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mercoledì 14 settembre 2022

Microrecensioni 266-270: fra i migliori neo noir (anni 2005-20)

Terza e ultima delle tre cinquine di neo noir, anche in questo caso quasi tutti i film vantano buoni rating e tanti premi e candidature Oscar. I due nettamente migliori, le prime due microrecensioni, contano su cast d’eccezione, ma anche il terzo propone solide interpretazioni, oltre ad una buona sceneggiatura.

 
Sin City (Frank Miller, Robert Rodriguez, USA, 2005)

Grafica molto accattivante con tanto cupo e molto contrastato bianco e nero dal quale emergono pochi colori sparati (soprattutto rossi, blu e gialli); trattandosi di qualcosa simile a un noir è tutto perfetto. La combinazione fra grafica e attori (alcuni dei quali sostanzialmente modificati) funziona più che bene. Tuttavia, mi sembra che si sia ecceduto con la voce narrante, per quanto classica dei noir. Tanti gli attori dai volti molto peculiari e tutti legati in un modo o nell’altro a film violenti, crime o thriller. L’originale montaggio di storie diverse, alcune delle quali divise in due parti, mi è sembrato un po’ confusionario ma è certo da apprezzare l’idea di far apparire nel bar tanti protagonisti delle varie storie, anche se la maggior parte non sono legati in alcun modo fra loro. Un film da guardare senz’altro a prescindere dall’essere o meno aficionados di graphic novels, ma i più sensibili sappiano che (pur se chiaramente esagerata finzione) c’è tanta violenza da fare invidia ai film splatter (e non c’è da meravigliarsi visti i registi). Particolarmente apprezzabili i passaggi al b/n quasi negativo, quasi come il teatro delle ombre cinesi. Concettualmente, il finale ricorda quello di Man on Fire (Tony Scott, 2004, con Denzel Washington). Con Jessica Alba, Clive Owen, Bruce Willis, Benicio Del Toro, Mickey Rourke, Rutger Hauer. Nel film appaiono anche i due registi / sceneggiatori ma non lo Special Guest Director Quentin Tarantino. Technical Grand Prize e Nomination Palma d'Oro a Cannes. Di questo cult nel 2014 si produsse il sequel A Dame to Kill For, basato su un’altra graphic novel di Miller, con vari personaggi in comune con il precedente, interpretati dagli stessi attori.

Before the Devil knows you're dead (Sidney Lumet, USA, 2011)

A mio modesto parere, se Lumet non avesse scelto di eccedere nel montaggio della prima metà del film in flashback e flashforward con continui salti temporali introdotti da “un giorno prima del ...”, “il giorno del ...”, “tre giorni prima del ...”, questo film sarebbe stato molto più lineare a piacevole. Ho trovato la seconda metà eccellente, dal momento in cui le cose si complicano ulteriormente e allo spettatore vengono suggerite varie possibili evoluzioni della trama, ma lasciando tutto in sospeso fino alla fine. Conducono il gioco tre ottimi attori, fra i quali trovo si distingua l’allora settantenne Albert Finney, alla sua ultima interpretazione da protagonista ma forte di una lunga esperienza in film di livello che gli hanno fatto guadagnare 5 nomination agli Oscar, quattro delle quali come attore protagonista; lo affiancano i sempre bravi Philip Seymour Hoffman, Ethan Hawke. In breve ecco l’argomento: due fratelli decidono di organizzare una rapina per sanare le proprie situazioni economiche, ma qualcosa va storto e il seguito della storia è un crescendo di intoppi e ulteriori difficoltà inaspettate. Singolare titolo originale con uno molto peggiore scelto, con la solita maestria, per la versione italiana Onora il padre e la madre ...  Ottima scelta per gli amanti del genere crime-thriller.

   
Killer Joe (William Friedkin, USA, 2011)

Della cinquina, questo è il più vero neo noir, con professionisti del settore veramente violenti e non criminali per caso. Penultima regia di William Friedkin che, pur avendo avuto i suoi alti e bassi, è certamente regista esperto e affidabile, specialmente in questo genere violento … come dimenticare The French Connection (1971, Oscar per la regia). Vincitore del Golden Mouse a Venezia e candidato al Leone d’Oro, il film conta su un buon cast, seppur privo di nomi di grido: Matthew McConaughey, Emile Hirsch, Juno Temple, Ansel Smith, Gina Gershon. Storia veramente torbida e piena di tensione, fra minacce e sensualità, con un finale quasi aperto a varie interpretazioni. Non eccezionale, ma certamente oltre le aspettative … merita una visione.

Nightcrawler (Dan Gilroy, USA, 2007)

Chi raccomanda da dinastia Gyllenhaal? Stephen Gyllenhaal si distinse (pare) come regista televisivo ma in quanto al cinema il suo miglior film fu A Dangerous Woman (un misero 54% su RT con un ancor peggiore 30% di gradimento da parte del pubblico). Eppure è riuscito a piazzare a Hollywood i suoi figli Maggie e Jake, nessuno dei quali mi è mai sembrato particolarmente brillante. Non fa eccezione l’interpretazione di Jake in questo film dove lo troviamo nei panni di un intraprendente giovane senza né arte né parte (e assolutamente senza scrupoli) che riesce a inserirsi e a far carriera nel mondo dei videoreporter che passano la notte a cercare lo scoop fra incidenti, incendi e crimini vari, più sangue e morti ci sono e meglio è. Il singolare soggetto, probabilmente (e tristemente) abbastanza attinente alla realtà, ha fatto ottenere al regista / sceneggiatore Dan Gilroy (al suo esordio) una candidatura Oscar per la sceneggiatura.  Fra gli altri numerosi riconoscimenti quelli per la sceneggiatura prevalgono sulla regia ma, a onor del vero, ce ne sono anche per Jake Gyllenhaal; in sostanza, film mediocre ma non proprio malvagio.

The kid detective (Evan Morgan, Can, 2020)

Peccato per la messa in scena, assolutamente insufficiente per una sceneggiatura abbastanza originale, con numerosi twist e veri colpi di scena. Il protagonista è interpretato da Adam Brody che, seppur apprezzato da alcuni, sembra che 40 film in una ventina di anni non siano stati sufficienti a farlo apparire minimamente credibile. Non che il personaggio lo aiuti, ma lui contribuisce senz’altro a rendere il film floscio e poco coinvolgente. Questo è forse uno di quelli che meriterebbe un buon remake con un regista e un cast di esperienza. In conclusione, secondo me, Evan Morgan (al suo vero esordio) è da promuovere come sceneggiatore (meglio dire soggettista), ma da bocciare come regista.

sabato 14 agosto 2021

Micro-recensioni 201-205: i primi 10 film di Peckinpah (6-10)

Dopo la digressione nel genere commedia (seppur western) in questa seconda cinquina Peckinpah affronta temi, epoche (dal 1881 all’epoca contemporanea) e ambientazioni molto diverse, non solo USA e non solo west, ma anche Messico e UK. Fra essi ce n’è addirittura uno nel quale la violenza si limita a qualche pugno e una rissa da bar e c’è anche il mio preferito, e da questo comincio.

Bring Me the Head of Alfredo Garcia (Sam Peckinpah, 1974, USA) aka Voglio la testa di Garcia

Nei primi minuti sembra un western ambientato in una hacienda messicana a cavallo del secolo, ma improvvisamente si scopre che è tutt’altra cosa e diventa un road movie tendente alla commedia grottesca, con tanti personaggi e ancor più sparatorie. “Volere la testa di qualcuno” è una espressione utilizzata di solito in senso figurato, ma in questo caso c'è un jefe (Fernández) che la vuole fisicamente come prova dell’eliminazione definitiva del giovane Alfredo e quindi il discorso è ben diverso. Ma è solo il titolo italiano a creare l'equivoco, in inglese è molto più chiaro e significativo traducendosi letteralmente come "Portatemi la testa di Alfredo Garcìa", e detta testa farà un lungo e travagliato viaggio per strade polverose e desolate, in pueblos con fiestas e funerali, fra furti, agguati, inseguimenti e sparatorie.

Il protagonista di questa storia originale è il pianista Bennie, interpretato da Warren Oates, un fedelissimo di Peckinpah che compare di solito in ruoli marginali, ma qui promosso a primo attore. Il cast misto hollywoodiano/messicano è molto ricco e fra quelli che hanno brevi ma sostanziali parti, ci sono anche guest stars come Kris Kristofferson (l’anno prima protagonista con James Coburn di Pat Garret & Billy The Kid dello stesso Peckinpah, le star TV Robert Webber e Gig Young (Oscar per Non si uccidono così anche i cavalli?, 1969) e, fra i messicani, il fedelissimo Emilio Indio Fernandéz (stimatissimo regista, qui attore) e la sex symbol dell’epoca Isela Vega oltre a tanti extra e comparse con un’infinità di bambini messicani.

Non meraviglia il fatto che, pur essendo stato un quasi fiasco al botteghino e anche poco apprezzato dalla critica all'uscita, sia poi diventato un cult, definito l'ultimo vero film di Peckinpah il quale dichiarò che questo fu l'unico suo film uscito come lui lo aveva immaginato, quindi un director’s cut senza interventi della produzione. Né meraviglia leggere che, per caratteristiche e contenuti, Bring me the Head of Alfredo Garcia sia fra i film preferiti in assoluto di registi come Tarantino, Lynch e Takeshi Kitano. Da non perdere.

 

Straw Dogs (Sam Peckinpah, 1974, USA) aka Cane di paglia

Film di tema veramente diverso ed ambientato in epoca contemporanea in un paesino sulla costa meridionale dell’Inghilterra, facendone un quadro per nulla lusinghiero. L’apparente tranquillità dell’area rurale e del villaggio nel quale tutti si conoscono, viene presto turbata dall’arrivo di un matematico americano con la giovane e provocante (in entrambe i sensi) moglie, già residente nel paese. Segue un crescendo di tensione e violenza, con minacce, stupri, omicidi e tentativi di linciaggio. Film che fu molto criticato per tanta violenza, anche perché sembrava più realistica, al contrario delle sparatorie esagerate dei western precedenti. Inusuale il cast con Dustin Hoffman protagonista e il resto inglese; Nomination Oscar per il commento sonoro.

Junior Bonner (Sam Peckinpah, 1972, USA) aka L’ultimo buscadero

Si rimane nel west e fra gli ultimi cowboy moderni, ma stavolta si tratta di quelli che partecipano ai grandi rodei. Alla resa dei conti, i tantissimi dettagli, primi piani, il solito rapido montaggio al quale si aggiungono le brevi scene ralenti, lo rendono più simili ad un buon documentario che a una fiction. Ace Bonner, il capofamiglia, sessantenne che ancora partecipa ai rodei, vuole emigrare in Australia, la moglie (separata) è scettica, il figlio Curly (ricco imprenditore) non lo aiuta, toccherà a Junior (Steve McQueen) tentare di procurargli la somma necessaria guadagnandosela in un rodeo. Unico dei 10 film presi in esame a non mostrare armi e non includere morti … in compenso ci sono una buona quantità di scazzottate.

 

Pat Garrett & Billy, the Kid (Sam Peckinpah, 1973, USA)

Mi sono sempre chiesto come e perché Kris Kristofferson sia giunto alla corte di Peckinpah. Non riesce ad andare oltre il suo sorrisetto insulso stampato sulla faccia, qualunque sia la situazione. Oltretutto, in questo film è inevitabile (e impietoso) il confronto non solo con star di Hollywood come James Coburn e Jason Robards, ma anche con tanti altri usuali co-protagonisti utilizzati da Peckinpah. Un altro che non fa una gran figura è Bob Dylan, il quale ebbe una piccola parte nel film ma è ricordato e apprezzato per la colonna sonora, il motivo portante è il famoso pezzo Knockin' On Heaven's Door. Western più o meno classico, anche questo sostanzialmente road movie, che si lascia guardare ma certamente non entusiasma.

The Getaway (Sam Peckinpah, 1972, USA)

Nello stesso anno Steve McQueen fu interprete dei suoi due film diretti da Peckinpah, ma con personaggi quasi del tutto opposti; dopo il cowboy sognatore con problemi famigliari diventa un rapinatore suo malgrado in fuga dai suoi associati. La sceneggiatura si rivela un po’ debole poiché non sarebbe pensabile che uno che passa per essere un professionista del crimine commetta una serie di imperdonabili errori. In quanto a insensatezze è ben coadiuvato da Ali MacGraw (la protagonista di Love Story, 1970, Arthur Hiller), abbastanza incapace sia come compagna che come attrice che infatti conta solo 10 film in carriera fra i quali anche un altro con Peckinpah: Convoy, con Kris Kristofferson (altro attore scadente). Il film si riduce ad un rocambolesco lungo inseguimento della coppia in fuga, portato avanti da vari gruppi di malviventi. Finale relativamente originale, ma anch’esso poco plausibile.