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domenica 18 dicembre 2022

Microrecensioni 341-345: gruppo fra noir e commedia, con un docu-film

Due noir di Clouzot, uno dei vari ottimi registi francesi di età secolo scorso stimati dai conoscitori ma poco noti al grande pubblico al di fuori della Francia, come per esempio Melville. Noir che però hanno anche una buona parte di commedia; certamente non sono dark e seri come Le corbeau (1943) e Les diaboliques (1955) che sono i suoi più apprezzati lavori del genere. Completano il gruppo un buon docu-film familiare-naturalistico, un’altra Ealing comedy e il noir messicano del quale ho già scritto.

 

Quai des Orfèvres (Henri-Georges Clouzot, Fra, 1942)

Tratto da un romanzo di Stanislas-André Steeman, con sceneggiatura e dialoghi (pertinenti e credibili) dello stesso Clouzot. Sono ottime anche fotografia e interpretazioni, fra le quali spicca quella di un relativamente giovane Bertrand Blier (30enne), ma sono bravissime anche le due prime donne Suzy Delair e Simone Renant, nonché Louis Jouvet (l’ispettore di polizia) e Charles Dullin nei panni del viscido e inquietante Brignon. Film interessantissimo e di ritmo rapido che non consente distrazioni da parte del pubblico; quasi in ogni scena c’è qualche elemento che può essere visto come un indizio, una trascuratezza dell’assassino, un rischio di rivelare una bugia. A metà strada fra un dramma della gelosia ossessiva e un noir con mille risvolti e colpi di scena; situazioni facilitate dalle continue bugie raccontante anche quando non sono necessarie. Tempi e dettagli sono tutti ben studiati e posizionati alla perfezione nella scaletta. Premo internazionale per la regia e Nomination per il Gran Premo internazionale a Venezia.

L'assassin habite ... au 21 (Henri-Georges Clouzot, Fra, 1942)

Per un crime (in effetti commedia thriller) l’asserzione del titolo (assolutamente vera) può apparire come un controsenso, ma non è così in quanto l’indirizzo è quello di una pensione nella quale alloggiano molti tipi strani e sospetti. Sotto falsa identità l’ispettore si introduce nella comunità travestito da sacerdote e alternando scene da thriller e da commedia si seguono gli sviluppi delle sue indagini, piene di colpi di scena e sorprese. Come in Quai des Orfèvres, l’elemento di disturbo è il personaggio di Suzy Delair (l’intrigante moglie dell’ispettore) che si presenta a sorpresa e sotto mentite spoglie. Molti paragonano Clouzot a Hitchcock per il suo far vedere senza mostrare e per il senso dell’umorismo. Piacevole, ben diretto e ben interpretato.

  

Alamar (Pedro González-Rubio, Mex, 2009)

Si potrebbe definire un documentario familiare in quanto i protagonisti sono quasi esclusivamente un padre messicano (pescatore indigeno) e suo figlio di 4 anni che normalmente vive a Roma con la madre, ma temporaneamente sta con lui su una palafitta presso la Costa Maya. Pesca responsabile e giusto approccio con la natura sono quindi il tema del film, nel quale ognuno interpreta sé stesso. A parte qualche altro pescatore locale, riveste un ruolo importante uno più anziano ed esperto che vive nella stessa essenziale capanna e fa da mentore al padre e figlio. Brevi apparizioni all’inizio e alla fine del film sono riservate alla madre del fortunato ragazzino, che certamente non avrà dimenticato l’esperienza del repentino passaggio da una moderna città europea ad una casa di legno circondata dal mare, praticamente senza niente, dalla quale parte ogni mattina alla scoperta della barriera corallina, imparando a sommozzare, a pescare, a pulire il pesce che poi mangeranno. Ci sono anche escursioni a terra ed il tentativo di addomesticare un guardabuoi (un tipo di airone). Film d’apertura Generation Kplus a Berlino.

The Ladykillers (Alexander Mackendrick, UK, 1955)

Alle 3 Ealing Comedies guardate di recente ho voluto aggiungere questa, la più famosa, ma non direi la migliore in assoluto. Rispetto alle altre è troppo grottesca e ciò sminuisce la qualità complessiva, nonostante la buona sceneggiatura che ottenne la Nomination Oscar. Oltretutto Alec Guinness è meno brillante del solito e anche Peter Sellers, nel suo primo ruolo di una certa importanza in un film, è ben lontano dall’attore che poi diventerà. Ne è stato prodotto un remake nel 2004 con protagonista Tom Hanks e sceneggiatura dei fratelli Coen … nonostante ciò è stato un flop come la maggior parte dei remake.

Después de la tormenta (Roberto Gavaldón, Mex, 1955)

Di questo ho già trattato, seppur concisamente, nel post precedente, allargando il discorso ad altri buoni film e scritti su temi simili cioè sostituzioni di persona e false identità. 

mercoledì 14 dicembre 2022

Sostituzioni di persona ... fra realtà, letteratura e cinema

Fra i tanti autori che nel corso dei secoli e in varie forme si sono cimentati in questo tipo di storie più o meno misteriose, talvolta reali e/o irrisolte, si trovano personaggi di tutto rispetto. La scintilla che mi ha spinto a scrivere questo post è stata la visione di un bel film che recentemente è stato riproposto in Messico.

Después de la tormenta (1955) fu diretto da Roberto Gavaldón, su un soggetto (El Otro Hermano) di Julio Alejandro, fra gli sceneggiatori preferiti di Buñuel avendo scritto Nazarín (1959), Viridiana (1961), Simón del desierto (1965), Tristana (1970). Questo inusuale noir ambientato sull’isola caraibica Isla de Lobos, Veracruz, narra di due gemelli che escono a pesca ma, a causa di una improvvisa tempesta, ne ritorna solo uno, che sembra essere Melchor, ma sostiene di essere Rafael, e ognuna delle spose pensa sia suo marito. Non a caso i due fratelli sono interpretati dallo stesso attore (Ramón Gay) mentre le due donne sono in effetti le star (Marga López e Lilia Prado).

Storia simile, ma a fini economici e non sentimentali e dal punto di vista femminile, con un’attrice che impersona entrambe le protagoniste, è un precedente noir diretto da Gavaldón, La otra (1946), un classico della Epoca de Oro del Cine Mexicano. La star con doppio ruolo è Dolores Del Rio, il co-protagonista, Victor Junco. Di questo nel 1964 fu prodotto un remake (Dead Ringer, diretto da Paul Henreid) con Bette Davis e Karl Malden. Il soggetto (dell’americano Rian James) narra due gemelle solo in apparenza identiche, ma di caratteri opposti; chiaramente la cattiva tenta di prendere il posto dell’altra.

 

Ma non finisco qui, queste storie mi hanno riportato alla mente anche Il ritorno di Martin Guerre (Nomination Oscar, 1982, Daniel Vigne, Fra) adattato da The Wife of Martin Guerre (1941) scritto dall’americana Janet Lewis sulla base degli atti di un famoso processo del 1560 per sospetto furto d'identità, reale caso trattato anche Alexandre Dumas nella sua serie Les Crimes célèbres, 1839–1840.

L’intrigante tema delle riapparizioni sospette fu affrontato perfino da Bram Stoker, autore di Dracula, un personaggio emblematico della letteratura gotica. Il suo poco noto racconto The Coming of Abel Behenna (1893), è incluso nella collezione Dracula's Guest And Other Weird Stories e, chi volesse, lo può leggere scaricandone qui il testo originale in pdf.

 

Infine, tornando al cinema e pur essendo di tema solo parzialmente attinente, reputo opportuno citare L'enigma di Kaspar Hauser (3 Premi a Cannes, 1974, scritto e diretto da Werner Herzog) nel quale si descrive l’apparizione del misterioso personaggio che fu realmente trovato nel 1828 a Norimberga, interpretato dall’ineffabile Bruno S. (vale la pena leggere qualcosa sulla vita di questo attore per caso). In questo caso il dilemma era: si trattava di un povero sventurato quasi incapace o di un astuto impostore?

Ovviamente, di film e storie di gemelli che fingono di essere l’altra/o, o di impostori che provano ad assumere l’identità di altri ne sono a centinaia, ma questi citati sono certamente fra quelli di miglior qualità. Consiglio di approfondire  il tema e guardare e/o leggere almeno qualcuno dei succitati titoli.

lunedì 25 luglio 2022

Microrecensioni 206-210: commedie cult della Epoca de Oro Mexicana

Si tratta di 5 farse/commedie di genere sentimentale, charro e cultural clash (anche in Messico esisteva …) fra le più note e apprezzate dell’epoca (media IMDb 7,5), ancora oggi frequentemente riproposte in televisione. Altri punti in comune sono le 3 regie di Ismael Rodríguez che, con Los tres García, acquisì enorme notorietà per sé e per Pedro Infante, attore e cantante fra i più amati dai messicani e apprezzato anche a Hollywood che lo onorò con una postuma Star on the Walk of Fame, praticamente alla pari con Mario Moreno Cantinflas. Le altre due sono più incentrate sulle differenze culturali e hanno come protagonista Joaquín Pardavé, apprezzato caratterista farsesco, che in una interpreta un ricco commerciante libanese che viene snobbato dalla borghesia messicana sul lastrico e nell’altra un macellaio del mercato che litiga continuamente e molto animatamente con la dirimpettaia che vende pane, la gallega del titolo … una gachupina! Questi ultimi due sono linguisticamente interessanti sia per il continuo sottolineare i diversi modi di parlare e i marchiani errori di dizione e ortografia degli immigrati che generano continui equivoci e prese in giro, sia per la quantità di frasi fatte, proverbi e modi di dire … un eccellente modo di approfondire la conoscenza della lingua parlata, sempre che si abbiano discrete basi (comunque sono indispensabili numerose ricerche per i messicanismi colloquiali).

 
  • Los tres García (Ismael Rodríguez, Mex, 1946)
  • ¡Vuelven los García! (Ismael Rodríguez, Mex, 1947)

La parte del leone la fanno certamente l’indomita Sara Garcia (la nonna, perennemente con il sigaro in bocca) e Pedro Infante, uno dei suoi tre terribili nipoti (cugini fra loro). L’ottuagenaria è l’unica in paese che riesca a tenere a bada (di solito a bastonate) i tre, litigiosi con tutti e soprattutto fra loro. A seguito dell’enorme successo del primo, per il quale si erano girate molte scene non effettivamente indispensabili, fu subito prodotto il secondo, utilizzando buona parte di quelle scartate. Pertanto, le trame sono praticamente in continuità e nei cast ci sono minime variazioni, quali pochissimi nuovi personaggi e ovvia scomparsa dei morti nel primo film. A peggiorare i rapporti fra i cugini José Luis, Luis Antonio e Luis Manuel (il ricco, il povero e il viveur), arriva bella e bionda lontana cugina messicano-americana (Marga Lopez) che suscita quindi gelosie e risse, ma non bisogna dimenticarsi ci dei 3 Lopez che vogliono far fuori i 3 Garcia per una annosa faida fra le loro famiglie. La rivalità fra i 3, nonostante un matrimonio, continua anche nel sequel e in quanto ai Lopez appaiono un paio di loro discendenti. L'immancabile cura (parroco) dovrà faticare non poco per evitare spargimenti di sangue e sanare i rapporti fra tutte queste teste calde. Nel complesso abbastanza banali, ma tali commedie leggere erano quelle che avevano successo nell’immediato dopoguerra, anche grazie ai cast pieni di attori bravi, famosi e, soprattutto, amatissimi dal pubblico.

  
¿Qué te ha dado esa mujer? (Ismael Rodríguez, Mex, 1951)

Sequel di A.T.M.: ¡A toda máquina! (1951) che vede quindi ancora protagonisti Pedro Infante e Luis Aguilar nelle vesti di due motociclisti della squadra di élite della polizia di Ciudad de Mexico. I due sono scapestrati, ubriaconi e donnaioli, sempre in competizione fra di loro in quanto a conquiste femminili e talvolta gelosi l’un dell’altro e, come se non bastasse, vivono nello stesso appartamento in un condominio abbastanza movimentato e pieno di personaggi particolari a cominciare da Doña Angustias, portinaia factotum ed estremamente impicciona. Risulta chiaro che ci sono tutti gli elementi per una commedia popolare di successo, potendo contare anche sui due attori/cantanti che hanno occasione di esibirsi più volte.

El baisano Jalil (Joaquín Pardavé e Roberto Gavaldón, Mex, 1942)

Qui si mischiano lotta di classe e razzismo, seppur in modo chiaramente ironico. Il ricco commerciante Jalil, libanese che ormai possiede un accorsato grande magazzino, è amico sincero di Don Guillermo al quale presta ingenti somme di danaro. Questi senz’altro ha visto tempi migliori, ma attualmente mantiene nella sua grande e ricca casa parenti snob e con la puzza sotto al naso: moglie, figlia per di più spendacciona, oltre a una sorella e cognato parassiti. L’aspetto romantico, seppur con gran difficoltà data la ritrosia prima di Marta (figlia di Don Guillermo) e poi di Selim (figlio di Jalil), metterà chiaramente a posto ogni cosa. Altra famosa commedia popolare cult.

Una gallega en Mexico (Julián Soler, Mex, 1949)

Qui le beghe sono fra una immigrata spagnola (offensivamente chiamata rifugiada o gachupina) e un fiero messicano, entrambi commercianti in un mercato popolare. Anche in questo caso, come in El baisano Jalil, saranno appianati dall’amore fra i figli dei due che, a prescindere da contrasti spesso violenti, pieni di insulti ed estremamente rumorosi, non sono indifferenti uno all’altro. Un po’ troppo gridato e scontato, ma rientra perfettamente nel genere di commedia popolare. Ah, c’è anche un’apparizione di Jorge Negrete che interpreta sé stesso andando a cantare (a sorpresa) nel cortile del condominio; gli altri pezzi musicali (un must) sono affidati ai quasi immancabili Los Panchos e Trío Calaveras.

lunedì 18 aprile 2022

Microrecensioni 106-110: altri buoni recuperi della Epoca de Oro Mexicana

Nomi ricorrenti in questa cinquina sono i Soler e gli Alcoriza. La nota dinastia Soler discende da una coppia di attori spagnoli (lei valenciana, lui gallego) emigrata in Messico a fine ‘800 e poi negli USA. Non contando i due figli morti in tenera età, gli altri otto (4 sorelle e 4 fratelli) gravitarono in ambiente cinematografico. I quattro maggiori (Fernando, Andrés, Irene e Domingo) formavano il Cuarteto Infantil Soler, che cantava e recitava brevi drammi e sketch comici; negli USA apparirono in vari film muti, ma in Messico ebbero vero successo come protagonisti film diretti dai migliori registi dell'epoca quali Buñuel, Indio Fernández, Gavaldón, Bustillo Oro, Boytler, e vari di loro furono anche apprezzati registi (in questo gruppo ci sono Julián e Fernando).

Lo spagnolo naturalizzato messicano Luis Alcoriza iniziò come attore (solo 16 film, negli anni ’40), ma poi si distinse soprattutto come sceneggiatore (88) e come regista (23). Sui set messicani incontrò l’attrice e sceneggiatrice austriaca Janet Riesenfeld la quale, dopo il matrimonio, prese il cognome del marito e insieme firmarono decine di sceneggiature. Luis fu l’autore preferito di Luis Buñuel, per il quale scrisse circa la metà dei film del periodo messicano, fra i quali alcuni fra i più apprezzati come Los olvidados (1950), El bruto (1953), El (1953).

 
La visita que no tocó el timbre (Julián Soler, 1954, Mex)

Primo (forse) di una lunga serie di film con variazione sul tema: poppante lasciato da mani ignote davanti alla porta di una casa abitata solo da uno o più uomini. Di questo, tratto da una farsa del 1949 di Joaquín Calvo Sotelo, fu prodotto un remake spagnolo nel 1965; seppur non esplicitamente citato, fu poi spunto per il francese Tre scapoli e una culla (1985) e la sua successiva versione americana Tre scapoli e un bebè (1987) e sequel. Inoltre, anche se si tratta del vero padre single, molto simile sono il messicano No se aceptan devoluciones (2013, campione di incassi) ed il suo remake francese Famiglia all'improvviso (2016). Evidentemente un tema che piace, visto che offre innumerevoli spunti per commedie familiari, fra il grottesco e il ridicolo, spesso con risvolti strappalacrime. In questo caso i destinatari del bebè sono due fratelli timidi e pasticcioni, ovviamente scapoli, impiegati di banca. Per quanto i protagonisti siano proposti in modo esagerato, tutto il resto, dai comprimari alla trama con twist non sempre scontati, funziona più che bene. Gli sceneggiatori sono Janet e Alcoriza.

Los jovenes (Luis Alcoriza, 1961, Mex)

Fu l’esordio alla regia di Luis Alcoriza che si lanciò subito in temi più o meno scottanti. Questo ha vari punti in comune con Los olvidados (1950) del quale scrisse la sceneggiatura per Luis Buñuel; i protagonisti sono infatti un gruppo di giovani ma, al contrario di quelli poverissimi della periferia, in questo caso si tratta soprattutto di studenti universitari e appartenenti a famiglie della media e alta borghesia. Le aspirazioni di giovani e dei loro genitori non sempre coincidono, in quanto i primi vorrebbero vivere “all’americana” (grandi macchine, rock, alcool, vita quasi sregolata), mentre i secondi cercano di tenerli sotto controllo. Ovviamente ci sono differenze anche nell’eterogeneo gruppo di giovani fra i quali anche dei balordi che comunque non risultano indifferenti alle ragazze “per bene”. Fece molto discutere all’epoca per questi temi reali e di rottura, con tanti contrasti sociali e familiari, con uno stile a tratti da Nouvelle Vague; sparatorie, tradimenti e ogni tipo di violenza dei noir e dei film della rivoluzione erano la norma, ma mettere a nudo i problemi reali dei giovani borghesi della capitale, in un periodo di grandi cambiamenti mondiali, fu una novità. Qualcosa di simile lo si ritrova nel cult Los caifanes (1967, Juan Ibáñez) nel quale si seguono le vicende di una ricca giovane coppia di fidanzati che, lasciata una festa, passeranno un’inaspettata notte con un piccolo banda di balordi che li farà riflettere sulle enormi differenze sociali e culturali messicane. Nomination Orso d'Oro a Berlino.

  
El barbero prodigioso (Fernando Soler, 1942, Mex)

Piacevole commedia poco conosciuta, ma con trama buona e tutt’altro che scontata, ma piena di buoni sentimenti. Fernando Soler è regista e protagonista (il barbiere), suo fratello Domingo ricopre il ruolo dell’alcalde. Un tranquillo barbiere di un piccolo paese, vessato da moglie e suocera e preso in giro (oggi si direbbe bullizzato) da tutti diventa un caso dopo che un cieco riacquista improvvisamente la vista mentre gli sta lavando i capelli. I rapporti fra il barbiere e i tanti che gli stanno attorno cambieranno quindi radicalmente tranne che con il suo vero amico Tomás. Appariranno grandi oculisti, un’avventuriera americana e tanti che vorrebbero essere miracolati e la vita del barbiere avrà sviluppi assolutamente inattesi.

El medallón del crimen (Juan Bustillo Oro, 1955, Mex)

Discreto noir, che conta su ottimi tempi in merito a quasi incroci, oggetti bene in vista ma non visti, incontri casuali con la polizia che non si accorge di cosa succede, scambi di gioielli che saranno la chiave delle indagini. Sul versante negativo c’è invece la pochezza di Manolo Fábregas nei panni del protagonista; se la sua insipienza poteva andar bene nel summenzionato La visita que no tocó el timbre nel quale interpretava uno dei fratelli, qui non regge. Neanche la voce fuori campo (quasi i suoi pensieri) che gli suggerisce cosa fare per occultare potenziali prove mi è sembrata superflua e fuori luogo … peccato.

Historia de un abrigo de mink (Emilio Gómez Muriel, 1955, Mex)

Mediocre commedia quasi ad episodi (4) che segue la storia di un cappotto di visone che passa, per vari motivi, di mano in mano, ma torna sempre dallo stesso pellicciaio.

venerdì 31 dicembre 2021

Micro-recensioni 381-385: solo Messico … un anti-western, 2 noir e 2 commedie

Ultimo post del 2021, ma non sono gli ultimi film di quest’anno. Entrambi i noir sono diretti da Roberto Gavaldón (un maestro del genere) e interpretati da Arturo de Córdova e appartengono al periodo della Epoca de Oro del Cine Mexicano. L’anti-western (o western revisionista che si voglia chiamare) si basa su evento che può sembrare banale e già utilizzato, ma gli sviluppi e la morale sono ben differenti. Infine le due commedie sono le ultime di buon livello di Cantinflas, nel periodo ne quale abbandonò i ruoli più ridicoli di povero diavolo, buono ma pasticcione e a volte incapace, per impersonare personaggi normalmente rispettati nella società che gli fornivano la possibilità di ridicolizzare i formalismi e criticare alcuni comportamenti.

 

La diosa arrodillada
(Roberto Gavaldón, 1947, Mex)

In questo film Arturo de Córdova è un ricco industriale con una casa immensa (sale enormi, scaloni e giardino) che si trova a dover scegliere fra sua moglie (Rosario Granados) ed una modella (Maria Felix) non del tutto onesta. Fra vari tira e molla, bugie, feste e troppo alcool il protagonista percorre una strada molto pericolosa e la precaria salute di sua moglie si rivela essere un ulteriore rischio. Non aggiungo altro per evitare spoiler, ma confermo solo che questo noir è valido sotto tutti i punti di vista: regia, fotografia di Alex Phillips (all’epoca secondo solo a Gabriel Figueroa), interpretazioni e sceneggiatura di Tito Davison (rispettato anche come regista). Nei primi 40 posti fra i migliori film messicani sia nella classifica del 1994 che nel 2020.

En la palma de tu mano (Roberto Gavaldón, 1950, Mex)

Al contrario dell’altro, qui Arturo de Córdova è quello che tenta di circuire/ricattare e non quello che subisce. Interpreta un sedicente veggente (il Prof. Jaime Karin) che, per un colpo di fortuna viene a conoscenza di fatti che pensa di poter sfruttare a proprio vantaggio (economico). Ma nessuno dei due ricattati è uno stinco di santo e così inizia un pericoloso gioco a tre, con obiettivi omicidi che si concluderà con interessanti colpi di scena. Rispetto al precedentemente commentato, questo volge più al crime ed alla violenza palese, non subdola. Buon noir con ottimi momenti di suspense.

  

Los hermanos Del Hierro
(Ismael Rodriguez, 1961, Mex)

Nella nota prima classifica dei migliori 100 film messicani (1994) si trovava al 15° posto ed in quella del 2020 resisteva ancora al 22°, nonostante l’ingresso dei nuovi registi compresi los tres amigos (Del Toro, Iñárritu e Cuarón) di caratura internazionale. Uno dei rari film messicani candidati ai Golden Globes (per la regia). Come anticipato, l’evento iniziale (un assassinio a sangue freddo) e il filo conduttore (i figli presenti al fatto quando erano piccoli spinti dalla madre a vendicarsi) possono sembrare banali, ma il rapporto che si sviluppa fra i due fratelli - di carattere quasi completamente opposti e con morali di vita ben differenti – sarà causa di numerosi scontri. Molto ben interpretato, non solo da Columba Domínguez nel ruolo della madre ma anche da Antonio Aguilar che qui non appare nelle sue usuali vesti di attore/cantante. Inoltre, in piccole parti appaiono tanti famosi attori dell’epoca fra i quali Emilio Fernández, Ignacio López Tarso, David Silva e José Elías Moreno. Apprezzabile anche la fotografia (b/n) e l’ambientazione.

El padrecito (Miguel M. Delgado, 1964, Mex)

Questo è uno dei miei preferiti di Cantinflas, trovandosi a metà strada fra i classici che gli diedero fama e quelli con chiari risvolti morali, politici o sociali. Il padrecito è un sacerdote non proprio giovanissimo che ha il suo primo incarico da parroco e dovrebbe sostituire un anziano collega in una piccola cittadina. Per motivi molto diversi si trova ad avere tutti contro: la sorella del parroco, il parroco stesso che non vorrebbe lasciare l’incarico, il ricco possidente che lo raggira e istiga la popolazione ad opporsi al nuovo arrivato. Questa situazione dà luogo ad una serie infinita di gag e di discussioni con personaggi sicuramente peculiari, ma in questo ruolo Cantinflas ha anche modo di reinterpretare a proprio modo religione e sacre scritture secondo la sua logica molto particolare esposta con la solita quasi incomprensibile logorrea.

Su excelencia (Miguel M. Delgado, 1967, Mex)

Molti associano questo film a Il dittatore (1940, di Charlie Chaplin) per la presentazione in chiave satirica della contrapposizione dei grandi blocchi politici, ma se allora si era agli inizi della WWII con i noti schieramenti e con protagonista un dittatore professionista, qui Cantinflas, interpreta un ambasciatore per caso, di una repubblica senza potere economico né militare, in piena guerra fredda. La prima parte è un po’ farraginosa e poco avvincente ma dal momento in cui, esauriti tutti i possibili candidati il funzionario Lopitos viene nominato ambasciatore, la storia prende tutt’altra piega. Si deve conoscere la lingua per apprezzare tutti i nomi dei diplomatici e delle repubbliche che rappresentano, ma alcuni sono facilmente comprensibili. Oltre a ridicolizzare tutte le cerimonie, etichette, onorificenze, ecc. ci sono intrighi, talpe e spie, e nel discorso conclusivo all’Assemblea (ONU) divisa fra rossi e verdi il protagonista non risparmia nessuno. Come tutti gli altri film di Cantinflas si dovrebbe guardare in versione originale.

martedì 13 ottobre 2020

Micro-recensioni 346-350: gruppo cosmopolita, film di 5 nazionalità diverse

L’unico noto è Baci rubati di Truffaut, un classico della Nouvelle Vague, gli altri film sono produzioni pressoché sconosciute, un iraniano e tre dell’America Latina; ognuno di essi ha le sue particolarità e tutti godono di buona critica tant’è che il rating medio su IMDb è di 7,5. Tuttavia, vari di essi mi hanno un po’ deluso.

 

Muerte de un burocrata (Tomás Gutiérrez Alea, Cuba, 1966)

Divertente e arguta commedia diretta grottesca e co-sceneggiata da Tomás Gutiérrez Alea, uno dei più conosciuti registi cubani al di fuori dell’isola, avendo diretto Fragole e cioccolato (1993, Nomination Oscar, Premio della Giuria e Orso d’Argento a Berlino per la regia). Tagliente critica alla burocrazia in genere e a quei dirigenti e impiegati che pretendono di seguire ciecamente leggi e regolamenti, anche quando è impossibile applicarli. Si presenta una situazione kafkiana, con circostanze degne di Comma 22, esaltata dal fatto che al centro del problema c’è un cadavere. Ottusità e paradossi regnano incontrastati in questa descrizione della lotta impari contro la burocrazia che alcuni di noi, di tanto in tanto, si trova a dover affrontare. Penso che il soggetto si potrebbe adattare a qualunque paese e a qualunque epoca; il limite della versione cubana consiste in alcune scene troppo paradossali ed esagerate, che contrastano con tutto il resto che è purtroppo abbastanza vicino alla realtà.

Consigliato come sagace e pungente passatempo.

La bestia debe morir (Román Viñoly Barreto, Arg, 1952)

Interessante noir narrato quasi interamente con un lungo flashback, a partire da una (probabile) morte per avvelenamento. La chiave della storia è una serie di casualità/coincidenze estremamente improbabili pur essendo certamente possibili, cosa assolutamente non nuova nei thriller. Interessante e ben messo in scena, descrive una ricca famiglia borghese nella quale regnano ipocrisia, gelosia, tradimenti, prevaricazione e anche violenza.

Film segnalato in una delle tante liste, peccato per la scarsa definizione e la pessima qualità del sonoro del file che ho trovato.

Curiosità: il soggetto è tratto da una storia di Cecil Day-Lewis, autore inglese padre del celebrato attore Daniel (Oscar per Il petroliere, Lincoln, Il mio piede sinistro, Nomination per Gangs of New York, Nel nome del padre e Il filo nascosto).

  

Sombra verde (Roberto Gavaldón Mex, 1956)

Gavaldón è uno di quei registi messicani che pur non avendo mai diretto capolavori assoluti è sempre affidabile, sceglie delle buone sceneggiature e dirige bene anche attori non famosissimi. Con narrazione svelta passa dai moderni uffici di una grande azienda nella capitale ad un avventuroso viaggio nella selva caraibica e infine ad un soggiorno “forzato” in un inaspettato “paradiso”, che proprio tale non è. Più che buone sono le riprese nella selva, mai semplici; il viaggio è occasione per pubblicizzare non solo l’ambiente, ma anche tradizioni come i voladores de Papantla e archeologia con El Tajin e la sua Piramide delle nicchie, singolare monumento maya poco conosciuto ma unico nel suo genere. Fra film d’avventura e dramma passionale-romantico, propone anche la visione indigena della selva e della sua sombra verde.

Baci rubati (François Truffaut, Fra, 1968) 

Non sono mai stato un gran ammiratore di Truffaut, ma continuo a guardare i suoi film in quanto riconosco che, in particolare i primi, introdussero un modo di filmare relativamente diverso da quello che all’epoca si considerava ortodosso.

Volutamente abbastanza banale e insulso, trovo Jean-Pierre Léaud perfetto per il ruolo data la sua insipienza. Da sottolineare invece la presenza di Delphine Seyrig, meteora nell'ambito della Nouvelle Vague, che esordì in L'année dernière à Marienbad (Alain Resnais, 1961); lei stessa regista sperimentale soprattutto di corti e documentari, oltre che attrice. Nomination Oscar film straniero.

Mossafer - Le passager (Abbas Kiarostami, Iran, 1974) 

Dei vari film di Kiarostami che ho guardato questo mi sembra essere il meno convincente. Si tratta del suo secondo lungometraggio che, come quasi sempre, è basato su una sua sceneggiatura originale che tratta di vite comuni, in piccole cittadine, spesso con protagonisti giovani e non professionisti.

Non appassionante, è comunque interessante per dare uno sguardo alla vita comune in Iran mezzo secolo fa.

#cinema #cinegiovis

domenica 11 ottobre 2020

Micro-recensioni 341-345: buon mix di sorprese e … gemelle

In questa cinquina ho inserito i due film che completano il triangolo di gemelle: due americani interpretati da Bette Davis e due con stesso soggetto con la versione messicana interpretata da Dolores del Rio. Ma ho anche recuperato tre film a me sconosciuti, con cast pieni di tanti grandi nomi; uno è sicuramente da non perdere, un altro si è rivelato piacevole e ben realizzato, ma molto datato, il terzo molto deludente.

Baby Doll (Elia Kazan, USA, 1956)

Film di qualità, eppure poco conosciuto nonostante i nomi dei cineasti impegnati e 4 Nomination Oscar. Inutile discutere del regista Elia Kazan e di Tennesse Williams, autore di questa sceneggiatura originale che ha una struttura chiaramente teatrale, con tre personaggi principali, in continua contrapposizione ma per motivi molto differenti. I tre (ottimi) interpreti sono Karl Malden (l’unico già molto apprezzato e di esperienza), Carroll Baker appena al suo terzo film ma considerate che nel secondo (Il gigante, dello stesso anno) era apparsa al lato di James Dean, Elizabeth Taylor e Rock Hudson, ed Eli Wallach al suo esordio assoluto sul grande schermo, dopo qualche anno di TV. Tennesse Williams ottenne la sua seconda Nomination Oscar dopo quella di 5 anni prima per Un tram chiamato desiderio, anche quello diretto da Elia Kazan e con Karl Malden che ottenne l’Oscar come non protagonista; candidate Oscare furono anche le due sole donne del film, Carroll Baker protagonista e Mildred Dunnock non protagonista; l’altra Nomination andò a Boris Kaufman (Oscar per Fronte del porto) per la fotografia.

La singolare storia (e situazione quasi surreale) narra di un uomo maturo (Malden) che ha sposato una giovane e avvenente ragazza (Baker) ma, per contratto, deve aspettare il compimento dei suoi 20 anni prima di condividere il letto coniugale. Il giorno prima del fatidico compleanno irrompe in scena il siciliano Silva Vaccaro (Wallach) che ha un conto da regolare con Malden … e non dirò di più. Divertenti alcune frasi in dialetto che evidentemente erano talmente conosciute da non richiedere sottotitolo neanche nella versione originale; t’aggia romp’re i corna - Mamma mia! - Cose e pazz!

Senz’altro consigliato.

 

La otra (Roberto Gavaldón, Mex, 1946)

Vi avevo anticipato l’intenzione di una nuova visione di questo film per avere identico soggetto del successivo Dead Ringer (1964), guardato per la prima volta e commentato la settimana scorsa.

In effetti il trattamento è abbastanza differente; il primo (messicano) tende più al romantico, l’altro (hollywoodiano) più al crime. Molto diversi vengono descritti i due spasimanti poliziotti ed è singolare che anche il cane abbia carattere opposto e in uno dei due risulta addirittura fondamentale.

Fra i due preferisco questo come atmosfera e fotografia, l’altro per essere più avvincente, con tensioni e colpi di scena più significativi.

A Stolen Life (Curtis Bernhardt, USA, 1946)

Questo è invece il film nel quale Bette Davis interpretò la prima volta due gemelle assolutamente identiche ma dai caratteri e stili di vita molto diversi e che indusse la Warner a rimandare Dead Ringer per essere concettualmente uguale (sostituzione di persona), seppur diverso nella sostanza. Senz’altro sufficiente, ma assolutamente poco avvincente.

 

Desire (Frank Borzage, USA, 1936)

Crime-comedy leggera con un giovane Gary Cooper in cerca d’avventure amorose che, nel corso di un viaggio premio sulle strade di Spagna, trova sulla sua strada l’affascinante truffatrice internazionale Marlene DietrichTrama ben congegnata nella quale l'attrice tedesca si cala perfettamente nel personaggio della femme fatale di turno, mentre sorprende vedere Cooper in un ruolo non abituale ... comunque se la cava più che bene. Buon passatempo.

The Comedy of Terrors (Jacques Tourneur, USA, 1963)

Questo l’ho scelto semplicemente per aver visto un vecchio enorme poster della versione portoghese (O Gato Miou Três Vezes, in Italia fu titolato Il clan del terrore) e per il cast che metteva insieme icone quali Vincent Price, Peter Lorre, Boris Karloff e Basil Rathborne (15 film nelle vesti di Sherlock Holmes). In effetti solo i dialoghi sono abbastanza brillanti, gli eventi sono scontati e/o esagerati. Il soggetto poteva essere sfruttato in modo migliore, risulta chiaro che però l’obiettivo era quello di produrre film popolare e di cassetta. Il regista Jacques Tourneur sarà certamente ricordato per alcuni suoi noir e western, non certo per questo film.

domenica 14 giugno 2020

Micro-recensioni 211-215: cinquina tutta messicana

Quattro dei seguenti sono new entry nella classifica dei migliori 100 film messicani di sempre, aggiornata e integrata dopo 26 anni; la lista originale fu infatti pubblicata dalla rivista Somos nel 1994. Appena ricevuta la notizia, mi sono subito messo alla ricerca dei titoli non visti, molti ovviamente del XXI sec., ma alcuni anche del secolo scorso in quanto per questa nuova edizione sono stati presi in considerazione pure documentari, corti e coproduzioni, precedentemente esclusi. A seguito di ciò sono rientrate in gioco pietre miliari degli anni ’60, come La fórmula secreta (1965, Rubén Gámez, 9°, mediometraggio sperimentale) e Viridiana (1961, Luis Buñuel, 15°, coproduzione) e nella prima dozzina si sono inseriti Tempestad (2016, Tatiana Huezo, 6°, doc.), Amores perros (2000, Alejandro González Iñárritu, 8°) e due di Alfonso Cuarón, cioè Roma (2018, 10°) e Y tu mamá también (2001, 11°). Nonostante questa rivoluzione, il più presente resta l'inimitabile Emilio Indio Fernández con 10 film (fra il 1943 e il 1950), seguito da Ismael Rodríguez e Roberto Gavaldón con 8 ciascuno e Luis Buñuel con 7. 
Articolo con i nomi dei giurati, criteri di scelta e lista integrale.
Dei seguenti, solo Tamara y la Catarina non fa parte della lista.

Güeros (Alonso Ruizpalacios, Mex, 2014)
Nettamente superiore a tutti gli altri e, a mio modesto parere, meriterebbe di stare più in alto dell’attuale 29° posto. Pur essendo opera prima (premiata a Berlino) e di basso costo, già solo per la cinematografia in b/n non ha niente da invidiare al milionario Roma di Cuarón. Storia di giovani studenti nel periodo dell’occupazione dell’UNAM (Università di Ciudad de Mexico, la stessa dei famosi murales e degli scontri del 1968, l’anno delle Olimpiadi) che a un certo punto cominciano a cercare un fittizio cantautore messicano (Epigmenio Cruz), l’unico che avrebbe fatto piangere Bob Dylan. Storia più che originale e piena di twist, girata in stile degno dei migliori pari della Nouvelle Vague degli anni ’60. Successivamente Alonso Ruizpalacios ha girato solo Museo (2018) con Gael García Bernal, con maggior budget e, come spesso accade, i risultati sono stati inferiori.
Da non perdere, specialmente per chi valuta la cinematografia più della trama. Eccellente anche la colonna sonora, con tanto Agustín Lara. Ad un occhio attento può bastare guadare questo trailer per intendermi. 
Veneno para las hadas (Carlos Enrique Taboada, Mex, 1986)
Regista e sceneggiatore specializzato in film quasi horror e di suspense, Taboada filma questa storia che vede protagoniste due ragazzine evitando di inquadrare i volti degli adulti, pur presenti in scena, dei quali si sentono le voci e si vedono solo spalle, braccia, gambe. Una delle due protagoniste soggioga l’altra facendole credere di essere una strega e di avere poteri soprannaturali. La vittima, seppur scettica, cede alle continue strane richieste ma il gioco si spinge troppo oltre …
Noti film dello stesso regista sono El libro de piedra (1969) e l’ottimo Rapiña (1975), del quale è annunciato un remake.
Buon film di genere, molto ben diretto. Attualmente 49° in classifica.
Días de otoño (Roberto Gavaldón, Mex, 1963)
Film drammatico-romantico de la Epoca de Oro, diretto da un maestro del genere. Certamente più che sufficiente, con numerosi momenti di suspense, ben interpretato. Ora al 17° posto nella suddetta classifica … nettamente sopravvalutato.

Sólo con tu pareja (Alfonso Cuarón, Mex, 1991)
Opera prima dell’oggi famoso e acclamato Alfonso Cuarón (4 Oscar per Gravity e Roma). Si tratta di una commedia degli equivoci, a sfondo sessuale … un giovane donnaiolo impenitente si trova in una situazione imbarazzante per avere troppe amanti vicine, alcune delle quali si conoscono, e una di loro (delusa e contrariata) decide di vendicarsi, dando la stura ad una seria di eventi imprevedibili. Tutta la prima parte si basa su situazioni viste e riviste, con scambi di appartamenti, passaggi sui cornicioni, il protagonista che rimane – nudo – chiuso fuori casa, …
Si intravede qualcosa di buono nelle riprese e nel montaggio, ma niente di più. Il 48° posto mi sembra già troppo.

Tamara y la Catarina (Lucía Carreras, Mex, 2016)
Non mi convinse quanto lessi all’uscita e lo scartai, mi si è ripresentato (e con un 7,5 su IMDb) e ho ceduto … messa in scena lenta e banale di un soggetto che avrebbe potuto avere diverso sviluppo. Non vale la pena di guardarlo.