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giovedì 26 agosto 2021

Micro-recensioni 221-225: film particolari e curiosità per cinefili

Pochi sanno che il primo film (non-film) di Orson Welles fu un muto incompiuto del 1938, dato per perso e poi ritrovato una decina di anni fa. Pochi conoscono l’unico film ben quotato della sua compagna Oja Kodar, al quale partecipò anche lui in veste di attore. Pochi hanno visto Hedy Lamarr (prima di diventare star hollywoodiana) nel film-scandalo con il primo nudo non pornografico della storia del cinema. Completano la cinquina uno degli ultimi melodrammi muti dell’espressionismo tedesco e il penultimo film di Murnau (regista di Nosferatu, 1922), l’ultimo girato in USA.

 

City Girl (F.W. Murnau, 1930, USA)

Ultimo film di Murnau in USA, infatti il successivo Tabu (1931) seppur montato a Hollywood fu girato in Polinesia, fra Bora Bora e Tahiti; il regista morì in conseguenza di un incidente d'auto in California pochi giorni prima dell’uscita del film e il cinema americano perse uno dei tanti validi artisti arrivati dall’Europa. Benché IMDb indichi una durata di 1h18’ esiste in rete copia restaurata di 1h28’ in HD. Uno degli ultimi melodrammi silent, quando il sonoro aveva già preso il sopravvento, ma Murnau aveva una tale esperienza di cinema muto avendo diretto capolavori come Nosferatu (1922), L'ultima risata (1924) e Faust (1926), da non far sentire la mancanza di dialoghi, pur utilizzando pochissimi cartelli. Questo film, che inizia come commedia e poi volge al dramma, scorre senza intoppi e con una descrizione precisa e comprensibilissima di personaggi e avvenimenti.

Exstase Ecstasy (Gustav Machatý, 1933, Cze/Aut)

Bandito, tagliato e censurato per un nudo quasi innocente perfino allora, certamente meno pruriginoso di qualunque commedia all’italiana di 50 anni fa, simile a quell’altro più famoso di Brigitte Bardot che in Le mèpris (Il disprezzo, 1963, Jean-Luc Godard) nuota nuda nella caletta di Villa Malaparte, Capri. In sostanza si tratta di un onesto melodramma sonoro ma praticamente senza dialoghi. Non è certo che effettivamente sia il primo nudo del cinema, ma quasi tutti concordano che sia il primo film non pornografico a mostrare un rapporto sessuale e orgasmo, seppur inquadrando solo i volti. L’attrice protagonista è Hedy Lamarr, che scappò prima a Parigi e poi a Londra dove Louis B. Mayer (proprietario della Metro-Goldwyn-Mayer aka MGM) l’ingaggiò e la portò oltreoceano come "la donna più bella del mondo”. Essendo nota per la sua bellezza e per le sue interpretazioni, molti dimenticano (o non sanno) che Hedy Lamarr fu una scienziata di livello mondiale che nel 1942 brevettò un “sistema di comunicazione segreta", praticamente l'essenza del wifi!

  
Asphalt (Joe May, 1929, Ger)

Classico melodramma dell’epoca che, nella Berlino degli anni ’20, mette di fronte un giovane poliziotto ed una ladra / truffatrice di alto bordo. Ben diretto e interpretato, lascia intravedere le sue origini di espressionismo, stile giunto ormai al termine dei suoi giorni. Anche Joe May (viennese di nascita) fu uno dei tanti registi scappati in USA dove continuò a dirigere buoni film d’azione senza però mai giungere a grandi successi come dei vari Lang, Preminger, Wilder, Zinnermann, Siodmak, Lubitsch.

The Secret of Nikola Tesla (Krsto Papic, 1980, Yug)

Succinto biopic jugoslavo dello scienziato / visionario Tesla che, per affermarsi, dovette avere a che fare con la diffidenza e spesso l’ostruzionismo di grandi imprenditori e colleghi gelosi, a cominciare da Edison. Interessante, ma appare quasi come una esaltazione del genio serbo nei confronti del sistema americano, il perseguimento di invenzioni/scoperte utili per l’umanità (in questo caso l’utilizzo della corrente alternata) contro il puro ritorno economico. Nel film, oltre a Tesla ed Edison, compaiono personaggi come J.P. Morgan (interpretato da Orson Welles), Marconi, Westighouse e, seppur appartenenti al settore artistico, Mark Twain ed Enrico Caruso.

Too Much Johnson (Orson Welles, 1938, USA)

L’ho definito “film (non-film)” in quanto il mediometraggio muto presentato a Pordenone solo nel 2013 dopo il restauro delle pizze ritenute perse per molti decenni, era stato pensato come sfondo per l’omonima commedia teatrale di William Gillette e non come film a sé stante. Il progetto prevedeva 20’ di immagini per il primo atto e 10’ ciascuno per gli altri due, ma il materiale fortunosamente recuperato (definito copia di lavoro) è di quasi mezz’ora più lungo, comprendendo molte riprese ripetute in modo quasi identico e scene riprese da diverse angolazioni. Non avendo dialoghi né cartelli, è strutturato in stile comiche, con scene esagerate e talvolta accelerate. Qualcuno ha voluto vedere in questo lavoro alcune idee che Welles elaborerà successivamente nei suoi film, ma l’unico certo punto in comune è la presenza del suo fido Joseph Cotten che fu protagonista dei suoi primi 4 film. Guardabile per pura curiosità cinefila. 

lunedì 16 novembre 2020

micro-recensioni 386-390: il peggiore di questi noir ha 96% su RT …

Gruppo di noir classici dell’immediato dopoguerra, 4 USA ed un UK, tutti con ottimi rating su IMDb (media 7,6) e 100% su RT (tranne l’inglese, comunque uno dei miei preferiti). Torno ad elencare i film in ordine di mio gradimento e, al contrario di IMDb, gli “ultimi” sono i “primi”!

 

The Stranger (Orson Welles, USA, 1946)

Un ottimo film, costruito alla perfezione, magistralmente diretto e interpretato da Orson Welles, con scene cult come quella del campanile per non parlare del finale. In quanto alla regia, la sola brevissima scena dell'attizzatoio è di per sé un capolavoro. Tanti i colpi di scena e le coincidenze che causano svolte decisive nello sviluppo della storia. Chiaro anche il messaggio storico/politico con riferimenti al nazismo rafforzati da filmati di repertorio. Tutto il cast funziona alla perfezione, dai protagonisti E. G. Robinson a Loretta Young ai personaggi di contorno come Billy House nei panni dell’ineffabile Mr. Potter, in particolare quando indossava la visiera per giocare a dama. Da non perdere.

Brighton Rock (John Boulting, UK, 1948)

L’unico inglese del gruppo ma non certo il solo buon noir britannico dell’epoca. Anche questo (come il recentemente citato The Fallen Idol) è tratto da un romanzo di Graham Greene, che collaborò anche alla sceneggiatura. Chi conosce l’autore può facilmente prevedere la buona descrizione di personaggi molto realistici, ben distanti dagli indistruttibili americani, nonché i tanti eventi assolutamente imprevisti che punteggiano il film, fino alla geniale conclusione in stile short story. Ambientato nei bassifondi di Brighton, fornisce uno sguardo inusuale sulla nota località costiera inglese, fra gente comune in cerca di svago, allibratori e piccoli malviventi. Volti poco conosciuti a grande pubblico, eppure ottimi attori e caratteristi. Anche questo è da non perdere.

  

Out of the Past (Jacques Tourneur, USA, 1947)

Con il suo 8,0 su IMDb e 100% su RT dovrebbe essere il migliore di questo gruppo ma, come anticipato, sono in disaccordo. Certamente è di più che buon livello ma il personaggio interpretato da Robert Mitchum (sempre con il suo trench ben stretto in vita, in qualunque occasione) è troppo poco credibile e tutta la storia è a dir poco traballante. Kirk Douglas è relegato in un ruolo secondario, ma non si deve dimenticare che era appena al suo terzo film dopo l’ottimo esordio in The Strange Love of Martha Ivers. Ci sono anche ben due femmes fatale (Jane Greer e Rhonda Fleming) ma anche in questo caso le situazioni in cui abbindolano uomini di potere con un solo sguardo sollevano non pochi dubbi. Buona regia e fotografia, la sceneggiatura è la palla al piede.

Scarlet Street (Fritz Lang, USA, 1945)

Al limite della commedia per avere come protagonista un uomo di mezza età (neanche un Adone) che si illude di poter conquistare una avvenente giovane donna. Aggiungete il fatto che non ha grandi disponibilità economiche e che è sposato con un’arpia. Anche questo gode di ottime critiche, ma secondo me non vale i primi due del gruppo. Come in The Stranger, anche in questo caso (e in tanti altri film) spicca la bravura e la versatilità di E. G. Robinson, infatti riesce bene anche interpretando un personaggio ridicolo.  

Detour (Edgar G. Ulmer, USA, 1945)

Film apprezzato dai fanatici dei noir soprattutto per la struttura insolita basata soprattutto su due eventi unici e incredibili, quelli di una possibilità su un miliardo, ancorché assolutamente possibili. Ciò che non mi piace del film è l’eccessiva narrazione con voce fuori campo, caratteristica di molti film del genere, ma in questo caso esagerata. Tuttavia è bene sapere che, a detta di Peter Bogdanovich, “Nessuno ha mai fatto buoni film in meno tempo e con meno denaro di Edgar G.Ulmer” e che Detour è "uno degli esempi più leggendari di B-movie". Immigrò in USA come assistente di Murnau e successivamente fu secondo di altri apprezzati registi centroeuropei come Siodmak, Zinneman e Wilder, dal che si può dedurre il rimanere indipendente fu una sua precisa scelta.

#cinema #cinegiovis

lunedì 14 settembre 2020

Micro-recensioni 301-305: "Sátántangó" di Bela Tarr vale per 3

Gruppo caratterizzato dall’ingombrante (in tutti i sensi) presenza di Sátántangó, un arthouse movie apprezzatissimo dai cinefili di tutto il mondo, che ho guardato in tre parti così come è stato suddiviso per la distribuzione home video, visto che dura la bellezza di 7h19’!
Ho completato la cinquina con due film molto diversi, anche fra loro, ma notevoli nei rispettivi generi: un noir classico americano ed una ancor più classica commedia messicana con l’ineffabile Cantinflas.

Sátántangó (Bela Tarr, Hun, 1994)
IMDb 8,4 RT 100% * Premio Caligari a Berlino
Film senz’altro unico, non solo per la durata, ma anche per la struttura e, soprattutto, per lo stile assolutamente originale di Bela Tarr. Di questo regista ungherese avevo letto più volte e ricordo di aver sempre visto i cofanetti dei suoi film esposti in bella evidenza negli shop delle varie cineteche che ho frequentato (Paris, Ciudad de Mexico, Lisboa, …). Non per niente la sua reputazione su RottenTomatoes è eccellente, con 8 film quotati ha una media del 91%, 3 di essi al 100%, uno dei quali è Sátántangó, unanimemente considerato la sua opera più significativa, il suo capolavoro. Girato in bianco e nero e con presa diretta, è diviso in 12 capitoli lungi dall’essere uniformi visto che variando da meno di un quarto d’ora a quasi un’ora:
The News Is They Are Coming (41:23)
We Are Resurrected (31:05)
Knowing Something (59:07)
The Job of the Spider I (25:18)
Unraveling (52:02)
The Job of the Spider II (42:08)
Irimiás Gives A Speech (13:24)
The Perspective from the Front (51:33)
Going to Heaven? Having Nightmares? (29:11)
The Perspective from The Rear (30:28)
Just Trouble and Work (16:49)
The Circle Closes (28:23)
Caratteristiche sono le riprese con camera fissa (talvolta anche con attori assolutamente immobili) che si alternano a carrellate lente e infinite, in tutte le direzioni. I campi lunghi e lunghissimi si alternano a primi piani che durano spesso più del normale. In un’intervista Bela Tarr ha dichiarato che il film contiene circa 150 clip, il che equivale ad una durata media di 3 minuti a ripresa, ma ce ne sono tante fra gli 8 e i 12 minuti che però non possono essere considerati veri e propri piani sequenza visti i limitatissimi movimenti di macchina. Con questa struttura, è logico che molte azioni siano presentate in tempo reale, senza alcun montaggio.
Notevole anche il commento sonoro della fisarmonica (composizioni di Mihály Víg, che nel film interpreta un personaggio fondamentale, l’enigmatico Irimiás) che si affianca o sovrappone ai rumori d’ambiente in presa diretta, come per esempio quello della pioggia battente e pressoché incessante o il ticchettio dell’orologio nelle lunghe scene nella taverna. Negli esterni dominano distese e strade fangose, deserte, con pochi protagonisti o attraversate da animali quali maiali grufolanti, polli, cani e bovini.
Della trama dico solo che si tratta di come una dozzina di persone, già membri di una disciolta “fattoria collettiva”, tentano di gestire la loro consistente “liquidazione”, fra sospetti e tentativi di frode.
Non so quanti vorranno affrontare questa ardua eppure gratificante visione (assolutamente consigliata) ma, ammesso che abbiano tanto tempo disponibile, cerchino di guardare Sátántangó alla miglior definizione possibile e su uno schermo grande, oltre che tutto d’un fiato. Quanto detto è vero per quasi qualunque film, ma in questo caso, la qualità dell’immagine è fondamentale … lasciate perdere effetti speciali, 3D, digitale, CGI e altre diavolerie moderne … questo è cinema puro, con pellicola 35mm!
 
The Killers (Robert Siodmak, USA, 1946)
Recentemente ho guardato il cosiddetto remake diretto da Don Siegel nel 1964, che in effetti ha sviluppo ben diverso pur essendo basato sullo stesso racconto di Hemingway. Ricordo a chi legge che con lo stesso titolo anche Tarkowski nel 1956 ha diretto e interpretato insieme con alcuni suoi compagni di studi un corto che è quasi identico all’inizio di questo di Siodmak (evidentemente seguendo più fedelmente il testo).
Pur godendo di ottima critica ed essendo oggettivamente ben realizzato (4 Nomination Oscar per regia, sceneggiatura, montaggio e commento musicale) devo dire che l’adattamento proposto da Don Siegel risulta molto più avvincente. 

Ahí está el detalle (Juan Bustillo Oro, Mex, 1940)
Si tratta di una delle più amate e apprezzate commedie interpretate da Cantinflas, definito da Charlie Chaplinil più grande comico al mondo”. Lasciò gli studi per seguire un circo itinerante dove imparò a cantare e a ballare, ad esibirsi come acrobata e clown. Qualcuno lo ricorderà nei panni di Passepartout nella famosa versione del Giro del mondo in 80 giorni del 1956, al fianco David Niven.
I suoi personaggi caratteristici sono poveri, apparentemente incapaci, di buon cuore e in un modo o nell’altro riescono a trarsi d’impaccio in modi singolari. Altro segno distintivo è il suo linguaggio sconclusionato, con frasi mai concluse e interpretazioni improbabili di qualunque frase pronunciata da altri, illogico per la situazione ma logico per le parole in sé.
Questo film, basato su uno scambio di persona, un omicidio e un ricatto, è veramente godibile solo se si può comprendere il messicano, non essendo possibile tradurre i giochi di parole. Praticamente una situazione simile ai film dei fratelli Marx, nei quali le parole (volutamente equivocate e/o mal interpretate) sono la sostanza.
Il modo di parlare di Cantinflas generò addirittura il neologismo cantinflear, comunissimo oltreoceano ma poi accettato anche in Spagna perfino dalla Real Academia Española (equivalente della nostrana Crusca) con il significato di “parlare in modo illogico e incongruente, senza dire nulla di concreto”.

giovedì 13 agosto 2020

Micro-recensioni 266-270: si torna ai noir classici

Cinquina sottotono, con la maggioranza dei film legati alle conseguenze della guerra terminata un paio di anni prima e, stranamente, alcuni hanno in comune la parte psichica al centro della trama. Non tutti sono di buon livello, anche se interpretati da attori che andavano per la maggior (p.e. Burt Lancaster) ma, in compenso, il prossimo gruppo si preannuncia molto interessante e di più alto livello.
 
Sleep, My Love (Douglas Sirk, USA, 1947)
Ancora una volta un regista di scuola tedesca emigrato oltreoceano. Specialmente nelle tante scene in interno si nota l’influenza dello stile che i vari Lang, Siodmak, Lubitsch, von Sternberg, Wilder, Curtiz e altri introdussero a Hollywood. Nel solido cast si distingue Don Ameche, ben supportato non solo dai coprotagonisti Claudette Colbert, Robert Cummings, ma anche dai vari caratteristi che ricoprono gli altri ruoli.
Essendo difficile dire qualcosa della interessante trama senza fare spoiler, seppur non fondamentali, dico solo che si tenta di far passare per insana di mente la protagonista, con l’aiuto di vari singolari personaggi, alcuni conniventi, altri assolutamente ignari della diabolica trama. Buona sceneggiatura, ben messa in scena, con ottima scelta dei tempi.
Da guardare.

Larceny (George Sherman, USA, 1948)
I protagonisti sono un gruppo di truffatori (non troppo affiatati) che agiscono nell’ambiente dell’alta società, dove i dollari circolano in quantità e senza tanti problemi. Ovviamente, si devono creare personaggi, storie, background e “garanzie” per ottenere la fiducia delle loro vittime. Trama ben costruita e con tanti twist, fino al movimentato finale, anche se in buona parte prevedibile. L’elemento di disturbo è l’infida, bellicosa, passionale e incontrollabile Tori che, a causa del suo carattere “esuberante”, mette a rischio l’intera operazione truffaldina. L’interpreta una ottima Shelley Winters che all’epoca, giovane e snella, interpretava frequentemente ruoli di femme fatale o ragazza del boss di turno, come in questo caso, ma tutt’altro che sottomessa … (nella foto al lato è con Dan Duryea).
Un noir originale che merita la visione.
  
High Wall (Curtis Bernhardt, USA, 1947)
Un pilota di rientro dall’Indocina dopo 2 anni di assenza si ritrova implicato nell’assassinio di sua moglie. A causa di un precedente incidente che aveva causato danni cerebrali e successiva operazione, soffre di perdita di memoria e confessa di averla uccisa. Una dottoressa dell’ospedale psichiatrico nel quale si deve stabilire il suo stato mentale non crede alla sua colpevolezza e da qui in avanti gli avvenimenti diventano sempre meno credibili. Idea di partenza non malvagia, ma si perde fra parte legale, clinica e azione. Appena sufficiente.

Kiss the Blood Off My Hands (Norman Foster, USA, 1948)
Deludente … i due famosi attori protagonisti Burt Lancaster e Joan Fontaine (sorella minore di Olivia de Havilland) non riescono e rendere credibile questa storia ambientata a Londra nell’immediato dopoguerra. Lei infermiera lui reduce da un campo di prigionia nazista, soggetto a scatti di violenza. La trama ha molto poco di plausibile e si sviluppa in modo lento e poco coinvolgente.
Evitabile.

I Wouldn't Be in Your Shoes (William Nigh, USA, 1948)
Il titolo si riferisce in modo sottile alla causa della condanna a morte di un innocente che faceva del ballo la sua professione; le sue scarpe sono l’indizio principale del suo coinvolgimento nell’assassinio. I tempi sono molto mal gestiti e i flashback e la voce fuori campo creano ulteriore confusione. Il soggetto era potenzialmente buono ma è stato adattato in modo insoddisfacente.  
Evitabile.

#cinegiovis #cinema #film

sabato 8 agosto 2020

Micro-recensioni 261-265: solo Siodmak, non solo noir

Cinque film abbastanza diversi fra loro diretti da Siodmak a metà anni ’40; tre di essi hanno in comune la presenza di Ella Raines, attrice dallo sguardo magnetico -evidentemente apprezzata dal regista - che in quell’epoca ebbe gran fama ma la sua carriera fu brevissima, una ventina di film in 10 anni. Al contrario, i protagonisti maschili sono tutti diversi ma di gran qualità a prescindere dalla notorietà: Victor Mature, Richard Conte, George Sanders, Gene Kelly, Charles Laughton.
 
Cry of the City (Robert Siodmak, USA, 1948)
L’unico vero e classico noir di questo gruppo. Protagonisti sono due italoamericani che si conoscono dall'infanzia ma che hanno preso strade diverse, uno è tenente della omicidi, l'altro un balordo privo di scrupoli con reati di ogni tipo sulla coscienza, fra il quali l'omicidio di un poliziotto. Ben strutturato, pieno di twist piazzati al momento giusto, scorrevole e rapido pur se con poca vera azione. Tuttavia, la regia mi è sembrata poco solida e specialmente nel montaggio mi è sembrata carente. Perfetti i due interpreti principali: Victor Mature (il poliziotto Lt. Candella) e Richard Conte (il criminale Martin Rome). Molto ben descritti anche i rapporti fra i membri della famiglia (numerosa) Rome, con la classica madre italoamericana (probabilmente di prima generazione) che si preoccupa per tutti. C’è anche tanto italiano dei dialoghi ma nella v.o. che ho visto non c’è traccia di sottotitoli … gli americani capivano tutto?
Interessanti anche i tanti personaggi di contorno, avvocato ricettatore, medico senza licenza, infermiera, massaggiatrice, … fra gli interpreti c'è anche una giovane Shelley Winters.
Nonostante le succitate pecche, lo consiglio.

The Suspect (Robert Siodmak, USA, 1944)
Noir sui generis, è ambientato a Londra all’inizio del secolo scorso e non si sviluppa nel mondo del crimine bensì in una famiglia borghese benestante. I coniugi di mezza età e senza figli tuttavia non vanno per niente d’accordo e l’apparizione della giovane e avvenente Mary Gray (interpretata da Ella Raines) porterà lo scompiglio nella famiglia. Ennesima ottima prova di Charles Laughton, protagonista assoluto del film; purtroppo per lui, sarà “perseguitato” dal flemmatico ispettore Huxley di Scotland Yard. Ironico e in più occasioni divertente, in particolare nei battibecchi fra marito e moglie.
Il finale sembra un po’ edulcorato, probabilmente anche in questo caso la ragione deve essere individuata nel Code (vedi commento seguente). Consigliato.
  
The Strange Affair of Uncle Harry (Robert Siodmak, USA, 1945)
Palesemente rovinato dalla scelta del finale, cosa che causò addirittura le dimissioni del produttore esecutivo, in pieno disaccordo come tanti. Furono proposte e girate ben 5 diverse conclusioni; non conosco le altre ma quella inserita nella pellicola che giunse nelle sale è certamente deludente, assolutamente insensata e dissonante rispetto a quanto mostrato in precedenza. Oltretutto tradisce il finale dell’omonimo lavoro teatrale dal quale è tratto. Chiaramente la causa è da individuare nell’obbligo di rispettare il Motion Picture Production Code, la serie di regole molto prossime alla censura che fra il 1934 e il 1968 condizionò (in negativo) tanti film potenzialmente più che buoni rendendoli poco credibili e stravolgendo nelle ultime scene i caratteri di personaggi. Ottimamente interpretato da George Sanders e dalle attrici che vestono i panni delle 4 donne che lo circondano.

Christmas Holiday (Robert Siodmak, USA, 1944)
Tratto da un racconto di Somerset Maugham, Nomination Oscar per il commento sonoro. Sorprende la presenza di Gene Kelly che non accenna neanche un passo di ballo e se la cava più che dignitosamente come attore vero e proprio.
Si basa su due storie parallele, messe insieme da un incontro casuale che porta a galla le storie sentimentali dei due perfetti sconosciuti facendo riconsiderare loro alcune valutazioni e conseguenti programmi. Gli indispensabili flashback sono ben organizzati e i dialoghi ovviamente di livello visto che per lo più sono frutto della penna di Maugham.

Time Out of Mind (Robert Siodmak, USA, 1947)
Il più deludente del gruppo, strano soggetto per Siodmak, senza morti e senza polizia, un dramma famigliare puro e semplice, con un padre despota e un figlio con poca spina dorsale, che si fa condizionare dalle donne che lo circondano e si rifugia nell'alcol.  

mercoledì 5 agosto 2020

Micro-recensioni 256-260: altri noir, di cui 2 di Siodmak, maestro del genere

Nella raccolta Film Noir Classic citata nel post precedente, oltre ai tanti già ben noti, ci sono numerosi film interessanti seppur non tutti realmente classici, per epoca o soggetto. Procedendo in ordine cronologico nelle visioni di quelli che ho scelto, in questa cinquina sono capitati 2 film di Robert Siodmak, uno dei tanti ottimi registi europei emigrati a Hollywood, specializzato in questo genere, e i soli due veri noir del lotto. Fra i suoi film più noti ci sono pietre miliari come Criss Cross e The Killers (entrambi 100% su RT e con Burt Lancaster protagonista), nonché The Spiral Staircase (aka La scala a chiocciola), un po’ meno apprezzato dagli esperti, ma forse più conosciuto degli altri dal grande pubblico, almeno in Italia. Se non li conoscete ve li raccomando, non sarà difficile recuperarli.
 
Phantom Lady (Robert Siodmak, USA, 1944)
Con questo suo primo noir Siodmak si fece notare negli Stati Uniti e di lì iniziò il periodo migliore della sua produzione. Si tratta di una delle tante storie basate su un personaggio vivo e vegeto che appare nel film e poi misteriosamente scompare, facendo passare per folle chi giura di averlo visto; solo ritrovandolo il protagonista potrà scrollarsi di dosso un’accusa di omicidio.

The Dark Mirror (Robert Siodmak, USA, 1946)
Di due anni successivo a Phantom Lady, stranamente anche questo ruota attorno a donne misteriose, in questo caso due gemelle perfettamente identiche, ma solo nell’aspetto. Ben congegnato, mantiene alta l’attenzione dello spettatore dal momento in cui appaiono le gemelle (nei minuti iniziali) fino alla alle ultime scene. Al limite fra noir e thriller psicologico, con Olivia de Havilland nei panni di Terry e Ruth Collins (che sono solite sostituirsi in varie occasioni) e con due protagonisti maschili: il poliziotto (interpretato dal caratterista Thomas Mitchell) e uno psicologo (Lew Ayres).
Consigliato.
  
So Dark the Night (Joseph H. Lewis, USA, 1946)
Noir hollywoodiano in trasferta nella campagna francese, con trama apparentemente banale ma con risvolti veramente inusuali, specialmente la conclusione è spiazzante. Non per niente non è stato tanto apprezzato dal pubblico (solo 6,3 su IMDb), ma su RT vanta un 100% in quanto, seppur poche, le recensioni sono tutte positive.
Come The Dark Mirror è classificabile fra noir e thriller psicologico, ma non è all’altezza del film di Siodmak.

13 Rue Madeleine (Henry Hathaway, USA, 1946)
Si trova nel gruppo Film Noir Classic, ma è un film di spionaggio ambientato durante la WWII, poco prima dello sbarco in Normandia ed ambientato fra USA e Francia. James Cagney è l’istruttore di un gruppo di spie fra le quali si sa che c’è un infiltrato nazista, ma qualcosa andrà storto e lui dovrà scendere personalmente in campo per salvare la segretezza della data dell’imminente sbarco. Fra i protagonisti si distingue l’italoamericano Richard Conte, raramente vero protagonista, ma ottimo caratterista con ruoli di rilievo in film noir, crime e di mafia americana.

Murder on the Blackboard (George Archainbaud, USA, 1934)
Anche questo si trova fra i noir, ma in effetti si tratta di una commedia poliziesca degli anni ’30 che vede protagonista l’anziana insegnante Hildegarde Withers, aspirante detective, che si confronta con l’ispettore Oscar Piper. Questa coppia di personaggi creati da Stuart Palmer si erano già affermatasi nel precedente Penguin Pool Murder (1932) e furono poi riproposti nel terzo elemento della trilogia: Murder on a Honeymoon (1935).
Molto datato, risulta comunque interessate spaccato d’epoca tendente al caricaturale.

venerdì 30 agosto 2019

54° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (266-270)

Altra cinquina dedicata completamente al periodo d’oro del cinema tedesco, con alcuni film veramente notevoli e non solo per i nomi dei registi. Quattro muti, dei quali uno di animazione (splendido) e un documentario, l’unico sonoro è uno dei due diretti da Pabst.
  
   


266  Le avventure del Principe Achmed (Lotte Reiniger, Ger, 1926) tit. or. “Die Abenteuer des Prinzen Achmed” * animazione * IMDb  7,8  RT 80%
Piacevolissima sorpresa questo che dovrebbe essere il primo lungometraggio animato (potrebbe essere stato anticipato da un paio di produzioni argentine delle quali tuttavia non esistono copie) e oltretutto con tecnica, stile e soggetto molto particolari. Si rifà infatti al classico teatro delle ombre orientale e la trama è una combinazione di leggende e racconti ambientati in paesi arabi, India ed Estremo Oriente. Consiglio di leggere questo interessante ed esplicativo post pubblicato su Cinemafrica ma, ovviamente, c’è tanto altro in rete in merito al film, essendo una pietra miliare dell’animazione.
Imperdibile e da guardare più di una volta per apprezzare dettagli tecnici e non.

269  Uomini di domenica (Robert Siodmak, Ger, 1930) tit. or. “Menschen am Sonntag” * con Erwin Splettstößer, Brigitte Borchert, Wolfgang von Waltershausen * IMDb  7,4  RT 100%
Film d’esordio di Robert Siodmak (poi divenuto famoso oltreoceano soprattutto per i suoi noir, come per esempio La scala a chiocciola) con sceneggiatura firmata da Billie Wilder, proprio quello che divenne famoso in USA e nel mondo come Billy (penso sia inutile ricordare i suoi 6 Oscar e tanti altri successi), basata su un reportage realizzato Kurt Siodmak, fratello di Robert. Con alcuni inserti di tipo quasi documentaristico, segue le avventure di un paio di amici che in una domenica d’estate flirtano con delle coetanee in giro per la città e sulla spiaggia Nikolassee. Piacevole, essenziale, ben girato e con buona fotografia. I giovani Siodmak (all’epoca 30enne) e Wilder (24enne) dimostrano di avere già idee ben chiare. Interessante anche per lo spaccato di vita berlinese del 1930, per molti potrebbe essere una sorpresa.
Da guardare con attenzione.

      

268  Diario di una donna perduta (G.W. Pabst, Ger, 1929) tit. or. “Tagebuch einer Verlorenen” * con Louise Brooks, Josef Rovenský, Fritz Rasp * IMDb  7,9  RT 100%
Questo è il secondo dei due film interpretati dalla star americana Louise Brooks sotto la direzione di Pabst. Il primo, Il vaso di Pandora (aka Lulù) aveva riscosso un gran successo da entrambe i lati dell’oceano e quindi giustificò questa nuova produzione appena pochi mesi dopo. Insieme con La via senza gioia (1925, Die freudlose Gasse), costituisce una di “trilogia della donna perduta”, non ufficialmente riconosciuta.
Si tratta di un melodramma d’epoca, tratto dall’omonimo romanzo del 1905 di Margarete Böhme,  con notevoli risvolti “femministi”. La regia di Pabst è come sempre precisa e incisiva, l’interpretazione di Louise Brooks vigorosa, tutto il contesto funziona più che bene con, forse, una sola caduta nel finale (ma pare che fu imposta).
Da guardare senza esitazione alcuna ... a me ha fatto venire anche voglia di una nuova visione di Lulù, visto l’ultima volta oltre 5 anni fa.

269  L’opera da tre soldi (G.W. Pabst, Ger, 1931) tit. or. “Die 3 Groschen-Oper” * con Rudolf Forster, Lotte Lenya, Carola Neher, Fritz Rasp * IMDb  7,4  RT 86%p
Dopo Tartufo di Molière nell’ adattamento di Murnau guardato pochi giorni fa, ecco un altro famoso lavoro teatrale portato sullo schermo: L’opera da tre soldi di Bertolt Brecht. Questo, a sua volta, è basato sulla commedia satirica inglese The Beggar's Opera (L'opera del mendicante, John Gay, 1727) e ciò spiega l’ambientazione londinese. Chiaramente, partendo da un tale soggetto, il lavoro di Pabst non poteva essere che di gran qualità.  Essendo in fondo una commedia, non mancano satira né personaggi né situazioni al limite del grottesco.
Anche in questo caso ci sono alcune variazioni di trama, ma il film è certamente molto ben girato e ben interpretato e conta selle note canzoni già inserite nell’opera teatrale. Chi non ricorda, per esempio, il motivo della Ballata di Mackie Messer proposta appena dopo i titoli di testa? Questa la versione proposta nel film:
Negli anni è diventato uno standard jazz/swing interpretato innumerevoli volte da tanti musicisti e cantanti di fama mondiale fra i quali Louis Armstrong, Pérez Prado, Ella Fitzgerald, Frank Sinatra, The Doors, Tony Bennett, Marianne Faithfull, Sting, Nick Cave, Robbie Williams e Michael Bublé. Le versioni italiane più conosciute sono quelle di Milva, Domenico Modugno e Massimo Ranieri.

267  Berlino - sinfonia di una grande città (Walter Ruttmann, Ger, 1927) tit. or. “Berlin - Die Sinfonie der Großstadt” * documentario * IMDb  7,6  RT 86%
Documentario ben realizzato, ma non proprio appassionante. Descrive per immagini una giornata feriale berlinese, dalle prime ore fino a notte fonda, mostrando operai, massaie, lavoratori di ogni genere, bambini, studenti, che si muovono per le strade berlinesi.
Da notare che il regista Walther Ruttmann è stato anche direttore della fotografia di soli due film, ma che film! Muti diretti da Fritz Lang, fra i più famosi non solo del regista ma della storia del cinema: I Nibelunghi: Sigfrido (1924) e Metropolis (1927).
Deve piacere il genere per apprezzarlo (in tal caso è senz’altro di ottimo livello), altrimenti dopo un po’ risulta noioso.
  
Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire dal 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate su questo blog.