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sabato 25 dicembre 2021

Micro-recensioni 371-375: buona cinquina con 3 film e due doc

Mix molto vario per generi e periodi, i film sono accomunati solo la loro pregevole qualità. Si passa dalla pura arte visiva al crime/dramma psicologico e alla violenza dell’ambiente carcerario; dei documentari, uno è oltremodo realistico di argomento sociale e l’altro assolutamente scientifico.

 
Chungking Express (Kar-Wai Wong, 1995, HK)

Uno dei numerosi capolavori del regista simbolo di Hong Kong, che dimostra ancora una volta che si possono realizzare ottimi film senza bisogno di grandi avvenimenti, effetti speciali e masse di attori e comparse. Il suo modo di filmare, giocando con sfocature e tempi di ripresa, utilizzando al meglio colori e commento musicale, e lasciando molto alle intuizioni o all’immaginazione dello spettatore affascina senz’altro chi comprende il suo linguaggio, mentre delude quelli che pretendono fatti certi e visibili. Se non conoscete questo film ma avete avuto modo di apprezzare qualcun altro dei film di Kar-Wai Wong, non ve lo perdete.

Gone Girl (David Fincher, 2014, USA)

Intrigante sceneggiatura di Gillian Flynn, anche se con qualche lacuna, specialmente nella parte finale. Trame simili se ne erano già viste, ma questa è veramente piena di twist e molto articolata … forse troppo. I personaggi principali sono psicologicamente estremi, ma abbastanza credibili, e sono ben interpretati. Non si può dire molto di più per evitare spoiler. Buona anche la regia molto bilanciata che, pur seguendo con attenzione la coppia con tanti brevi flashback e rappresentazioni di bugie dette e scritte, non trascura assolutamente il contorno della vicenda che vede implicati parenti, investigatori, vicinato e giornalisti. Nomination Oscar per la protagonista Rosamund Pike, oltre a 64 premi e 188 nomination, attualmente al 202° posto nella classifica IMDb dei migliori film di tutti i tempi (direi sopravvalutato).

  
Brute Force (Jules Dassin, 1947, USA)

Di Jules Dassin scrissi brevemente nel precedente post a proposito di Night and the City, e ora ho recuperato e guardato quest’altro suo film, di genere ben diverso da quelli immediatamente successivi. L’intera storia si sviluppa all’interno di un carcere, ma con interazioni fra detenuti e fra essi e le guardie non proprio uguali alle stereotipate solite e anche le motivazioni e anche gli sviluppi del tentativo di fuga sono distinti.  Ben diretto da Dassin e ben interpretato da Burt Lancaster e da uno stuolo di buoni comprimari. Accettato il genere, merita una visione.

Voyage of Time: The IMAX Experience (Terrence Malick, 2016, USA)

Con titolo simile sono stati prodotti due diversi documentari sull’evoluzione, intendo quella omnicomprensiva dalla nascita di stelle e pianeti alle prime forma di vita, fino all’universo che conosciamo oggi. Entrambi furono diretti da Terrence Malick ma la struttura è diversa così come la voce narrante: Brad Pitt per questa versione breve di 45 minuti e Cate Blanchett per il lungometraggio di durata doppia (Life's Journey). La scelta delle immagini riprese dal vivo è eccellente (vulcani in eruzione, oceani, vita naturale, deserti e ogni altro tipo di ambiente) e senz’altro hanno il sopravvento su quelle elaborate in studio. I testi (redatti dallo stesso Malick) alternano concetti profondamente filosofici al alcuni quasi poetici, ma poco convincenti. Vale la pena guardarlo soprattutto per le immagini prettamente documentaristiche.   

Narco Cultura (Shaul Schwarz, 2013, USA/Mex)

Documentario coprodotto da USA e Messico, di argomento (come evidenziato dall’esplicito titolo) relativo alle attività illecite e violente legate al traffico di droga fra i due paesi. Attraverso la narrazione di un perito (reale) della polizia messicana si viene a conoscenza delle modalità di esecuzione di buona parte degli omicidi susseguenti alla guerra fra bande rivali. Un’escalation che una dozzina di anni fa vide quasi raddoppiare il numero di morti ogni anno … 3.600 nel 2010, vale a dire 10 omicidi al giorno nelle faide fra narcos che, però, spesso coinvolgevano anche cittadini completamente innocenti. Si parla soprattutto della precarietà della vita a Ciudad Juarez (Mex) in confronto a quella della città gemella oltreconfine (El Paso, città più sicura degli USA, appena 4 omicidi per anno) dalla quale è divisa solo da un muro. Attenzione!: si vedono tanti corpi sfigurati e morti veri, tanto sangue altrettanto vero; immagini non consigliate per i più sensibili, ma sia chiaro, assolutamente reali.

sabato 27 novembre 2021

Micro-recensioni 341-345: noir classici degli anni ‘40 (e gossip)

Numerosi attori furono indissolubilmente legati ai noir (2 per tutti: Humphrey Bogart e Edward G. Robinson) e ciò fece la loro fortuna. In questo gruppo, oltre a due presenze del duo Alan LaddVeronica Lake, ritroviamo 2 volte Robert Mitchum e ben 3 volte l’ineffabile caratterista William Bendix (foto al lato, con Alan Ladd, da The Blue Dahlia) al quale, seppur non vero protagonista, venivano affidati sempre ruoli importanti se non determinanti e spesso il suo nome appariva anche sui poster, in caratteri appena più piccoli delle star. Curiosità in merito agli interpreti: a proposito del succitato duo (ben 7 volte insieme) c’è da sottolineare che si formò a causa della loro statura, inusuale per la Hollywood di allora: circa 1,50 per Veronica Lake e 1,65 per Alan Ladd, mentre la media degli altri divi era vicina a 1,90! Quali esempi, allego un paio di foto nelle quali sono evidenziate tali differenze fra alcune star; convertendo piedi e pollici in cm, certamente Marylin Monroe (1,66, al centro) e Audrey Hepburn (1,70, terzultima) potevano più facilmente apparire al fianco di attori quali Gable e Lancaster (i più bassi nella foto, 1,85), Cary Grant (1,87), per non parlare di quelli di 6’3” (1,90) - fra i quali Gregory Peck e Gary Cooper - o di 6’4” (1,93) come John Wayne.


Tornando a Veronica Lake, nonostante la statura, divenne un’icona con la sua perenne aria di sufficienza e espressione da donna irresistibile, nonché per la sua usuale pettinatura (utilizzata per caratterizzare il disegno di Jessica Rabbit); tuttavia, malgrado il successo, forse si calò troppo nel personaggio tanto da guadagnarsi “la fama di persona difficile e fu etichettata come the bitch; Joel McCrea rifiutò di lavorare di nuovo con lei affermando che "la vita è troppo corta per girare due film con Veronica Lake; lo scrittore Raymond Chandler (creatore del personaggio del detective Marlowe), autore/sceneggiatore de La dalia azzurra, la definì sarcasticamente Moronica Lake (moron: ritardato mentale).” (da Wikipedia).

 

Crossfire
(Edward Dmytryk, 1947, USA) tit. it. Odio implacabile (!)

Secondo me il migliore del gruppo, pur discostandosi dall’ambientazione classica dei noir. Infatti tende più al crime e vede un gruppo di soldati da poco rientrati dal Pacifico coinvolti in un omicidio. Ottimo cast, curiosamente con tre Robert nei panni dei protagonisti: R. Ryan è l’imperturbabile ispettore, R. Ryan e R. Mitchum due dei militari coinvolti nelle indagini. Nel gruppo nessuno crede alla colpevolezza dell’indiziato e cercano in ogni modo di proteggerlo e nasconderlo. Crossfire ottenne 5 Nomination miglior film, regia, sceneggiatura e Robert Ryan e Gloria Grahame non protagonista.

They Live by Night (Nicholas Ray, 1948, USA) tit. it. La donna del bandito

Buon esordio con un noir quasi classico di Nicholas Ray, che nel 1955 si sarebbe poi definitivamente affermato con Gioventù bruciata, del quale fu anche sceneggiatore (Nomination Oscar). Personaggi ben delineati, trama abbastanza varia e con molte svolte, tante scene con un po’ di suspense e qualche scena romantica. In effetti delle attività criminali del trio si vede ben poco, l’adattamento del romanzo Thieves Like Us curato dal regista stesso è focalizzato più sui caratteri dei protagonisti che sugli avvenimenti. Fra i personaggi principali, tutti seppur sommariamente ben delineati, trovo credibili i più cattivi e falsi, mentre i due giovani innamorati appaiono troppo fuori dal mondo continuando ad agire in modo insulso. Nel complesso godibile, ma molto di genere, con buona fotografia.

  

The Big Steal
(Don Siegel, 1949, USA) tit. it. Il tesoro di Vera Cruz (!)

Singolare noir che si sviluppa quasi come un road movie, per di più in Messico. Fin dall’inizio si apprende che tale Fiske è inseguito (separatamente e per motivi diversi, comunque legati ai soldi) dalla sua ex Joan e dal ten. Halliday (Robert Mitchum), a sua volta inseguito dal cap. Blake (William Bendix), tutti controllati con apparente indifferenza e superficialità dall’ispettore generale Ortega. Come si può intuire, la storia corre al limite della commedia sia per il poli-inseguimento, sia per l’inevitabile parte romantica che coinvolge Joan e Halliday, sia per l’ironia nel proporre luoghi comuni (peraltro abbastanza veritieri) in merito alle differenze culturali fra americani e messicani. Nonostante il mix di generi, risulta essere una gradevole visione.

The Blue Dahlia (George Marshall, 1946, USA) tit. it. La dalia azzurra

Interessante sceneggiatura (Nomination Oscar) che unisce affari loschi, un pilota militare appena rientrato dalla guerra e, soprattutto, mogli tradite e traditrici. Aggiungendo un omicidio e un detective privato di un residence che non disdegna il ricatto sistematico, nonché i commilitoni del militare e l’immancabile acuto ispettore si ottiene un’intricata e buona trama per un noir. Veronica Lake è la moglie tradita e vendicativa, Alan Ladd il pilota e William Bendix il suo commilitone che ha sofferto uno shock da esplosione.  

The Glass Key (Stuart Heisler, 1942, USA) tit. it. La chiave di vetro

Buon noir la cui sceneggiatura avrebbe certamente meritato una miglior messa in scena, piena com’è di tradimenti, doppiogiochisti, colpi di scena e tempi scelti alla perfezione sia per gli incontri casuali che per quelli mancati per un soffio. Trovo che il personaggio del boss che aspira ad entrare in politica è un po’ troppo caricaturale e sopra le righe e, per tornare ai gossip di apertura, Alan Ladd non è adatto al ruolo di duro.

giovedì 13 agosto 2020

Micro-recensioni 266-270: si torna ai noir classici

Cinquina sottotono, con la maggioranza dei film legati alle conseguenze della guerra terminata un paio di anni prima e, stranamente, alcuni hanno in comune la parte psichica al centro della trama. Non tutti sono di buon livello, anche se interpretati da attori che andavano per la maggior (p.e. Burt Lancaster) ma, in compenso, il prossimo gruppo si preannuncia molto interessante e di più alto livello.
 
Sleep, My Love (Douglas Sirk, USA, 1947)
Ancora una volta un regista di scuola tedesca emigrato oltreoceano. Specialmente nelle tante scene in interno si nota l’influenza dello stile che i vari Lang, Siodmak, Lubitsch, von Sternberg, Wilder, Curtiz e altri introdussero a Hollywood. Nel solido cast si distingue Don Ameche, ben supportato non solo dai coprotagonisti Claudette Colbert, Robert Cummings, ma anche dai vari caratteristi che ricoprono gli altri ruoli.
Essendo difficile dire qualcosa della interessante trama senza fare spoiler, seppur non fondamentali, dico solo che si tenta di far passare per insana di mente la protagonista, con l’aiuto di vari singolari personaggi, alcuni conniventi, altri assolutamente ignari della diabolica trama. Buona sceneggiatura, ben messa in scena, con ottima scelta dei tempi.
Da guardare.

Larceny (George Sherman, USA, 1948)
I protagonisti sono un gruppo di truffatori (non troppo affiatati) che agiscono nell’ambiente dell’alta società, dove i dollari circolano in quantità e senza tanti problemi. Ovviamente, si devono creare personaggi, storie, background e “garanzie” per ottenere la fiducia delle loro vittime. Trama ben costruita e con tanti twist, fino al movimentato finale, anche se in buona parte prevedibile. L’elemento di disturbo è l’infida, bellicosa, passionale e incontrollabile Tori che, a causa del suo carattere “esuberante”, mette a rischio l’intera operazione truffaldina. L’interpreta una ottima Shelley Winters che all’epoca, giovane e snella, interpretava frequentemente ruoli di femme fatale o ragazza del boss di turno, come in questo caso, ma tutt’altro che sottomessa … (nella foto al lato è con Dan Duryea).
Un noir originale che merita la visione.
  
High Wall (Curtis Bernhardt, USA, 1947)
Un pilota di rientro dall’Indocina dopo 2 anni di assenza si ritrova implicato nell’assassinio di sua moglie. A causa di un precedente incidente che aveva causato danni cerebrali e successiva operazione, soffre di perdita di memoria e confessa di averla uccisa. Una dottoressa dell’ospedale psichiatrico nel quale si deve stabilire il suo stato mentale non crede alla sua colpevolezza e da qui in avanti gli avvenimenti diventano sempre meno credibili. Idea di partenza non malvagia, ma si perde fra parte legale, clinica e azione. Appena sufficiente.

Kiss the Blood Off My Hands (Norman Foster, USA, 1948)
Deludente … i due famosi attori protagonisti Burt Lancaster e Joan Fontaine (sorella minore di Olivia de Havilland) non riescono e rendere credibile questa storia ambientata a Londra nell’immediato dopoguerra. Lei infermiera lui reduce da un campo di prigionia nazista, soggetto a scatti di violenza. La trama ha molto poco di plausibile e si sviluppa in modo lento e poco coinvolgente.
Evitabile.

I Wouldn't Be in Your Shoes (William Nigh, USA, 1948)
Il titolo si riferisce in modo sottile alla causa della condanna a morte di un innocente che faceva del ballo la sua professione; le sue scarpe sono l’indizio principale del suo coinvolgimento nell’assassinio. I tempi sono molto mal gestiti e i flashback e la voce fuori campo creano ulteriore confusione. Il soggetto era potenzialmente buono ma è stato adattato in modo insoddisfacente.  
Evitabile.

#cinegiovis #cinema #film

mercoledì 5 agosto 2020

Micro-recensioni 256-260: altri noir, di cui 2 di Siodmak, maestro del genere

Nella raccolta Film Noir Classic citata nel post precedente, oltre ai tanti già ben noti, ci sono numerosi film interessanti seppur non tutti realmente classici, per epoca o soggetto. Procedendo in ordine cronologico nelle visioni di quelli che ho scelto, in questa cinquina sono capitati 2 film di Robert Siodmak, uno dei tanti ottimi registi europei emigrati a Hollywood, specializzato in questo genere, e i soli due veri noir del lotto. Fra i suoi film più noti ci sono pietre miliari come Criss Cross e The Killers (entrambi 100% su RT e con Burt Lancaster protagonista), nonché The Spiral Staircase (aka La scala a chiocciola), un po’ meno apprezzato dagli esperti, ma forse più conosciuto degli altri dal grande pubblico, almeno in Italia. Se non li conoscete ve li raccomando, non sarà difficile recuperarli.
 
Phantom Lady (Robert Siodmak, USA, 1944)
Con questo suo primo noir Siodmak si fece notare negli Stati Uniti e di lì iniziò il periodo migliore della sua produzione. Si tratta di una delle tante storie basate su un personaggio vivo e vegeto che appare nel film e poi misteriosamente scompare, facendo passare per folle chi giura di averlo visto; solo ritrovandolo il protagonista potrà scrollarsi di dosso un’accusa di omicidio.

The Dark Mirror (Robert Siodmak, USA, 1946)
Di due anni successivo a Phantom Lady, stranamente anche questo ruota attorno a donne misteriose, in questo caso due gemelle perfettamente identiche, ma solo nell’aspetto. Ben congegnato, mantiene alta l’attenzione dello spettatore dal momento in cui appaiono le gemelle (nei minuti iniziali) fino alla alle ultime scene. Al limite fra noir e thriller psicologico, con Olivia de Havilland nei panni di Terry e Ruth Collins (che sono solite sostituirsi in varie occasioni) e con due protagonisti maschili: il poliziotto (interpretato dal caratterista Thomas Mitchell) e uno psicologo (Lew Ayres).
Consigliato.
  
So Dark the Night (Joseph H. Lewis, USA, 1946)
Noir hollywoodiano in trasferta nella campagna francese, con trama apparentemente banale ma con risvolti veramente inusuali, specialmente la conclusione è spiazzante. Non per niente non è stato tanto apprezzato dal pubblico (solo 6,3 su IMDb), ma su RT vanta un 100% in quanto, seppur poche, le recensioni sono tutte positive.
Come The Dark Mirror è classificabile fra noir e thriller psicologico, ma non è all’altezza del film di Siodmak.

13 Rue Madeleine (Henry Hathaway, USA, 1946)
Si trova nel gruppo Film Noir Classic, ma è un film di spionaggio ambientato durante la WWII, poco prima dello sbarco in Normandia ed ambientato fra USA e Francia. James Cagney è l’istruttore di un gruppo di spie fra le quali si sa che c’è un infiltrato nazista, ma qualcosa andrà storto e lui dovrà scendere personalmente in campo per salvare la segretezza della data dell’imminente sbarco. Fra i protagonisti si distingue l’italoamericano Richard Conte, raramente vero protagonista, ma ottimo caratterista con ruoli di rilievo in film noir, crime e di mafia americana.

Murder on the Blackboard (George Archainbaud, USA, 1934)
Anche questo si trova fra i noir, ma in effetti si tratta di una commedia poliziesca degli anni ’30 che vede protagonista l’anziana insegnante Hildegarde Withers, aspirante detective, che si confronta con l’ispettore Oscar Piper. Questa coppia di personaggi creati da Stuart Palmer si erano già affermatasi nel precedente Penguin Pool Murder (1932) e furono poi riproposti nel terzo elemento della trilogia: Murder on a Honeymoon (1935).
Molto datato, risulta comunque interessate spaccato d’epoca tendente al caricaturale.

domenica 22 settembre 2019

57° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (281-285)

In questa cinquina mista ci sono un classico hollywoodiano del dopoguerra vincitore di 8 Oscar, con cast stellare (5 Nomination 2 delle quali tramutate in Oscar), 3 film giapponesi di uno stesso regista (Mikio Naruse) ed una commedia italo-francese di una cinquantina di anni fa che all’epoca ebbe un gran successo commerciale ma visto oggi appare troppo datato e, permettetemi, abbastanza stupido; tuttavia resta un cult per la "lezione di camminata", quella che poi è rimasta indissolubilmente legata ad Aldo Maccione

   

281  From Here to Eternity  (Fred Zinnemann, USA, 1953) tit. it. “Da qui all’eternità” * con Burt Lancaster, Montgomery Clift, Deborah Kerr, Frank Sinatra, Donna Reed  * IMDb  7,6  RT 92%  * 8 Oscar (miglior film, regia, Frank Sinatra e Donna Reed non protagonisti, sceneggiatura, fotografia, montaggio e sonoro) e 5 Nomination (Burt Lancaster, Montgomery Clift e Deborah Kerr protagonisti, costumi e commento musicale)
Fred Zinneman, regista a dir poco versatile vincitore di 4 Oscar, reduce dal grande successo ottenuto con High Noon, uno dei più famosi western di sempre (it. Mezzogiorno di fuoco, 1952), dirige alla perfezione questo dramma tratto dall’omonimo romanzo di James Jones (1951). Al margine di un ambiente militare confluiscono numerose storie personali assolutamente diverse. Dal pugile (Montgomery Clift) che si rifiuta di combattere per la sua compagnia, nonostante le minacce esplicite dei superiori e il bullismo da caserma, al suo commilitone ritrovato ma ribelle e alcolizzato (Frank Sinatra), dal loro diretto superiore (Burt Lancaster) che instaura una relazione con la moglie del colonnello (Deborah Kerr) al sergente violento e razzista (Ernest Borgnine), fino alla ragazza (Donna Reed) arrivata alle Hawaii con la speranza di mettere un po’ di soldi da parte lavorando in un club frequentato per lo più dai militari di stanza a Oahu (Hawaii) che finisce per innamorarsi del pugile, ricambiata.
Un’ottima sceneggiatura, nelle mani di un regista come Zinneman, con un cast comprendente gli attori appena elencanti, non poteva che trasformarsi in un film di grande livello.
Da non perdere, come tutti i buoni film di quell'epoca, con bravi attori ben diretti, senza bisogno di effetti speciali e/o trucchi di sorta.

283  Inazuma (Mikio Naruse, Jap, 1952) tit. int. “Lightning” * con Hideko Takamine, Mitsuko Miura, Kyôko Kagawa * IMDb  7,6 
Una settimana dopo aver guardato Older Brother Younger Sister mi sono messo alla ricera di altri film di Naruse, visto che avevo anche aprezzato altre sue direzioni in passato. Come già ebbi modo di dire, pur non essendo forse di pari livello con i suoi contemporanei - e per alcuni versi simili - Ozu o Mizoguchi, è un ottimo interprete del realismo, un ottimo narratore essenziale, preciso, avvincente nella semplicità delle trame. Inazuma è senz’altro il migliore di questo trio, grazie anche all’impeccabile interpretazione della sua musa Hideko Takamine e al soggetto, fornito da un romanzo di Fumiko Hayashi. Dramma familiare che vede protagonisti una madre e i suoi 4 figli (tutti adulti), avuti da 4 uomini diversi. Un fratello dedito più all’alcol che al lavoro, e tre sorelle: una appena diventata vedova, una adultera e la più giovane che tenta di prendere le distanze dal resto della famiglia.
Come altri registi asiatici, Naruse è stato a lungo trascurato, essendo poco conosciuto. Negli ultimi anni, grazie anche a vari restauri e alla promozione della Criterion, molti cinefili e critici lo stanno rivalutando e lo pongo alla pari dei suoi più famosi colleghi della metà del secolo scorso.
Ne consiglio la visione, può essere una buona introduzione ai suoi lavori e un incoraggiamento a recuperare anche altri suoi film come Floating Clouds (1955) e When a Woman Ascends the Stairs (1963), entrambi con Hideko Takamine nel ruolo di protagonista.

      


284  Anzukko  (Mikio Naruse, Jap, 1958) tit. int. “Little Peach” * con Sô Yamamura, Kyôko Kagawa, Isao Kimura * IMDb  6,9 
Terzo e ultimo di questo trio di film di Naruse, altro dramma familiare, più che altro di coppia, con una brava moglie dall’incredibile limite di sopportazione, prossimo alla santità (o alla stupidità). Suo marito è un aspirante scrittore che soffre di una condizione di ammirazione / odio viscerale per il padre di lei, famoso scrittore. Storia ben narrata e protagonisti ben delineati, non solo i due, ma anche i genitori di lei (disponibilissimi nei confronti della figlia, ma dell’idea che qualunque decisione debba essere la sua), l’editore e qualche altro  personaggio significativo. Per l’ennesima volta, Naruse resta nell’ambito del realismo e in particolare del ceto medio, con qualche problema economico (ma non sono certo poveri), di cultura medio-alta e con qualcuno con i soliti problemi di alcool.
Film drammatico ben costruito, che certamente merita la visione.

282  Hideko, the Bus Conductress  (Mikio Naruse, Jap, 1941) tit. or. “Hideko no shashô-san” * con Hideko Takamine, Kamatari Fujiwara, Daijirô Natsukawa * IMDb  7,0 
Altro film di Naruse con Hideko Takamine, una delle più famose (e brave) attrici del secolo scorso, 180 film nell’arco di una cinquantina d’anni, dopo aver debuttato all’età di 5 anni. 
Piacevole commedia che propone uno spaccato della vita dei dipendenti di un’azienda di trasporto pubblico. In effetti si tratta di un mediometraggio, durando appena 53 minuti, ma resta comunque un buon passatempo ben realizzato ed interpretato.
Visione non indispensabile, ma certamente non criticabile sotto alcun aspetto.

285  L'avventura è l'avventura (Claude Lelouche, Fra, 1972)  * con Lino Ventura, Jacques Brel, Aldo Maccione * IMDb  7,0  RT  95%p 
Come scritto nel cappello, L'avventura è l'avventura è stato un po’ una delusione. Visto da ragazzo con compagni di studio (e nei primi anni ’70) fu divertente, ma non regge assolutamente il peso degli anni. Per la verità, lo abbiamo riesumato e l’ho guardato senza grandi aspettative, ma solo per prendere un po’ in giro uno che pur essendo più piccoletto rispetto a Maccione e non avendo mai visto questo film, cammina esattamente come lui! Per chi non sapesse di cosa parlo, ecco la scena degli aspiranti tombeur de femmes sulla spiaggia.
Commedia grottesca, quasi surreale, che vede un quintetto di piccoli delinquenti male assortiti che si lancia nel mondo delle grandi truffe, fra rapimenti, guerriglia e traffico di armi.
Più che altro per i nostalgici, per chi vuole vedere Ventura al di fuori dei noir e polizieschi, chi vuole passare un paio d’ore assolutamente non impegnative, con “comicità d’epoca”.

Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire dal 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate su questo blog. 

venerdì 16 agosto 2019

51° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (251-255)

Cinquina monografica dedicata a Louis Malle, include il suo primo film (1958), due degli anni ’70 e due degli ’80. Ottimo narratore, ma sembra che manchi sempre qualcosa per realizzare un ottimo film. Secondo me, solo Atlantic City si distingue effettivamente dagli altri per superiore qualità complessiva, guarda caso, è l’unico dei 5 per i quali Malle non è responsabile anche della sceneggiatura.

   

253  Atlantic City (Louis Malle, Fra/USA, 1980) tit. it. “Soffio al cuore” * con Burt Lancaster, Susan Sarandon, Kate Reid * IMDb  7,4  RT 100% * 5 Nomination (miglio film, regia, Burt Lancaster e Susan Sarandon protagonisti, sceneggiatura)
Senz’altro il migliore di questo lotto, sia per l’originalità della storia e dei personaggi, sia per le ottime interpretazioni. La produzione franco-americana mette insieme un trio di attori protagonisti di livello (Burt Lancaster, Susan Sarandon e Kate Reid) con la sapiente e accurata messa in scena in stile francese di una trama indiscutibilmente americana.
Più che consigliato.

251  Le souffle au coeur (Louis Malle, Fra, 1971) tit. it. “Soffio al cuore” * con Lea Massari, Benoît Ferreux, Daniel Gélin * IMDb  7,8  RT 91%  *  Nomination Oscar per la sceneggiatura e Nomination Palma d'Oro a Cannes
Ancora una volta una eccellente narrazione, una precisa descrizione della decadenza morale  di una famiglia borghese e benestante. I comportamenti sia dei genitori che dei figli irritano e in varie occasioni suscitano incredulità più che disappunto ... eppure non mostrano niente di particolarmente sensazionale. All’epoca se ne parlò molto per aver portato alla luce lo scabroso tema dell’incesto (badate, non la solita violenza di un padre su una figlia), ma questa chiave di lettura è molto, molto limitata.
Consigliato.

      

255  Ascenseur pour l'échafaud  (Louis Malle, Fra, 1958) tit. it. “Ascensore per l'inferno” * con Jeanne Moreau, Maurice Ronet, Lino Ventura, Georges Poujouly * IMDb  8,0  RT 93%
Questo noir rappresenta l’esordio per Malle e, francamente, mi aspettavo qualcosa di più, considerato il livello medio dei polizieschi e crime francesi di quel periodo nel quale eccelsero registi comr Jean-Pierre Melville e Henri-Georges Clouzot. La sceneggiatura ha troppe falle, troppi eventi poco convincenti, che sminuiscono il valore  delle solite solide interpretazioni di Jeanne Moreau, Maurice Ronet, Lino Ventura.
Si lascia guardare più che piacevolmente, ma in sostanza resta una occasione mancata.

252  Lacombe, Lucien (Louis Malle, Fra, 1978) * con Pierre Blaise, Aurore Clément, Holger Löwenadler * IMDb  7,8  RT 100%  *  Nomination Oscar miglior film straniero
Potrei eseguire un copia e incolla di microrecensioni dei film di Luis Malle, senza discostarmi troppo dalla realtà. Anche in questo caso ci si trova di fronte ad una buona e precisa narrazione ma i personaggi suscitano più di qualche perplessità e come spesso accade nessuno di loro catalizza le simpatie dello spettatore.
Certamente meritevole di una visione, ma non appassiona.

254  Au revoir les enfants (Louis Malle, Fra/USA, 1987) tit. it. “Arrivederci ragazzi” * con Gaspard Manesse, Raphael Fejtö, Francine Racette * IMDb  8,0  RT 97% *  Nomination Oscar miglior sceneggiatura e miglior film straniero
Anche per questo film sembra di assistere a storie trite e ritrite che, seppu ben messe in scena, non appassionano in quanto per lo più scontate. I personaggi sono quelli di sempre in qualunque film ambientato in un collegio, sia fra i dirigenti insegnanti, che fra i ragazzi ... con inevitabile bullismo più o meno grave, i buoni e i perfidi, i bravi e gli asini, i cattivi che poi tanto cattivi non sono e via discorrendo.
Similmente al precedente Lacombe, Lucien, penso che Au revoir les enfants debba buona parte del suo successo anche al tema trattato (occupazione tedesca in Francia, persecuzione degli ebrei, partigiani e collaborazionisti).
Vale la visione, ma non coinvolge, almeno i non francesi.
  
Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire dal 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate su questo blog. 

lunedì 15 aprile 2019

26° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (126-130)

Questa cinquina si include i film guardati durante il viaggio: un capolavoro di Tarkovski, due classici americani e due candidati (secondari) agli Oscar di un paio di mesi fa.
Anticipo che nelle prossime settimane le mie pubblicazioni saranno più frequenti con molti titoli poco noti, prime visioni e classici di qualità che vedrò alla Cineteca Nacional Mexico nell'ambito della 66 Muestra Internacional de Cine, di una ottima retrospettiva della Gaumont (la più longeva casa di produzione, attiva dal 1895, 124 anni di cinema), oltre a numerose prime visioni latine.
Aspettatevi molte novità e, spero, varie buone sorprese. Stay tuned.

   

128  L’infanzia di Ivan (Andrei Tarkovski, URSS, 1962) tit. or. “Ivanovo detstvo”  * con Nikolay Burlyaev, Valentin Zubkov, Evgeniy Zharikov * IMDb  8,1  RT 100%  *  Leone d’Oro a Venezia
Molti conoscitori di Tarkovski giudicano senza esitazione L’infanzia di Ivan il suo miglior film; io non saprei proprio stilare una classifica per avere, nella pur limitata produzione dell'ottimo regista/artista russo (appena 10 film), molti validissimi concorrenti. Inoltre, questi sono di genere, durata, stile troppo diversi per essere veramente comparati.
Tuttavia, alcuni elementi ricorrenti come le ambientazioni nella natura e le riprese di acqua e fuoco, nonché quelle dei riflessi sono ancora una volta di qualità oserei dire sublime, tanto che la pur interessante e ben interpretata trama passa quasi in secondo piano.
Bando alle chiacchiere, guardatelo ... anche nel caso lo abbiate  già fatto in passato.
127  Elmer Gantry (Richard Brooks, USA, 1960) tit. it. “Il figlio di Giuda”  * con Burt Lancaster, Jean Simmons, Arthur Kennedy, Shirley Jones * IMDb  7,8  RT 97% * 3 Oscar (Burt Lancaster protagonista, Shirley Jones non protagonista, sceneggiatura) e 2 Nomination (Miglior film e colonna sonora)
Ennesima piacevole scoperta questa di Elmer gantry con una superba interpretazione di Burt Lancaster.
Premetto che, al di là della qualità di questo film, sono sempre affascinato dai "predicatori", di qualunque genere, persone che sanno sempre scegliere le parole più adatte alla platea che li ascolta, inserire "frasi a pompa" nel momento opportuno, interpretare magnificamente il loro ruolo sia con sapienti variazioni del tono di voce che con la gestualità. Elmer Gantry è un rappresentate di commercio di scarso successo a dispetto delle sue innegabili doti oratorie, un parolaio, un venditore di fumo, uno sempre pronto a intrattenere i possibili acquirenti con storielle e con battute sempre pronte. In un momento particolarmente negativo coglie alvolo l'opportunità di mettere la sua parlantina al servizio di una carovana itinerante di "revivalisti", capeggiata da Sharon (Jean Simmons). Forse troppo apocalittica la conclusione, ma senza dubbio i dialoghi, gli eventi e i personaggi dai caratteri molto contrastanti delle prime due ore sono di gran qualità.
Suggerisco la visione, possibilmente in versione originale in quanto i toni di voce di Burt Lancaster predicatore non sono doppiabili così come la sonorità dell'americano in confronto all'italiano, non migliore o peggiore, semplicemente diversa. 
      

126  Giant (George Stevens, USA, 1956) tit. it. “Gigante”  * con Elizabeth Taylor, Rock Hudson, James Dean * IMDb  7,7  RT 95% * Oscar per la miglio regia e 9 Nomination (miglior film, Rock Hudson e James Dean protagonisti, Mercedes McCambridge non protagonista, sceneggiatura, scenografia, montaggio, costumi, musica)
Qualcuno certamente non sarà d'accordo, ma penso che questo kolossal di 3h20' con grandi nomi nel cast sia nel complesso sopravvalutato .. e non sono neanche d’accordo in quanto alla Nomination di James Dean che, secondo me e seppur con la giustificazione di essere giovane e senza grande esperienza, grande attore non fu. La fama successiva (come avviene in molti campi) è probabilmente attribuibile alla sua morte prematura, a 24 anni, con soli 3 veri film all'attivo (nei primi 4 fu uncredited); questo il suo ultimo dopo La valle dell’Eden e Gioventù bruciata, entrambi del 1955.
Un altro appunto che mi sento di muovere è una pecca comune a molti film che pretendono di raccontare vari momenti della vita dei protagonisti, spaziando in vari decenni, senza cambiare attori ... spesso il trucco non basta.
C’è tanta America in questo film, dal mantenimento delle tradizioni alla corsa al petrolio, dalla guerra al razzismo, dall'appartenenza alla famiglia al sogno americano e mettendo troppa carne a cuocere si sa che si finisce per essere banali.
Senz’altro è di buona qualità ma, ripeto, sopravvalutato.

130  Can You Ever Forgive Me? (Marielle Heller, USA, 2018) tit. it. “Copia originale”  * con Melissa McCarthy, Richard E. Grant, Dolly Wells * IMDb  7,2  RT 98% * 3 Nomination (Melissa McCarthy protagonista,  Richard E. Grant non protagonista, sceneggiatura)
Sembra che questo film sia passato quasi inosservato nonostante le 3 nomination Oscar, ma ciò, a parte le pochissime eccellenze della scadente edizione 2019, è successo anche ad altri come If Beale Street Could Talk e The Ballad of Buster Scruggs (questo per essere reperibile quasi esclusivamente online, come Roma) tanto per citarne un paio.
La trama (basata su una storia vera) è interessante ma un po’ ripetitiva, Copia originale (ennesimo titolo italiano estemporaneo) si regge praticamente solo sulle interpretazioni di Melissa McCarthy e Richard E. Grant, entrambe più che apprezzabili e ripagate con Nomination.
Guardabile, ma niente di particolarmente interessante.

129  At Eternity’s Gate (Julian Schnabel, Irl, 2018) tit. it. “Van Gogh - Sulla soglia dell'eternità”  * con Willem Dafoe, Rupert Friend, Oscar Isaac * IMDb  6,9  RT 80% * Nomination per Willem Dafoe protagonista
Mi ha molto deluso, pur avendo già ricevuto varie informazioni non proprio incoraggianti. Poca a zione e pochi dialoghi, lunghe scene caratterizzate solo da un ritmato sottofondo musicale seguendo Van Gogh che va in giro a piedi fra i campi della Provenza e Camargue o mostrando la sua mano che dipinge. Per di più, il pur bravo Willem Dafoe (attore che apprezzo molto) è assolutamente inadatto al ruolo essendo chiaramente troppo in là con gli anni (63enne) per interpretare l’artista che morì a 37 anni.on
Avendo guardato da poco Lust for Life (1956, Brama di vivere, Kirk Douglas e Anthony Quinn, Nomination al primo e Oscar al secondo) è stato inevitabile il confronto e questo film Schnabel ne esce perdente sotto tutti gli aspetti. Non mi è piaciuto né il modo in cui è girato (troppa camera a spalla e ripetute evidenti sfocature delle quali non sono riuscito a immaginare un motivo), né la scelta dei momenti della vita dell'artista, né quella delle sue opere, né la superficialità con la quale sono trattati il fratello Theo e Gaugin e, infine, l’ennesima interpretazione del “suicidio” (?).
Della ventina di film che si sono occupati di Van Gogh, questo certamente è fra i meno interessanti.

Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire da gennaio 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate, in gruppi di 5, su questo blog.