Sempre alla
ricerca di buoni titoli, seguo vari siti e social di cineteche, piattaforme di streaming
e distributori di film arthouse (anche se non disponibili in Italia) e,
pur avendone guardati migliaia, trovo sempre qualcosa di nuovo e interessante o
mi riportano alla mente film guardati vari decenni fa. Una raccolta di una settantina
di titoli di qualità è apparsa di recente sul sito Criterion. Suggerisco
di dare una scorsa ai titoli di questa pagina dedicata specificamente ai noir
(per me specialmente interessante essendo appassionato del genere), non solo i
classici americani in b/n degli anni ‘40 e ’50, ma anche più recenti fino agli
anni ’90, oltre ad una buona collezione di giapponesi degli anni ‘60/70 e
qualche europeo (dispiace non vedere titoli messicani … ce ne sono numerosi
della Epoca de Oro che non hanno nulla da invidiare ai suddetti). I noir
rappresentano uno stile più che un genere che ha avuto successo durante quali l’intera
storia del cinema, tanto da meritarsi saggi, studi e perfino enciclopedie!
Vi
propongo anche questo video che esalta non solo i noir ma anche le potenzialità
della fotografia in bianco e nero. Per chi non conoscesse
Criterion, sappia che dal 1984 si dedica al recupero e
distribuzione di film internazionali di qualità e da vari anni li rende
disponibili anche in streaming, purtroppo ancora limitato a USA e Canada. In
attesa di potere usufruire anche in Italia è comunque utile seguirlo per nuovi
spunti, così come si seguono le programmazioni delle cineteche e di vari Festival,
sia che si tratti di nuove uscite che di retrospettive. A Criterion
è legato anche il distributore Janus Films (attivo dal 1956) che
conta oltre 1.000 titoli internazionali (per lo più del secolo scorso) fra i
quali tanti classici di Antonioni, Eisenstein, Bergman, Fellini,
Kiarostami, Kurosawa, Sembène, Tarkovsky, Truffaut
e Ozu.
Per trovare
tanti altri buoni film si può visitare il sito MUBI che, ormai
già da qualche anno, consente lo streaming anche in Italia a prezzi accessibilissimi.
Oltre ad una regolare programmazione giornaliera di film che restano online per
30 giorni, propone tanti altri titoli divisi in varie categorie come La top
1000 di MUBI, film dei Festival di Cannes e Locarno, Palme, Leoni
e Orsi d’Oro, retrospettive dedicate a singoli registi (ora online ci sono Ozu,
Bergman, Tarkovsky, Varda, Kieslowsky).
Altro sito da
seguire (ma solo per prendere spunto dal catalogo visto che le visioni sono purtroppo limitate al territorio UK) è quello del British Film Institute (BFI). Tante
altre idee si possono avere seguendo le programmazioni di cineteche come quelle
di Parigi, Madrid, Lisbona, Bologna, Ginevra, Ciudad de Mexico e infinite altre,
di solito con un occhio di riguardo alla cinematografia del proprio paese.
I tre film indiani sono ricordati
soprattutto per i loro contenuti, non usuali nella cinematografia del loro paese,
e anche per il modo in cui furono realizzati. Si inizia con una storia di
introspezione di un integerrimo dirigente delle ferrovie, si passa al tema del
maschilismo che si dovrà confrontare con una parziale ribellione dell’altro
sesso e si finisce mettendo in luce il lato oscuro di Bollywood con i film
illegali di exploitation – softcore di serie C. Completano la cinquina un buon
esordio coreano (quasi tutto al femminile) e un singolare film americano di
tagliente critica sociale.
Lucky Chan-sil (Cho-hee Kim, 2019, Kor)
Esordio alla
regia e anche alla sceneggiatura della 44enne coreana Cho-hee Kim, dopo
una decina di anni di attività come produttrice. C’è (probabilmente) tanto di
autobiografico visto che la maggior parte dei personaggi principali lavorano o
hanno lavorato nell’ambiente cinematografico. La protagonista Chan-sil
(interpretata dall’esordiente Mal-Geum Kang, numerosi riconoscimenti per
lei) è una produttrice 40enne che si trova improvvisamente senza lavoro, sua
sorella è attrice, l’insegnante di francese di quest’ultima è un regista di corti
e c’è anche il fantasma di un attore, già idolo di Chan-sil. L’ultimo
personaggio importante del film (che non ha niente a che vedere con il cinema) è
l’anziana padrona di casa, semianalfabeta e un po’ scorbutica, ma saggia. La
passione per il cinema internazionale di qualità della regista (certamente una
vera cinefila) traspare anche in vari dialoghi con citazioni di film del
maestro giapponese Ozu (1953, Viaggio a Tokio), del tedesco Wenders
(1987, Il cielo sopra Berlino) e del serbo Kusturica (1988, Il
tempo dei gitani) … ma, per bocca della protagonista, si chiede come
possano piacere i film di Christopher Nolan in confronto ai suddetti! Non
meraviglia quindi che questo film tratti di tormenti personali, relazione con
gli altri, solitudine, ricerca di stimoli per un futuro personale migliore. Senz’altro
da consigliare, ma solo a chi piace Ozu.
Metropolitan (Whit Stillman, 1990, USA)
Commedia
satirica molto apertamente critica di un certo ambiente newyorkese. I
protagonisti sono un gruppo di studenti benestanti che si ritrovano nel periodo
delle feste natalizie, passando da una casa all’altra, sbevazzando, (s)parlando
di conoscenze comuni, facendo giochi sociali (quello della verità
avrà immediate conseguenze), tentando raramente di elevare il livello degli
argomenti. Il film inizia con l’incontro casuale della comitiva con tale Tom,
certamente non del loro ambiente ma colto e dalle idee non banali, che si
lascia convincere a partecipare alle loro serate/nottate. Chiaramente un indie
(secondo IMDb budget di 230.000$), con attori quasi tutti senza grande esperienza
(ma non malvagi) e che non hanno continuato la carriera seriamente, regista/sceneggiatore
all’esordio (anche lui solo 5 film in quasi 30 anni) che tuttavia ottenne la Nomination
Oscar per la sceneggiatura. Girato quasi tutto in interni (i vari salotti e
qualche locale) si basa quindi sui dialoghi che mettono a confronto le varie
personalità e idee, queste ultime spesso usate come provocazione e non per
convinzione. Il quadro è abbastanza deprimente se si pensa che molti di quei
giovani sarebbero diventati parte della classe dirigente, in posti di comando.
Mirch Masala (Ketan Mehta, 1986, Ind)
Ambientato in un
piccolo villaggio rurale nel quale l’unica occupazione sembra essere la
produzione di peperoncino (colpiscono le riprese con rosse distese di spezie
messe a seccare). Siamo nel periodo coloniale inglese e, come atteso, un giorno
giunge un arrogante e prepotente esattore dei tributi, accompagnato da un
manipolo di soldati. Subito si incapriccia di una donna che, dopo averlo platealmente
respinto, si rifugia nel molino di spezie. Il militare pretende di averla e
minaccia ritorsioni su tutto il paese in caso di rifiuto. Visto che il marito
della donna ha appena abbandonato il villaggio la sua difesa resta a carico di
pochi benpensanti mentre il resto vorrebbero che si consegnasse. Questo tema
interessante viene ben esposto sullo schermo con dialoghi e piani ravvicinati
ma, purtroppo, nelle scene in campo aperto il film cade nel sensazionalismo di
basso livello fra slow motion, temi dilatati, punti di vista non
congruenti, inseguimenti incredibili, chiaramente tutto per il gran pubblico.
L’unica
scena all’aperto interessante, molto ben girata e montata, la potete vedere in
questo video nel quale, in occasione di una festa, si riuniscono un cantante e tante
donne che ballano in circolo, mentre arrivano il capovillaggio e poi l’esattore,
mentre due giovani organizzano la loro fuga d’amore. Anche senza dialoghi, tutto
è ben chiaro! Interessante e originale, classico esempio del cinema
indipendente indiano degli anni ’80, il cosiddetto Parallel Cinema,
transizione fra i classici e i moderni Bollywood.
Bhuvan Shome (Mrinal Sen,
1969, Ind)
Un funzionario delle
ferrovie di mezz’età va a caccia in un’area rurale e si confronta con una
giovane donna (moglie di un ferroviere) che con la sua franchezza e ingenuità
gli farà riconsiderare molte delle sue idee e gli aprirà la mente ad un diverso
approccio con la vita. Ironica favoletta morale con personaggi un po’
caricaturali ma piacevolmente proposti.
Miss Lovely (Ashim
Ahluwalia, 2012, Ind)
Come anticipato
in apertura, ecco un altro film in ambiente cinematografico, ma in questo caso
quello più deteriore, dove di arte se ne vede ben poca e il tutto è gestito da
criminali con pochi scrupoli, fra sfruttamento delle ragazze, prodotti
censurabili, distribuzione illegale e via discorrendo. Tuttavia, la trama si
sviluppa seguendo le storie di 2 fratelli produttori/distributori che si intrecciano
quella di un’attricetta bugiarda. Nomination a Cannes nella sezione Un
Certain Regard. Ci sono dei buoni momenti, ma certamente non è un granché.
La caza (Carlos Saura, Spa, 1966) Orso d'argento a Berlino per
la regia Un ottimo film visto solo una volta, una
quarantina di anni fa. Pur sapendo come va a finire, mantiene tutta la sua
carica drammatica; con questa nuova visione e con una molto migliore conoscenza
della storia politica e sociale spagnola rispetto ad allora, risultano molto
più evidenti i tanti riferimenti all’era franchista e alla guerra civile. L’abbondanza
di simboli, allusioni e similitudini ne fanno quasi un film allegorico. A chi conosce Saura solo per i
suoi famosi film e documentari a tema musicale, ricordo che la sua miglior
produzione in quanto a cinema a soggetto è quella precedente quando, nonostante
la censura franchista, riusciva a produrre interessanti film polemici e relativamente
audaci mascherando le critiche al regime nel simbolismo. Agli stessi ricordo
anche che Saura fu pupillo e poi amico di Buñuel che aveva grande
stima dell’allievo. Per esempio, quando sospese Simón del desierto
propose a Saura di continuarlo e poi nel contratto per La via lattea
incluse una clausola nella quale si stabiliva che nel caso fosse
impossibilitato a continuare le riprese queste sarebbero state affidate a
Saura. Ad un occhio
attento non sfugge l’influenza del maestro sull’allievo. Senz’altro consiglio la visione di
almeno questi 3 suoi film degli anni ’70: Ana y los lobos (1973),
Cria cuervos (1976, Gran Premio Giuria a Cannes) e Mamá
cumple 100 años (1979, Nomination Oscar).
Il diritto del più
forte (Rainer Werner Fassbinder, Ger, 1975) Fra i registi di spicco del Nuovo
Cinema Tedesco fu superato per fama e stravaganza sono da Werner Herzog.
Dichiaratamente omosessuale, si sposò due volte e nei suoi film comparvero più
volte le sue mogli e suoi amanti; esperto in ogni settore del cinema si
occupava spesso di molti aspetti oltre la regia ed ha al suo attivo una 40ina
di film, in questo è protagonista. Molti suoi lavori affrontano temi forti, a
volta scabrosi, come omofobia, razzismo, differenze sociali e dal punto di
vista della morale comune sono spesso reputati osceni. Questo Fox and His
Friends (titolo alternativo internazionale) si svolge quasi
esclusivamente in ambiente omosessuale fra amori mercenari, conquiste, gelosie
e tradimenti, tuttavia il tema centrale sono le differenze di classe, di
cultura e di potere economico (come sottolineato nel titolo originale). Senz’altro
sopra la media, vivamente consigliato a chi non è troppo puritano e bigotto.
Wife! Be Like a Rose!(Mikio Naruse,
Jap, 1935) Classico film di Naruse (1905-69),
ottimo regista che ebbe la sfortuna di essere contemporaneo del gran maestroYasujirôOzu (1903-63)
e di trattare temi comuni, con stile relativamente simile, risultando quindi
sempre offuscato dalla sua fama. Storia ben narrata e da lui stesso
adattata a partire da un lavoro teatrale. Una giovane ed indipendente donna di
Tokyo che vive con sua madre va a trovare il padre (che le ha abbandonate già
da molti anni ed ha una nuova famiglia in campagna) per avere il suo
tradizionale consenso alle nozze. Ciò che ognuno immaginava degli altri si
rivelerà sbagliato e molti dovranno ricredersi e agire di conseguenza. Si nota, in positivo, l’origine teatrale
della sceneggiatura e dei dialoghi. Se gradite il genere, è un film da non
perdere.
La noire de ... (Ousmane Sembene, Sen, 1966) Dopo aver guardato un paio di mesi fa
l’ultimo dei soli 9 film del senegalese Ousmane Sembene (Moolaadé,
2004), ho trovato il suo primo lungometraggio, di quasi 40 anni precedente.
Notevole, specialmente in considerazione che si tratti di un esordio, mostra
evidenti caratteristiche proprie della Nouvelle Vague francese, tanto in
voga in quegli anni. A differenza dell’altro (e della maggior parte dei suoi
film) questo si svolge quasi interamente a Parigi dove una giovane senegalese raggiunge
la famiglia francese presso la quale già lavorava in Senegal come babysitter,
ma ben presto le aspettative della ragazza andranno deluse. Ben girato e ben fotografato in bianco
e nero, evidenzia una regia molto attenta con buone inquadrature, montaggio snello
e qualche dettaglio pregevole come la maschera di legno. Interessante visione.
Touki-Bouki (Djibril Diop Mambéty, Sen, 1973) Di tutt’altro genere quest’altro
senegalese, in bilico fra surrealismo e avant-garde, certamente meno
incisivo del film di Ousmane Sembene. A volte risulta confuso per
mancanza di continuità spazio-temporale e per gli inserti onirici. Apprezzabili
tentativo, ma per surrealismo e avanguardia di rilievo ci vuole molto di più.
Decina molto varia, fatto salvo il trio di giapponesi
degli anni ’30. Fra gli altri 7 ci sono 3 candidati Oscar come miglior film
straniero (per Spagna, Giappone e Germania), una coproduzione quasi tutta
africana (2 Premi a Cannes), un franco-coreano (premio a Berlino e Nomination a
Cannes), un argentino (pluripremiato, ma per lo più oltreoceano), un franco-inglese
(Nomination Palma d’Oro). Comincio con i candidati Oscar, in ordine cronologico.
Plácido(Luis Berlanga, Spa, 1961) Sandakan
8 (Kei Kumai,
Jap, 1974) Sophie
Scholl(Marc Rothemund, Ger, 2005) La comedia
negra di Berlanga (anche in questo caso coadiuvato da Rafael Azcona
per la sceneggiatura) si svolge in un solo giorno e gioca sui soliti contrasti
fra ricca borghesia bigotta (e franquista), una famiglia di che si
ingegna come può per tirare avanti e un gruppo di veri poveri che in occasione
della Vigilia di Natale sono “adottati” da benestanti, uno per famiglia. L’asse
portante è tuttavia il tentativo di pagare una cambiale prima che vada in protesto.
Come altri ottimi film di quell’epoca, furono necessari “salti mortali” per
fare satira politica senza incorrere nella severissima (ma in effetti
disattenta) censura. Tuttavia, Plácido (IMDb 8,0, RT 100%) non
viene considerato dagli aficionados il miglior film di Berlanga,
superato nettamente da Bienvenido Mr. Marshall (1953, 2 Premi e
Nomination Grand Prix a Cannes, IMDb 8,0) e El Verdugo (1963, con
Nino Manfredi protagonista, Premio FIPRESCI e Nomination Leone d’Oro a Venezia IMDb
8,1). In Sandakan
8 (Premio a Berlino e Nomination Orso d’Oro) si apprezza una delle
ultime interpretazioni di Kinuyo
Tanaka (della quale ho trattato nel precedente gruppo) per la quale ottenne
l’Orso d’Argento quale migliore attrice. Il film si svolge in luoghi ed epoche
ben distinte e la protagonista (prostituta per forza, mandata dal Giappone in
Borneo) è interpretata da due attrici diverse. Ovviamente Tanaka ricopre
il ruolo dell’anziana che racconta la sua storia ad una giovane giornalista (in
incognito). Interessante, ben costruito, veramente ottima la prova dell’attrice. Il terzo candidato Oscar di questo gruppo è una
ricostruzione degli ultimi giorni di vita di una studentessa tedesca facente
parte del gruppo di propaganda anti-nazista (la Rosa Bianca), dal momento di un’azione
dimostrativa all’università di Monaco, all’arresto, interrogatorio e infine
giudizio. Interessante, ma mi è sembrato troppo romanzato … penso che fu una di
quelle Nomination giustificate dal tema e non per reale valore del film.
Moolaadé(Ousmane
Sembene, Sen/BuFa/Mor, 2004) Une vie
toute neuve (Ounie
Lecomte, Fra/Kor, 2007) Questi due film
“etnici-sociali” affrontano due temi ben noti nella realtà, ma poco
rappresentati cinematograficamente. Moolaadéfu l’ultimo dei 9 film
del regista senegalese Ousmane Sembene, all’epoca già 81enne, e affronta
il problema delle mutilazioni genitali, oltretutto eseguite da non
professionisti in condizioni sanitarie pessime. Tutta l’azione si svolge in un
piccolo villaggio dalla vita sociale apparentemente tranquilla e ordinata, ma sono
ancora radicate gerarchie e tradizioni che una parte (soprattutto le donne, ma
non tutte visto che le “carnefici” sono 7 donne di potere) vorrebbe
modernizzare e gli anziani (soprattutto uomini) che si ostinano a difenderle a
qualunque costo. Le pecche principali del film stanno nella sceneggiatura in
quanto tutti gli avvenimenti seguono una precisa cadenza per essere “esemplari”,
quindi quasi tutti prevedibili, e nel fatto che si mette troppa carne a cuocere
… mercenari, corruzione nelle forze di pace, sciamanesimo e altro. Interessante ma
troppo edulcorato e quindi in più parti poco credibile. L’altro film
tratta invece delle adozioni internazionali e la regista Ounie Lecomte (nata
in Korea, adottata in Francia) per il suo lavoro di esordio prende spunto dalla
sua vita reale in orfanatrofio in attesa di adozione. Fra i tanti film con
ragazzini protagonisti di storie che includono collegi, riformatori e simili
questo non mi è sembrato particolarmente degno di nota se non per l’originalità
e per non narrare le solite storie di mini bullismo e continui contrasti fra i
piccoli ospiti. Tutto l’ambiente, per la verità, sembra molto ordinato e, una
volta tanto, gli adulti prendono effettivamente a cuore l’educazione dei
bambini.
Valentín(Alejandro Agresti, Arg, 2002) Swimming
Pool(François Ozon, Fra/UK, 2003) Poche parole
per questi due film; il primo è una garbata commedia infantile che vede
protagonista un ragazzino di 8 anni “parcheggiato” dal padre con la nonna molto
svagata (interpretata da Carmen Maura). Le discussioni di Valentín con
il vicino (musicista con molti problemi di relazione) e con una possibile
giovane matrigna (incontro organizzato dal padre) sono argute, logiche quanto
bastano, divertenti, per non parlare dei suoi rapporti con la nonna alla quale
fa quasi da badante. Il film di Ozon
mi è sembrata un’occasione perduta in quanto partendo da un soggetto pieno di sorprese,
si sviluppa bene fra dramma psicologico e mistery, per poi passare al crime e,
nonostante il colpo di scena quasi finale, la conclusione lascia molto a
desiderare. Più che buona l’interpretazione di Charlotte Rampling.
Tokyo
Chorus (Yasujirô
Ozu, Jap, 1931) The Water Magician (Kenji
Mizoguchi, Jap, 1933) The Actress and the Poet(Mikio
Naruse, Jap, 1935) Infine, i tre
giapponesi che si vanno ad aggiungere a Sandakan 8: l’ennesimo
muto di Ozu (sempre affidabile), uno degli ultimi e più apprezzati muti
di Mizoguchi (visto in una versione doppiata) ed una rara commedia di Naruse
che successivamente si sarebbe dedicato per lo più ai drammi.
Decina tutta dell’Estremo Oriente quasi totalmente
giapponese completata da un raro film cinese del 1948, da molti giudicato fra i
migliori, se non il migliore, del secolo scorso. Ben 7 dei 9 giapponesi sono legati al nome di Kinuyo
Tanaka una delle più famose e attive attrici nipponiche, 202 film in 42
anni. Ha lavorato con i migliori registi dell’epoca e fra il 1953 e il 1962 ha
diretto 6 apprezzati film. In questo gruppo ci sono 4 film di Yasujirô Ozu (3 dei
quali muti nonostante si fosse già negli anni ’30) che la vedono protagonista e
3 dei suoi film da regista (in due dei quali ha anche una piccola parte). Fra
le sue più famose interpretazioni a livello internazionale, sono quelle nei
capolavori di Mizoguchi (Oharu, Sansho, Ugetsu)
e lei è la Orin di Narayama di Kinoshita.
Love Letters (Kinuyo Tanaka, Jap, 1953) The Eternal Breast (Kinuyo Tanaka, Jap, 1955) Love under the
Crucifix (Kinuyo Tanaka, Jap,
1962) Più interessanti i primi due, in classico stile
giapponese del dopoguerra, nei quali si notano influenze sia di Ozu che
di Mizoguchi; il primo, Love Letters (tit. or. Koibumi,
2 Nomination a Cannes) segna l’esordio alla regia di Tanaka. Entrambi si
possono includere nel genere melodramma realistico del dopoguerra; anche il
terzo (ultima regia dell’attrice che negli anni successivi sarebbe apparsa solo
in un’altra 15ina di film) è un melodramma ma è ambientato alla fine del XVI
secolo ed è a colori. Koibumi, pur avendo in effetti
protagonisti maschili, è centrato sulle donne che, loro malgrado, si dovettero
adattare ad accompagnarsi con i soldati americani. A questi sono indirizzate le
lettere d’amore del titolo e ogni donna ha una storia diversa. Questa anomala
attività di scrivano del protagonista lo farà rientrare in contatto con il suo
amore perduto … La protagonista assoluta di The Eternal Breast
è invece una donna, forte, che porta avanti la sua privata lotta per la propria
indipendenza, contro i tradizionali principi della buona società giapponese (per
lo più maschilisti) e contro il cancro. Se il primo era più sentimentale, questo
è certamente drammatico, ma senza dubbio ben realizzato come l’altro. Il terzo, come anticipato, dà più spazio alla
cinematografia approfittando anche del formato (2.35:1), con molti esterni e
bella scenografia (costumi e ambienti). In questo caso si tratta di una vecchia
passione che si riaccende dopo molti anni ma è inibita da questioni religiose (all’epoca
i cattolici era praticamente banditi, se non perseguitati). Queste saranno utilizzate
per mettere fuori gioco avversari politici e concorrenti nel fiorente commercio
con l’Occidente. Manca di spessore e si muove fra lo scontato e il ripetitivo.
Dove sono finiti i sogni di gioventù?
(Yasujirô Ozu, Jap, 1932) Woman of Tokyo (Yasujirô
Ozu, Jap, 1933) Dragnet Girl (Yasujirô Ozu, Jap, 1933) A Hen in the Wind (Yasujirô Ozu, Jap, 1948) Può sembrare strano, ma nella prima metà degli anni ’30,
mentre tutti si davano da fare per adattarsi all’avvento e gran successo del
sonoro che fece cadere nell’oblio molti registi e attori che avevano avuto
enorme successo con il muto, Yasujirô Ozu continuò a dirigere film muti
fino al 1935 e solo nel 1936 uscì il suo primo talkie, The Only Son (tit.
or. Hitori musuko). I suoi muti erano di genere molto vario, commedie
che includevano visioni ironico/critiche della società giapponese (p.e. Dove
sono finiti i sogni di gioventù?), drammi nudi e crudi (Woman of
Tokyo) e perfino noir ante litteram (Dragnet Girl).
Nei primi due il protagonista è Ureo Egawa, un attore dal volto molto
particolare derivante dall’essere nippo-tedesco; negli anni successivi non ebbe
grande successo. Come detto, in questi 4 film di Ozu è protagonista (o
tuttalpiù co-protagonista) anche l’allora poco più che ventenne Kinuyo
Tanaka. Nell’ambito del cinema giapponese di quei tempi, Dragnet
Girl è senz’altro un film insolito e in esso molti hanno voluto vedere l’influenza di von Sternberg
e non sono pochi quelli che lo etichettano come antesignano dello stile dei noir
americani. In A Hen in the Wind (1948) si ritrovano invece
molti dei temi dominanti del dopoguerra, il ritorno di soldati e prigionieri in
Cina che si riuniscono con mogli e a volte figli che non vedevano da molti anni
e le riunioni non sono sempre facili. Tutti film da guardare, sia i 4 diretti da Ozu che
i 3 di Kinuyo Tanaka.
Spring in a Small
Town (Mu Fei, Cina, 1948) Introspection Tower (Hiroshi Shimizu, Jap, 1941) Yellow Crow (Heinosuke Gosho, Jap, 1954) Comincio con l’unico cinese, di un regista che non
conoscevo assolutamente, prematuramente scomparso a soli 44 anni con soli 10
film al suo attivo, eppure considerato uno dei migliori registi cinesi di metà
secolo scorso. Il suo Spring in a Small Town è tenuto in
gran considerazione anche per non essere un film politicizzato o di propaganda
come erano la maggior parte degli altri dell’epoca. Mu Fei dirige un ottimo
dramma sentimentale in spazi ridotti e con soli 5 attori (3 veri protagonisti).
Anche in questo caso c’è un re-incontro fra un medico ed una sua possibile
sposa di una decina di anni prima, ora spostata con un suo amico gravemente
malato. Tutto ruota attorno ad un sottile intreccio di gelosia, passione,
rispetto per l’amicizia e per il coniuge. Una vera sorpresa. Di Hiroshi Shimizu ho già parlato nei post
precedenti ed anche in questo suo film c’è molto realismo che a tratti si
avvicina quasi al documentario. Descrive la l’interazione in un collegio per
minori “difficili” (quasi riformatorio ma senza alcuna barriera), sia fra i
ragazzi e ragazze ospiti, sia fra i giovani e i loro tutori. Film quasi corale
molto ben realizzato. Infine, Yellow Crow di
Gosho, del quale avevo apprezzato An Inn at Osaka (1954)
visto qualche settimana fa. Per l’ennesima volta si tratta di un ritorno di un
uomo che ritorna a casa dopo una decina d’anni ma non riesce a entrare in
empatia con il figlio (nato subito dopo la sua partenza). Il protagonista è in
effetti il ragazzo (oggettivamente un po’ difficile) che, abituato a vivere da
solo con la madre, si trova ora ad avere un padre che non lo comprende ed anche
una sorellina che, ovviamente, crea qualche gelosia. Non mi ha convinto più di
tanto, ma non è certamente malvagio.
Decina con molte novità e sorprese, estremamente varia
seppur con qualche ripetizione di registi con quella fondamentale ed
estremamente gradita di Jean Grémillon,
regista francese stimato benché poco conosciuto, scoperto per puro caso in
quanto a lui era dedicata la retrospettiva in corso alla Cinemateca
Portuguesa nel mio unico giorno libero a Lisbona.
Gardiens de phare(Jean
Grémillon, Fra, 1928) Remorques(Jean
Grémillon, Fra, 1941) In quanto al primo non si può non
pensare al recentissimo, e ottimo, The Lighthouse (di Robert
Eggers, 2019, candidato Oscar per la fotografia). Qui i due guardiani del
faro, isolato a causa del mare in tempesta sono padre e figlio e il loro
rapporto è ben diverso da quello fra i personaggi in continuo contrasto interpretati
da Willem Dafoe e Robert Pattinson, e oltretutto cambia molto con
il passare dei giorni, fino al tragico finale. Ben diretto e interpretato, con
pochissimi cartelli, ottima fotografia. Anche il secondo è irrevocabilmente
legato al mare in tempesta ma la parte principale è più melodrammatica che
avventurosa. Jean Gabin è il capitano di un rimorchiatore d’alto mare con una
moglie un po’ oppressiva e una potenziale amante salvata da una nave in pericolo.
All’ottima descrizione dell’ambiente marinaresco del piccolo porto francese,
con l’equipaggio pronto a partire in qualsiasi momento e, ovviamente, con condizioni
meteo quasi proibitive, si contrappongono pessime scene in mare (modellini scadenti
in vasca con onde esagerate). Ho preferito il primo, ma entrambi
meritano la visione.
The War of the Worlds (Byron
Haskin, USA, 1953)
An Inn at Osaka (Heinosuke
Gosho, Jap, 1954) Seguono due film che non hanno niente
in comune se non la novità (per me). Il primo è il più famoso adattamento cinematografico del racconto del 1898 di H. G. Wells e, specialmente considerata l’epoca
in cui è stato girato, è senz’altro meritevole di aver ben proposto l’arrivo dei
conquistatori alieni e i successivi scontri con raggi mortiferi da un lato e
armi convenzionali (ma fino all’atomica) dall’altro. Pur non essendo
assolutamente appassionato del genere, mi è sembrato un prodotto ben fatto,
snello e piacevole da seguire. Al contrario, il film di Gosho
rientra in una tipologia che apprezzo particolarmente, vale a dire i film giapponesi
degli anni ’40-’50 che descrivono i vari ceti sociali alla disperata ricerca di
un ritorno alla “normalità” dopo la disastrosa fine della guerra. In questo
caso si propone il contrasto fra una moralità tradizionale e la
spregiudicatezza di affaristi senza scrupoli, sullo sfondo della società ricca che
ancora organizza festini con prostitute, geishe e tanto sakè che contrasta con la
classe di lavoratori sfruttati e malpagati. Si tratta del primo film di questo
regista che mi capita di guardare, ne cercherò altri … in più situazioni
ricorda Ozu … il che è senza dubbio un titolo di merito.
Death by Hanging(Nagisa
Ôshima, Jap, 1968) Boy(Nagisa Ôshima, Jap, 1969) L'impero
dei sensi(Nagisa Ôshima, Jap, 1976) Regista giapponese a cavallo fra i
classici del dopoguerra e la nouvelle vague, divenuto improvvisamente
famoso nel mondo per l’ultimo dei 3 succitati (da non confondere con il
successivo L’impero della passione, 1978), con tanto sesso esplicito,
oltre l’erotico, da alcuni definito porno artistico. Devo dire che non
mi ha particolarmente avvinto e che, seppur con storie e ambientazioni
completamente diverse fra loro, trovo che tenda ad essere estremamente ripetitivo.
Il primo è una commedia dell’assurdo di
tipo kafkiano, portata avanti quasi in tempo reale. Un coreano condannato a
morte, sopravvive all’impiccagione creando panico e sconcerto fra guardie,
giudice, sacerdote, boia e secondini che si confrontano duramente tentando di
risolvere il busillis: un’esecuzione si può ripetere? I punti di vista,
sostenuti con veemenza, sono quindi tecnici, legali, medici, spirituali o anche
filosofici. Alterna momenti arguti e interessanti ad altri divertenti, ma due
ore sullo stesso tema sono troppe. Boy sembra invece essere l’antesignano dei film basato su
famiglie asiatiche dedite a truffe e reati minori rappresentati (con successo)
nei moderni Shoplifters (2018, Hirokazu Koreeda, Jap,
Nomination Oscar) e il recentissimo Parasite (Kor, Bong Joon Ho, 2019,
4 Oscar). In questo caso si tratta finti incidenti automobilistici, ma l’essenza
del film sta nella relazione fra i tre protagonisti. Il terzo, come detto il più famoso all’estero,
pur se tecnicamente ben realizzato, risulta noioso o, per gli amanti del porno,
insufficiente. Per me il peggiore dei tre.
Frances (Graeme Clifford, USA, 1982) Quills (Philip Kaufman, UK/Ger/USA, 2000) Le placard(Francis Veber,
Fra, 2001) L’ultimo terzetto è molto vario, ma i
film (elencati in ordine cronologico) possono accomunarsi con l’espressione senza
infamia e senza lode. Il primo è un biopic dell’attrice Frances
Farmer la cui carriera, dopo una rapida ascesa, si concluse più o meno
repentina a causa dei suoi comportamenti. Pare che la versione dei fatti
presentati nel film siano stati oggetto di aspre contestazioni. Nomination
Oscar per Jessica Lange protagonista e Kim Stanley non
protagonista. Quills ha qualcosa in comune
sia con L'impero dei sensi che con Frances. Con il
primo per parlare di rapporti sessuali poco convenzionali (anche se mostra
molto meno) e con il secondo per voler narrare l’ultimo periodo di vita di De
Sade (ma con pochi fatti reali e grande fantasia). La scadente sceneggiatura è
tenuta in piedi dal notevole cast nel quale si distinguono il sempre affidabile
Michael Caine e Geoffrey Rush (Nomination Oscar protagonista),
mentre Kate Winslet e Joaquin Phoenix mi sono sembrati molto meno
convincenti. Le placardrisulta
forse il più piacevole, essendo una commedia di costume senza pretese. La
finzione di essere omosessuale al fine di mantenere il posto di lavoro, scatena
una serie di eventi divertenti, in parte esagerati, ma sostanzialmente
plausibili … una buona critica di costume, basata sulla ormai radicata
ossessione del politically correct.
Nella pagina con i link alle ultimemicro-recensioni 2019 ci sono anche quelli alle pagine con i link a oltre 1.500 film visti dal 2016. Come tutte le
liste simili (non classifiche che sono impossibili da stilare) la scelta è
sempre molto soggettiva e hanno gran peso le particolarità di determinati film,
l’ambientazione (in particolare quelle in realtà più o meno sconosciute per
motivi geografici o temporali). Nei vari gruppi che ho composto tengo anche conta
dell’aspettativa, vale a dire rating per i film d’epoca, recensioni per i film attuali.
In quest’ultimo settore comincio con quelli che si potrebbero definire
deludenti, ma per niente scadenti, dopo averne sentito parlare tanto ed in
termini entusiastici. Su tutti spiccano The Irishman (di Scorsese),
Parasite (di Joon-ho Bong) e, a inizio anno Roma
(Cuaron), Joker(di Todd Pkllips). E il disappunto è ancor maggiore se si
considerano i budget per la produzione e quelli per la promozione (per Roma
si spese di più per il lancio che per la realizzazione effettiva!) A questi si
possono aggiungere Shoplifters (di Hirokazu Koreeda), The
Ballad of Buster Scruggs (dei Coen), BlacKkKlansman
(Spike Lee), Burning (di Chang-dong Lee), ciascuno
con qualche merito, fino al pessimo Knives Out (di Rian
Johnson). Al contrario, fra gli
altri, alcuni dei quali molto discussi, quelli che mi hanno positivamente
sorpreso (ma non per questo sempre migliori dei precedenti) ci sono Once
Upon a Time in Hollywood (di Quentin Tarantino), Rocketman
(di Dexter Fletcher), Dolor y Gloria (di Pedro
Almodóvar), The Lighthouse (di Robert Eggers), The
House That Jack Built (di Lars von Trier), Portrait de la
jeune fille en feu (di Céline Sciamma).
Fra i recuperi di
film del passato, per lo più a me sconosciuti, mi sono molto piaciuti I
was born, but … (di Yasujirô
Ozu, 1932) un muto di gran qualità, Black River (1957) l’unico
noir di Masaki Kobayashi, Elmer Gantry (di Richard
Brooks, 1960) con un eccellente Burt Lancaster, nonostante sia una Ghost
Story (titolo internazionale) in Kwaidan (1964) Kobayashi
raggiunge vette altissime in quanto a immagini e colori, il coreano Chunhyang
(di Kwon-taek Im, 2000) mi ha fatto conoscere una storia
tradizionale, portata sullo schermo oltre 20 volte, nonché lo stile teatrale
del pansori, infine Nebraska (di Alexander Payne, 2013)
che cercavo da tempo. Ciò per quanto riguarda le mie novità,
ma anche quest’anno non ho trascurato le “indagini” andando a recuperare tutti
i film di Andrei Tarkovsky che mi mancavano (e per fortuna
in sala) quali Lospecchio (1975) e Stalker
(1979) (altri due suoi capolavori). Restando oltrecortina, dopo la visione di Ray
(Paradise, 2016) sono andato a recuperare altri film di Andrey
Konchalovskiy come Siberiade (1979), The Postman's
White Nights (2014) e un paio di acclamati classici degli anni ’60,
tempi di guerra fredda: Il padre del soldato (1965, di Rezo Chkheidze) e
La Commissaria (1967, di Aleksandr Askoldov). E, andando a
ritroso, non ho trascurato i capolavori di Sergei Eisenstein dei decenni
precedenti quali Alexander Nevsky (1938) e i 2 Ivan Groznyi
(1944 e 1958), per finire a guardare il film eccezionale/sperimentale di Dziga
Vertov (che non ero ancora riuscito a guardare per bene) L'uomo con
la macchina da presa (1929).
Da questo a parlare di un paio di film che si potrebbero definire
documentari ma non lo sono il passo è breve. Uno è Lumiere! (2016,
di Thierry Frémaux), un’antologia commentata di oltre 100 film di 50”
ciascuno dei famosi fratelli e Me llamaban King Tiger (2017, di Angel
Estrada Soto) che illustra la storia di uno straordinario personaggio che,
più o meno da solo, sfidò l’establishment USA, la giustizia, il Congresso, la
CIA. E ciò mi dà lo spunto per passare a citare un buon gruppo di film “etnici”
che, pur contando su pochi mezzi e budget limitati, mostrano aspetti di culture
sconosciute e/o problemi politici e sociali e/o periodi storici dei quali si sa
molto poco.
Non mi sono fatto mancare una approfondita ricerca con qualche nuova
visione fra i muti espressionisti e quelli immediatamente successivi dei tanti
registi mitteleuropei che poi si trasferirono oltreoceano facendo la fortuna di
Hollywood; classici che non deludono mai, anzi sembrano migliorare con il
passar del tempo anche per la pochezza di gran parte delle produzioni moderne,
tutte effetti e poca sostanza cinematografica pura: * Fritz Lang - i Nibelunghi (1924), Metropolis
(1927, restauro del 2010 – ma si dovrebbe dire ricostruzione), M - il mostro
di Dusseldorf (1931) * Robert Wiene – nei cui film si apprezzano le migliori
scenografie espressioniste in assoluto Il gabinetto del Dr. Caligari
(1924, restaurato), Genuine: The Tragedy of a Vampire (1920) e Orlac's
hands (1924) * Josef von Sternberg – dagli ultimi muti europei quali
The Last Command (1928) all’inizio della sua carriera americana con
The Docks of New York (1928), Dishonored (1931), The
Shangai Gesture (1941) Rimanendo in tema muti Europei, G.W. Pabst con Joyless
Street (1925, nel quale lanciò Greta Garbo), Diario di una donna
perduta e Lulù (entrambi del 1929 e con la star americana
dell’epoca Luise Brooks), L’opera da tre soldi (1931).
Poi è venuto il turno dell’eccezionale film
d’animazione in stile teatro delle ombre cinesi Le avventure del principe
Achmed (1926, di Lotte Reiniger) e il kolossal Napoleon
(1927, di Abel Gance), due assolute novità per me, ma tutti i film di
questo gruppo d'epoca sono da visionare con attenzione. Tralasciando di citare molti classici moderni
ri-guardati con molto piacere e varie argute e divertenti commedie
semi-demenziali (genere che mi diverte se di un certo livello e non volgare),
chiudo segnalando 3 ottimi western che non avevo mai sentito nominare, dalla
struttura molto anomala e originale: The Ox-Bow Incident(aka
Alba fatale,1943 di William A. Wellman) e due film di John
Sturges, un maestro in questo campo: Bad Day at Black Rock(1955)
e Last Train from Gun Hill(1959).
Qualunque siano i vostri gusti e per quanti film possiate aver visto nel corso della vostra vita da cinefili, a ben cercare troverete sempre molti altri titoli sorprendenti.