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giovedì 25 agosto 2022

Microrecensioni 247-250: video-saggi e film della New Wave ceca

Dando un’occhiata ai documentari proposti nella pagina dell’ottimo Lascia stare i santi (già recensito nel post precedente) mi avevano colpito due titoli, già originali di per sé e anche molto ben quotati (7,8 e 7.6 su IMDb e 87 e 93% su RT); scorrendo alcune scene del secondo per valutare la qualità del video ed avere conferma della sostanza, sono incappato nella citazione delle due commedie ceche di Milos Forman che ottennero la candidatura all’Oscar (ultime regie in patria prima di emigrare negli USA), che quindi ho provveduto a recuperare.

 
  • The Pervert's Guide to Cinema (Sophie Fiennes, UK, 2006)
  • The Pervert's Guide to Ideology (Sophie Fiennes, UK, 2012)

Anche se ufficialmente vengono categorizzati come documentari, io li definirei video-saggi, fra filosofia e psicoanalisi del cinema. Le considerazioni sono enunciate dallo stesso Slavoj Zizek, filosofo e psicoanalista sloveno autore e interprete del lungo monologo che nel primo lavoro si alterna a un centinaio di scene di una quarantina di film, con particolare attenzione ad alcuni di Hitchcock, Lynch, Tarkovskij e Bergman (dei quali appaiono numerose clip) ma vengono presi in considerazione anche i fratelli Marx, Chaplin, un insolito cartoon del 1935 della Disney e altri. L’attenzione è rivolta soprattutto ai rapporti di potere, sesso, erotismo e all’analisi del linguaggio cinematografico, proponendo capovolgimenti delle interpretazioni più comune e immediate e facendo numerosi riferimenti alle teorie freudiane. Forse perché (relativamente) più facilmente comprensibili e pratici, ho trovato molto più interessanti i commenti filosofici che non quelli psicoanalitici.

Nel secondo, l’analisi si concentra su temi più generali e universali quali (fra gli altri) religioni e dittature, quindi controllo e manipolazione delle masse, utilizzando come esempi un minor numero di spezzoni di film. Più volte la regista Fiennes utilizza so schermo nero e ci si concentra solo sulla voce di Zizek che invece, quando appare in scena, attira l’attenzione per la sua particolarissima parlata e gestualità. Altra curiosità (valida per entrambi i video-saggi) e quella di riprendere il filosofo negli stessi set dei film, o almeno ricostruiti quanto più fedelmente possibile. Tutti e due sono molto interessanti, ma per essere apprezzati e godibili è indispensabile conoscere almeno parte della materia, vale a dire o essere discreti cinefili (che dovrebbero conoscere buona parte dei film citati) o avere discrete basi nel campo della filosofia e/o psicoanalisi (p.e. id, ego e super-ego).

 
  • Loves of a Blonde (Milos Forman, Cze, 1965)
  • The Firemen's Ball (Milos Forman, Cze, 1967)

Si tratta di due commedie (entrambe candidate Oscar), più leggere che drammatiche, senz’altro palesemente satiriche. Milos Forman prende sottilmente in giro la società ceca dell’epoca, imbrigliata fra i suoi falsi perbenismi e burocrazia, attaccamento alle tradizioni e voglia di modernità.

Il soggetto del primo, come intuibile dal titolo, è legato ad una ragazza che viene corteggiata prima da riservisti non proprio giovanissimi e poi da un giovane musicista di Praga. Praticamente il film in poco meno di un’ora e mezza propone solo due situazioni; nella prima tutto ruota attorno ad una festa organizzata per far incontrare le ragazze nubili della cittadina con dei riservisti, inviati lì nel tentativo di riequilibrare la popolazione a gran prevalenza femminile e nella seconda la scena è di tema completamente diverso in casa del ragazzo praghese con i fantastici battibecchi fra e con i genitori.

Il secondo è invece interamente ambientato a margine di una movimentatissima festa in onore di un pompiere in pensione, per consegnarli un premio alla carriera. I quasi incapaci membri del comitato organizzatore avranno il loro bel da fare per portare a conclusione la serata da ballo, fra piccoli furti, intoppi vari e la gestione di un disorganizzatissimo concorso di bellezza.

venerdì 28 gennaio 2022

Microrec. 31-35 del 2022: ancora aspiranti Nomination e 2 commedie di stile molto diverso

In campo Oscar c’è il film dato per quasi certo vincitore nel gruppo animazione, gli altri 2 nutrono speranze nel campo delle interpretazioni, uno anche per il sound. Per le commedie un horror quasi teatrale del 1932 si confronta con il dark humor fantasy del 2014; entrambi i film propongono una serie di personaggi estremamente vari e particolari, interpretati da ottimi attori.

 
The Grand Budapest Hotel (Wes Anderson, 2014, USA)

Avevo deciso di guardarlo di nuovo dopo la parziale delusione di The French Dispatch. A parte la fantasmagoria di colori pastello delle scenografie, costruite e disegnate, a parte la storia spesso al limite del surreale, grande apprezzamento va all’intero cast composto da nomi di primo livello, sia fra i protagonisti come Ralph Fiennes, F. Murray Abraham, Saoirse Ronan, Adrien Brody, Willem Dafoe e Jeff Goldblum, sia fra chi ha solo poche battute come Harvey Keitel, Jude Law, Bill Murray, Edward Norton, Tilda Swinton e Tom Wilkinson. Ottenne 4 Oscar (scenografia, costumi, trucco e commento musicale) e 5 Nomination (miglior film, regia, sceneggiatura, fotografia e montaggio); attualmente al 187° posto fra i migliori film di sempre. Da non perdere.

The Old Dark House (James Whale, 1932, USA)

Si svolge quasi esclusivamente nella tetra magione isolata richiamata nel titolo. Le scene iniziali sono state riproposte (elaborate e aggiornate) nell’apertura del cult Rocky Horror Picture Show, viaggiatori smarriti in una notte di pioggia torrenziale cercano riparo e vengono accolti da anfitrioni a dir poco strani. Ci sono lunatici violenti e piromani, persone rinchiuse nelle loro stanze, personaggi scorbutici e non manca la parte romantica con il colpo di fulmine. Dopo essere stato considerato perduto per molto tempo, e dopo l’uscita del remake nel 1963, fu scoperto un negativo originale; ristampato e riproposto fu rivalutato anche dalla critica (96% su RT) ed è diventato un cult. Fra gli interpreti più noti ci sono Boris Karloff, Charles Laughton, Raymond Massey (che poi sarà il fratello criminale in Arsenico e vecchi merletti).

  
Last Night in Soho (Edgar Wright, 2021, UK)

Ero molto titubante prima di decidere di guardare questo film fantasy-crime-horror moderno ma, pur non essendo memorabile, devo dire che è molto originale e conta su molte soluzioni fotografiche ingegnose, specialmente i giochi di specchi che permettono alla giovane protagonista e la sua alter ego degli anni ’60 di essere entrambe presenti in scena e a volte intercambiare i ruoli. Vari sono i personaggi interessanti, ma la parte delle relazioni fra gli studenti della scuola di moda sono banali e sostanzialmente inutili, almeno si potevano ridurre. La protagonista è Thomasin McKenzie (la ragazza ebrea di Jojo Rabbit) ma l’aspirante candidata Oscar (coprotagonista) pare essere Diana Rigg, deceduta a 82 anni poco dopo la fine delle riprese; notevole anche l’interpretazione di Terence Stamp (classe ’38) nei panni di un misterioso e sinistro anziano.

Passing (Rebecca Hall, 2021, USA)

Adattato da un romanzo, tratta dell’incontro di due amiche dei tempi della scuola, ora ben inserite nella società, sposate con professionisti benestanti. Hanno in comune il fatto di avere parte di sangue africano (quadroon o octoroon), ma mentre una di loro ne va fiera e frequenta la comunità afroamericana, l’altra si fa passare per bianca, con marito apertamente razzista; entrambe sono abbastanza false e ipocrite. Il film è girato in un bel bianco e nero, con tante sfocature e luci ben disposte, ma sembra quasi un esercizio fotografico che costringe le protagoniste Tessa Thompson e Ruth Negga (entrambe aspiranti a candidatura Oscar) a lunghe pause e sguardi persi nel vuoto. In effetti mi è sembrato poco credibile il passare (vedi titolo) per bianche, una dovrebbe aver nascosto la cosa nonostante sia sposata da parecchi anni e con una figlia adolescente (“per fortuna non nata dark”), ma anche l’altra entra in un elegante hotel solo per bianchi (siamo negli anni’20) senza apparentemente destare sospetti.

Encanto (Jared Bush, 2021, USA)

Questo film d’animazione della Disney è dato per gran favorito, insidiato solo ed esclusivamente da Flee che ha la particolarità (rara per il genere) di poter concorrere anche come miglior film straniero e documentario. Come molti già sapranno, è la storia di una famiglia colombiana i cui componenti hanno caratteristiche particolari (quasi da supereroi) … tranne una (la vera protagonista). Non vale alcuno dei vincitori degli anni recenti; è forse favorito perché gli atri sono ancora meno convincenti? Si dovrebbe almeno guardare Flee, co-produzione molto variegata Den/Swe/Nor/Fra/USA/ Spa/Ita/UK.

sabato 13 febbraio 2021

micro-recensioni 41-45: film d’animazione italiani e francesi ‘60-‘70

Anche nei decenni in cui la Walt Disney aveva quasi il monopolio dei film d’animazione, esistevano altre realtà con disegni dai tratti ben diversi e spesso non destinati ai bambini o, almeno, non esclusivamente a loro. Solo due derivano da strisce a fumetti e nel complesso sono nettamente inferiori. Tre sono di Bruno Bozzetto, reinterpretazioni italiane di classici USA: un film (Fantasia, 1940, Walt Disney) e un genere, i western. Solo uno è completamente fuori da ogni schema e, seppur firmato da René Laloux, deve la maggior parte dei sui meriti ai disegni di Roland Topor, eclettico artista per lo più surrealista, molto attivo anche in campo cinematografico con i suoi amici Fernando Arrabal e Alejandro Jodorowsky, ma talvolta anche attore in film come Nosferatu di Herzog (1979), nel quale interpreta il folle Renfield.

 

La planète sauvage (René Laloux, Fra, 1973)

Una storia assolutamente fantastica racconta dei contrasti fra due comunità apparentemente simili ma di dimensioni estremamente diverse: gli enormi Draags e i minuscoli Oms. I problemi relazionali si possono facilmente interpretare come quelli padroni/schiavi o ricchi/poveri, con ovvi tentativi di ribellione e conseguenti repressioni; da non sottovalutare il tema dell’accesso al sapere. Interessantissime sono le rappresentazioni degli elementi di contorno, una miscela di parvenze animali che richiamano alla mente i disegni di surrealisti moderni come Salvador Dalì, ma anche quelli di Hieronymus Bosch (1450-1516), e per restare nell’ambito dell’animazione sembrano essere antesignani dei draghi volanti di Dragon Trainer (2010). Penso risulti chiaro che il film offre molti spunti, di genere completamente diversi e certamente non è un prodotto destinato al pubblico infantile. Da guardare senz’altro, e con attenzione.

Allegro non troppo (Bruno Bozzetto, Ita, 1976)

Il richiamo a Fantasia (1940, Walt Disney) è esplicitamente espresso dal protagonista umano interpretato da Maurizio Nichetti. E sì, perché questo è un film con attori e disegni animati, i primi compaiono solo nelle scene in teatro, i disegni sono destinati ad illustrare i vari brani di musica classica di Sibelius, Dvorak, Vivaldi, Debussy, Stravinsky e Ravel. Il famosissimo Bolero di quest’ultimo offre a Bozzetto lo spunto per mostrare una sua interpretazione dell’evoluzione, a partire da una chiara citazione di 2001: Odissea nello spazio (1968, Stanley Kubrick) inserendo anche una bottiglia dell’americanissima Coca Cola. (clip qui in basso)

Molto originali sia i disegni che le sceneggiature dei sei racconti musicali, quasi tutti con un sottile, eppure evidente, black humor. Ciò è ancor più presente nelle parti recitate in teatro, con un manager / direttore d’orchestra despota, aguzzino del disegnatore (Nichetti). Ci sono anche un insulso presentatore (Maurizio Micheli), una orchestra composta da decine di ottuagenarie ed una ragazza addetta alle pulizie. Queste parti che si alternano all’animazione, pur fornendo occasioni per situazioni grottesche e battute argute, risultano talvolta stucchevoli e un po’ più lunghe del necessario. Anche questo da guardare, godendosi soprattutto musica e animazione.

  

West and Soda (Bruno Bozzetto, Ita, 1965)

Trovandosi nello stesso gruppo, è impossibile non fare un paragone fra questo film e quello di Goscinny (creatore, con Uderzo, della saga di Asterix). Come anticipato, Bozzetto riunisce in West and Soda molti degli stereotipi dei western classici hollywoodiani e inserisce alcune scene e battute con specifici riferimenti a film e personaggi, al contrario del francese che presenta un protagonista famoso nei paesi francofoni, per apparire in strisce già da oltre 30 anni. Ci sono tutti i personaggi indispensabili: il cattivo e i suoi scagnozzi, il pistolero infallibile che non vuole uccidere, la giovane e avvenente, da donna del saloon, il pianista, i becchini, gli indiani al perenne inseguimento della diligenza e lo squadrone di cavalleria che giunge in aiuto. Film di passo snello e arguto, di sicuro molto più apprezzabile da chi conosca abbastanza western classici. Consigliato, leggero e divertente.

Vip - Mio fratello Superuomo (Bruno Bozzetto, Ita, 1968)

Se nel suo primo lungometraggio Bozzetto presentò una parodia (molto ben riuscita) del genere western, qui si occupa dei supereroi … ma con molto minor successo. Non riesce ad essere incisivo né ad avvincere, storia molto banale e prevedibile, disegni direi deludenti. Non malvagio, ma certamente evitabile.

Lucky Luke - La ballata dei Dalton (René Goscinny, Henri Gruel, Fra, 1978)

Qualcosa ho già detto nel commento a West and Soda e non c’è molto altro da aggiungere. Come la maggior parte delle trasposizioni da striscia a fumetti a lungometraggio non riesce a rendere. Le strutture delle storie sono necessariamente diverse, i caratteri dei personaggi sono ben conosciuti e sia che si dia ciò per assodato, sia che li si voglia riproporre, buona parte del pubblico resta scontento. Evitabile, specialmente se prima guardate il western di Bozzetto.

venerdì 10 novembre 2017

Qualche utile anticipazione su COCO, il film di Natale della PIXAR

E finalmente ho guardato Coco, il film di Natale 2017 della Pixar-Disney, per ora uscito solo in Messico sia per essere ambientato qui, sia perché è stato lanciato in occasione della settimana di festa relativa al Dia de Muertos, qui più sentita perfino di Natale.
Al contrario di quanti molti possano pensare, Coco non è il nome del protagonista che invece è Miguel, un bambino aspirante cantante nonostante la messa al bando di ogni tipo di musica imposta dalla famiglia da generazioni e sogna di diventare una star come il suo idolo Ernesto de la Cruz.
Nel tentativo di dimostrare la sua bravura e a seguito di una serie di eventi misteriosi Miguel si ritrova nell’incredibile e coloratissimo “mondo dei morti”. Lì incontrerà il simpatico imbroglione Hector che vorrebbe tornare a vedere la propria famiglia e che lo accompagnerà in uno straordinario viaggio fra nel corso del quale troverà i suoi antenati, personaggi famosi, idolo Ernesto de la Cruz, spiriti guida sotto forma di coloratissimi animali (alebrijes), ma non sarà semplice tornare fra i vivi e non tutto è ciò che sembra. Ovviamente non dirò di più, ma mi limiterò a evidenziare alcuni elementi che potrebbero sfuggire a chi sa poco o niente del Messico e della sua cultura.
un paio di esempi di come si presentano nella realtà i cimiteri per Dia de Muertos
Quello messicano è un popolo molto fiero della propria cultura qualunque ne sia l’origine, vale a dire sia le tradizioni indigenas sia quelle di derivazione spagnola come musica, cavalli e corrida per fare qualche esempio. Per questo motivo ci sono dei personaggi “leggendari” a prescindere dalla loro etnia e dalle percentuali di sangue indigena/latina che sono stati idoli di tutti i messicani. Nel film appaiono vari di essi fra i quali Cantinflas, Jorge Negrete e Maria Felix mentre Ernesto de la Cruz sembra la caricatura di un misto di Pedro Infante e Vicente Fernandez. L’unica che tutti riconosceranno, anche perché si dichiara, è Frida Kalho a cui ha dato voce Ofelia Medina che ne interpreto il ruolo in Frida, naturaleza viva (Paul Leduc, 1983). Fra i brevi inserti cantati ci sono poi alcune strofe della Llorona, spirito mitico che dà il titolo alla famosa canzone interpretata anche da Chavela Vargas nell’altro film Frida (Julie Taymor, 2002, 2 Oscar).
Il concetto di “famiglia” è importantissimo in Messico e attorno ad esso gira tutta la storia di Miguel che, come ogni altro messicano, conosce il proprio albero genealogico e spesso i volti dei parenti deceduti e anche antenati scomparsi da molti decenni.
Sarei anche curioso di sapere come saranno tradotti nelle altre lingue (e non solo in italiano) tanti altri termini gastronomici come chicharron e chorizo (che sono anche soprannomi di personaggi del film) ma si menzionano anche i tamales e i calaveras de azucar già citati nel mio precedente post dedicato alle festività del Día de Muertos, scritto proprio per aiutare a comprendere ed apprezzare questo film. E come verrà presentato l'esordio di Miguel alle prese con il grito charro (o mexicano)? link al post
papel picado a tema, alcuni personaggi di COCO
Avevo parlato anche dei fiori bianchi o gialli che servono da segnavia per guidare gli spiriti fino agli “altari” predisposti dai parenti ancora in vita e nel film hanno una parte fondamentale sia per i poteri magici dei petali, sia per costituire lunghi ponti a più arcate che collegano i mondi dei vivi e dei morti.
Vedrete tantissimi festoni colorati e traforati spesso raffiguranti teschi e scheletri, si tratta del papel picado che si utilizza per adornare non solo case e altari ma anche strade e negozi (oggi, a circa una settimana dalla fine della festa ce ne sono ancora un sacco in giro).
Vorrei parlare più approfonditamente degli alebrijes che hanno una interessante storia anche se molto più breve della festa del Dia de Muertos, forse lo farò nei prossimi giorni dopo aver visitato di nuovo il Museo di Arte Popular dove ne sono esposti di meravigliosi. Per ora mi limito a ciò che concerne Coco e quindi all’enorme felino alato che ha un ruolo importante nello sviluppo della storia. Una replica in cartapesta fa bella mostra di sé fra gli edifici della Cineteca Nacional e sono pochi quelli che rinunciano a farsi un selfie o a farsi fotografare da qualcuno al lato del gattone (e non parlo solo di giovincelli).
Dopo quanto detto, pur essendo un sostenitore delle versioni originali dei film, capirete perché di questo ho voluto guardare la versione doppiata soprattutto in quanto il film è un omaggio alla cultura messicana attraverso una storia legata indissolubilmente alla sua più importunante festività (Día de Muertos) e oltretutto molti dei personaggi principali hanno lo stesso doppiatore per entrambe le lingue come per esempio Hector (voce di Gael García Bernal) ma anche mamà, papà Julio e Tio Berto. Per di più, come purtroppo spesso accade, nella versione americana i protagonisti parlano sì inglese, ma con un marcato accento latino ... cosa assolutamente insensata. Quindi mille volte meglio calarsi nell’ambiente con una giusta amabilissima e quasi cantata cadenza messicana.
Penso che abbiate anche capito che il film mi è piaciuto molto, similmente a Moana/Oceania dell’anno scorso non ci sono scene troppo sdolcinate né storiella d’amore, è molto colorato festoso e vivace pur essendo associato ai “morti”, ci sono delle animazioni molto originali con scomposizione e immediata ricomposizione di scheletri e trovate geniali come il "controllo passaporti" al quale si devono sottoporre le anime prima di varcare la frontiera per andare a visitare le proprie famiglie.
Dopo l’anteprima mondiale del 20 ottobre al Festival di Morelia (Messico), il film (serio candidato all'Oscar 2018) è arrivato nelle sale del paese “protagonista” della storia venerdì scorso. 
In Europa arriverà il 22-23 novembre dopo un’uscita limitata a Parigi una settimana prima, ma in Italia si dovrà aspettare fino a Natale!