche quello con un uno stuolo di attori con brevi apparizioni-cameo. La scelta di alternare colore e bianco e nero non mi è piaciuta, meglio ha funzionato di inserimento della sequenza animata (certamente più originale) con disegni che mi hanno ricordato quelli di Tintin. Non ho apprezzato neanche la trama divisa in tre blocchi, con attori diversi e storie completamente distinte, in quanto si perde la continuità alla narrazione. Infine, trovo che il regista ha esagerato nell’uso della voce fuori campo del narratore. Resta piacevole la nitida fotografia (specialmente quella a colori) con tanti quadri con colori sgargianti e ottimo l’utilizzo dei fondali scorrevoli. Pur essendo tanto spezzettata, la visione di questa commedia risulta abbastanza piacevole anche perché sostenuta da un cast di ottimo livello.

Licorice Pizza (Paul Thomas Anderson, USA, 2021)

Altro Anderson, altro tipo di commedia … l’ennesima sul tema coming of age, ma con protagonista molto particolare. Gary è un 15enne che si innamora di una 25enne alla quale in effetti non dispiace, lui molto intraprendente nel mondo degli affari (non si capisce come faccia), lei intraprendente ma in effetti senza arte né parte; tuttavia, nessuno dei due fa un deciso passo verso l'altro.  Certamente è originale, ma molto condizionata dal rappresentare alcuni aspetti della società americana dei primi anni '70 in California, fra boom economico e crisi energetica. Ci sono vari riferimenti a personaggi e spettacoli (a noi del tutto sconosciuti) tirati in ballo con scene avulse dalla trama principale, interpretate da vari noti attori fra i quali Sean PennTom Waits e Bradley Cooper. Avendo poco da dire dei due protagonisti pressoché sconosciuti (Alana Haim e Cooper Hoffman, senza infamia e senza lode) non resta che da chiedersi come il regista di film come There Will Be Blood (2007, Il petroliere) abbia potuto scrivere e dirigere questa baggianata, anche se incredibilmente è considerata da molti fra i papabili per una candidatura Oscar!

giovedì 31 dicembre 2020

micro-recensioni 441-444: quest’anno sono stati 444

Avrei avuto il tempo di guardarne anche un altro, ma mi piaceva il numero 444!

Ho concluso con un gruppo (ridotto) abbastanza anomalo, con un giapponese muto d’avant-garde, pietra miliare della cinematografia del sol levante, e tre russi degli anni ’70, un dramma (altra versione di Delitto e castigo, visto pochi giorni fa) e due commedie che all’epoca ebbero il loro bravo successo. Ho anche pensato a come cominciare bene il 2021, con un gran bel film guardato per l’ultima volta oltre 8 anni fa: There Will Be Blood (2007, aka Il petroliere).

 

A Page of Madness (Teinosuke Kinugasa, Jap, 1926)

Lavoro dato per perduto per quasi mezzo secolo e poi ritrovato dallo stesso regista, ma solo in parte. Ciò che è possibile guardare adesso rappresenta solo i due terzi dell’intero film. Per questo motivo si consiglia a chi lo volesse guardare (e capire qualcosa) di leggere la trama prima di cimentarsi nell’impresa, anche perché non esistono cartelli originali e non ne sono stati aggiunti. All’epoca in Giappone non si usavano, ma di norma c’era un “narratore” in sala che li sostituiva.

Il film è ricordato soprattutto per essere fra l’espressionismo, l’impressionismo e il surrealismo, specialmente nella prima parte, ma non se ne può giudicare la struttura nel complesso poiché non si è certi di quali parti manchino. Ci sono effetti speciali, tantissime doppie esposizioni, movimenti di macchina (non comunissimi all’epoca) e montaggio a tratti velocissimo con riprese di pochissimi secondi. A ciò si aggiunga che si svolge in un asilo per malati di mente e quindi vengono mostrarti sogni, fantasie e allucinazioni. Per soli cinefili incalliti …

Crime and Punishment (Lev Kulidzhanov, URSS, 1970)

La mia 435^ visione (pochi giorni fa) era stata l’adattamento realizzato da Josef von Sternberg (1935, protagonista Peter Lorre, di soli 85’) che avevo apprezzato ma, pur non avendo mai letto il romanzo, mi sembrava che la storia fosse stata troppo ridotta. Questa versione russa di 3h40’, è chiaramente più completa ma forse riduce troppo i rapporti fra il commissario e il protagonista, che invece era la parte più interessante e avvincente del film americano. Qui prendono invece molto spazio i vari pretendenti della sorella del protagonista distraendo lo spettatore dal tema principale, quello chiaramente esposto nel titolo. Nel complesso ho preferito il primo, più compatto e focalizzato sui tormenti di Peter Lorre, anche se l’ambientazione mi ha lasciato perplesso. Al contrario il russo è di gran lunga migliore per le scenografie e costumi, ma non mi hanno convinto le interpretazioni e la lunghezza poteva essere senz’altro ridotta.

 

Gentlemen of Fortune (Aleksandr Seryy, URSS, 1971)

Si basa su un soggetto già utilizzato tante volte (un sosia “per bene” che sostituisce un criminale), ma i caratteri dei suoi due compagni di avventura (che poi diventano 3) sono molto diversi e le trovate sono piuttosto originali. ,Commedia per famiglie, grazie anche alla presenza della star Yevgeny Leonov nei panni del direttore di asilo / malvivente, fu il film sovietico più visto nel 1971, ben 65 milioni di spettatori.

Afonya (Georgiy Daneliya, URSS, 1975)

Meno interessante e più lenta dell’altra commedia di questo gruppo, segue le giornate sconclusionate di un idraulico sfaticato, beone e donnaiolo, che si caccia regolarmente nei guai. Divertenti le scene nelle quali il protagonista viene sottoposto al giudizio della commissione che lo deve giudicare per le sue mancanze. I colleghi di lavoro appaiono apatici e quasi assopiti, eppure sono obbligati a presenziare e decidere se il colpevole di turno è meritevole di un semplice richiamo o di una severa reprimenda! Anche questa fu vista da oltre 60 milioni di spettatori.

 

#cinema #cinegiovis