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venerdì 27 febbraio 2026

Charla 4: U.S.A. coast-to-coast - anticipazioni


Dopo aver trattato dei viaggi itineranti fra le aree incaiche e naturalistiche del Sudamerica e fra quelle azteche e maya in Messico, Guatemala e Honduras, venerdì 6 marzo racconterò di un altro lungo, lunghissimo soggiorno in America, ma ancora più a nord, in una sola nazione: gli Stati Uniti. 


Nei quasi 8 mesi di soggiorno ho vissuto esperienze immersive molto diverse, alcune stanziali come il lavoro a Boston e lo studio a Eugene, Oregon, altre più brevi, ma altrettanto interessanti, in California, Las Vegas, Grand Canyon, New Hampshire, Vermont, Washington, Pennsylvania e i viaggi in auto dalla costa est a quella ovest e viceversa.

Pontiac LeMans Grand Am (1973) guidata lungo la State Route 1, aka Pacific Coast Highway (PCH). Classica esagerata muscle car americana di quel periodo, con queste caratteristiche: motore V8 Turbo - cambio automatico 3 velocità – 6.558 cm3 – lunga 540 cm - larga 197cm - consumo 22,6 l/100km = 4.4 km/l

Ben diversa dai mezzi di locomozione degli Amish in Pennsylvania!


Ovviamente, tanti saranno gli aneddoti e le considerazioni sullo stile di vita dei giovani americani degli anni ’80, specialmente nell’ambiente di una cittadina universitaria come Eugene, in uno stato come l’Oregon noto per il suo stile di vita
mellow, vale a dire rilassato, tranquillo, pacifico, secondo una filosofia incentrata sul rallentare i ritmi, riducendo lo stress e privilegiando qualità e benessere psico-fisico, vivendo con calma e riconnettendosi con i ritmi naturali.

I video delle precedenti Charlas viajeras (riprese realizzate da Ludovico) sono disponibili su Vimeo, clicca su Charla 

  • Charla 1 (Francia, Spagna e Portogallo in auto, 1979) 23 gennaio 2026
  • Charla 2 (Ecuador, Perù e Colombia, 1980) 6 febbraio 2026
  • Charla 3 (México, Guatemala e Honduras, 1983) 20 febbraio 2026


Ed ecco i link ai video delle presentazioni pubblicati da Ludovico su Vimeo:

martedì 29 novembre 2022

Microrecensioni 326-330: ecco 5 neo noir

Cinquina apparentemente omogenea, ma con film molto diversi, sia come argomento che come co-genere, sia come qualità e paesi e anni di produzione.  

 
Dark City (Alex Proyas, Aus, 1998)

Mai sentito nominare e di genere misto neo noir e sci-fi (non il mio preferito), guardato fidandomi dei rating, liste di preferenze ed alcuni commenti, è quello che mi ha piacevolmente sorpreso e mi piaciuto non poco. La trama è senza dubbio originale e ben sviluppata, pur avendo vari punti in comune con tanti altri film, a cominciare dalla amnesia del protagonista. La scenografia e gli effetti speciali descrivono alla perfezione l’atmosfera pesante che opprima questa città che non vede mai il sole. La situazione ricorda molto Paris qui dort (Parigi che dorme) ottimo e originale mediometraggio muto diretto da René Clair nel 1923 (consigliato). Alex Proyas (nato in Egitto, da genitori greci e poi emigrato in Australia) è bravo regista ma con molti alti e bassi; senz’altro l’altro suo film di livello è The Crow (1994), a qualcuno potrebbe essere piaciuto anche I, Robot (2004). Singolare la composizione del cast nel quale, al lato del protagonista Rufus Sewell, compaiono star come William Hurt (che non ha bisogno di presentazioni), Jennifer Connelly (Oscar in A Beautiful Mind) e Richard O'Brien (il Riff-Raff del cult The Rocky Horror Picture Show, 1975), ma ci sono anche Ian Richardson e Kiefer Sutherland. Consigliato.

Memories of Murder (Bong Joon-ho, Kor, 2003)

Questo è il più conosciuto e apprezzato della cinquina, addirittura al 196° posto nella classifica IMDb dei migliori film di tutti i tempi, direi abbastanza sopravvalutato. La sceneggiatura (tratta da un lavoro teatrale) è più che buona ma viene rovinata dall’esagerazione dei comportamenti dei poliziotti, dal commissario ai due detective e al poliziotto violento. Anche la fotografia e il montaggio meritano, come è lecito aspettarsi da Bong Joon-ho, co-autore della sceneggiatura. Vi ricordo che il regista coreano nel 2020 ha ottenuto ben 4 Oscar con Parasite (miglior film, film straniero, regia e sceneggiatura) e 34° posto nella classifica IMDb, assolutamente esagerato.

   
Body Heat (Lawrence Kasdan, USA, 1981)

Noir quasi classico, con una torbida storia passionale con la vista e rivista pianificazione dell’omicidio di un uomo, perpetrato dalla moglie insoddisfatta e dal suo amante. L’ambiente è quello della ricca borghesia di una cittadina sulla costa della Florida, con un taglio decisamente erotico (soft). I personaggi principali sono interpretati da William Hurt e Kathleen Turner, nel suo primo ruolo da protagonista. Non un gran film, ma ben messo in scena; forse riducendo il numero delle scene passionali sarebbe stato più scorrevole, ma è inutile negare che tali riprese attirano il pubblico, ergo …

Devil in a Blue Dress (Carl Franklin, USA, 1995)

Non un granché ... ha l’originalità di un noir moderno (seppur ambientato nel 1948, in California) di matrice afroamericana. La trama, un po’ troppo densa di avvenimenti (e morti), pone quasi tutti i “neri” dalla parte dei più o meno buoni e i bianchi da quella dei cattivi. Aggiungete quelli che stanno a metà strada, politici che concorrono alla carica di sindaco, pedofili, persone dal grilletto molto facile, storie d’amore, ricatti incrociati e il protagonista (Denzel Washington) che i guai se li va a cercare e concorderete che per un’ora e mezza di film è un carico eccessivo. Mi ha inoltre lasciato perplesso, in un film nel quale si tratta più volte il tema del razzismo, la rappresentazione della comunità afroamericana che vive tranquillamente e pacificamente in un ordinatissimo quartiere con strade larghe adornate con palme, aiuole perfettamente tenute davanti alle moderne case, macchine moderne e splendenti e via discorrendo. Qualche merito glielo riconosco, soprattutto per la fotografia e la caratterizzazione di alcuni personaggi (altri, come quello di Don Cheadle, sono quasi ridicoli), ma in linea di massima è appena sufficiente.

Brick (Rian Johnson, USA, 2005)

Film fra un’indagine indipendente di un giovane e intraprendente studente sulla misteriosa morte violenta di una sua ex e una guerra fra giovani spacciatori di droga. La trama sembra tanto una variante studentesca di Per un pugno di dollari, con il protagonista che, pur essendo regolarmente e pesantemente malmenato, riesce a infiltrarsi fra i probabili assassini e, facendo il doppio gioco, riesce a mettere gli uni contro gli altri. Film evidentemente prodotto a basso budget con scene quasi sempre ridicolmente deserte (strade, scuole, campi sportivi, …) e con cast molto poco convincente.

lunedì 9 maggio 2022

Microrecensioni 126-130: 10 Asian-American movies (1-5)

Le famiglie asiatiche protagoniste (con le loro culture) di questo gruppo sono cinesi (per i due film di Wayne Wang), indiane (2 di Mira Nair) e afghane (in questo caso regista americano ma sceneggiatura “afghana”). I migliori della cinquina, che su IMDb ha rating medi 7,3 e 91% su RT, sono senz'altro The Joy Luck Club e The Big Sick, sotto ogni punto di vista, e per questo ne consiglio la visione.

 
Chan is Missing (Wayne Wang, 1982, USA)

Si tratta di film indipendente, con minimo budget e per questo girato a 16mm, solo successivamente ingrandito a 35mm per le sale. Si tratta del primo lungometraggio diretto dal solo Wang e tratta di due amici tassisti che vorrebbero recuperare una certa somma dal Chan del titolo. Le discussioni fra i due sono a volte esilaranti, specialmente quando tentano di giustificare e spiegare i modi di pensare e di agire dei loro compaesani che popolano la Chinatown di San Francisco. Col passare degli anni, è diventato un cult.

The Joy Luck Club (Wayne Wang, 1993, USA)

Molto articolato e ben più lungo di Chan is Missing, vanta un ricco cast di ottimo livello, narrando le storie di quattro amiche cinesi (nate e cresciute in Asia) e delle loro figlie nate in America. Le prime conservano molto della mentalità cinese e sono ancora condizionate dagli eventi sofferti prima di emigrare, che comprendono anche infanticidi, suicidi, abbandoni, divorzi e matrimoni combinati. Questi loro trascorsi vissuti in Cina, per lo più tragici anche se spesso in famiglie più che abbienti, sono narrati in flashback con belle scenografie e costumi. Le loro esperienze in un modo o nell’altro condizionano i rapporti talvolta quasi morbosi con le figlie che, essendo quasi del tutto americanizzate, vivono situazioni di amore/odio con le proprie madri. Nel corso di tutto il film si apprezzano (oltre alle solite appetitosissime tavole imbandite con una gran varietà di pietanze) le nette differenze di accento fra gli adulti (immigrati) e i giovani che si sentono americani a tutti gli effetti.

  
The Big Sick (Michael Showalter, 2017, USA)

Curiosa la storia di questo film, quasi autobiografico per Kumail Nanjiani, sceneggiatore che ricopre anche il ruolo di protagonista (praticamente sé stesso): un comedian afghano, ma nato in USA. Figlio di uno psichiatra, è quasi oppresso dalla madre che vorrebbe che sposasse una brava afghana di famiglia tradizionale e di comprovata fede e per questo invita regolarmente a cena possibili spose. Ovviamente le cose non vanno come i genitori vorrebbero e il flirt con una ragazza americana avrà sviluppi del tutto imprevisti (sostanzialmente veri). Questa commedia ha i suoi momenti migliori nei rapporti del protagonista sia con i suoi familiari che con i genitori della ragazza, che da soli valgono la visione, mentre le parti strettamente romantiche e gli stralci degli spettacoli (comici?) sono di media banalità ma non proprio malvagie. Proprio per le argute e credibili (anche se apparentemente incredibili) scene familiari, ottenne la Nomination Oscar per la sceneggiatura originale.

The Namesake (Mira Nair, 2006, USA)

Non lo inserirei fra i migliori della regista indiana che si fece conoscere con il drammatico Salaam Bombay! (1988, Nomination Oscar, premiato a Cannes) e poi ottenne grande successo di pubblico con la dramedy Monsoon Wedding (2001, premiato a Venezia). Tuttavia, il film ha i suoi meriti nonostante una storia che si sviluppa nell’arco di vari decenni fra India e Stati Uniti. Come quasi sempre accade, le nuove generazioni nate in USA non la pensano come i genitori e i contrasti sorgono per modi di vita, aspirazioni e compagnie.

Mississippi Masala (Mira Nair, 1991, USA)

Secondo film di Mira Nair, il primo girato in USA. Si differenzia dal resto perché aggiunge ai soliti problemi di integrazione degli immigrati asiatici, quelli dei rapporti con gli afroamericani discendenti degli schiavi portati a forza dall’Africa. Per complicare le cose, i membri della famiglia di etnia indiana (ma nati in Uganda) giungono in Mississippi dopo essere stati costretti a lasciare il paese dal dittatore Amin (1972, espulsione di tutti gli asiatici). Quindi, i contrasti familiari si sviluppano fra gli afroamericani (che certo non hanno avuto vita facile negli stati del sud) e asiatici cacciati dall’Africa secondo la teoria di Amin che quel continente dovesse essere solo per i Black Africans. A nulla valgono le idee di fratellanza portate avanti da qualche protagonista che sostiene che loro sono tutti in contrasto con i bianchi mentre loro, così come i gialli, sono tutti colored e quindi nella stessa barca. Argomenti interessanti, ma trattati troppo superficialmente in questa dramedy.

mercoledì 16 marzo 2022

Oscar 2022: previsioni, speranze e statistiche

Avendo avuto modo di guardare tutti i pluri-candidati e vari con singola Nomination qui riassumo le mie opinioni su tali film facendo anche riferimento alle previsioni degli esperti e ai rating ai quali sono sempre interessato. In quanto a questi ultimi, ho preso in considerazione le valutazioni riportate da IMDB (decine di migliaia di voti espressi dal pubblico) e da RT (RottenTomatoes, percentuali di recensioni positive da parte di critici professionisti). Noterete che molte volte i valori sono nettamente contrastanti come nel caso di Dune (apprezzato dal grande pubblico, meno dalla critica), al contrario di The Tragedy of Macbeth e The Lost Daughter apprezzati dalla critica, molto meno dal pubblico. Ovviamente si parla comunque di buoni film ma comunque è evidente che in generale la qualità sta scadendo se si considera che la media per IMDb risulta essere appena 7,4 e per RT 87,35% … per i possibili vincitori di Oscar (che si suppone siano i migliori al mondo) sarebbe lecito aspettarsi valutazioni migliori!

Comincio dalla testa della classifica ponderata dove inaspettatamente (per molti) si trovano due documentari, uno dei quali concorre anche nella categoria film stranieri e animazione. Flee, tuttavia, rischia di uscire a mani vuote avendo temibilissimi concorrenti (ufficialmente favoriti) in ciascuna delle 3 categorie, rispettivamente: Summer of Soul, Drive my car, Encanto. Se dovesse vincerne uno, penso (e spero) che sia per l’animazione anche perché il film della Disney non è un granché ed il tema di Flee è molto più serio e drammatico.

Seguono 3 film indubbiamente apprezzati da critica e pubblico, ma solo Drive my car per me è un vero ottimo film, ancorché apparentemente poco commerciale (per lunghezza, tema, poca azione e niente star), e spero che ottenga almeno qualche Oscar, sicuramente uno che conta visto che concorre come miglior film, miglior straniero, regia e sceneggiatura. Mi meraviglia che gli altri due (CODA e The Worst Person in the World) siano in quella posizione, il primo è un remake del francese La famille Bélier (2014) e l’altro una insulsa commedia norvegese, candidata anche per la sceneggiatura (bah!).

  
Proseguo con brevi commenti sparsi, scorrendo questa classifica che, come tutte, lascia il tempo che trova. Da un film di Spielberg, con un budget di 100 milioni di dollari, ci si aspettava di più di un remake, per molti neanche all’altezza dell’originale del 1961. Discorso simile per Dune (165 milioni) poco spettacolare, pochi buoni effetti speciali, cast non incisivo, estremamente noioso. Non vi fate ingannare dalle 10 Nomination, solo due sono importanti cioè miglior film (ma fra 10) e sceneggiatura non originale (la maggior parte del merito è del romanzo di Frank Herbert); nessuna candidatura per le interpretazioni del pur ricco cast, capitanato dal sempre più inespressivo Timothée Chalamet.

Licorice Pizza è, secondo me, fra i peggiori di questi 20 (insieme con Tick, Tick … Boom!, The Lost Daughter e The Eyes of Tammy Faye) e veramente non ne capisco i meriti che lo hanno portano ad ottenere 3 Nomination (miglior film, regia e sceneggiatura) ed a trovarsi davanti a film come The Tragedy of Macbeth (certamente troppo serio e intellettuale per il grande pubblico), The Power of the Dog (senz’altro fra i migliori, ma evidentemente poco gradito al pubblico, solo 6,9) e Belfast che sta nella mia top list e spero che sia giustamente ricompensato con più di un Oscar, visto che concorre in ben 7 categorie, per lo più importanti: miglior film, regia, sceneggiatura originale, 2 non protagonisti, sonoro e canzone. Fra i vari film poco quotati meraviglia l’insufficienza (RT 55%, unica fra i 20) per Dont’ look up, certamente commedia leggera ma almeno di attualità, con buon mirato sarcasmo in merito agli pseudo-scienziati negazionisti, conduttori televisivi saputelli e fake news; nettamente superiore ad altri film dei 20 presi in considerazione. 

In conclusione, ecco le previsioni e speranze per le due categorie principali, indubbiamente le più prestigiose, per le quali non avrei nulla da obiettare qualunque dei tre vinca; ovviamente uno potrebbe anche aggiudicarseli entrambi, ma certamente uno resterà senza.

  • Miglior film: Belfast, Drive My Car o The Power of the Dog
  • Miglior regia: Kenneth Branagh (Belfast), Jane Campion (The Power of the Dog) o Ryûsuke Hamaguchi (Drive My Car)

E passando ai film stranieri, sceneggiature ed interpretazioni:

  • Miglior film internazionale: Drive My Car (Giappone)
  • Miglior sceneggiatura originale: Belfast o Dont’ look up (improbabile)
  • Miglior sceneggiatura non originale: Drive My Car o The Power of the Dog
  • Miglior attrice protagonista: Nicole Kidman (Being the Ricardos) … poca concorrenza
  • Miglior attore protagonista: Benedict Cumberbatch (The Power of the Dog), Will Smith (King Richard) o Denzel Washington (Macbeth)
  • Miglior attrice non protagonista: Judi Dench (Belfast) o Kirsten Dunst (The Power of the Dog)
  • Miglior attore non protagonista: Ciaran Hinds (Belfast), Troy Kotsur (CODA) o Kodi Smit-McPhee (The Power of the Dog)
Di ciascuno dei succitati 20 film candidati Oscar ho scritto nei post delle precedenti settimane, quindi lì troverete maggiori dettagli.

lunedì 10 gennaio 2022

Microrec. 11-15 del 2022: altri 5 probabili Nomination Oscar

Continuando a cercare fra i titoli probabili candidati Oscar come miglio film, eccone altri cinque, quattro dati praticamente per sicuri, uno di seconda fascia. Su tali ipotesi non sono del tutto d’accordo. Per aggiornarvi i siti di solito più affidabili (Variety e Indiewire) coincidono per 9/10 nella lista dei favoriti (in ordine alfabetico): Belfast, CODA, Dune, King Richard, Licorice Pizza, No Time to Die, The Power of the Dog, The Tragedy of Macbeth, West Side Story. In quanto al decimo, Indiewire punta su Nightmare Alley mentre Variety preferisce Tick, Tick … Boom!, spostando l’altro fra quelli di seconda fascia, nella quale entrambi pongono: Being the Ricardos, Don’t Look Up, Parallel Mothers. Colpisce il fatto che Joel Coen abbandoni le dark comedy per Shakespeare, contemporaneamente a Branagh (shakespeariano per eccellenza) che si cimenta in una commedia. Ciò detto, per quanto possano valere le previsioni, ecco le 5 micro-recensioni, nelle quali fornirò qualche opinione anche in merito a candidature in altre categorie.

 
The Tragedy of Macbeth (Joel Coen, 2021, USA)

Primo film tutto di Joel Coen che quindi si sgancia dal fratello Ethan e propone un testo teatrale assolutamente classico. Un ottimo cast interpreta il dramma shakespeariano che si sviluppa in scenografie minimaliste e quasi moderne. Protagonista principale è un ottimo Denzel Washington (dato per favorito per l’Oscar) mentre la moglie è interpretata dalla solita altrettanto brava Frances McDormand (nella vita reale moglie di Joel). L’ottima fotografia esalta il bianco e nero con immagini nitide e forti contasti, tanto che i neri spesso prevalgono sui grigi (vedi trailer). Purtroppo, temo che questo ottimo lavoro non otterrà grande successo di pubblico per essere oggettivamente “pesante”, per essere parlato in inglese arcaico e per essere in bianco e nero; anche se sembra che finalmente questo sia meglio accettato negli ultimi anni e non viene più visto come un limite (vedi The Artist e Roma), esiste ancora una grossa fetta di pubblico che lo rifiuta a priori. Nomination Golden Globe per Denzel Washington protagonista.

Belfast (Kenneth Branagh, 2021, UK)

Commedia drammatica che descrive la vita di una onesta famiglia protestante irlandese in un’area popolata anche da cattolici e si trova nel bel mezzo dei violenti scontri del 1969. La piccola comunità bi-religiosa tenta di rimanere neutrale mentre viene praticamente relegata nella sua strada, ma non è cosa facile. Il vero protagonista è Buddy, vivace ragazzino di una decina di anni, molto ben interpretato dal piccolo Jude Hill. Girato (quasi tutto) in un piacevole bianco e nero che ritrae scenografie molto nitide con esterni evidentemente posticci. La madre di Buddy, personaggio ben delineato e interpretato da Caitriona Balfe, pur presentandosi come amorevole e premurosa appare a dir poco irritante e mancante di senso pratico. Se guardate la versione originale avrete modo di apprezzare un po’ di accento irlandese.

PS - Poche ore fa è stato assegnato il Golden Globe a Kenneth Branagh per la sceneggiatura, era in lizza anche per altri 6 (miglior film, regia, Caitriona Balfe, Jamie Dornan e Ciarán Hinds non protagonisti, canzone)

  
Don't Look Up (Adam McKay, 2021, USA)

Commedia, quindi storia da non prendere troppo sul serio, che affronta però vari temi abbastanza scottanti. In breve, una ricercatrice astronoma (Jennifer Lawrence) scopre che una cometa si sta dirigendo verso la terra e (se non succederà niente) la colpirà dopo qualche mese. Insieme con il suo capo (Leonardo DiCaprio), che conferma i dati, inizieranno una peregrinazione per cercare di informare politici, scienziati, stampa e quindi la popolazione di tale prospettiva, ma presto si rendono conto di avere di fronte tanti potenti della politica, economia, comunicazione, scienze e chi più ne ha più ne metta, che, per interesse, scetticismo o ignoranza, li ostacolano apertamente. Certo alcuni personaggi sono un po’ troppo caricaturali (come la Presidentessa USA, Meryl Streep), ma penso fosse l’unica via per non associare in modo evidente i protagonisti dell’incredibile storia a personaggi reali. Suppongo che la fredda accoglienza da parte della critica derivi proprio dal fatto di ironizzare troppo sulla politica americana, sulle collusioni con industriali/finanzieri e il cattivo uso degli enti di difesa e sicurezza. A mio modesto parere, tuttavia, è commedia molto più sagace, ironica e divertente di Licorice Pizza che vanta rating migliori. Nomination Golden Globe per miglior commedia o musical, sceneggiatura e Jennifer Lawrence e Leonardo DiCaprio protagonisti.

The Power of the Dog (Jane Campion, 2021, Aus)

Quasi tutti lo danno come favoritissimo per l’Oscar assoluto, miglior film. Certamente è un dramma ben girato in un’ambientazione poco frequente … praticamente un western degli anni ’20 in un grande allevamento in Montana. Quattro personaggi caratterizzati in modo preciso e di indole molto diversa creano una perenne tensione che spesso fa temere sviluppi imprevedibili. Ben girato alternando i campi lunghi degli esterni per lo più semidesertici (riprese effettuate in Nuova Zelanda) a quelli descrittivi degli interni dell’enorme magione tutta in legno, ampia e confortevole, per quanto spartana. Jane Campion (Oscar per Lezioni di piano, 1993) sembra prediligere storie tormentate fra personaggi che vivono in luoghi isolati, al limite della civiltà. Pur essendo un film più che buono, non è certo al livello degli Oscar di anni fa, ma per l’attuale tendenza di discendente qualità potrebbe anche vincere. Comunque, a giudicare dai rating, pare che sia stato apprezzato molto più dalla critica (95% su RT) che dal pubblico (solo 7,0 su IMDb, il peggiore di questa cinquina).

PS - Poche ore fa ha vinto 3 Golden Globes (miglior film, regia e Kodi Smit-McPhee non protagonista); era in lizza anche per altri 4 (Benedict Cumberbatch protagonista, Kirsten Dunst non protagonista, sceneggiatura e commento musicale)

CODA (Sian Heder 2021, USA)

Commedia buonista, remake del francese La famille Bélier (2014, Éric Lartigau), ma cambia l’ambientazione da una azienda agricola ad una peschiera; inoltre, la protagonista è qui sorella minore, mentre nel film francese il fratellino era il più piccolo. Entrambe le ragazze scoprono di essere dotate per il canto e si trovano a dover scegliere fra la loro vita (potenzialmente di successo in campo artistico) e il continuare ad essere interpreti per la famiglia. Curioso apprendere che l’utilizzo di normodotati nel film francese scatenò grandi polemiche … in CODA i produttori sono corsi ai ripari e sia i genitori che il fratello della protagonista sono effettivamente sordomuti. CODA è acronimo di Child of Deaf Adults = figlio di sordi. Nomination Golden Globe per miglior film drammatico e Troy Kotsur non protagonista.

domenica 29 settembre 2019

58° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (286-290)

Cinquina con netta prevalenza di film dei primi anni ’30, tre giapponesi ed un capolavoro di Fritz Lang del suo periodo tedesco ... M - il mostro di Dusseldorf. Completa il gruppo un “intruso”, un film di Spike Lee, peraltro un po’ fuori diverso dal suo stile. I film giapponesi, pur essendo nel pieno della rivoluzione portata dall’avvento del sonoro, sono muti e diretti da due registi poi divenuti più che rispettati: Ozu e Naruse.

   

290  M - Il mostro di Dusseldorf (Fritz Lang, Jap, 1931) tit. or. “Eine Stadt sucht einen Mörder” * con Peter Lorre, Ellen Widmann, Inge Landgut * IMDb  8,3  RT  100% *  all’85° posto nella clasifica IMDb di tutti i tempi
Uno degli indimenticabili film di Fritz Lang, il primo sonoro dopo i grandi Mabuse (1922), I Nibelunghi (1924) e Metropolis (1927) e parecchi altri meno conosciuti ma sempre più che buoni, senz’altro il suo periodo migliore.
Si potrebbe scrivere molto in merito ai meriti di questo film, le particolari inquadrature dall’alto e dal basso, la voce fuori campo che descrive le azioni intraprese per catturare il killer, i dettagli che spiegano eloquentemente ciò che accade pur senza mostrarlo palesemente, l’ottima interpretazione di Peter Lorre (che a questo film deve molto della sua fama), protagonista al suo terzo film e nel primo fu uncredited.
Avendo trovato il dvd della versione restaurata, l’ho guardato con attenzione e con enorme piacere, pur essendo la mia ennesima visione. Si sappia che per molti non ottenne il visto della censura e giunse nelle sale italiane solo nel 1960.
Assolutamente da non perdere, non vi fate condizionare dallo stupido preconcetto, purtroppo diffuso, “film d'epoca e in bianco e nero = noioso e soporifero” ... niente di tutto ciò.
    
286  I was born, but ... (Yasujirô Ozu, Jap, 1932) tit. or. “Otona no miru ehon” * con Tatsuo Saitô, Tomio Aoki, Mitsuko Yoshikawa, Takeshi Sakamoto * IMDb  8,0  RT  100% 
Non ricordo esattamente cosa come sono giunto a recuperare questo muto di Ozu (e il successivo  Passing Fancy) ma sono molto contento di averli guardati, pur sapendone ben poco. Si tratta di due originali commedie i cui protagonisti sono dei vivaci ragazzini. L’ineffabile Tomio Aoki, 9 anni all’epoca, ma già con una quindicina di film alle spalle, è uno dei due fratellini che, essendosi trasferiti in un nuovo quartiere, devono avere a che fare con un gruppetto di coetanei, fra un po’ di inevitabile solito bullismo e giochi vari. Fra di loro c’è anche il figlio del proprietario dell’azienda in cui lavora loro padre. A quell’età le cose cambiano velocemente sia nei rapporti fra ragazzi, sia in quelli genitori-figli.
Storia molto ben narrato da Ozu che si distingue anche in questa commedia giovanile leggera, cogliendo l'occasione per fornire anche una visione critica del sistema della scala gerarchica nell’ambiente lavorativo giapponese dell’epoca ... e non mancano i suoi classici panni stesi ad asciugare, infilati sulle canne.
Molto piacevole e divertente, assolutamente consigliato.

      

288  Inside man (Spike Lee, USA, 2006) * con Denzel Washington, Clive Owen, Jodie Foster, Christopher Plummer * IMDb  7,6  RT  88% 
Come anticipato nel cappello, in questo lavoro di Spike Lee la componente razziale è meno marcata che nella maggior parte degli altri suoi film, eppure non manca. Pur essendo una cronaca quasi in tempo reale di una rapina molto particolare, ci sono comunque tante battute riferite a varie etnie, all’intolleranza razziale e al non rispetto delle religioni altrui.
Storia intricata che parte come una qualunque rapina in banca, ma man mano si comincia a capire che non è proprio così. Clive Owen è la mente dell’audace assalto alla banca, Denzel Washington è l’ispettore che tenta di trattare con lui anche in considerazione della presenza di varie decine di ostaggi, Jodie Foster è un’ambigua fixer che agisce per conto dell’equivoco presidente della banca, interpretato da Christopher Plummer.
Pochi sono i veri colpi di scena in quanto quasi tutto è abbastanza prevedile (probabilmente volutamente) per i tanti indizi forniti e qualche flashforward. Buone le interpretazioni tranne quella di Jodie Foster che comunque, secondo me, grande attrice non è mai stata e deve la sua notorietà solo al suo fortuito e fortunato esordio nel ruolo della giovanissima prostituta Iris in Taxi Driver (1975, Martin Scorsese).
Film in ogni modo sufficiente, anche se certamente meno incisivo della maggior parte dei film di Spike Lee.

287  Passing Fancy  (Yasujirô Ozu, Jap, 1933) tit. or. “Dekigokoro  ” * con Takeshi Sakamoto, Tomio Aoki, Nobuko Fushimi, Den Ohinata * IMDb  7,4  RT  72%p 
Ritroviamo l’ineffabile Tomio Aoki di I was born, but ..., ma stavolta non ha a che fare con un gruppo di suoi coetanei, bensì con adulti. Anche questo film è una commedia ma i protagonisti sono un male assortito trio, composto da due colleghi di lavoro (uno dei quali padre single del bambino) ed una giovane ragazza spuntata più o meno dal nulla. Tomio Aoki e il vicinato forniscono un variopinto contorno umano in un ambiente al limite della povertà.
Piacevole, ma certamente non all’altezza di I Was Born, but ... dell’anno precedente.

289  Flunky, Work Hard  (Mikio Naruse, Jap, 1931) tit. or. “Koshiben ganbare” * con Shizue Akiyama, Seiichi Katô, Tomoko Naniwa * IMDb  6,8 
Per concludere la mia incursione nel periodo finale del muto giapponese e fra i primi passi du registi poi divenuti famosi anche a livello internazionale nel dopoguerra, ho recuperato questo corto (28’) di Mikio Naruse.
Commedia passabile, ma niente di più.
  
Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire dal 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate su questo blog. 

venerdì 2 agosto 2019

48° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (236-240)

Con questa cinquina giungo alla fine delle visioni dei Blu-ray attualmente in mio possesso e quindi ci sono i film più recenti (2014) avendoli guardati in ordine cronologico. Nel complesso confermo la mia idea (derivante dalla visione di varie migliaia di film) che la qualità strettamente cinematografica negli anni è andata a diminuire, così come la qualità media degli attori. I grandi avanzamenti sono solo nel campo della tecnologia e degli effetti speciali ... che non mi appassionano o entusiasmano più di tanto.
Il gruppo ha un dominatore assoluto ed è Django Unchained , gli altri avrei potuto anche classificarli a coppie, pur essendo assolutamente diversi fra loro; Fury e The Social Network fra meriti e critiche più o meno si equivalgono, gli altri due sono oggettivamente scadenti sotto quasi ogni punto di vista, nonostante i nomi di cartello.

   

238  Django Unchained  (Quentin Tarantino, USA, 2012) * con Jamie Foxx, Christoph Waltz, Leonardo DiCaprio, Samuel L. Jackson * IMDb  8,4  RT 86%  *  2 Oscar (sceneggiatura e Christoph Waltz protagonista) e 2 Nomination (miglior film, fotografia e sonoro) * 62°
Un altro gran bel film dello spesso criticato Tarantino, snobbato da molti, ma oggettivamente uno che sa dirigere (attori e operatori), concepisce storie al limite dell’incredibile e le sviluppa in sceneggiature sorrette da dark humor, suspense e dialoghi per lo più ottimi, le scene splatter sono tanto esagerate da strappare più sorrisi che provocare orrore. Per concludere questo breve panegirico, c’è da sottolineare che nelle sue numerose brevi e ben calibrate apparizioni nei suoi film si dimostra un rispettabile attore, riuscendo ad essere più che convincente.
Tornando a Django Unchained, a tutti i meriti appena attribuiti a Tarantino, si aggiungono scenografie spettacolari esaltate dall’ottimo uso che il regista fa del formato 2.39:1 (Cinescope o CinemaScope, con lenti anamorfiche). I formati “larghi” sono una mania e un merito del regista che nel successivo The Hateful Eight, si cimentò (con gran successo) nell’ancora più spinto 2,76:1 (Ultra Panavision, 70mm). Non da meno sono la precisa fotografia, l’uso appropriato del ralenti, i costumi tendenti al barocco e la scelta degli oggetti e arredamenti tendenti al kitsch ... ottime le performance del cast intero.
Ovviamente, anche per questo film Tarantino ha attirato su di sé le ire di benpensanti e comunità di afroamericani, è stato criticato per il linguaggio (in particolare il troppo frequente uso di nigger, ma chi può pensare che all’epoca fossero tutti politically correct?), gli “storici” hanno sottolineato incongruenze ed errori, tutti sembrano dimenticare che si tratta di un film di finzione e non di un documentario.
Un film da non perdere, anzi, da guardare più di una volta.

239  Fury (David Ayer, USA, 2014) * con Brad Pitt, Shia LaBeouf, Logan Lerman * IMDb  7,6  RT 77% 
Sarebbe stato un film a soggetto bellico più che buono senza l’intermezzo della breve storia dell’incontro con le due cugine, ma si sa che ai fini del gradimento del pubblico in generale le storie d’amore, e ancor più i colpi di fulmine, rendono bene.
Sceneggiatura abbastanza originale, anche se un po’ esagerata, interpretata da buoni attori. Molta violenza ad effetto sullo sfondo di buone riprese esterne con ottima scelta delle location e ricostruzioni per lo più credibili. 
Film interessante per gli amanti del genere (e per le ammiratrici di Brad Pitt) ma certamente non per tutti.

      


237  The Social Network (David Fincher, USA, 2010) * con Jesse Eisenberg, Andrew Garfield, Justin Timberlake * IMDb  7,7  RT 95%  *  3 Oscar (miglior sceneggiatura, montaggio e commento musicale) e 5 Nomination (miglior film, regia, Jesse Eisenberg protagonista, fotografia e montaggio sonoro)
Non è che mi sia piaciuto più di tanto, ma a questo film riconosco il merito di fornire un descrizione di Mark Zuckerberg non univoca, presentandolo a turno come sociopatico, arrivista, geniale, non attaccato al denaro, sfrontato, tanto che alla fine riesce quasi simpatico (anche se per me non lo è nella vita reale, per quanto ne sappia) per avere a che fare con tanti personaggi avidi, della peggiore specie, che fanno il possibile per sfruttare le sua capacità e le sue idee. In questo caso la sceneggiatura “troppo parlata” (come quasi tutte quelle scritte da Aaron Sorkin) è probabilmente necessaria e quindi sopportabile.
Da quanto ho letto, la maggior parte degli avvenimenti riproposti nel film sono effettivamente accaduti, più o meno come sono rappresentati.
Interessante, guardabile.

236  Angels & Demons (Ron Howard, USA, 2009) tit. it. “Angeli e Demoni”  * con Tom Hanks, Ewan McGregor, Ayelet Zurer * IMDb  6,7  RT 37% 
Leggermente migliore del Codice Da Vinci, ma più o meno la stessa solfa. L’ambientazione passa da Parigi a Roma e nella Città del Vaticano, l’insulsaggine della trama è di pari livello ma almeno più lineare avvicinandosi più a un comune thriller. Tom Hanks resta sempre imbambolato, a volte sembra un attore ma solo per incapacità dei suoi colleghi.
Non è ultimo di questo gruppo esclusivamente grazie a The Equalizer che, nonostante la presenza di Denzel Washington che è attore, certamente molto migliore di Tom Hanks, è talmente mal pensato e costruito che è difficile fare peggio.
Lasciate perdere.

240  The Equalizer (Antoine Fuqua, USA, 2014) tit. it. “Il Vendicatore”  * con Denzel Washington, Marton Csokas, Chloë Grace Moretz * IMDb  7,2  RT 60% 
In questo film il personaggio interpretato da Denzel Washington è più infallibile, indistruttibile e letale di un supereroe, compare e scompare (pur essendo privo di superpoteri) a suo piacimento, supertecnologico e geniale ... i cattivi cattivissimi non hanno scampo! The Equalizer è una baggianata colossale e per lo più scontata, non è rigoroso e il protagonista nemmeno un po’ plausibile come il personaggio di Charles Bronson nella serie di film Death Wish (aka Il giustiziere della notte), né - parlando di ex-agenti a riposo - la sceneggiatura è lontanamente paragonabile al divertente RED (2010), oltretutto forte di un cast di qualità che include Bruce Willis, John Malkovich, Hellen Mirren, Morgan Freeman e Ernest Borgnine.
Assolutamente sconsigliato.

Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire dal 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate su questo blog. 

giovedì 21 aprile 2016

Anche questa è globalizzazione?

Island disaster era il titolo che campeggiava su un grande pannello esposto nella sezione ornitologica del National Zoo di Washington.
Si riferisce ai profondi cambiamenti intervenuti nel corso degli ultimi 60 anni nell’isola di Guam, nel Pacifico. Negli anni ’50 il Boiga irregularis (un serpente arboricolo) giunse sull’isola per caso, molto probabilmente con un carico via nave o aereo dall’Australia o dalla Nuova Guinea. Trovò un ambiente perfetto per le sue caratteristiche con abbondanti e facili prede e praticamente nessun predatore. 
Dopo mezzo secolo di permanenza su Guam questi serpenti hanno causato l’estinzione  di 9 delle 18 specie di uccelli presenti al momento del loro arrivo, e delle altre 6 sono già classificate rare e 3 poco comuni. 

A parte un minuscolo serpente delle dimensioni di un verme sull’isola non ce n’erano altri. Pare che  i Boiga si siano “trovati molto bene” ed è stato constatato che ora arrivano quasi a 3 metri di lunghezza contro la media di meno di 2 metri degli altri.
Guam è un importante hub aereo e si paventa il rischio che i serpenti possano viaggiare di nuovo e, nonostante i controlli e barriere elettrificate, alcuni “sono già riusciti a partire” ma sono stati bloccati ad Honolulu (Hawaii).

Questa è la storia in breve così come riportata sul pannello dello Smithsonian, ma c’erano anche parti interessanti (che qualche “scienziato” dovrebbe valutare) relative ai possibili metodi di contrasto.
Alla domanda “Si potrebbe introdurre un predatore?” la risposta è un chiaro “NO” e si riporta l’esempio delle manguste che per simile scopo furono portate nei Caraibi con il risultato che hanno ucciso molti più uccelli che serpenti e topi.
Viene anche scartata l’ipotesi delle trappole (con le quali effettivamente si potrebbero catturare i serpenti) in quanto l’isola è troppo grande per eseguire un intervento a tappeto e a causa dei tempi lunghi si migliorerebbero soltanto le condizioni di quelli che sopravvivono, avendo minore concorrenza.
Pare si stia ipotizzando una “guerra biologica” e si sta cercando un virus o altro agente infettivo ma ci vorrà tempo prima che si possa essere certi che non risulti poi dannoso per altre specie (inclusi gli umani). Alcuni studi stanno esplorando la possibilità di intervenire sulla riproduzione ma devono ancora capire come, dove e quando si accoppiano e riproducono, o attirarli con feromoni o altre soluzioni ma nessuna sembra essere attuabile in tempi brevi.
Ovviamente, tutto ciò non è colpa dei serpenti che sono stati trasportati a Guam dove semplicemente hanno continuato a vivere come avevano sempre fatto in precedenza. Dalle mie esperienze di viaggiatore posso dire che soprattutto per le isole, che in quanto tali hanno  spesso flora e fauna particolare, il problema è molto sentito e negli aeroporti ci sono severi controlli. Ricordo che in Nuova Zelanda, dove arrivano molti escursionisti da tutto il mondo, venivano controllate anche e soprattutto le suole delle scarpe o scarponi da trekking che avrebbero potuto “importare” semi o batteri intrappolati in un po’ di fango secco.
  
Ho trovato anche interessante questo articolo apparso ieri su Repubblica in merito all’invasione delle specie “aliene”, fra le quali ci sono anche gli scoiattoli grigi americani che mettono a rischio la sopravvivenza di quelli rossi europei. In passato sono state disastrose le importazioni di capre e di conigli in Nuova Zelanda, per non parlare delle invasioni umane come quella degli europei in centroamerica dove hanno causato più morti con malattie come vaiolo e morbillo che con armi vere e proprie.

Nel mio piccolo, anche io avevo accennato alle possibili conseguenze dell'importazione di specie alloctone (sia piante che animali) nel recente post Animali e umani: dilemmi e controsensi.