Visualizzazione post con etichetta Maupassant. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Maupassant. Mostra tutti i post

venerdì 4 dicembre 2020

micro-recensioni 406-410: altri 5 Buñuel messicani

Non si tratta di commedie né dei famosi film con note più o meno surreali (El angel exterminador, Nazarin, Viridiana, …), bensì di 5 film che in comune hanno tormentati e a tratti violenti rapporti umani; fra machismo e donne predatrici, emergono violenza, ricatti, passioni e spesso una forte carica sensuale. Può essere interessante valutarli nel complesso oltre che singolarmente.

 

El bruto (Luis Buñuel, Mex, 1953)

Film molto poco conosciuto (in Italia) di Buñuel che molti, compreso me, giudicano ampiamente sottovalutato. Lo si potrebbe vedere quasi come un sequel di Los olvidados, per la violenza, l’acrimonia e la povertà che condizionano la vita in ambienti marginali delle grandi città. Stavolta, però, non si tratta di giovani ma di adulti e il sesso (appena accennato nell’altro) gioca qui un ruolo devastante visto che si accompagna a avidità e gelosia. La perfidia e malvagità di Paloma (Katy Jurado, Premio Ariel come non protagonista) che spesso appare come una fiera predatrice è forse peggiore della brutalità del bruto Pedro (l’ottimo Pedro Armendáriz, perfetto per questo ruolo). Nel variegato cast che include tanti buoni caratteristi e la insipida Rosa Arenas, spicca anche Andrés Soler (Nomination Ariel come non protagonista) fratello di Fernando, Domingo e Julián tutti attori, alcuni anche registi e sceneggiatori ... una vera famiglia di cineasti.

In questo caso Buñuel non si affida al celebrato direttore della fotografia in bianco e nero Gabriel Figueroa (6 film con lui) bensì al comunque incisivo Agustín Jiménez che lo assisterà anche nei successivi Abismos de pasión (1954) e Ensayo de un crimen (1955); in quanto alla sceneggiatura il suo co-autore è ancora una volta Luis Alcoriza. I personaggi e gli ambienti sono ben proposti, le scene appropriate e quasi sempre allusive (come quella nel mattatoio), negli interni spesso si percepisce che la violenza sta per esplodere così come incutono timore le strade buie, teatro di percosse e inseguimenti. Non manca il solito criptico simbolismo di Buñuel distribuito in più punti, con la perla finale dell’inquietante gallo padrone della scena dopo una serie di eventi distruttivi e fatali. Penso sia chiaro che suggerisco di guardare anche questo film, seppur reputato “minore” da molti.

El rio y la muerte (Luis Buñuel, Mex, 1955)

Basato sul romanzo Muro blanco en roca negra (1952) di Miguel Álvarez Acosta, adattato da Buñuel e dal solito Luis Alcoriza, ha molti punti in comune con due successive opere di Gabriel García Márquez, poi adattate a sceneggiatura (Tiempo de morir e Cronaca di una morte annunciata) in quanto verte sull’ineluttabilità dell’assassinio, seppur secondo ben precise prassi d’onore, in una piccola comunità rurale messicana. Si segue la faida fra gli Anguiano e i Menchaga che va avanti da generazioni così come varie altre nello stesso pueblo, dove sono in un modo o nell’altro accettate, perfino dal parroco (anche lui armato di pistola) che le giustifica come volontà di Dio e dalle autorità che a chi uccide “per onore” concede il tempo necessario per attraversare il fiume e auto-esiliarsi, mettendo in atto solo un blando fittizio inseguimento.

Alcuni lo accomunano a Tierra sin pan (1933) e Los olvidados (1950) per occuparsi delle miserie del sottosviluppo delle comunità chiuse che vivono secondo le proprie “leggi”, formando così un trilogia. Buñuel, che non credeva al prevalere della modernità e della ragione su ataviche barbare tradizioni (e forse aveva ragione visto quello che accade ancora oggi), raccontò che non gli fu concesso di aggiungere all’ottimistico finale una ennesima sparatoria, per poi concluderlo con il cartello “Altri morti la settimana prossima”.

Sottovalutato da molti, a me è ri-piaciuto per il suo preciso taglio antropologico, con ottima - per quanto stringata - descrizione di personaggi, ambiente ed eventi, nonché per il sapiente montaggio di flashback. Una eccellente critica sociale, che mette ancora una volta in risalto la stupidità umana. Pur essendo stato presentato in anteprima al Festival di Venezia 1954 (Nomination al Leone d’Oro) uscì solo l’anno successivo in Messico e non sono sicuro del fatto che sia poi stato effettivamente distribuito in Italia; il titolo per il Festival fu Il fiume e la morte.

  

Susana (Demonio y carne) (Luis Buñuel, Mex, 1951)

In breve, una avvenente giovane donna fugge dal riformatorio (non è uno spoiler, si tratta della prima scena) e, accolta in una hacienda, porta lo scompiglio non solo nella famiglia del proprietario, ma anche fra i suoi dipendenti, sia uomini che donne, per ovvi diversi motivi. Susana (Rosita Quintana) sprizza sensualità dai tutti i pori e con perversione più che con malizia irretisce uomini maturi e giovani, padroni e peones. In un crescendo di tensione, pur non essendo del tutto chiara la sua strategia, si aspetta un confronto fra quelli che aspirano alle sue grazie, mentre le donne non sanno come liberarsene. Ottima scelta del cast nel quale spicca non solo il solito Fernando Soler, ma anche Matilde Palou (Doña Carmen), María Gentil Arcos (la governante Felisa) Víctor Manuel Mendoza (il capataz Jesús). Come norma nei film del regista, non mancano le solite riprese di gambe scoperte (ovviamente quelle di Susana) e i volatili da cortile appaiono in gran quantità.

Los ambiciosos (La fièvre monte à El Pao) (Luis Buñuel, Fra/Mex, 1959)

Questo film del periodo del ritorno di Luis Buñuel in Europa, con qualche tentativo di riavvicinamento con la madre patria e vari film co-prodotti, è conosciuto anche come La fievre sube a El Pao, mentre in Italia divenne L’isola che scotta. Si tratta di uno dei meno conosciuti, meno proiettati, meno buñueliani, poco amato dallo stesso regista e quindi raro; dei suoi 32 lungometraggi fu l’ultimo che guardai trovandolo finalmente fra le migliaia di titoli disponibili presso la Cineteca Nacional Mexico. Los ambiciosos è di stampo chiaramente politico ed adattato da un romanzo di Henri CastillouLa star è la messicana Maria Felix (e sue sono le gambe in bella mostra) mentre nei due principali ruoli maschili troviamo Gérard Philippe e Jean Servais, contribuzione della parte francese della produzione. Direttore della fotografia è il maestro Gabriel Figueroa.

Rappresenta una realtà molto comune nell'America Latina, non solo negli anni '50, ma in effetti anche di molti anni successivi: una dittatura in piena regola, con tanti prigionieri politici, mentre per il potere c’è una lotta senza scrupoli e senza esclusione di colpi. Ma il potere non è la sola posta in gioco, c’è anche un palese scontro per conquistare, in un modo o nell’altro, l’affascinante vedova Inés Rojas (Maria Felix). Nonostante tutti i noti professionisti di ottimo livello coinvolti (regista, attori, direttore della fotografia, sceneggiatori) considero questo film uno fra i meno avvincenti diretti da Buñuel, probabilmente non giovano l’incerto realismo, il cast internazionale e la non precisa collocazione culturale e geografica.

Una mujer sin amor (Luis Buñuel, Mex, 1952)

Melodramma tratto dal romanzo Pierre et Jean (1889) di Guy de Maupassant, da molti considerato la sua migliore opera. Anche in questo genere che si discosta un po’ da quelli più frequentati, Buñuel mette in scena un perfetto dramma familiare in due parti, distanti oltre 20 anni. Da un triangolo iniziale, sorto per caso a dir poco fortuito, si passa ai veementi scontri fra madre e figlio maggiore, mentre padre e fratello minore sembrano vivere nel mondo dei sogni. Una curiosità: Joaquín Cordero, che interpreta il giovane e promettente medico Carlos (il figlio maggiore), sarà di nuovo un giovane e promettente medico in El rio y la muerte (1955), l’unico altro film in cui fu diretto da Buñuel. Nonostante il regista nel corso di un’intervista abbia dichiarato che questo fu il suo peggior film, sappiate che ha i suoi pregi e a me non dispiace, quindi ne consiglio comunque la visione. Uno scadente film di Buñuel è sempre varie spanne al di sopra della media.

#cinema #cinegiovis

domenica 7 giugno 2020

Micro-recensioni 201-205: un capolavoro di Ford, 3 francesi e …

Cinquina di presunta alta qualità (mediamente IMDb 7,5 e RT 94%), ma con alti e bassi.  Due eccellenti sorprese, entrambe del 1935, un onesto film di una dozzina di anni fa (più che buono) e due visioni deludenti. 
The Informer (John Ford, USA, 1935) 4 Oscar e 2 Nomination
Come anticipato, si tratta di un ottimo film di John Ford, trovato per caso. E’ ambientato a Dublino nei primi anni ’20, in piena guerra civile (o di indipendenza) irlandese, durante la quale si affrontarono i paramilitari inglesi Black and Tans e i partigiani dell'IRA.
Veramente eccellente nel complesso, è ottimamente interpretato sulla base di una interessante sceneggiatura che non mostra scontri fra i due bandi, ma ruota attorno alla relazione tra il protagonista e una prostituta che sogna di andare in America e alle indagini svolte dai patrioti irlandesi che devono necessariamente scoprire chi sia il delatore … se lasciato in circolazione, potrebbe portare alla disintegrazione dell'intera cellula. Un crescendo di tensione tra bugie e false accuse, con un improvvisato processo in un sotterraneo e una resa dei conti più lunga di quanto ci si potesse aspettare. In italiano il titolo è diventato Il traditore, traduzione che mi sembra una forzatura … un delatore (o informatore) è abbastanza differente da un traditore pur essendolo certamente.
Il personaggio principale Gypo è molto bene interpretato dal massiccio Victor McLaglen (ottenne l'Oscar come protagonista) che molti ricorderanno in tanti altri film seppur ma quasi sempre in ruoli secondari.
Veramente un ottimo film, consigliatissimo.

Toni (Jean Renoir, Fra, 1935)
Altra scoperta casuale è stata quella di Toni, dramma sceneggiato e diretto da Jean Renoir, nell'ambiente degli immigrati italiani e spagnoli nel sud della Francia, in ambito sostanzialmente rurale e povero nel quale, però, l’onestà e la solidarietà vengono corrotte da gelosie, tradimenti e questioni economiche. Tutto questo porterà inevitabilmente ad azioni violente che in più casi colpiranno, come spesso accade, anche deboli e innocenti. 
Da guardare.
Dialogue avec mon jardinier (Jean Becker, Fra, 2007)
Altro film francese di questo gruppo, molto ben pensato e realizzato, ricorda molto quelli di Eric Rohmer, nei quali - agli occhi dei superficiali - succede poco o niente essendo l'attenzione rivolta soprattutto alle sensazioni, alle idee e allo stile di vita di persone assolutamente “normali”, alle prese con la vita “comune”. I dialoghi sono scorrevoli e spesso arguti e possono suggerire interessanti argomenti per discussioni filosofiche, morali e sociologiche. Non è eccezionale, ma senza dubbio piacevole e ben messo in scena ed interpretato.
Merita una visione, specialmente da parte di chi apprezza Rohmer.

Masculin féminin (Jean-Luc Godard, Fra, 1966)
Probabilmente il più conosciuto fra i 3 francesi di questo gruppo, certamente il più deludente. Guardo i film di Godard più che altro per completezza e quasi sempre rimango stupito dagli ottimi rating di cui tuttora godono i suoi film. Se era ed è comprensibile l’elogio dello stile di rottura della Nouvelle Vague francese (della quale Godard fu uno degli esponenti più arditi), non capisco perché si continui a dire che tutti i film appartenenti a tale genere sono buoni. L'idea poteva essere pregevole ed è giusto lodare alcune innovazioni, ma ciò non è sufficiente per osannare qualunque film di tale genere. Come altri risulta ripetitivo, essendo caratterizzato da lunghe inquadrature fisse, talvolta con chi parla fuori campo, dialoghi più o meno insensati, commenti relativi al socialismo e ai suoi oppositori reazionari, libertà dei giovani e via discorrendo.
Sceneggiato dallo stesso Godard e vagamente ispirato a scritti di Guy de Maupassant, è diviso in 15 scene che trattano dei rapporti personali in un gruppo di giovani parigini, con un protagonista dall’atteggiamento arrogante e privo di logica, che non si capisce come sia sopportato dagli altri. Nel film vedo ben poca arte cinematografica e quindi non ripeto le lodi degli altri.

Lilja 4-ever (Lukas Moodysson, Sve/Den, 2002)
L'ultimo di questo gruppo è una coproduzione dano-svedese, ma tratta di una ragazza russa circuita e inviata in Svezia dove, invece di trovare la sognata nuova vita e un lavoro, sarà costretta a prostituirsi. La parvenza di analisi sociale, sia di quella degradata di un piccolo paese russo che quella della benestante borghesia svedese, risulta superficiale e poco convincente. Il finale, se ha il merito di essere a sorpresa, viene proposto in modo confuso e poco soddisfacente. Visione evitabile.