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sabato 29 giugno 2019

42° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (206-210), solo Spielberg

Ed ecco gli altri 5 film diretti da Spielberg già annunciati, guardati in ordine cronologico, come penso sia bene procedere, quando è possibile. Mi convinco sempre di più che regista, uno dei pilastri del nuovo cinema americano, è più che discontinuo. Infatti, oltre ai vari ottimi film che tutti conoscono, ne ha realizzati altri senza infamia e senza lode, mentre altri ancora sono veramente scadenti e per questi penso che i rating sono più che generosi, probabilmente dovuti al nome Spielberg. In questo gruppo ci sono 1941 e Always i quali, se fossero stati diretti da uno sconosciuto, non sarebbero andati oltre il 3.
Sembra che il principale obiettivo del regista/produttore sia quello di fare film di cassetta, adatto per famiglie (in stile quasi disneyano), pieni di buoni sentimenti, bambini o ragazzini sapienti ed indomiti, coraggiose madri single e via discorrendo. Esempi lampanti sono E. T. e Jurassic Park, entrambi sostenuti da spettacolari effetti speciali (per l’epoca) e storie relativamente originali. The Lost World, come quasi qualunque sequel, non vale assolutamente l’innovativo Jurassic Park ed è appena sufficiente. In linea di massima, trovo che in molti di questi film gli attori non sono all’altezza della situazione e tantomeno della loro fama (per quelli che se la sono fatta), con il culmine nell’accozzaglia di nomi che si leggono nei titoli di 1941, ... veramente incredibile.
Perfino dando un’occhiata alle categorie nelle quali i famosi E. T. e Jurassic Park hanno vinto 7 Oscar, si vede che nessuno di essi è di “quelli che contano”.
Concluso questo dovuto preambolo visto che si tratta di un post praticamente monografico, sarò più stringato del solito nei commenti di ciascun film.
 
   

207  E. T.  (Steven Spielberg, USA, 1982) * con Henry Thomas, Drew Barrymore, Peter Coyote * IMDb  7,9  RT 98%  *  4 Oscar (miglior commento musicale,  sonoro, montaggio sonoro ed effetti speciali) e 5 Nomination (miglior film, regia, sceneggiatura, fotografia e montaggio)
Girato 5 anni dopo Close Encounters ... (con il quale ha vari punti in comune), E. T.  è uno dei film del periodo iniziale nel corso del quale Spielberg si è fatto conoscere nel mondo intero ed ha ovviamente incassato tanti soldi visto che 4 dei primi 7 furono Jaws(1975), Close Encounters ... (1977), Raiders of the Lost Ark (1981) e questo che è il settimo; tutti spettacolari, innovativi, pensati specificamente per il grande pubblico e quindi blockbuster campioni di incasso. Dal punto di vista cinematografico patisce il cast mediocre, dialoghi banali e prevedibilità; c’è perfino un lungo inseguimento polizia/ragazzi in bici, una di quelle scene che gli americani sembrano amare tanti. Da un alro punto di vista, direi che gli Oscar sono tutti meritati. Piaccia o non piaccia, fa parte della storia del cinema.  
209  Jurassic Park  (Steven Spielberg, USA, 1993) * con Sam Neill, Laura Dern, Jeff Goldblum * IMDb  8,1  RT 93%  *  3 Oscar (miglior sonoro, montaggio sonoro ed effetti speciali) * al 181° posto nella classifica IMDb
Altra mega produzione che all’epoca (26 anni fa) sbalordì soprattutto per gli effetti speciali e la ricostruzione di tante specie di dinosauri, certamente fra gli animali preferiti da tanti bambini. Le innovative tecniche CGI, possibili grazie ai passi da gigante fatti in pochi anni dall’animazione al computer combinata con ambienti reali, segnarono una svolta decisiva nel genere fantastico; un’onda lunga della quale si vedono ancora gli effetti.
Visivamente piacevole, ma anche per questo come per E. T.  valgono le mie riserve in quanto a cast, sceneggiatura e dialoghi; comunque altra pietra miliare del cinema.
 
      

210  The Lost World  (Steven Spielberg, USA, 1997) * con Jeff Goldblum, Julianne Moore, Pete Postlethwaite * IMDb  6,5  RT 53% 
Come anticipato nel cappello, qui cominciano le dolenti note. Questo sequel di Jurassic Park  che ripropone anche qualche personaggio/attore è senz’altro inferiore all’originale e i 4 anni di ulteriore sviluppo della tecnologia CGI non sembrano aggiungere molto alla spettacolarità del precedente.  Jeff Goldblum sempre più inespressivo è contornato da altri attori mediocri che quindi non lo fanno sfigurare più di tanto. Sorge il dubbio che Spielberg risparmi deliberatamente sul cast per pagare gli effetti speciali con i quali ha costruito la sua reputazione ed il suo impero economico. Ci si può limitare a guardare Jurassic Park  e tralasciare questo, non si perde niente.
208  Always  (Steven Spielberg, USA, 1989) * con Richard Dreyfuss, Holly Hunter, Brad Johnson * IMDb  6,4  RT 65% 
Sempre peggio ... film romantico quasi strappalacrime, con storia e dialoghi risibili, realizzazione che aspira ad essere spettacolare ma è spesso ridicola e insensata per essere poco o niente plausibile. Richard Dreyfuss si dimostra ancora una volta poco incisivo (come anche in Jaws) e Holly Hunter non è da meno; Brad Johnson forse è il migliore dei tre protagonisti visto come si cala nel ruolo del bello imbambolato, con il suo perenne sorriso quasi da ebete. Guardalo mi sembra una perdita di tempo e quindi non lo consiglio.
206  1941  (Steven Spielberg, USA, 1979) * con John Belushi, Warren Oates, Christopher Lee, Toshiro Mifune, Dan Aykroyd * IMDb  5,9  RT 33%  *  3 Nomination (fotografia, sonoro ed effetti speciali)
E con questo si tocca il fondo. Film senza né capo né coda, che rasenta il ridicolo, con tanti attori di nome ai quali tuttavia non è affidato alcun ruolo di peso. John Belushi saltella e si agita pensando forse di stare ancora girando Animal House (1978); attori a fine di una gloriosa carriera (p.e. Toshiro Mifune) o almeno più che dignitosa (p.e. Warren Oates, Ned Beatty e Christopher Lee) si trovano chiaramente spaesati in questo bailamme; ma in condizioni simili ci sono anche Dan Aykroyd, Tim Matheson, Nancy Allen e vari altri volti noti.
Da evitare accuratamente.  

Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire dal 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate su questo blog. 

sabato 15 giugno 2019

41° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (201-205)

Dopo una pausa di un paio di settimane dovuta a svariate situazioni non connesse fra loro, sono tornato al ritmo di un film/giorno (più o meno) ed ecco 5 nuove microrecensioni. A parte il film francese (per fortuna recuperato dopo la mancata proiezione del mese scorso), tutti gli altri sono diretti da Spielberg e ne seguiranno altri 5, guardati e da guardare in rigoroso ordine cronologico. Tale “retrospettiva” comprende buona parte dei suoi primi film fra i quali alcuni meno conosciuti o molto criticati.

   

202  Duel  (Steven Spielberg, USA, 1971) * con Dennis Weaver, Jacqueline Scott, Eddie Firestone * IMDb  7,7  RT 87% 
C’è chi lo considera il primo vero film di Spielberg e chi non lo elenca neanche fra i suoi film ... in effetti Duel nacque con film per la TV e 2 anni dopo (con l’aggiunta di 15 minuti) fu distribuito nelle sale, mentre il primo vero lungometraggio (Firelight,1964), girato con pochi mezzi dall’allora 18enne regista, è andato perso; non è chiaro se gli spezzoni oggi disponibili siano effettivamente parti della versione definitiva.
Secondo me, in stretto senso cinematografico, considerato il soggetto e il budget, tenendo conto dei limitati mezzi, del fatto che fu girato in meno di 3 settimane e che in pratica conta su un solo attore, Duel è un ottimo road movie, tendente al thriller, ovviamente un cult da non perdere.
Posso aggiungere che quando nel 1975 gestivo il mio “cineclub”, nella rassegna “Nuovo Cinema Americano” inserii questo e il successivo Sugarland Express subito dopo Vanishing Point (1971, di Richard C. Sarafian), proponendo così un formidabile terzetto di road movies.

203  Sugarland Express  (Steven Spielberg, USA, 1974) * con Goldie Hawn, Ben Johnson, William Atherton, Michael Sacks * IMDb  6,8  RT 91%  * premio per la sceneggiatura e Nomination Palma d’Oro a Cannes
Subito dopo Duel, Spielberg diresse quest’altro road movie, altrettanto particolare ma invece dello psicopatico camionista assassino che segue minacciosamente un’auto, qui quelli più fuori di testa sono gli inseguiti anche se fra l’incredibile numero di poliziotti e simili che li “scortano” quelli sani di mente sono ben pochi.
Ci si può vedere tanto in merito all’uso (indiscriminato) delle armi e nel persistere della mentalità da far west, con giustizieri e posse. Eccellenti alcuni personaggi, anche se hanno piccole parti (deliziosa la coppia di anziani rapinati); anche sceneggiatura e dialoghi sono appropriati e significativi.
Sottovalutato dal pubblico ma apprezzato dalla critica, secondo me è un buon film, certamente meritevole di una visione.

      

205  Close Encounters of the 3rd kind  (Steven Spielberg, USA, 1977) * con Richard Dreyfuss, François Truffaut, Teri Garr * IMDb  7,7  RT 97%  *  Oscar miglior fotografia, 7 Nomination (miglior regia, scenografia, montaggio, Melinda Dillon non protagonista, sonoro, commento musicale, effetti speciali) e Premio Speciale per montaggio effetti sonori
Certamente all’epoca fu innovativo nel campo della fantascienza, che fino ad allora sembrava aver prediletto i viaggi spaziali verso mondi sconosciuti trascurando i temi di possibili arrivi di alieni sulla terra. Anche l’approccio non conflittivo (nonostante lo stretto controllo militare) che pone il film in un ambito “buonista” pose le basi per tanti altri film prodotti con simile ottica, a cominciare da E. T. (1982) dello stesso regista. Qualcuno sostiene che la sceneggiatura è un’elaborazione di Firelight, scritto, diretto e prodotto da Spielberg con soli 500 dollari, proiettato solo in un cinema locale e poi andato in gran parte perso.
Notevoli ed innovativi effetti speciali ed una bella fotografia (anche se le scene e i soggetti sono spesso troppo illuminati) sostengono il film ... la storia è poco avvincente in quanto troppo prevedibile.
Va visto per i suoi aspetti positivi e per essere una pietra miliare nel genere sci-fi, ma non è un certo un capolavoro.

204  Jaws (Steven Spielberg, USA, 1975) * con Roy Scheider, Robert Shaw, Richard Dreyfuss * IMDb  8,0 RT 97%  *  3 Oscar (montaggio, sonoro e musica) e Nomination come miglior film* 237° nel ranking IMBd
Non per fare il bastian contrario, ma di questi primi 3 film di Spielberg che ho rivisto con piacere, Lo squalo è quello che mi è piaciuto di meno. Nell’essenza ha molto in comune con i precedenti, fra seguimenti/inseguimenti e incombente rischio di vita. Certamente c’è più interazione fra i protagonisti, oltre al vorace pesce i 3 personaggi principali molto diversi fra loro interagiscono in modo interessante.
Tuttavia, devo sottolineare che ha un difetto comune con tanti film in ambiente naturale e soprattutto in quelli girati in mare: l’assoluta evidente mancanza di continuità. Fra campo e controcampo si passa da superficie del mare liscia come l’olio a mare agitato, da cielo azzurro a quasi foschia, rotta dell’imbarcazione che cambia palesemente a giudicare da vento, moto ondoso e sole, distanze e manovre assolutamente poco credibili considerata la presenza di almeno un uomo di mare. A tutto ciò in Jaws si aggiunge il numero di barili gialli che si moltiplicano, la barca semiaffondata che improvvisamente ha il pozzetto asciutto, motori dall’incredibile funzionamento e altro. Nonostante tutto ciò il film regge perfettamente per la tensione continua, l’attesa dell’apparizione dello squalo, le riprese subacquee eccetera, che funzionano a meraviglia, specialmente per i tantissimi che hanno poco a nessuna dimestichezza con il mare aperto.
Più thriller che film d’azione, merita comunque una visione. Nel cast è Robert Shaw quello che emerge.

201  La main du diable  (Maurice Tourneur, Fra, 1943) tit. it. “La mano del diavolo” * con Pierre Fresnay, Josseline Gaël, Noël Roquevert * IMDb  7,5 
Horror/fantasy d’epoca diretto da Maurice Tourneur, padre di quel Jacques Tourneur, apprezzato regista di noir americani (p.e. Out of the PastNightfall, ...) 
Il protagonista è Pierre Fresnay, noto per avere ricoperto ruoli da protagonista in film fondamentali della storia del cinema, non solo francese, come La grande illusione (di Jean Renoir, 1937, con Jean Gabin Eric von Stroheim quali coprotagonisti) e Il corvo (1943, di Henri Georges Clouzot).
Storia interessante e avvincente ben girata e messa in scena, con tanti buoni attori anche se per lo più sconosciuti. Sceneggiatura di Jean-Paul Le Chanois che, nel 1958, dirigerà uno dei migliori adattamenti di Les Miserables, con Jean Gabin nei panni di Jean Valjean.
PS - a proposito di Out of the Past (che è un ottimo noir del 1947, con Robert Mitchum e Kirk Douglas) e delle pessime “libere interpretazioni” che amo citare, tale film fu distribuito in Italia con due titoli diversi, fra i quali non saprei scegliere il più insulso: Le catene della colpa e, in alternativa, La banda degli implacabili (!).

Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire dal 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate su questo blog. 

martedì 28 maggio 2019

40° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (196-200)

Cinquina con tanti morti e con tanta violenza ... ma di quelle che fanno sorridere, praticamente quasi delle commedie splatter (anche se il sangue non è eccessivo). Dopo i due Kitano sequel di Outrage (2010, commentato qualche settimana fa) e la coppia di film firmati da Rodriguez e Tarantino che compongono Grindhouse, ho completato con un film molto particolare di Bergman, fra l’horror e il surreale, genere che pare non gli si addica troppo, si salva solo per le splendide riprese curate dal suo fido direttore della fotografia Sven Nykvist.

   

198  Death Proof (Grindhouse) (Quentin Tarantino, USA, 2007) * con Kurt Russell, Rose McGowan, Rosario Dawson  * IMDb 7,0  RT 83%
Questo è il mio preferito del gruppo, certamente meno serio di Vargtimmen, ma secondo me più creativo, originale, caricaturale sia nei personaggi che nelle situazioni e dialoghi. Apparentemente senza pretese, conta su una delle migliori interpretazioni di Kurt Russel che, oggettivamente, grandissimo attore non è. La sceneggiatura, più che buona, è sostanzialmente divisa in due parti ben distinte, il legame è costituito dal protagonista Stuntman Mike (Russel) e dalla sua macchina assassina Death Proof. Da devoto fanatico cinefilo, Tarantino inserisce nei dialoghi e nella trama tante citazioni, particolarmente importante è quella di Vanishing Point (1971, Richard C. Sarafian, tit. it. Punto zero, con Barry Newman), un vero cult per gli amanti dei road movie, niente a che vedere con lo scadente omonimo del 1997, nel quale il protagonista Kowalsky è interpretato dal pur bravo Viggo Mortensen
Un film da godersi in versione originale, si perde troppo con i sottotitoli e ancor di più nel doppiaggio. Senz'altro un buon lavoro di Quentin Tarantino, autore unico della sceneggiatura e anche interprete nei panni di Warren
Nonostante sia un titolo spesso trascurato e sottovalutato, se minimamente gradite lo stile del regista, non vi perdete questo film.

200  L'ora del lupo (Ingmar Bergman, Sve, 1968) tit. or. “Vargtimmen”  * con Max von Sydow, Liv Ullmann, Gertrud Fridh * IMDb 7,7  RT 89%
Come anticipato nel cappello, si vede che l'horror non è il campo di Bergman e tantomeno il surreale ... non è certo Buñuel! Tuttavia, grazie alla sua coppia di interpreti preferiti di quel periodo (Max von Sydow e Liv Ullmann, sempre ottimi) il film regge in modo più che decente, ma è senza dubbio uno dei lavori meno significativi del regista svedese. Interessante, ma non memorabile, il modo in cui Bergman inserisce nella trama le parti oniriche-surreali da lui stesso ideate (è sceneggiatore unico).
Film da guardare per la buona realizzazione, soprattutto la fotografia in bianco e nero, ma senza aspettarsi molto. 

      


196  Beyond Outrage (Takeshi Kitano, Jap, 2012) tit. or. “Autoreiji: Biyondo”  * con Takeshi Kitano, Toshiyuki Nishida, Tomokazu Miura  * IMDb 6,8  RT 47%
197  Outrage Coda (Takeshi Kitano, Jap, 2017) * con Takeshi Kitano, Toshiyuki Nishida, Tatsuo Nadaka  * IMDb 6,0  RT 60%
Secondo e terzo capitolo della serie Outrage, che vede protagonista lo stesso Kitano (aka Beat Takeshi) nei panni di Otomo, un killer yakuza. Specialmente nell’ultimo lo si vede molto appesantito (ma giustificatamente, avendo 70 anni), abbastanza fuori ruolo, ma tiene comunque bene la scena con il suo fare imperturbabile e la faccia pressoché inespressiva e immobile se non fosse per il suo caratteristico tic. Morti a non finire, alcune esecuzioni sono veramente creative, sorprendono sempre le scene assolutamente vuote ... strade senza traffico, locali vuoti, i giapponesi sembrano essere tutti a casa. In entrambe i film si procede a furia di riunioni, assassinii, tradimenti, esecuzioni, accordi, altre uccisioni, ... non c’è un momento di pausa.
Bisogna essere fan di Kitano per goderseli, ma penso che anche i suoi sostenitori debba ammettere che questi due Outrage non sono certo paragonabili alla maggior parte dei film precedenti del “Tarantino giapponese”.

199  Planet Terror (Grindhouse) (Robert Rodriguez, USA, 2007) * con Rose McGowan, Freddy Rodríguez, Josh Brolin * IMDb 7,1  RT 77%
Robert Rodriguez  è regista estremamente “irregolare”, procede ad alti e bassi. Si fece conoscere con il suo lavoro di esordio El Mariachi (estremamente low cost ... 7.000 dollari!), una genialità per quel budget. Dopo vari film da dimenticare tornò alla ribalta per la sua collaborazione all’ottimo Sin City, per poi passare al divertente e per alcuni versi geniale Machete (solo l’originale, pessimi i sequel) ,con il suo cast eterogeneo di attori famosi che interpretano personaggi opposti a quelli per i quali molti li ricordano.
Questo Planet Terror che fu pensato per essere la metà del double bill Grindhouse , secondo me si aggiunge a quelli da dimenticare, anche perché va in coppia con il buon film di Tarantino del quale ho appena scritto, un perfetto B-movie. Anche io che certo non sono esperto né amante degli horror posso notare che è realizzato veramente male, niente a che vedere con le tante buone parodie del genere prodotte negli ultimi 50 anni.
Non consigliato.  

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sabato 18 maggio 2019

39° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (191-195)

Cinquina di gran qualità, almeno sulla carta ... Al recupero di 3 film candidati e/o vincitori di Oscar 2019, ho affiancato 2 pellicole del secolo scorso di indiscusso pregio. Mi è sembrato che la fama di quelli moderni sia dovuta più che altro al gran battage pubblicitario.
   

195  Raging Bull (Martin Scorsese, USA, 1980) tit. it. “Toro scatenato” * con Robert De Niro, Cathy Moriarty, Joe Pesci * IMDb 8,2  RT 95% * 2 Oscar (Robert De Niro protagonista e montaggio) e 6 Nomination (miglior film, regia, Joe Pesci e Cathy Moriarty non protagonisti, fotografia, sonoro), al 128° posto nella classifica IMDb dei migliori film di tutti i tempi
Come era bravo il giovane Robert De Niro ... tutte (o quasi) le sue migliori interpretazioni sono concentrate in una decina di anni, da Mean Streets (1973, Scorsese) a Once Upon a Time in America (1984, Leone). Fra i gli altri 9 film interpretati in tale periodo ci sono anche: The Godfather: Part II (1974), Taxi Driver (1976) The Deer Hunter (1978) e questo Raging Bull (1980), ... scusate se è poco.
La scene sul ring (che scandiscono la cronistoria della carriera di La Motta) sono mirabilmente abbreviate all’essenziale, proposte in modo quasi teatrale, ma certamente poco credibili in quanto a realismo. Pur volendo considerare ciò una pecca, questa sarebbe probabilmente l’unica di un film quasi perfetto. Infatti, la splendida fotografia b/n di Michael Chapman, l’accattivante colonna sonora (include anche Scapricciatiello che fu tema dominante in Mean Streets), la scenografia, i costumi e le interpretazioni dei tanti goodfellas italoamericani contribuiscono alla costruzione di un film pregevole sotto ogni punto di vista.
A tratti violento, è comunque tanto coinvolgente che anche i più sensibili lo guarderanno fino alla fine, casomai chiudendo gli occhi in qualche occasione. Chi non lo avesse ancora visto dovrebbe correre ai ripari al più presto.

194  Andrei Rublev (Andrei Tarkovski, URSS, 1966) * con Anatoliy Solonitsyn, Ivan Lapikov, Nikolay Grinko  * IMDb 8,2  RT 95% * Premio FIPRESCI a Cannes, al 210° posto nella classifica IMDb dei migliori film di tutti i tempi
Alcuni lo giudicano un “mattone”, ma si sa che quella di Andrei Tarkovski non è una cinematografia tradizionale e/o leggera, in quanto si destreggia fra l’artistico e il poetico, e un film in bianco e nero di quasi 3 ore e mezza è senz’altro troppo per chi non lo comprende. Alcuni momenti salienti della vita del pittore di icone Andrei Rublev (fatti avvenuti fra il 1400 e il 1423) sono narrati in 8 parti ben distinte, comprese fra un prologo e un epilogo; quest’ultimo è l’unica parte a colori e mostra alcune opere dell’artista russo.
Le immagini sono (quasi) tutte spettacolari, sia con che senza movimenti di macchina, la qualità della fotografia è ottima, la sceneggiatura (dello stesso Tarkovski insieme con Konchalovsky) è molto ben congegnata. Solo la parte dei tartari mi è sembrata meno convincente.
Ho guardato la versione integrale (3h05’) messa in circolazione a fine secolo scorso dalla Criterion; negli anni precedenti erano state proposte solo le edizioni ridotte una ventina di minuti, ma una per la televisione russa era stata addirittura condensata in appena 1h41’. Di conseguenza, si vedono anche le famose scene censurate che diedero adito ad infinite polemiche in merito al maltrattamento di animali (quella del cavallo la più disturbante).
Un film comunque da guardare, possibilmente con la giusta preparazione e disposizione di spirito.

      

193  Roma (Alfonso Cuarón, USA, 2018) * con Yalitza Aparicio, Marina de Tavira, Diego Cortina Autrey * IMDb 7,8  RT 96% * 3 Oscar (miglior film non in lingua inglese, regia, fotografia) e 7 Nomination (miglior film, Yalitza Aparicio protagonista, Marina de Tavira non protagonista, sceneggiatura, scenografia, sonoro, mixaggio sonoro)
Buon film, ma non è certo il capolavoro che Netflix ha cercato di vendere nel mondo intero come tale, investendo più per la promozione che per la vera e propria produzione. Inquadrato così è stato quindi deludente. Sembra che ormai quasi tutti quelli che si interessano di cinema si siano convinti che gli Oscar (ancor più che negli anni passati, e nonostante i notevoli cambiamenti nelle composizioni delle giurie) siano manipolati da produttori e lobby varie. Quest’anno in particolare, la lista dei candidati comprendeva titoli a dir poco imbarazzanti.
Venendo al film, mi è sembrato caotico, privo di un filo conduttore pur essendo ben lontano da un film corale. Il sonoro e il mixaggio sonoro (candidati Oscar) saranno pur pregevoli tecnicamente, ma all’atto pratico semplicemente rendono l’audio estremamente confuso, con troppi rumori di fondo e spesso con ragazzetti urlanti, non strettamente necessari. In quanto alla fotografia (Oscar), sembra che Cuarón si intestardisca nei controluce. Se ciò funziona mirabilmente nella sequenza finale sulla spiaggia, rasenta il ridicolo in quelle dell’addestramento del reparto speciale in quanto i numerosi campo/controcampo mostrano le lunghe ombre che si alternano davanti e dietro agli spettatori, lasciando questi sempre non illuminati direttamente.
Altre scene poco credibili, mi sono sembrate quelle degli innumerevoli urti dell’auto, degli innumerevoli escrementi canini nel garage, dell’incendio e anche nella scena finale (che vuole apparire come un lungo piano sequenza) avevo notato che onde e luce cambiavano più volte ... e infatti non si tratta di una vera singola ripresa, ma di un abile e complicato montaggio non completamente mascherato dagli sforzi in fase di editing. Il regista/direttore della fotografia gioca con l’acqua e spesso anche con i riflessi ma, nonostante varie scene effettivamente ammirevoli, è evidente che non è Tarkovski.
Il film che Cuarón ha realizzato è dichiaratamente un film di ricordi e ha quindi inserito tante situazioni e personaggi, vari dei quali quasi del tutto scomparsi: l’uomo proiettile, il suonatore di campanaccio che avvisa della raccolta della spazzatura, la banda militare in giro per la città, l’arrotino in bici che si annuncia con il tradizionale flauto di pan, il venditore di castagne, ... el halconazo (aka Matanza del Jueves de Corpus, 10 giugno 1971, quando il regista aveva 10 anni), ma troppo viene lasciato in sospeso. Quanti colgono tutti questi particolari all’infuori dei messicani?  In patria, in linea di massima il film non è stato particolarmente apprezzato, specialmente da chi ha vissuto quell’epoca. La mia amica cinefila, nata e cresciuta nella capitale, già studentessa all’epoca dei fatti, mi aveva scritto abbastanza polemicamente: “Non mi è chiaro in che consista l’eccezionalità del film”. In sostanza sono d’accordo con lei, è un buon film ma assolutamente non eccezionale.

192  BlacKkKlansman (Spike Lee, USA, 2018) * con John David Washington, Adam Driver, Laura Harrier * IMDb 7,5  RT 96% * Oscar per sceneggiatura e 5 Nomination (miglior film, regia, Adam Driver non protagonista, montaggio e commento musicale)
Certamente interessante, relativamente ben realizzato e ben interpretato. Come tutti sanno, si tratta di storia vera seppur al limite dell’incredibile, basata sulle memorie del protagonista, poliziotto afroamericano che, facendosi passare per suprematista bianco (al telefono) riesce a infiltrarsi in una sezione del Ku Klux Klan.

191  The Ballad of Buster Scruggs (Ethan Coen, Joel Coen, USA, 2018) * con Tim Blake Nelson, Willie Watson, Clancy Brown * IMDb 7,3  RT 91% * 3 Nomination Oscar (miglior sceneggiatura, costumi, canzone originale)
Molto deludente ... non so a cosa stessero pensando i fratelli Coen, che in linea di massima apprezzo; sarà una conseguenza della produzione Netflix? Fotografia troppo patinata, personaggi e situazioni al limite del ridicolo, si salvano alcuni buoni spunti di humor nero.  
Il film è diviso in 6 storie completamente indipendenti l’una dall’altra, il solo legame è il periodo e il west; il titolo è quello dell’episodio di apertura ... quasi un semplice sketch.

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lunedì 13 maggio 2019

38° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (186-190)

Cinquina interamente giapponese, composta da un Kurosawa poco conosciuto dei suoi inizi, un chambara di Tanaka e 3 Takeshi Kitano, certamente non fra i suoi migliori. 

   

186  The Quiet Duel  (Akira Kurosawa, Jap, 1949) tit. or. “Shizukanaru kettô”  tit. it. “Il duello silenzioso” * con Toshirô Mifune, Takashi Shimura, Miki Sanjô * IMDb 7,5  RT 72%p
All’inizio della serie di film di livello con i quali Kurosawa si affermò i Giappone prima, e poi nel mondo. Girato subito dopo dell’ottimo L’angelo ubriaco (consigliato, con il quale Toshirô Mifune , al 4° film, divenne famoso al fianco del già noto Takashi Shimura) e appena prima di Cane randagio (altro film pregevole, seppur meno conosciuto); in tutti e 3 i film Mifune e Shimura si alternano nei ruoli di protagonista e coprotagonista. In The Quiet Duel, come in L’angelo ubriaco, Kurosawa tratta di un medico alle prese con gravi problemi inerenti che condizionano (seppur per motivi completamente differenti) la sua vita professione e personale.
Il regista già dimostrava palesemente non solo le sue capacità nel campo della direzione, ma anche in quello della sceneggiatura (è co-sceneggiatore dei tre film succitati).
Kurosawa è senza dubbio uno di quei registi che merita di essere apprezzato dal primo all’ultimo dei suoi 31 lungometraggi (come regista, le sceneggiature sono oltre 70) ma, purtroppo, perfino molti cinefili lo conoscono solo per i suo titoli più noti. A beneficio di eventuali interessati, segnalo che la BFI ha prodotto il cofanetto Early Kurosawa, che comprende 6 dei suoi primi 7 film.

190  The Betrayal (Tokuzo Tanaka, Jap, 1966) tit. or. “Daisatsujin orochi” * con Raizô Ichikawa, Kaoru Yachigusa, Shiho Fujimura * IMDb 7,2 
Classico chambara, diretto da un regista specializzato nel settore, già assistente di Kurosawa in Rashomon e noto per vari film aventi come protagonista il famoso samurai cieco Zatôichi, poi brillantemente trattato anche da Takeshi Kitano nel 2003. Questo buon film funge quindi quasi da trait d’union in questa cinquina tutta giapponese. La trama è molto articolata e per niente banale, il vero lungo incredibile combattimento (uno contro decine di avversari) giunge solo a conclusione della storia e occupa oltre un quarto d’ora del film, di appena 87 minuti.
Convincenti le interpretazioni e anche gli intrecci, validi non solo visti secondo i codici morali di samurai e ronin, ma anche in assoluto.
Ammesso il genere, merita senz’altro una visione.

      

Tre film stesso gruppo meritano un preambolo. Nel complesso è un regista che apprezzo ma si è dimostrato non costante in quanto a qualità dei suoi film. Lo apprezzo anche come attore, con quel suo volto inconfondibile, assolutamente non regolare, con quella sua aria fra l’imperturbabile, l’assente e lo strafottente. I seguenti 3 film non sono certo fra i suoi migliori, pur lasciando trapelare una certa qualità. In molti casi appaiono evidenti le affinità con il suo dichiarato fan Quentin Tarantino, al quale è spesso associato in quanto a violenza più o meno gratuita.

187  Violent Cop (Takeshi Kitano, Jap, 1989) tit. or. “Sono otoko, kyôbô ni tsuki” * con Takeshi Kitano, Maiko Kawakami, Makoto Ashikawa * IMDb 7,2  RT 83%
Esordio alla regia di Takeshi Kitano in un poliziesco nel quale lui stesso interpreta il protagonista, un poliziotto violento (vedi titolo) di scarsa deontologia, quasi un Dirty Harry giapponese (molti sottolineano infatti le analogie con Eastwood). Il film scorre in modo fluido, l’argomento è quello che è, se si sopportano pestaggi, sangue e altre violenze è senza dubbio un buon prodotto.

189  Outrage (Takeshi Kitano, Jap, 2010) tit. or. “Autoreiji” * con Takeshi Kitano, Kippei Shîna, Ryo Kase * IMDb 6,8  RT 79%
Primo elemento della trilogia che continuò con Beyond Outrage (2012) e Outrage Coda (2017). In pratica consta di una lunga sequela di minacce, promesse non mantenute, tradimenti, violenza più o meno gratuita, assassinii con semplici pistolettate, ma anche in tanti altri modi, alcuni “creativi”, altri palesemente annunciati, tutto in ambiente yakuza contemporaneo. Alleanze e ascese al potere si susseguono a tale velocità che è necessaria non poca attenzione per capire chi è affiliato a chi in ogni momento, complice la somiglianza (almeno così appare alla maggior parte dei non giapponesi) dei vari scagnozzi.

188  Kids Return (Takeshi Kitano, Jap, 1996) tit. or. “Kizzu ritân” * con Ken Kaneko, Masanobu Andô, Leo Morimoto * IMDb 7,6  RT 100%
Deludente e, secondo me, molto inferiore alla media degli altri film di Kitano, a dispetto dei buoni rating. Trama e personaggi veramente poco credibili, almeno spero che sia così ...

Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire dal 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate su questo blog. 

martedì 7 maggio 2019

37° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (181-185)

Dopo la cinquantina di film visti in neanche 20 giorni alla Cineteca Nacional Mexico e durante i lunghi viaggi, torno a ritmi più normali con 3 muti (due dei quali di Fritz Lang), un lavoro georgiano quasi d’avanguardia e uno stranissimo film di Carlos Saura, che vede come personaggio principale un giovane Luis Buñuel, con i suoi amici dell’epoca Salvador Dalì e Federico Garcia Lorca.

   

181  Una donna sulla luna (Fritz Lang, Ger, 1924) tit. it. “Frau im Mond” * con Klaus Pohl, Willy Fritsch, Gustav von Wangenheim * IMDb 7,4  RT 71%
Ottimo film di Lang, a me precedentemente del tutto sconosciuto, ben diverso dai suoi soliti drammi. Si sviluppa brillantemente fra i generi sci-fi, crime, romantico, avventura, drammatico e perfino un po’ di commedia. Trama avvincente, piena di sorprese, narrata con perfetta scelta di tempi e con una grammatica filmica tanto chiara da rendere quasi inutili i cartelli, a prescindere dalle buone prove degli interpreti. Le visioni futuristiche alla Verne risultano particolarmente interessanti così come le soluzioni scenografiche per il viaggio spaziale, con fondali e disegni che riprendono in parte quelli di Méliès.
Buona parte del film tratta degli avvenimenti che precedono la spedizione, che parte in fretta e furia con un equipaggio eterogeneo, assortito all’ultimo istante. Considerato che il titolo anticipa che il viaggio di andata avrà successo, resta il dubbio (fino all’ultimo minuto) in merito a chi tornerà sulla terra .... forse. I singolari personaggi sono tutti ben descritti, così come la rapida sequenza di incidenti concernenti il manoscritto degli studi, progetti e disegni del prof. Manfeldt.
La sceneggiatura è tratta da un romanzo di Thea von Harbou, moglie di Lang dal 1922, e curata dalla stessa, che fu coautrice di quasi tutti i muti diretti dal consorte e anche del successivo eccezionale M - Il mostro di Düsseldorf (1931), in precedenza era stata anche seceneggiatrice di Phantom (1922, Murnau).
Le 2h40’ passano velocemente e piacevolmente. In rete si trovano versioni di buona qualità 

185  La chute de la maison Usher (Jean Epstein, Fra, 1928) tit. it. “La caduta della casa Usher” * con Jean Debucourt, Marguerite Gance, Charles Lamy* IMDb 7,4  RT 100%
Un classico fra i muti francesi, chiaramente tratto dal famoso omonimo racconto di Edgar Allan Poe, con la seconda parte molto “sperimentale”. Non troppo fedele alla storia originale, il regista Jean Epstein (nato in Polonia, all’epoca Impero russo) propone pochissima azione scegliendo di concentrarsi sulla descrizione dei tetri ambienti della magione e nella creazione di un’aria di mistero e di angoscia. I cartelli sono pochissimi e accade molto poco, ma le sequenze di dettagli, ombre sinistre, ralenti situati ad arte, particolari quasi macro, sono certamente notevoli e creano l’atmosfera desiderata senza aver bisogno di effetti speciali e musica da thriller-horror.
Chi legge i credits non può fare a meno di notare che l’adattamento del racconto è di Luis Buñuel e che l’attrice protagonista è Marguerite Gance, che l’anno prima aveva interpretato Charlotte Corday in Napoléon (1927), diretto da suo marito Abel Gance , il quale compare nelle prime scene di questo La caduta della casa Usher nei panni di uno degli avventori del bar.
Interessante esercizio di stile, soprattutto per i cinefili e/o per gli appassionati di horror che sono incuriositi anche dai film degli albori di tale genere.
 
      

182  Quattro intorno a una donna (Fritz Lang, Ger, 1921) tit. it. “Vier um die Frau” * con Hermann Böttcher, Carola Toelle, Lilli Lohrer * IMDb 6,4
Girato pochi mesi prima di Destino (1921), è l’ultimo film “minore” del periodo tedesco di Lang.   
Sceneggiato come tanti altri dal regista insieme con la moglie Thea von Harbou, soffre un po’ della sua origine teatrale e la precisa direzione e l’ottima fotografia non sempre sono sufficienti a superare questa “staticità”. Vier um die Frau fu stato considerato perso per molti anni, fin quando, nel 1986, nei depositi della a Cinemateca de Sâo Paulo (Brasile) ne fu ritrovata una copia locale con titolo Corações Em Luta (lett. Cuori in lotta).

183  Mizerere (Zaza Khalvashi, Georgia, 1996) tit. int. “Miserere” * con Zura Sturua, Manana Davitashvili, Nino Kasradze
Secondo film del regista del sorprendente Namme (2017) del quale ho scritto qualche giorno fa. Venti anni prima Zaza Khalvashi aveva già buone idee ma fra budget limitato e idee ancora “confuse” Mizerere è ben distante dalla sua opera più recente. Sembra che fosse ancora indeciso su che strada prendere, a tratti sembra sperimentale in stile Godard, in altri casi già lascia intuire la sua ammirazione per Tarkovski. Trama e dialoghi volutamente vaghi trattano di politica e rivoluzione non collocabili in nessun luogo e periodo particolare. Il regista affermò che voleva descrivere i "demoni che vivono dentro e tra noi" invitando tutti a “vergognarsi delle atrocità contro sé stessi e contro altri”.
Interessante, ma ben distante dalla qualità del suo più recente lavoro.

184  Buñuel y la mesa del rey Salomón (Carlos Saura, Spa, 2001) tit. it. “Buñuel e la tavola di re Salomone” * con El Gran Wyoming, Pere Arquillué, Ernesto Alterio * IMDb 5,7  RT 36%p
Un film di Saura con Buñuel come personaggio principale, affiancato dai suoi amici di gioventù Salvador Dalì e Federico Garcia Lorca, non me lo potevo lasciar scappare, pur sapendo che  che gode di scarsa reputazione. In effetti non sono ancora riuscito a capire perché Saura (notoriamente amico e grande estimatore del regista aragonese) abbia avuto l’idea di co-sceneggiare e dirigere questo film, fra il surreale, il fantasy e il dramma. Il soggetto potrebbe anche essere considerato meritevole ma, per come è stato sviluppato in sceneggiatura, è diventato una serie di citazioni verbali e visive (molte addirittura troppo evidenti) di tanti film di Buñuel e alcuni di Saura (ma anche di altri come Metropolis, di Lang) e dei rapporti fra i 3 che furono amici solo fino alla Guerra Civile spagnola degli anni ’30 (Buñuel dovette fuggire oltreoceano, Dalì rimase a sostenere il franchismo, Lorca fu fucilato per essere omosessuale e socialista). Alcune ambientazioni e scene rimandano invece direttamente a film di avventura, tipo Indiana Jones.
Come se non bastasse, il cast è mal assortito e di livello non proprio eccellente, comprende addirittura 2 “grandi attori” italiani: Armando de Raza e Valeria Marini!
Può divertirsi (molto relativamente, cogliendo la tante citazioni) solo chi conosca l’intera filmografia di Buñuel e sa un poco dei lavori degli altri due, nonché dei classici del cinema in generale; a chi è poco ferrato in tali campi la maggior parte del film sembrerà puro nonsense.

Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire dal 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate su questo blog. 

sabato 4 maggio 2019

36° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (176-180)

Cinquina dedicata in gran parte a Fritz Lang con tre suoi film muti degli anni '20 e due film recuperati in volo: Vice (Oscar 2019 per il trucco) e Dying to Survive (aka Drug Dealer), un recentissimo cinese non male.

   

179 I Nibelunghi 1: Sigfrido (Fritz Lang, Ger, 1924) tit. or. “Die Nibelungen: Siegfried” * con Paul Richter, Margarete Schön, Theodor Loos * IMDb 8,1
180  I Nibelunghi 2: La vendetta di Crimilde (Fritz Lang, Ger, 1924) tit. or. “Die Nibelungen: Kriemhilds Rache” * con Margarete Schön, Gertrud Arnold, Theodor Loos * IMDb 7,9 
La sceneggiatura di questo kolossal epico diviso in due parti, si basa soprattutto sulla versione teutonica della saga dei Nibelunghi, tramandata fin dal XIII secolo in molti paesi del nord Europa in tante varianti. Ciò che continua a non essermi chiaro nella storia è il senso dell'onore, della giustizia e della vendetta. In tanti casi questi vengono proposti (in modo determinante) secondo una logica apparentemente contrari alla morale comune e a quello che sarebbe più umano aspettarsi.
Come chiaramente indicato dai titoli dei due film, questi si occupano di eventi ben distinti, anche se il secondo è conseguenza di ciò che accade nel primo. In Sigfrido hanno più spazio i singoli e i rapporti fra loro sono oggetto di maggiore attenzione, mentre nella Vendetta di Crimilde la storia è un po’ ripetitiva  e alle scene quasi di massa degli scontri cruenti fra gli Unni di Attila e i Nibelunghi è dedicata quasi tutta la seconda parte.
Veramente affascinanti nella loro semplicità le scenografie, sia quelle degli interni, sia quella della foresta nella quale si svolge la caccia; il drago, tuttavia, è molto alla buona. 
A chi conoscesse poco l'essenza della storia, ricordo che nel complesso si tratta di un dramma continuo, fra assassinii, tradimenti e vendette, spesso fra consanguinei. Stranamente, la seconda parte de I Nibelunghi è uno dei pochissimi film muti di Fritz Lang per i quali il regista non si occupò anche della sceneggiatura.
Direzione perfetta, interpretazioni più che buone per lo stile dell'epoca. 

      

178 Destino  (Fritz Lang, Ger, 1921) tit. or. “Der müde Tod” * con Lil Dagover, Walter Janssen, Bernhard Goetzke * IMDb 7,7  RT 89%
Film quasi ad episodi, con un tema comune: amore (quasi impossibile) e morte. A  parte l'introduzione e il finale, che si svolgono in un paese qualunque come recita il cartello, le tre storie sono ambientate in luoghi molto diversi fra loro: in un paese musulmano, a Venezia durante il carnevale e in Cina. Ciò consente a Lang di essere molto vario nell'organizzazione di ambienti, costumi e personaggi. Il taglio è decisamente drammatico, ma anche la pare romantica ha la sua importanza. Viene giudicato il primo buon film del grande regista tedesco, quello che lo fece conoscere internazionalmente. Ho in mente di cercare ora Vier um die Frau  (Quattro intorno a una donna), dello stesso anno. Negli anni successivi Lang avrebbe poi diretto i suoi grandi film muti: Dr. Mabuse (1922), i due Nibelunghi (1924), Metropolis  (1927), Spione (1928) e Una donna sulla luna (1929). Pur avendo diretto anche molti ottimi film oltreoceano, a mio parere questi muti degli anni ’20 sono tutti fra i suoi migliori film.

176  Dying to Survive aka Drug Dealer (Muye Wen, Cina, 2018) tit. or. “Wo bu shi yao shen” * con Zheng Xu, Yiwei Zhou, Chuan-jun Wang * IMDb 8,1 
A metà strada fra dramma e commedia, affronta da un punto di vista "umano" il problema delle multinazionali che, grazie ad un quasi monopolio garantito e protetto da potenti lobby, mantengono dei prezzi inaccessibili per farmaci salvavita.
In questo caso il medicinale serve a combattere la leucemia, e l'azienda produttrice svizzera lo commercializza in Cina a un prezzo tale da mandare in rovina una famiglia e allo stesso tempo ostacola l'importazione legale di un identico farmaco dall'India che costa il 95% in meno ... 2.000 contro 40.000! Un po’ per caso si forma una banda di contrabbandieri che include un commercianti di afrodisiaci, un malato di LMA, un sacerdote, una spogliarellista e un "giovinastro". Fra scene tragiche, quasi strappalacrime, e qualche fase poliziesca c'è anche spazio per l’entrata in gioco di un vero truffatore, problemi familiari e vari viaggi in India.
Penso che questa miscela era il preciso obiettivo di Muye Wen (anche co-sceneggiatore) e in questo senso lo trovo ben bilanciato. Non insiste nei drammi dei malati, né biasima i contrabbandieri, né esagera con la commedia; forse è un po' troppo ottimista-buonista, ma certamente le case farmaceutiche sono messe alla gogna (a torto o a ragione che sia).
Senz'altro un buon primo lungometraggio per il giovane regista cinese. 

177  Vice (Adam McKay, USA, 2018) tit. it. “Il vizio del potere” * con Christian Bale, Amy Adams, Steve Carell, Sam Rockwell  * IMDb 7,2  RT 66% * Oscar per il trucco e 7 Nomination (miglior film, Christian Bale protagonista, Amy Adams e Sam Rockwell non protagonista, regia, sceneggiatura e montaggio)
Era in lista la molto tempo, ma non ero proprio ansioso di guardarlo. Me lo sono sorbito in aereo, ben sapendo che non c'era molto da apprezzare in quanto alla scenografia, quindi lo schermo piccolo non sarebbe stato letale. L'ho trovato un interessante e ben realizzato riassunto (molto stringato per la verità) della carriera politica di Dick Cheney. Tuttavia non mi è piaciuto il montaggio con troppi inutili andirivieni temporali. Bravi gli interpreti a cominciare a Christian Bale (ma non è una novità) anche se qualche personaggio mi è sembrato un po' sopra le righe. Un lavoro forse lodevole ma sterile in quanto troppo ridotto, che quindi resta vago; non si possono trattare i retroscena politici di una decina di elezioni presidenziali e varie guerre in poco più di due ore, includendo anche i problemi familiari e di salute di Cheney.
Certamente senza infamia, ma senza particolari lodi, non riuscendo ad essere un vero film, e neanche un documentario.

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