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martedì 29 novembre 2022

Microrecensioni 326-330: ecco 5 neo noir

Cinquina apparentemente omogenea, ma con film molto diversi, sia come argomento che come co-genere, sia come qualità e paesi e anni di produzione.  

 
Dark City (Alex Proyas, Aus, 1998)

Mai sentito nominare e di genere misto neo noir e sci-fi (non il mio preferito), guardato fidandomi dei rating, liste di preferenze ed alcuni commenti, è quello che mi ha piacevolmente sorpreso e mi piaciuto non poco. La trama è senza dubbio originale e ben sviluppata, pur avendo vari punti in comune con tanti altri film, a cominciare dalla amnesia del protagonista. La scenografia e gli effetti speciali descrivono alla perfezione l’atmosfera pesante che opprima questa città che non vede mai il sole. La situazione ricorda molto Paris qui dort (Parigi che dorme) ottimo e originale mediometraggio muto diretto da René Clair nel 1923 (consigliato). Alex Proyas (nato in Egitto, da genitori greci e poi emigrato in Australia) è bravo regista ma con molti alti e bassi; senz’altro l’altro suo film di livello è The Crow (1994), a qualcuno potrebbe essere piaciuto anche I, Robot (2004). Singolare la composizione del cast nel quale, al lato del protagonista Rufus Sewell, compaiono star come William Hurt (che non ha bisogno di presentazioni), Jennifer Connelly (Oscar in A Beautiful Mind) e Richard O'Brien (il Riff-Raff del cult The Rocky Horror Picture Show, 1975), ma ci sono anche Ian Richardson e Kiefer Sutherland. Consigliato.

Memories of Murder (Bong Joon-ho, Kor, 2003)

Questo è il più conosciuto e apprezzato della cinquina, addirittura al 196° posto nella classifica IMDb dei migliori film di tutti i tempi, direi abbastanza sopravvalutato. La sceneggiatura (tratta da un lavoro teatrale) è più che buona ma viene rovinata dall’esagerazione dei comportamenti dei poliziotti, dal commissario ai due detective e al poliziotto violento. Anche la fotografia e il montaggio meritano, come è lecito aspettarsi da Bong Joon-ho, co-autore della sceneggiatura. Vi ricordo che il regista coreano nel 2020 ha ottenuto ben 4 Oscar con Parasite (miglior film, film straniero, regia e sceneggiatura) e 34° posto nella classifica IMDb, assolutamente esagerato.

   
Body Heat (Lawrence Kasdan, USA, 1981)

Noir quasi classico, con una torbida storia passionale con la vista e rivista pianificazione dell’omicidio di un uomo, perpetrato dalla moglie insoddisfatta e dal suo amante. L’ambiente è quello della ricca borghesia di una cittadina sulla costa della Florida, con un taglio decisamente erotico (soft). I personaggi principali sono interpretati da William Hurt e Kathleen Turner, nel suo primo ruolo da protagonista. Non un gran film, ma ben messo in scena; forse riducendo il numero delle scene passionali sarebbe stato più scorrevole, ma è inutile negare che tali riprese attirano il pubblico, ergo …

Devil in a Blue Dress (Carl Franklin, USA, 1995)

Non un granché ... ha l’originalità di un noir moderno (seppur ambientato nel 1948, in California) di matrice afroamericana. La trama, un po’ troppo densa di avvenimenti (e morti), pone quasi tutti i “neri” dalla parte dei più o meno buoni e i bianchi da quella dei cattivi. Aggiungete quelli che stanno a metà strada, politici che concorrono alla carica di sindaco, pedofili, persone dal grilletto molto facile, storie d’amore, ricatti incrociati e il protagonista (Denzel Washington) che i guai se li va a cercare e concorderete che per un’ora e mezza di film è un carico eccessivo. Mi ha inoltre lasciato perplesso, in un film nel quale si tratta più volte il tema del razzismo, la rappresentazione della comunità afroamericana che vive tranquillamente e pacificamente in un ordinatissimo quartiere con strade larghe adornate con palme, aiuole perfettamente tenute davanti alle moderne case, macchine moderne e splendenti e via discorrendo. Qualche merito glielo riconosco, soprattutto per la fotografia e la caratterizzazione di alcuni personaggi (altri, come quello di Don Cheadle, sono quasi ridicoli), ma in linea di massima è appena sufficiente.

Brick (Rian Johnson, USA, 2005)

Film fra un’indagine indipendente di un giovane e intraprendente studente sulla misteriosa morte violenta di una sua ex e una guerra fra giovani spacciatori di droga. La trama sembra tanto una variante studentesca di Per un pugno di dollari, con il protagonista che, pur essendo regolarmente e pesantemente malmenato, riesce a infiltrarsi fra i probabili assassini e, facendo il doppio gioco, riesce a mettere gli uni contro gli altri. Film evidentemente prodotto a basso budget con scene quasi sempre ridicolmente deserte (strade, scuole, campi sportivi, …) e con cast molto poco convincente.

lunedì 10 febbraio 2020

OSCAR 2020: siamo (finalmente) al punto di svolta?

La supremazia quasi assoluta di Hollywood nel cinema è finalmente terminata? Vedremo le conseguenze del grande flop dei supercandidati che, da 41 Nomination complessive, hanno raccolto solo 7 Oscar?  Oltretutto considerando che sono in categorie relativamente poco importanti considerato che i meriti degli attori non sono effettivamente attribuibili ai film in sé? Il favorito 1917 ne ha conquistati 3 (fotografia, effetti speciali e mixaggio sonoro), Joker 2 (Joaquin Phoenix protagonista per la colonna sonora) così come Once Upon a Time … in Hollywood (a Brad Pitt non protagonista e scenografia), mentre The Irishman di Martin Scorsese è rimasto a mani vuote, nonostante le 10 Nomination. Nessuno dei 4 ha vinto i più importanti: miglior film, regia o sceneggiatura.
Parliamo un momento di numeri. Ogni anno vengono assegnate 24 statuette, ma per i film in senso stretto non si dovrebbero considerare le 2 per i documentari, le 2 per i corti, quello per l’animazione e direi anche quello per la miglior canzone (è avulsa da un film) e anche quello (razzista) per miglior film in lingua non inglese, per essere un doppione (perché non anche miglior regia, sceneggiatura, ecc. straniera?). Ne restano quindi 17 che, seppur tutti di pari valore, sono normalmente considerati di diversa importanza. I più ambiti e valutati sono certamente questi 10: film, regia, sceneggiatura (2 ma si può concorrere solo a uno, originale o adattata), fotografia, scenografia e i 4 per gli attori (donne e uomini, protagonisti e non). Gli altri 7 sono considerati più “tecnici” che artistici e sono montaggio, costumi, trucco, colonna sonora, effetti speciali, mixaggio del sonoro e montaggio sonoro (differenza poco chiara … veramente necessari 2 Oscar distinti?).
Dopo le proteste che hanno portato alla ribalta tanti artisti “non bianchi” e tante donne nelle edizioni precedenti, anche grazie all’ampliamente del numero di giurati e alla loro varietà, eccoci al riconoscimento ufficiale che esiste buon cinema anche in altri paesi; sembra quasi una rivoluzione contro l’establishment. I 4 Oscar a Parasite, dei quali 3 importantissimi quali film, regia e sceneggiatura (l’altro è un doppione, se è miglior film in assoluto è chiaro che lo sia anche fra i 5 candidati “stranieri”) sono un chiara manifestazione di protesta contro i quasi colossal. Chi ne esce peggio è senz’altro Netflix che accusa una bella batosta per l’immagine con The Irishman e non si può consolare più di tanto l’Oscar a Laura Dern (non protagonista) in Marriage Story, nel complesso 1 statuetta da 16 Nomination.
Penso sia anche sottolineare le differenze di budget … da Parasite prodotto con l’equivalente di 11 milioni di dollari, si salta ai 55 di Joker per finire ai 160 di TheIrishman (gli altri due supercandidati sono vicini ai 100 milioni), il che vale a dire che con gli stessi soldi del film di Scorsese si sarebbero potuti produrre 15 film come quello del coreano Bong Joon Ho.
Qualche film mi è veramente piaciuto sotto determinati punti di vista, ma nessuno mi ha entusiasmato nel suo complesso. Per esempio, Scorsese ottimo (a parte il ridicolo deaging, spero sparisca al più presto) per poco più di 2 ore, poi da tagliarsi le vene … 1917 ottimo esercizio tecnico di ripresa vanificato da una pessima sceneggiatura. Già avevo criticato e bollato come insulsa la candidatura di Jojo Rabbit per la sceneggiatura, figuratevi a veder premiatp Taika Waititi (regista, sceneggiatore e protagonista del film). Secondo me era più brillante e divertente il precedente What We Do in the Shadows (2014). Di quasi tutti questi ho già parlato a suo tempo; domani guarderò Bombshell, ma senza grandi aspettative, e vorrei vedere Marriage Story
Nel complesso un’edizione Oscar che non mi ha né soddisfatto, né convinto e i verdetti sembra più che altro un ammutinamento della giuria, probabilmente forzata per le candidature.

Chiudo con: Utopia di un cinefilo
Un concorso sulla falsariga degli Oscar, ma qualunque nazione può presentare due o tre film (max) e dopo una prima selezione si arriva e 10 candidati per categoria. Queste dovrebbero essere limitare alle essenziali: film, regia, sceneggiatura (gruppo unico), fotografia, montaggio e scenografie. Solo due per gli attori, divisi fra donne e uomini o fra protagonisti e non protagonisti. 
Così si prenderebbe veramente in considerazione il World Cinema e si avrebbe occasione di scoprire tanti artisti e cinematografie sconosciute ai più, con una grande varietà di stili, ambienti, generi e culture. L’inglese rimarrebbe lingua comune solo per i sottotitoli.

mercoledì 15 gennaio 2020

Nomination Oscar 2020: prime considerazioni

Penso che sia la prima edizione degli Oscar in cui soli quattro film si accaparrano ben 41 Nomination (11 per Joker e 10 ciascuno a The Irishman, 1917 e Once Upon a Time... in Hollywood) e altri quattro 6 ciascuno = 65 Nomination per 8 film. Ognuno dei primi quattro è certamente più che buono, ma nessuno è un capolavoro come alcuni indimenticabili dei decenni scorsi.
Con l’allargamento a 9 candidati per la corsa all’Oscar assoluto (miglior film) è da vari anni che si vedono titoli assolutamente indecenti … come si può pensare di mettere Jojo Rabbit o Le Mans '66 - la grande sfida in competizione con i suddetti 4??? Un ritorno all’antico con 5 soli candidati, o al massimo 7 per non essere troppo drastici nel taglio, sarebbe più che sensato.

 

I magnifici 4 si ritrovano a competere per la regia (con Parasite come quinto contendente), per la fotografia (dove vedo con molto piacere che l’altro candidato è l’altro candidato è The Lighthouse, girato in un superbo b/n), per la sceneggiatura ma divisi fra quelle originali e adattate; non mi sembra ci siano altre categorie nelle quali compaiano tutti e 4 ma certamente le suddette sono le più importanti.
 

Come detto, ci sono film incredibilmente sopravvalutati come Jojo Rabbit, con ben 6 Nomination alla pari con Parasite (certamente di livello molto superiore e che, sulla carta, non dovrebbe avere problemi a vincere il l'Oscar come miglior film straniero contando su ben altre 5 nomination fra le quali miglior film), con Marriage Story in merito al quale sono ottimista e Piccole donne. Fra tutti i succitati, gli ultimi due sono i soli che non ho ancora guardato.
Parasite è senz'altro una buona dark comedy ma, a mio parere, ha il limite di basarsi non su tanti eventi casuali quasi impossibili, bensì su situazioni molto poco plausibili … il che è ben differente. 
Fra gli altri nominati in categorie importanti (e visti) mi ha colpito che sia stato preso in considerazione l’assolutamente ridicolo Knives Out per il quale non capisco tutto l'entusiasmo suscitato visto che sono cose tutte situazioni trite e ritrite, con interpretazioni non certo memorabili.
Al contrario, similmente al caso di The Lighthouse, noto con piacere l’inserimento di J'ai perdu mon corps fra i candidati in corsa per l’animazione, molto originale, ben disegnato, con un’ottima sceneggiatura (in particolare per un film d’animazione).
In competizione con Parasite per il miglior film straniero c’è anche Dolor y gloria, uno dei migliori film maturi di Pedro Almodóvar, per il quale Antonio Banderas ha ottenuto la sua prima nomination Oscar, e come miglior attore protagonista. Per il Richard Jewel di Clint Eastwood solo la Nomination di Kathy Bates non protagonista. 
Nelle categorie principali si prevede un altro paio di sfide “appassionanti” che sicuramente sfoceranno in infinite discussioni: migliori attori protagonisti e non protagonisti. In effetti la vera battaglia è fra tre per ciascun gruppo (direi quasi due), vale a dire Joaquin PhoenixLeonardo DiCaprio e Adam Driver (protagonisti, in ordine di “merito”) e Joe Pesci, Brad Pitt  e Al Pacino (non protagonisti).
Chiudo con una curiosità. Su un paio di riviste specializzate americane, commentando le Nomination, è stato sottolineato come siano scomparse quasi del tutto quelle “di colore” (dopo la sparata di Spike Lee che portò ad un eccesso l’anno seguente) essendoci solo due candidati: Cynthia Erivo (protagonista di Harriet) e … Antonio Banderas (!). Questi ha dovuto precisare che è “blanco y español”, neanche latino.
 

Se potessi votare, ecco le mie scelte per le principali categorie:
Film - Once Upon a Time... in Hollywood (più omogeneo e bilanciato di The Irishman che è ottimo solo per i primi ¾, poi inutilmente noioso specialmente considerata la durata complessiva di oltre 3 ore)
RegiaScorsese, nonostante la suddetta pecca finale
Sceneggiatura or. - Once Upon a Time... in Hollywood
Sceneggiatura non or.The Irishman
Fotografia - The Lighthouse
Protagonista - Joaquin Phoenix 
Non protagonista – difficile scegliere fra Joe Pesci e Brad Pitt, ma propenderei per il primo, generalmente sottovalutato pur avendo vinto di più come attore rispetto al secondo
Animazione - J'ai perdu mon corps

Questo per quanto ho visto; fra gli 8 che hanno monopolizzato le Nomination mi mancano solo Marriage Story e Piccole donne
Prossimamente post con le recensioni dei "magnifici 4", aggiungendo quella di 1917 (visto ieri) alle tre già pubblicate. Confronto sotto vari aspetti.

lunedì 6 gennaio 2020

Consuntivo dei 409 film guardati nel 2019

Nella pagina con i link alle ultime micro-recensioni 2019 ci sono anche quelli alle pagine con i link a oltre 1.500 film visti dal 2016.

Come tutte le liste simili (non classifiche che sono impossibili da stilare) la scelta è sempre molto soggettiva e hanno gran peso le particolarità di determinati film, l’ambientazione (in particolare quelle in realtà più o meno sconosciute per motivi geografici o temporali). Nei vari gruppi che ho composto tengo anche conta dell’aspettativa, vale a dire rating per i film d’epoca, recensioni per i film attuali. In quest’ultimo settore comincio con quelli che si potrebbero definire deludenti, ma per niente scadenti, dopo averne sentito parlare tanto ed in termini entusiastici. Su tutti spiccano The Irishman (di Scorsese), Parasite (di Joon-ho Bong) e, a inizio anno Roma (Cuaron), Joker (di Todd Pkllips). E il disappunto è ancor maggiore se si considerano i budget per la produzione e quelli per la promozione (per Roma si spese di più per il lancio che per la realizzazione effettiva!)
A questi si possono aggiungere Shoplifters (di Hirokazu Koreeda), The Ballad of Buster Scruggs (dei Coen), BlacKkKlansman (Spike Lee), Burning (di Chang-dong Lee), ciascuno con qualche merito, fino al pessimo Knives Out (di Rian Johnson).
Al contrario, fra gli altri, alcuni dei quali molto discussi, quelli che mi hanno positivamente sorpreso (ma non per questo sempre migliori dei precedenti) ci sono Once Upon a Time in Hollywood (di Quentin Tarantino), Rocketman (di Dexter Fletcher), Dolor y Gloria (di Pedro Almodóvar), The Lighthouse (di Robert Eggers), The House That Jack Built (di Lars von Trier), Portrait de la jeune fille en feu (di Céline Sciamma).
 

Fra i recuperi di film del passato, per lo più a me sconosciuti, mi sono molto piaciuti I was born, but …  (di Yasujirô Ozu, 1932) un muto di gran qualità, Black River (1957) l’unico noir di Masaki Kobayashi, Elmer Gantry (di Richard Brooks, 1960) con un eccellente Burt Lancaster, nonostante sia una Ghost Story (titolo internazionale) in Kwaidan (1964) Kobayashi raggiunge vette altissime in quanto a immagini e colori, il coreano Chunhyang (di Kwon-taek Im, 2000) mi ha fatto conoscere una storia tradizionale, portata sullo schermo oltre 20 volte, nonché lo stile teatrale del pansori, infine Nebraska (di Alexander Payne, 2013) che cercavo da tempo.
Ciò per quanto riguarda le mie novità, ma anche quest’anno non ho trascurato le “indagini” andando a recuperare tutti i film di Andrei Tarkovsky che mi mancavano (e per fortuna in sala) quali Lo specchio (1975) e Stalker (1979) (altri due suoi capolavori). Restando oltrecortina, dopo la visione di Ray (Paradise, 2016) sono andato a recuperare altri film di Andrey Konchalovskiy come Siberiade (1979), The Postman's White Nights (2014) e un paio di acclamati classici degli anni ’60, tempi di guerra fredda: Il padre del soldato (1965, di Rezo Chkheidze) e La Commissaria (1967, di Aleksandr Askoldov). E, andando a ritroso, non ho trascurato i capolavori di Sergei Eisenstein dei decenni precedenti quali Alexander Nevsky (1938) e i 2 Ivan Groznyi (1944 e 1958), per finire a guardare il film eccezionale/sperimentale di Dziga Vertov (che non ero ancora riuscito a guardare per bene) L'uomo con la macchina da presa (1929).

 

Da questo a parlare di un paio di film che si potrebbero definire documentari ma non lo sono il passo è breve. Uno è Lumiere! (2016, di Thierry Frémaux), un’antologia commentata di oltre 100 film di 50” ciascuno dei famosi fratelli e Me llamaban King Tiger (2017, di Angel Estrada Soto) che illustra la storia di uno straordinario personaggio che, più o meno da solo, sfidò l’establishment USA, la giustizia, il Congresso, la CIA. 
E ciò mi dà lo spunto per passare a citare un buon gruppo di film “etnici” che, pur contando su pochi mezzi e budget limitati, mostrano aspetti di culture sconosciute e/o problemi politici e sociali e/o periodi storici dei quali si sa molto poco.
Non mi sono fatto mancare una approfondita ricerca con qualche nuova visione fra i muti espressionisti e quelli immediatamente successivi dei tanti registi mitteleuropei che poi si trasferirono oltreoceano facendo la fortuna di Hollywood; classici che non deludono mai, anzi sembrano migliorare con il passar del tempo anche per la pochezza di gran parte delle produzioni moderne, tutte effetti e poca sostanza cinematografica pura:
* Fritz Lang - i Nibelunghi (1924), Metropolis (1927, restauro del 2010 – ma si dovrebbe dire ricostruzione), M - il mostro di Dusseldorf (1931)
* Robert Wiene – nei cui film si apprezzano le migliori scenografie espressioniste in assoluto Il gabinetto del Dr. Caligari (1924, restaurato), Genuine: The Tragedy of a Vampire (1920) e Orlac's hands (1924)
* Josef von Sternberg – dagli ultimi muti europei quali The Last Command (1928) all’inizio della sua carriera americana con The Docks of New York (1928), Dishonored (1931), The Shangai Gesture (1941)
Rimanendo in tema muti Europei, G.W. Pabst con Joyless Street (1925, nel quale lanciò Greta Garbo), Diario di una donna perduta e Lulù (entrambi del 1929 e con la star americana dell’epoca Luise Brooks), L’opera da tre soldi (1931). 


 

Poi è venuto il turno dell’eccezionale film d’animazione in stile teatro delle ombre cinesi Le avventure del principe Achmed (1926, di Lotte Reiniger) e il kolossal Napoleon (1927, di Abel Gance), due assolute novità per me, ma tutti i film di questo gruppo d'epoca sono da visionare con attenzione.
Tralasciando di citare molti classici moderni ri-guardati con molto piacere e varie argute e divertenti commedie semi-demenziali (genere che mi diverte se di un certo livello e non volgare), chiudo segnalando 3 ottimi western che non avevo mai sentito nominare, dalla struttura molto anomala e originale: The Ox-Bow Incident (aka Alba fatale, 1943 di William A. Wellman) e due film di John Sturges, un maestro in questo campo: Bad Day at Black Rock (1955) e Last Train from Gun Hill (1959). 
   
Qualunque siano i vostri gusti e per quanti film possiate aver visto nel corso della vostra vita da cinefili, a ben cercare troverete sempre molti altri titoli sorprendenti.

giovedì 7 novembre 2019

67° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (331-335)

ANTICIPAZIONE: fra pochi giorni comincia l'HIFF (Hawaiian International Film Festival) e sabato potrò guardare in sala The Irishman (2019, di Martin Scorsese). Seguiranno altre interessanti primizie!

Gruppo molto “mal assortito”, con un recente gran successo coreano sulla bocca di tutti (Parasite, da oggi in Italia), un giapponese deludente e tre cult cileni. Questi ultimi in quanto ho “riesumato” un link a una pagina di pellicole cult della cinematografia cilena, per lo più prodotte negli anni immediatamente precedenti o successivi alla dittatura di Pinochet (1973-1989). La breve lista comprende film restaurati ed in HD fino a 1080p, disponibili per lo streaming gratuito. Dal catalogo online della Cineteca Nacional è possibile accedere a oltre 350 video che comprendono documentari, news e film fra i quali ce sono tanti di Miguel Littín, Aldo Francia e altri registi conosciuti anche al di fuori del sud America, tutti visionabili gratuitamente online. 

   

333  Parasite (Joon-ho Bong, Kor, 2019) tit. or. "Gisaengchung"  * con Kang-ho Song, Yeo-jeong Jo, So-dam Park * IMDb  8,5  RT  99% * Palma d’Oro a Cannes, all’unanimità
Commedia drammatica / thriller, di difficile collocazione precisa in quanto non mancano scene violente al limite dello splatter e critica sociale. Certamente ben realizzato, con una buona caratterizzazione della decina di personaggi principali (da questo punto di vista può essere quasi considerato un film corale), interessante utilizzo di tre ambienti abitativi estremamente diversi per le tre famiglie che si confronteranno nei modi più impensati. Anche fotografia e scelta dei tempi (che creano una certa suspense) sono più che apprezzabili. Non dico di più per non rischiare spoiler.
Per alcuni versi la famiglia che vive di espedienti mi ha riportato alla mente il giapponese Shoplifters, candidato all’Oscar come miglior film straniero nell’edizione di quest’anno, che non mi colpì più di tanto, ma Parasite è senz’altro di altro livello e al momento viene dato come favorito nella corsa agli Academy Awards 2020.
Fatto singolare: similmente a tanti altri film dell'Estremo Oriente, anche in questo, benché moderno, si ascolta un successo italiano degli anni '60: In ginocchio da te, nella versione originale di Gianni Morandi.
Da non perdere, anche se penso che al momento è nettamente sopravvalutato (oggi si trova al 50° posto nella classifica IMDb dei migliori film di sempre, il che mi sembra abbastanza ridicolo).


335  Valparaíso Mi Amor (Aldo Francia, Cile, 1969) * con Hugo Cárcamo, Sara Astica, Rigoberto Rojo * IMDb  6,9
Primo dei due soli lungometraggi di Aldo Francia, cinefilo appassionato dopo aver visto Ladri di biciclette, pediatra impegnato nel sociale, cineasta appassionato, regista dal 1957 irando corti autoprodotti in Italia, Francia, Brasile, Yugoslavia, Svizzera e Germania con una Paillard 8mm; creatore del Festival de Cine de Viña del Mar (Cile) nel 1963, pilastro del cosiddetto Nuevo Cine Chileno girò l’altro suo film Ya no basta con rezar nel 1973.
Il suo stile è indiscutibilmente neorealista ed in questo caso si occupa di 4 giovanissimi (fra i 5 e 14 anni) rimasti improvvisamente quasi soli dopo l’arresto del padre che rubava per dar loro da mangiare. Crescere in tali condizioni non è certo facile e Francia dopo l’inizio che va fino alla condanna del padre a 5 anni di reclusione, segue un po’ il gruppo dei fratelli e la sorella nel complesso e al contempo estrapola una storia per ciascuno di loro.
Filmato in bianco e nero, con tanta camera a mano, sostenuto da appropriata colonna sonora risulta essere un ottimo di cinema verité. 
Imprescindibile per chi si interessa di cinema latino.

      

334  El ídolo (Pierre Chenal, Cile, 1952) * con Alberto Closas, Elisa Galvé, Florence Marly * IMDb  6,6
Più che interessante noir diretto in Cile dal francese Chenal, ambientato in quella società straricca che si vedeva spesso in un certo genere di film latinoamericani, in particolare gli ottimi messicani. Grandi case, feste, signore ingioiellate, macchinoni americani, abiti di lusso, feste fanno da sfondo a questa storia abbastanza originale e intricata, con ritorno come protagonisti di personaggi che si pensava essere solo lì per caso nelle prime scene del film.
Le strade di un famoso attore (l’idolo), la moglie e la giovane sorella di questa, due chirurghi soci ma moralmente molto diversi fra loro, un piccolo delinquente ed un equivoco e avido detective privato si incroceranno più volte in un susseguirsi di colpi di scena, fino alla conclusione (sinceramente un po’ sottotono). In un certo senso appare essere un po’ “ottimista” presentando troppi buoni ed un solo cattivo, ma resta un buon noir d’epoca.
Piacevole e avvincente visione.

332  La Frontera (Ricardo Larraín, Cile, 1991) * con Patricio Contreras, Gloria Laso, Alonso Venegas * IMDb  7,4 
Film del dopo Pinochet, narra di un professore di matematica mandato al confino in un paesino costiero sperduto dove avrà a che fare con un “Delegato” inetto, con il suo giovane segretario con un po’ di buonsenso, uno spagnolo scappato dalla guerra civile e sua figlia, un prete inglese, una curandera e un singolare palombaro. Fra le tante situazioni drammatiche si nota spesso una nota sarcastica quasi surreale, ma queste sono i personaggi che spesso si incontrano in tali piccole comunità isolate e che sono state tante volte rappresentate nei romanzi dei migliori autori latinoamericani.
Per la cronaca, il regista non ha niente a che vedere con più noto Pablo Larraín (El ClubJackie, …).
Interessante, merita la visione, ma penso che si trovi solo in lingua originale.

331  Alone on the Pacific (Kon Ichikawa, Jap, 1963) * con Yûjirô Ishihara, Masayuki Mori, Kinuyo Tanaka * IMDb  7,0 
La storia (vera) di questo attraversamento del Pacifico in solitaria, con una piccola imbarcazione a vela dotata lunga poco meno di 6 metri, fornita di minima tecnologia, mi aveva incuriosito e pensavo che Ichikawa (regista dell’eccellente L’arpa birmana, 1956) avesse svolto un lavoro degno della sua fama. Purtroppo sono rimasto deluso. L’alternanza flashback dei preparativi / effettiva traversata non funziona troppo bene e la descrizione della navigazione si limita a tante scene dei limitatissimi spazi interni (spesso poco plausibili) ad alcuni esterni assolati e a barca quasi ferma per bonaccia.
L’unica giustificazione che posso considerare per questo film sostanzialmente inutile, è quella di celebrare il 23enne e abbastanza inesperto Ken-Ichi Horie che pochi mesi prima (12 maggio – 11 agosto 1962) aveva veleggiato dal Giappone a San Francisco.

Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire dal 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate su questo blog.