Visualizzazione post con etichetta Sicilia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Sicilia. Mostra tutti i post

lunedì 10 febbraio 2020

Topic 5: bagni pubblici, non solo per escursionisti

In località turistiche dovrebbero esserci bagni pubblici?

Cominciamo da quelli probabilmente “escursionisticamente” più necessari, cioè per Termini e Nerano dove, in stagione escursionistica e balneare e specialmente nei weekend, si registra un notevole afflusso di persone e i locali pubblici che in un modo o nell’altro suppliscono alla mancanza sono pochissimi. Certamente il problema, seppur in forma diversa, si presenta anche in ambito urbano come Massa centro e Sant'Agata, in particolare in occasione di eventi.
Penso che per i gestori di locali pubblici, ma si dovrebbe chiedere loro conferma, sia un problema di congestione e forse anche economico. Talvolta di 50 persone che entrano in un bar, solo una decina consumano un caffè o comprano una bottiglietta d'acqua, ma con il resto bloccano bar e servizi per mezz'ora i gestori pagano acqua, pulizia, luce, carta igienica, eccetera. Non tutti hanno il buon senso o l'educazione di consumare qualcosa e in molti entrano ed escono senza neanche salutare e, poi, ringraziare. In pratica, basta anche un solo pullman che scarichi decine di escursionisti dopo un viaggio di varie ore per formare code infinite. Se può consolare, si sappia che il malcostume non si vede solo in penisola; vi assicuro che vedo quasi dovunque cartelli “dissuasori” che specificano che i servizi solo per i clienti, come è giusto che sia. A meno che i gestori non considerino che l'uso dei servizi sia economicamente redditizio, quelli pubblici sarebbero più che opportuni. 
Un’alternativa per il percorso della Campanella sarebbe quella di predisporre bagni lungo la strada comunale. Se posizionati nella prima parte si potrà contare su disponibilità di acqua e fognatura (essendo zona abitata), ma ci sono anche altre varie soluzioni previste proprio per aree naturalistiche e sentieri escursionistici che potrebbero tornare utili anche per il sentiero di Jeranto. Per esempio, una toilette ecologica come quella della foto di apertura, secca e totalmente autonoma non avendo bisogno di allacci. Tipi simili, di varia grandezza, erano la norma nei parchi e presso le spiagge in Nuova Zelanda, già una dozzina di anni fa. 
(in fondo alla pagina altro tipo di toilette secca)
In ambito cittadino si potrebbero prevedere quelle autopulenti che ricordavo essere presenti in varie città europee già nel secolo scorso. Fatta una ricerca, da Wikipedia ho appreso che le Sanisette sono attive a Parigi dal 1981 e la ditta ne produce ora di più moderne e, ovviamente, anche altre ditte sono ormai sul mercato. (foto sopra)
Restando in soluzioni più tradizionali, sempre per esperienza diretta, posso dire che in paesi come Spagna e Portogallo (ma ne ho trovati tanti anche in Sicilia) anche nei paesini più piccoli ci sono bagni pubblici puliti e gratuiti.

Una soluzione (che pare sia al limite della legalità, ma che in orari di punta o per situazioni particolari come manifestazioni musicali o sportive potrebbe rivelarsi funzionale) è quella attuata nel bar del Parador del Teide. Questo è un grande albergo con ristorante e bar annesso, capolinea degli autobus di linea che giungono nel Parque Nacional del Teide, nei pressi di un grande parcheggio. Qui tutti possono usufruire dei bagni del bar (puliti ed in buon numero) ma solo dopo aver pagato un ticket (con regolare scontrino) all’addetto alla pulizia. Tuttavia, a chi comprerà qualcosa detto importo verrà scontato dal prezzo della consumazione. Ipotizzando di imporre un ticket di €1 (che non è eccessivo per un bagno pubblico) si potrà bere un caffè gratis; chi comunque aveva intenzione di bere anche un semplice caffè andrà gratis in bagno (come è normale). Soluzione ingegnosa e soddisfacente sia per utenti che gestori, ma purtroppo valida solo con grandi numeri.

giovedì 9 aprile 2015

I “pagghiari” dell’Etna

Nella mia recente breve escursione fra i coni craterici lungo i pendii del Mongibello, a monte di Bronte, ho notato degli originali capanni. Ho già pubblicato alcune loro foto in questo album Google+, ma per semplicità le inserisco anche in questo post. Effettuata una rapidissima indagine, aiutato dal mio omonimo e compagno di escursione che mi ha messo in contatto con Giuseppe Rannisi, da quest’ultimo ho saputo che le costruzioni 
“erano tipiche del mondo pastorale e sono dei ricoveri per i pastori. Si trovano quasi essenzialmente nel versante ovest dell'Etna dove la pastorizia è stata da sempre una attività economica trainante. Ve ne erano anche in legno, che ovviamente sono andati distrutti, ad eccezione di uno che si trovava a Monte Fontane e che non so se esiste ancora. Questi ultimi realizzati con pali di legno e frasche con un piano orizzontale”.
   
E alla mia domanda se fossero ancora utilizzati, e quindi originali, o fatti ricostruire dall’Ente Parco dell’Etna, Giuseppe mi ha risposto:
“I capanni nel Parco dell'Etna sono veri, in alcuni casi parzialmente ricostruiti dall'Azienda Foreste con propri operai; in altre aree sono ancora intatti. Non sono più utilizzati, che io sappia, perché le autorizzazioni di pascolo nel Parco sono notevolmente diminuite, anche a causa della diminuzione delle greggi. Sono pochi i pastori che salgono sull'Etna in estate per far pascolare le loro greggi. I pali di costruzione potevano essere di castagno o di ginestra dell'Etna (Genista aetnensis), i primi perché dritti, i secondi perché contenevano ancora i rami laterali (frasche) che servivano anche a fare da tetto.”
Ovviamente non mi sono limitato a questo e, allargando il campo di indagine, ho scoperto che quelli che ho fotografato lungo i sentieri che si sviluppano attorno a Monte Minardo e Monte Ruvolo sono una variante particolare dei pagghiari n'petra originali (completamente in pietra) presenti in varie forme e dimensioni in tutte le zone frequentate da pastori e greggi. Ne esistono in quasi tutta la Sicilia, sugli Appennini e anche in altri paesi mediterranei considerato che ne ho visti anche a Menorca. Alcuni li collegano direttamente anche a strutture antichissime, utilizzate talvolta come abitazioni, come i famosi trulli e nuraghi.
Come diceva Giuseppe, e come ho constatato, questi sui pendii occidentali dell’Etna presentano una solida base circolare, costituita da un muretto verticale in pietra lavica, e una parte superiore perfettamente conica costruita con pali ricavati da tronchi di castagno e/o ginestra, poi coperti di frasche e terra sulla quale cresce erba rendendo ancor meno permeabile la struttura. A quanto ho avuto modo di osservare, la punta del pagghiaru ha un foro per lasciar fuoriuscire il fumo (chiaramente i pastori dovevano riscaldarsi e cucinare). Nella foto in basso si nota che questo era riparato da una specie di “tappo” e si vedono anche le cime dei pali dai quali si è staccata la copertura.
Navigando in rete, ho anche letto che in pianura se ne costruivano di molto simili con basi di muretti a secco in pietra calcarea, talvolta rinforzati con fango, e utilizzando canne per la copertura non avendo a disposizione castagni e ginestre.

Questo è quanto, ma solo per cominciare visto che la ricerca si può allargare a molte altre regioni e che si può andare molto indietro nel tempo. Comincio col segnalarvi un paio di pagine (ma ce ne sono tante altre) nelle quali troverete ulteriori notizie:

martedì 31 marzo 2015

Sabato alle falde dell’Etna

Ancora in Sicilia, sono andato per l’ennesima volta in un’altra area protetta completamente differente da Vendicari (oggetto del precedente post), molto più vasta, anch’essa varia e assolutamente affascinante. Sto parlando del Parco dell’Etna, che comprende quasi tutta la parte alta dell’omonimo vulcano. Questo, con i suoi circa 3350m di altitudine (varia con le eruzioni), è il più alto d’Europa anche se gli spagnoli reclamano questo primato con i 3.718m del Teide (Tenerife, Canarie) che però geograficamente appartiene all’Africa e solo amministrativamente al nostro continente. Proprio a causa della sua altezza offre la possibilità di effettuare interessanti e piacevoli escursioni in ogni periodo dell’anno. Considerate che normalmente fra il margine inferiore del Parco (sotto i 1.000m) e la vetta del vulcano c’è una differenza di una quindicina di gradi. La percezione di queste variazioni sono talvolta ridotte per il soleggiamento, ma più spesso accentuate a causa del quasi costante vento in quota. Sono tanti gli sprovveduti che, fuggendo dal caldo della costa, si presentano al Rifugio Sapienza (circa 1.900m, punto più alto raggiungibile in auto) in pantaloncini e magliettina e ovviamente “si cioncano di freddo”. In questa mia breve visita di fine marzo, mi sono ovviamente limitato alla parte bassa, visto che le prime chiazze di neve erano al di sotto dei 1.500m. 
Giornata escursionistica divisa in due parti, separate dalla sosta “obbligatoria” a Bronte (capitale del Pistacchio) per rifocillarci gustando i famosi, seppur poco diffusi, arancini al pistacchio. Nonostante il cielo coperto e le nuvole molto minacciose, guidato dal mio omonimo “il professore”, ho effettuato un bel giro a monte di Bronte, in parte nuovo per me. Tutte le foto di sabato 28 marzo 2015
   
Non mi era mai capitato di salire da quel lato a marzo e quindi è stata la prima volta che finalmente ho visto tantissima Euforbia rigida (Euphorbia rigida) in fiore, con il suo giallo assolutamente predominante sugli altri colori. Appena usciti da Bronte e fino alla fine della spettacolare strada in basolato lavico i campi ai lati ne sono pieni. A valle dei Monti (ex coni vulcanici) Minardo, Ruvolo, Peloso e Tre Frati (che abbiamo “circumnavigato”) gli stradoni di sabbia vulcanica sono invece bordati da enormi Ginestre dell’Etna (Genista aetnensis), una specie endemica che, avendo spazio e tempo, può raggiungere anche i 10m di altezza. Non per niente questa ampia valle dalle pendenze minime viene chiama Piana delle Ginestre.
Ingollati gli arancini - fritti al momento – siamo andati in un’altra area a me sconosciuta: le Favare di Maletto. Un ambiente assolutamente inusuale per il l’Etna in quanto è l’acqua che la fa da padrona. Pare che sia un riaffioramento delle acque generate dallo scioglimento delle nevi che corrono sotto i campi di lava e qui, incontrando uno strato basaltico impermeabile vengono in superficie. Ma per poco … infatti si ingrottano nuovamente e il percorso successivo fino al mare non è certo. Alcuni dicono che vadano a confluire nel Simeto (il fiume che scorre nel fondovalle), come sarebbe logico presupporre, mentre altri sostengono che si versino direttamente in mare presso Catania seguendo un loro percorso indipendente.
   
Comunque sia, è strano vedere questi ruscelletti scorrere placidamente, ma allegramente, fra rocce, prati, fiori e piccole paludi, al limite di un territorio caratterizzato dall'estrema aridità caratteristica delle aree vulcaniche. Se da un lato mi è andata male per il cielo molto nuvoloso e scuro, dall'altro sono stato fortunato ad andare alle Favare alla fine di un inverno caratterizzato da notevoli precipitazioni e quindi trovando tanta acqua. Osservando la carta generale del Parco, questa piccolissima area si trova nella lingua a nord-ovest, al limite inferiore dello stesso. Pur non essendoci indicazioni è semplicissimo arrivarci: da Maletto scendete per circa 4km lungo la SP159 e le troverete alla vostra destra, all’incrocio con la SS120 fra Cesarò e Randazzo, non potete non vederle.

giovedì 26 marzo 2015

Vendicari, area protetta di facile accesso e interessante per tutti

La denominazione ufficiale è Riserva Naturale Orientata Oasi faunistica di Vendicari, ricade interamente nel territorio comunale di Noto (SR) ed è gestita dal Dipartimento Regionale Azienda Foreste Demaniali. Consta di una striscia di terreno calcareo e sabbioso parallela al mare, lunga circa 8 km e mediamente larga un chilometro. Include quattro grandi “Pantani”, da nord a sud Piccolo, Grande, Roveto, Sichilli attorno ai quali svernano una gran quantità di uccelli. Giusto per citare i più conosciuti e più grandi (e quindi visibili) si trovano quasi sempre cormorani, volpoche, aironi, garzette e fenicotteri (in alcuni anni ne sono stati censiti anche oltre un migliaio). Oltre agli uccelli potrete ammirare tante lucertole dai colori molto vivi e i più attenti e fortunati riusciranno a vedere qualche coniglio selvatico mentre attraversa velocemente un sentiero o si muove in campo aperto fra i cespugli.
   

   
La vegetazione è estremamente particolare in quanto l’intera area è quasi sempre battuta dal vento e, a causa della vicinanza del mare, è condizionata dalla salsedine e dal terreno che varia dal sabbioso al calcareo. In molti punti a qualcuno può sembrare una zona semidesertica, ma fra i bassi e duri arbusti si trovano una “marea” di piccole piante la cui altezza media è di pochi centimetri.
Anche rimanendo per lo più lungo i sentieri (in parecchi casi è obbligatorio) si riescono ad identificare (e a fotografare) tanti fiori, in qualunque stagione. Questi in breve sono i motivi del fascino del posto dove è possibile camminare per ore attraversando ambienti diversi, facendo birdwatching (non dimenticate il binocolo, ci sono vari capanni a disposizione in punti strategici), passeggiando sulla spiaggia o nell’area della ex-tonnara nelle cui vicinanze c’è anche la cosiddetta Torre Sveva, il centro visite e una piccola area archeologica nella quale spiccano le vasche scavate nella roccia in prossimità del mare nelle quali si produceva il famoso garum. Tutto si va ad aggiungere alla bellezza della ricca e interessantissima vegetazione, sia per qualità che quantità di specie.

D’estate può fare molto caldo (e non c’è un filo d’ombra), ma la buona notizia è che ci sono vari tratti sabbiosi che consentono un facile e sicuro ingresso in acqua e circa 3 km a nord dell’ingresso principale c’è la fantastica Calamosche.
Stamattina ho caricato oltre 40 foto macro in un album al quale potrete accedere anche dalla pagina pagina viaggi e da quella specifica delle macro. Fra le specie fotografate ce ne sono varie caratteristiche dell’area e troverete anche 5 diversi tipi di Orchidee spontanee, alcune delle quali presenti solo in Sicilia
A breve pubblicherò altre foto scattate nel corso della seconda delle tre visite delle ultime settimane e un breve filmato che sto montando utilizzando le riprese effettuate nella stessa occasione. Ciò nel tentativo di darvi un’idea di questo ambiente affascinante che ho avuto la fortuna di conoscere nel 1999 e da allora ci torno con estremo piacere ogni volta che mi si presenta la possibilità. Se sono riuscito a stimolare la vostra curiosità, vi suggerisco di approfondire l'argomento visitando alcuni dei siti "seri", vale a dire quelli con notizie precise e affidabili in merito alla flora e all'avifauna della Riserva di Vendicari.

venerdì 20 marzo 2015

Il piacere delle foto macro

Mi è sempre piaciuto fotografare, in oltre 40 anni di “carriera” ho cambiato soggetti, apparecchiature, stili, scopi e interessi. Ho cominciato con foto di viaggio, necessariamente poche in quanto rollini, sviluppo e stampa erano cari e il mio budget era limitatissimo (molte volte dormivo in treno per risparmiare sugli ostelli). A 17 anni avevo la mia prima vera macchina fotografica (una Zenith, russa) e qualche anno dopo comprai una Pentax e cominciai anche a stampare in b/n, soprattutto foto sportive e di spettacoli. Poi sono passato alle diapositive, ho cambiato qualche altra macchina e infine sono passato al digitale.
Questo passaggio mi ha aperto nuovi orizzonti, non ho stampato quasi più niente per me - anche se varie mie foto sono apparse su riviste, giornali, cartine, opuscoli e depliant – e nell’ultimo decennio ho pubblicato online varie decine di migliaia di foto sui miei vari siti. 
Da quando nel giugno 2004 creai www.meditflora.com (attualmente gestita mirabilmente e con maggior competenza dal naturalista Nando Fontanella) fui ovviamente costretto ad interessarmi meno dei panorami ed avvicinarmi ai soggetti: nella fattispecie i fiori. Di pari passo con l’evoluzione della fotografia digitale è aumentata rapidamente la qualità delle immagini ed è diminuita la distanza minima di messa a fuoco dando così la possibilità di evidenziare sempre più dettagli, spesso non rilevabili ad occhio nudo. Le compatte che ho utilizzato negli ultimi anni (e che ancora uso quando voglio viaggiare leggero e non ho molto tempo da dedicare alle foto) mi hanno permesso di avere risultati soddisfacenti - per il web – ma pochi mesi fa ho deciso di dedicare più tempo alle macro e mi sono attrezzato di conseguenza. Avendo ridotto di molto i miei impegni, ora me ne vado in giro scattando foto soprattutto ai fiori e, credetemi, per ottenere buoni risultati ci vuole tanto tempo, pazienza e passione.
Invece di procedere a passo spedito lungo i sentieri, con lo zaino in spalla (non sempre) e la compatta in tasca, scattando foto “al volo”, con una sola mano, fermandomi solo raramente casomai per un’orchidea poco comune, ora mi muovo portando con me non solo lo zaino, ma anche una macchina fotografica ben più ingombrante della compatta, un secondo obiettivo e un relativamente pesante cavalletto. Questo è il necessario prezzo da pagare per il piacere della macrofotografia anche se, per ora, sto ancora combattendo con settaggi, esperimenti e tentativi. Indipendentemente dalla mia scarsa esperienza in questo settore specifico, mi sto confrontando con dei problemi oggettivi creati da tante variabili distinte, a molte delle quali ci si deve per forza adattare essendo impossibile controllarle. Ma questo aumenta la gratificazione quando, per abilità o per fortuna, si realizzano buoni “scatti”.
Fra le concrete difficoltà in primis metterei il vento. Anche la minima brezza fa ondeggiare i soggetti a meno che non siano veramente raso terra. Mi è capitato più volte di piazzare il cavalletto, scegliere l’inquadratura, regolare tutto, mettere a fuoco un certo punto di un fiore fino a quell’istante immobile (o quasi) ma che al momento di scattare comincia a ondeggiare. 
Al vento segue la luce: se la si vuole naturale (quindi senza usare fonti di luce artificiale come il flash) si deve trovare un fiore che sia rivolto più o meno nella direzione giusta, che non abbia grandi contrasti o ombre nette. E non dimentichiamoci della posizione: tante volte i fiori che si vogliono fotografare si trovano in punti dove è impossibile posizionarsi con il cavalletto, altre volte ci si deve arrampicare o si è quasi costretti a stendersi a terra, cosa non sempre piacevole (fango, spine, pietre e anche peggio se l'area è frequentata da animali al pascolo ...). In questi ultimi giorni sto facendo pratica in Sicilia dove ci sono tanti possibili soggetti di macro, ma non c’è quasi mai calma di vento ed in particolare oggi è peggio del solito. In compenso c'è un sole splendente adatto all'arrivo della primavera (stasera alle 22:45) .
Ma la soddisfazione nello scattare macro deriva anche dall’inaspettato, da ciò che si scopre solo osservando attentamente le foto. Potrei sottoporvi infiniti esempi, da linee colorate non apprezzate a prima vista, spine e peli microscopici, ospiti che pensano di essere perfettamente mimetizzati come quello sul Lotus tetragonolobus (ginestrino purpureo, foto in alto a sx), granelli di sabbia su quest’altra Fabacea (in basso a sx, probabilmente una Medicago), o giovani coppie (clandestine?) colte in flagrante nonostante il loro tentativo di nascondersi (in basso a dx).
   
Chi fosse interessato all’argomento (dal punto di vista fotografico o botanico) può trovare una cinquantina di foto in tre diversi album ed esattamente
A breve aggiungerò le didascalie con i nomi delle specie fotografate (quelle che conosco). Se in futuro vorrete vedere altre mie macro sappiate che le caricherò, parimenti alle foto di viaggio e di escursionismo, sul mio account Google+

mercoledì 11 marzo 2015

Gelatina di maiale, Pizza siciliana + un insolito spuntino

Due ricette siciliane molto tradizionali e poco conosciute in continente e uno snack di altri tempi che non scambierei con nessuna delle fantastiche “prelibatezze” (sic!) piene di coloranti e conservanti che vengono proposte e suggerite tramite pubblicità martellanti. Appena giunto in Trinacria mi sono attivato per procurarmi la prima (non si trova dappertutto) e oggi ho dovuto girare mezza Siracusa per trovare un forno (forse l'unico) che ancora fa la Siciliana in quanto la pizzeria sulla quale contavo ha chiuso i battenti. Lo dico giusto per dare l'idea della tipicità e della poca diffusione di questi piatti al di fuori delle arre di origine. 
Gelatina di maiale (in siciliano liatina)
Si prepara con le parti povere del maiale (cotenna, zampe, testa, coda, lingua ed orecchie) che vengono lessate per almeno 3 ore in acqua salata con foglie di alloro. Poco prima di spegnere il fuoco si aggiunge aceto. Successivamente il tutto viene separato dal brodo, fatto raffreddare, disossato, tagliato a pezzetti e sistemato in ciotole, teglie o simili contenitori aperti. Quindi, dopo varie ore di riposo, si copre con il brodo (riscaldato quel tanto che basta per sciogliere il grasso) e si aggiunge il limone che lo farà coagulare formando così la gelatina. La ricetta è inserita nell’elenco dei P.A.T. (Prodotti Agroalimentari Tradizionali) riconosciuti dal Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali ed era già presente in un ricettario del Regno delle Due Sicilie.
La gelatina di maiale la potrete trovare anche in ottimi ristoranti attenti alla cucina tradizionale, debitamente variate e “migliorate” (punti di vista). Per esempio a Chiaramonte Gulfi il Ristorante Majore (attivo dal 1896, locale storico d’Italia) la prepara usando le parti migliori del maiale. Ma lì sanno ciò che fanno e dichiarano apertamente la loro venerazione per le carni suine nella loro sala affrescata con la famosa epigrafe "Qui si magnifica il porco" … e ho detto tutto!
   

Pizza fritta siciliana con tuma e acciughe 
Quasi tutti concordano nell’attribuire l’origine di questo calzone fritto a Zafferana Etnea (alle pendici orientali del vulcano, a circa 600m s.l.m.). Oggi sono proposte numerose diverse imbottiture, ma quella tradizionale è di tuma e acciughe. La tuma è un tipico formaggio siciliano di latte ovino e viene prodotto dalla cagliata senza alcuna aggiunta di sale. La mancanza di sale ne impedisce la conservazione e quindi questo formaggio semifresco, dal sapore molto deciso e particolare, deve essere consumata entro una decina di giorni dalla sua produzione.
Qualcuno propone anche versioni “più salutari” cotte in forno, ma quando la Siciliana (o pizza siciliana) è preparata e fritta a regola d’arte - al contrario di quanto ci si potrebbe aspettare – non assorbe olio ed e quasi completamente asciutta all’esterno (e ciò dovrebbe essere la norma per qualunque frittura fatta bene). Un cuoco di Zafferana spiega che questo merito si deve all’impasto (farina, lievito, zucchero, sale, strutto) se fatto fermentare e riposare per il tempo giusto. Sono veri e proprio gioielli dorati e più che leggeri”. “Una vera delizia per il palato”. 

Spuntino di pane caldo e acciughe
Ho avuto il piacere di “scoprirlo” vari anni fa a Petralia Sottana (PA) sulle Madonie, dove tenevo un corso di Orientamento per docenti. A metà mattinata l’organizzatore pregò il custode della scuola che ci ospitava di provvedere a fornire uno spuntino. Se pensate che sia tornato con cornetti o cose del genere siete molto lontani dalla realtà, in quanto poco dopo ci fu servito pane caldo condito con olio, acciughe e olive sott'olio, schiacciate e condite con aglio e spezie. So che molti storceranno il naso (come spesso accade quando descrivo cibi poveri veramente tradizionali), ma vi assicuro che era una bontà anche grazie agli ingredienti “originali” e in quanto preparato al momento e non impacchettato, implasticato, surgelato, ecc. Provare per credere!

giovedì 23 ottobre 2014

Panegirico della Sicilia orientale

Riordinando, raggruppando e spostando in www.giovis.com, le migliaia di foto di viaggio già presenti su giovistravels, ieri è stato il turno delle pagine e immagini del mio svernamento a Marzamemi, Pachino (SR) nel 2005/2006.
Gli amanti dei viaggi troveranno molti spunti interessanti e scopriranno (almeno visivamente) molti luoghi, costruzioni e fatti peculiari in particolare dell’area dei Monti Iblei e delle coste della Sicilia sud-orientale. 
In questa pagina/indice trovate i link a 25 album Google+ nei quali ho raccolto le quasi 1300 foto che illustrano soprattutto le mie escursioni nelle provincie di Siracusa e Ragusa. Potrete vedere particolari del Barocco Siciliano, parchi naturali (Vendicari in primis, foto in basso), spiagge e coste rocciose, tonnare e cave (i canyon scavati dall'acqua nelle rocce degli Iblei come quelli di Pantalica, Ispica, Cavagrande del Cassibile, ecc.), venire a conoscenza di cosa siano i ddieri e come erano fatte le neviere iblee nel XVII-XVIII secolo, scoprire la singolare Cavalcata di San Giuseppe di Scicli, cittadina che tanti di voi hanno visto (pur non conoscendone il nome) per essere il set di tutti i telefilm di Montalbano (c’è il Commissariato di Vigata). Ma fra le tante foto ce ne sono anche delle Eolie e dell’Etna e qualcuna delle Madonie.
C'è tanto da camminare lungo le spiagge, sui Monti Iblei, sul fondo delle cave, negli stretti vicoli selciati, nei siti archeologici e spesso ci si può spostare da paese a paese seguendo le antiche trazzere bordate dai classici muretti a secco.
Per facilitare l'orientamento, nella succitata pagina/indice ho inserito anche una cartina essenziale della Sicilia ed questo ingrandimento del sud-est dell’isola.

Questa è senz'altro la parte più interessante per la varietà di ambienti, la tranquillità, la natura, le coste, il meglio dell’archeologia e dell’architettura barocca siciliana e non ultima la gastronomia. Questa non si limita a quanto ormai si trova dovunque nei negozi specializzati e talvolta anche nei supermercati (prodotti di tonnara, cioccolato di Modica, vini come il Nero d’Avola e il Cerasuolo di Vittoria) ma vanta una grande varietà di pietanze “povere” locali a cominciare dal maccu, la gelatina di maiale, la vera pizza siciliana (ripieno di tuma e acciughe), la scaccia iblea (scacciata per i catanesi) e gli onnipresenti arancini non solo i classici bianchi (al burro) o rossi (ragù di carne), ma anche con le melanzane (alla catanese o alla norma) ai pistacchi di Bronte o agli spinaci.
E giusto per finire vi ricordo dell’importanza della ricotta (che si può andare a mangiare calda nelle masserie degli Iblei) nella pasticceria siciliana (raviole, cannoli, cassate …) anche se ormai non sempre si utilizza la ricotta di pecora come da tradizione e fra i tanti altri cibi dolci i torroncini e le granite.
In merito a quest'ultima, pur non essendo amante di dolci (e quindi non esperto, ma li provo quasi tutti) mi permetto senz’altro di consigliare a tutti una prima colazione a base di granita di mandorle (se proprio avete bisogno di caffeina anche di caffè può andare) accompagnata da una ricca raviola catanese di ricotta e cannella appena sfornata … altro che cappuccino e brioche o cornetto!