Visualizzazione post con etichetta Matewan. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Matewan. Mostra tutti i post

lunedì 12 dicembre 2022

Microrecensioni 336-340: gruppo estremamente mix, in ogni senso

Probabilmente chi legge conosce solo Picnic at Hanging Rock che, ormai quasi 50 anni fa, ebbe un buon successo … i più giovani, forse, non lo hanno neanche sentito nominare, nonostante rimanga nella storia come primo film australiano ad ottenere notorietà oltreconfine. Lo accompagnano un film politico/sociale neorealista che per anni fu bandito negli USA, uno dei migliori provocatori drammi di Fassbinder, l’ultimo film di Truffaut, tributo al suo adorato feticcio Alfred Hitchcock. e una commedia prodotta in Bhutan (!). Si tratta quindi di 5 film particolari, prodotti in 5 paesi diversi, di temi, ambienti ed epoche assolutamente differenti, poco conosciuti dal grande pubblico, ma in generale apprezzati dal pubblico (media 7,2 su IMDb) e con buone recensioni degli addetti ai lavori (85% su RT).

Vivement dimanche! (François Truffaut, Fra, 1983)

In questo suo ultimo lavoro (sarebbe morto l’anno successivo), un crime con vari aspetti di commedia, François Truffaut si ispira palesemente e dichiaratamente ad Hitchcock, che notoriamente riusciva ad inserire dell’umorismo nei suoi crime e thriller. Si avvale di due ottimi e noti attori (Fanny Ardant e Jean-Louis Trintignant) nei panni di una intraprendente segretaria che, nonostante sia stata appena licenziata dal suo datore di lavoro (un agente immobiliare), correndo vari rischi tenta di aiutarlo a scagionarsi dall’accusa di uxoricidio e vari altri omicidi. Ambientato nel sud della Francia, direi che tende più alla dark comedy che al thriller ed è ben lontano dalla qualità hitchcockiana, ma certamente è una piacevole visione.

 
In a Year of 13 Moons (Rainer Werner Fassbinder, Ger, 1978)

C’è molto della vita privata di Fassbinder, dichiaratamente omosessuale, in questo film messo in cantiere e completato in poche settimane del quale lui è praticamente autore unico, essendosi accollato l’onere di regia, soggetto, sceneggiatura, fotografia, montaggio e produzione. Lo spunto e la spinta a realizzarlo fu il suicidio del compagno nell’estate del '78, uno dei soli 6 anni per secolo con 13 lune nei quali, si dice, le persone sensibili siano particolarmente turbate. A parte le molto discusse immagini del mattatoio (nel quale il protagonista del film lavorava) il film è tragico e deprimente per la storia di Erwin/Elvira, figlio illegittimo abbandonato in orfanatrofio, sposo e padre, omosessuale che per amore cambia sesso, ma viene abbandonato. La sua depressione la porterà a cercare ed incontrare tutte le persone importanti della sua vita, ma senza risolvere niente. A prescindere dalla trama che potrebbe disturbare molti trattando temi e ambienti non accettati da tutti, il film è di eccellente qualità tecnica (chi fa da sé fa per tre) in tutti i sensi, ma in particolare per la fotografia ed inquadrature.

Salt of the Earth (Herbert J. Biberman, USA, 1954)

Basato su eventi reali, narra dello sciopero ad oltranza di buona parte di lavoratori, per lo più immigrati, in una miniera di zinco del New Mexico (USA). Per risolvere la questioni sollevate (sicurezza sul lavoro, salario e pari diritti), dopo che il picchettaggio è stato proibito ai minatori, in quanto dipendenti, interverranno le donne, non senza l’opposizione degli stessi mariti. Si assisterà ad incidenti con la polizia, con lavoratori giunti da altri posti, con i dirigenti della compagnia. La maggior parte delle scene furono girate proprio nelle aree delle miniere, così come gli “attori” interpretavano sé stessi (solo 5 erano professionisti). Già sul set intervenne la polizia, la produzione fu dichiarata sovversiva e filocomunista (all’epoca imperava il maccartismo), la protagonista fu deportata in Messico, il montaggio fu realizzato di nascosto e la pellicola fu conservata in un deposito segreto. Bandita, circolò più o meno clandestinamente in USA (e solo dopo molti anni riabilitata), fu invece apprezzata in Europa e attualmente conta sul 100% di recensioni positive su RT. Mi ha ricordato molto l’ottimo Matewan (1980, John Sayles), di simile genere ma riferito alla strage di minatori di carbone di tale cittadina del West Virginia, ricordata come massacro di Matewan (1920).

 

Picnic at Hanging Rock
(Peter Weir, Aus, 1975)

Film che fece conoscere la cinematografia australiana nel mondo, molto curato per le immagini (fotografia, costumi e scenografia) ma lento e un po’ inconsistente. Eppure servì a lanciare Peter Weir a livello internazionale e a farlo trasferire a Hollywood dove ebbe una brillante carriera in crescendo, basti citare L'attimo fuggente (1989), The Truman Show (1998) e Master & Commander (2003). Come anticipato, questo film sembra più un esercizio di fotografia, ricostruzione degli interni e costumi di un collegio d’epoca coloniale (siamo nel 1900) e scene in ambiente naturale (meno incisivo, nonostante il fascino della natura). Nella trama non ci sono grossi sviluppi e molte incognite non verranno definitivamente risolte, rimanendo sospeso fra lo spirituale, il mistero e il mistico.

The Cup (Khyentse Norbu, Bhutan/Aus, 1999)

Veramente mi aspettavo qualcosa di più da questo film che fu addirittura la proposta bhutanese per i film non in lingua inglese agli Oscar (per conoscenza diretta, hanno prodotto film migliori). La particolarità è che si svolge quasi interamente in un monastero che accoglie i profughi tibetani dopo l’invasione dei cinesi che distrussero migliaia di monasteri nel loro paese. Almeno in questo caso, da come viene mostrato nel film interpretato quasi esclusivamente da non professionisti, la vita degli allievi e i loro rapporti non sono molto differenti da quelli nei collegi del resto del mondo. Oltretutto è evidente che molti si trovano lì non per vocazione ma per necessità. L’elemento scatenante è la passione che alcuni di loro hanno per il calcio e quindi faranno il possibile per noleggiare un televisore (e relativa parabola) per guardare la finale della Coppa del Mondo 1998. Riusciranno a convincere lo scettico abbate e suo braccio destro? Non è un gran film ma è interessante guardarlo per curiosità.

venerdì 4 marzo 2022

Microrec. 66-70 del 2022: ultimo pluri-candidato Oscar e 4 film più che buoni

Con il deludente remake (come spesso lo sono i remake) di Spielberg ho guardato tutti i seri pretendenti agli Oscar. Ho aggiunto un ottimo, breve film messicano che già conoscevo, del quale ho trovato la versione recentemente restaurata a 1080p, e 3 film di Sayles, regista/sceneggiatore poco conosciuto ma certamente valido … storie di vario genere, molto interessanti e ben proposte, piacevoli sorprese.

 
West Side Story (Steven Spielberg, 2021, USA)

Come tutti sanno è un remake del film del 1961, a sua volta adattamento cinematografico del famoso musical andato in scena a Broadway a partire dal 1957. A distanza di 60 anni, nonostante le maggiori possibilità tecniche e la disponibilità di un grosso budget, la versione di Spielberg non è talmente migliore (sempre che lo sia) della versione originale per giustificare il remake. Ci sono vari cambiamenti fra le versioni e da quello che ho visto in questo si è badato più alla danza che alle interpretazioni (generalmente scadenti o, al più, appena sufficienti). In più casi si vedono i componenti delle gang attorno ai protagonisti in classica posa statica da ballerini e non spontanea da attori più credibili. Pare che si sia pensato troppo alle improbabili luci e scenografie nonché a parte dei costumi, invece di badare alla sostanza cinematografica. Sostanzialmente è un semplice dramma che, nonostante la buona musica, resta uno spettacolo poco coinvolgente essendo basato su un soggetto vecchio come il mondo, ancor più antico dello shakespeariano Romeo e Giulietta e già proposto in tutte le salse; quindi niente di nuovo, tutto scontato. A meno che non siate proprio appassionati dei musical, questo è certamente evitabile e non penso che valga le sette candidature Oscar. Fra i musical dell’anno scorso, a questo (e ancor di più al tick, tick...BOOM! con Andrew Garfield) preferisco di gran lunga In the Heights, anche se più semplice e leggero.

Redes (Emilio Gómez Muriel e Fred Zinnemann, 1935, Mex)

Opera prima di Gómez Muriel e prima regia ufficiale di Zinneman (anche se condivisa; in seguito vinse 4 Oscar) dopo la sua unica co-regia uncredited in patria ma guardate in che compagnia: Billy Wilder, Robert Siodmak, Curt Siodmak e Edgar G. Ulmer. Piccola (in quanto breve, circa un’ora) perla del cinema messicano, con eccellente bianco e nero. La storia si sviluppa in un piccolo centro peschiero messicano dove, ovviamente, i pescatori sono sfruttati e vessati dai grossisti e armatori. Una storia in parte simile a quelle di Janitzio (1935, Mex, Carlos Navarro, con un giovane Emilio el Indio Fernandez), di La terra trema (1948, Luchino Visconti) che però è adattata da “I Malavoglia” di Verga, e, recente scoperta, di The Wasps Are Here (1978, Sri Lanak, Darmasena Pathiraja). Interessante sia dal punto di vista sociale e che per le scene di pesca, la storia non è del tutto scontata, la fotografia è bellissima, sempre con molta luce ed ombre nette. Non per niente questo film è stato scelto da Martin Scorsese per essere restaurato e far parte del suo World Cinema Project.

  
Sono arrivato a questi 3 buoni film di Sayles dopo aver trovato Hombres armados cercando fra i film messicani. Dopo questo trittico devo dire che, più di quello, mi sono piaciuti molto i due precedenti lavori di questo regista indipendente del quale avevo già visto solo Matewan (1987, Nomination Oscar, RT 94%, IMDb 7,9), ottima ricostruzione dei moti sindacali registratisi nella omonima città mineraria della Virginia nel 1920 e conclusisi con quello che si ricorda come Matewan massacre. Complessivamente mi sembra molto incisivo nella creazione e descrizione dei suoi realistici personaggi (scrive le sceneggiature di tutti i suoi film, ma ha scritto anche per altri) attraverso i quali mette in risalto problemi sociali ed esistenziali riuscendo a evitare stereotipi e banali cliché e proponendo sempre punti di vista differenti.

Passion Fish (John Sayles, 1992, USA)

La protagonista May-Alice (attrice televisiva di successo, interpretata da Mary McDonnell, Nomination Oscar) si trova improvvisamente costretta su una sedia a rotelle nella sua residenza di famiglia al margine delle paludi della Louisiana, situazione che affronta nel peggiore dei modi. Dopo aver cambiato varie assistenti/badanti (licenziate o licenziatesi dopo pochi giorni di lavoro) troverà Chantelle (Alfre Woodard) che, avendo anche lei i suoi bravi problemi, riuscirà a tenerle testa. Argute non solo le caratterizzazioni delle due donne, ma anche delle ex colleghe di lavoro e dei pochi uomini che compaiono nel film, alcuni dei quali solo per poche scene. Ottimo dramma che alterna parti più serie a scene sarcastiche di critica sociale. Nomination Oscar per la sceneggiatura.

Lone Star (John Sayles, 1996, USA)

Tutt'altro ambiente, ma di nuovo nel sud degli USA, qui al confine con il Messico. Lo scontro in questo caso è fra la legalità e le minacce, fra la tolleranza con buone intenzioni e la corruzione. Un giovane sceriffo si trova a dover risolvere un omicidio di vari decenni prima, forse perpetrato da suo padre, poi diventato sceriffo al posto della vittima. Interessante la descrizione dell'interpretazione della legge nella piccola cittadina di frontiera, così come quella della convivenza fra le tre comunità: bianca, nera e latina. Con tanti flashback ben trattati nei quali si alternano i protagonisti attuali e quelli dell'epoca dell'omicidio ferma restando la location, il film scorre fluido svelando pian piano i caratteri dei protagonisti e gli avvenimenti che portarono all'omicidio. Buone le interpretazioni pur non essendoci grandi star, perfino Kris Kristofferson (di solito poco convincente) sembra bravo e perfettamente calato nella parte del corrotto. Nomination Oscar per la sceneggiatura.

Hombres armados (John Sayles, 1997, Mex/USA) aka Men with Guns

Qui Sayles si sposta ancora più a sud ambientando la storia in un non meglio identificato paese centroamericano dove i poverissimi indigeni (indios) cercano di sopravvivere alle ingiustificate violenze e vessazioni che subiscono sia da parte dei militari che dei guerriglieri. Parlato in spagnolo latino alternato a nahuatl, con poche parole in inglese, tratta del difficile viaggio di un anziano dottore (Federico Luppi) fra luoghi e ambienti inospitali, alla ricerca dei giovani medici che lui stesso aveva formato proprio per andare a curare le popolazioni isolate nella selva. Senza dubbio risalta una decisa critica rispetto a tali contesti che si incontrano in modo simile dai paesi dell’America meridionale fino in Messico, passando per Nicaragua, El Salvador e Guatemala. Da ciò deriva la scelta di non localizzare con precisione nazione e anni in quanto l’insensatezza (per non dire la follia) di tali situazioni è problema diffuso e ricorrente, con minimi distinguo.