Dopo le commedie di Gaidai sono passato a guardare
alcuni dei film ufficialmente più quotati (fra 7,9 e 8,2 su IMDb) prodotti in
URSS negli ultimi due decenni della sua esistenza, fra essi il terzo e ultimo
Oscar sovietico, secondo me immeritato dopo quelli molto più giusti ottenuti da
Guerra e pace (1966, Sergei Bondarchuk) e Dersu
Uzala (1975, Akira Kurosawa).
Completano la cinquina un candidato Oscar di genere bellico,
uno “spaghetti western” in piena regola seppur sui generis e un paio di
film sentimentali, uno tendente al drammatico, l’altro alla commedia.
Si trovano tutti in streaming gratuito in HD.
Il bianco sole del deserto (Vladimir
Motyl, URSS, 1970)
Ufficialmente il meno quotato, è quello che mi è piaciuto di
più … per la fotografia, i personaggi, l’ambientazione delle sparatorie fra
(quasi) uno contro tutti e un gruppo di fuorilegge (classiche degli spaghetti
western) all’incredibile e quasi surreale ambientazione sulle rive
desertiche del Mar Caspio. I fatti si svolgono alla fine della guerra civile
russa e trattano di un militare sulla via del ritorno a casa al quale viene
affidato l’incarico di controllare l’harem (9 mogli) di un bandito in fuga. La
cosa non rivelerà per niente facile. Altri personaggi oltre ai suddetti sono il
responsabile di un museo, un ex doganiere e sua moglie, tre anziani che
attendono immobili la morte di un quarto. Un’atmosfera veramente surreale che
fa da sfondo alle solite esagerazioni degli spaghetti western. Originale
e ben realizzato e interpretato … consigliato.
The Dawns Here are Quiet
(Stanislav Rostotsky, URSS, 1972)
Nomination Oscar per questo film inusuale bellico. Basato
sull’omonimo romanzo di Boris Vasilyev, narra del caporale Vaskov di
stanza in un piccolo villaggio della Karelia, ai confini con la Finlandia, al
quale viene rimpiazzata la guarnigione con una squadra di giovani reclute …
tutte donne. Superati i primi ovvi problemi pratici oltre a quelli
interpersonali, la tranquillità viene interrotta dall’avvistamento di alcuni
tedeschi che avanzano nel bosco. Il caporale, insieme con 5 soldatesse, si
avventurerà fra boschi e paludi per tentare di fermarli. Belle riprese
dell’ambiente nordico, si alternano a scene di azione, dopo aver lasciato alle
spalle la parte iniziale, quasi di commedia.
We'll Live Till
Monday (Stanislav
Rostotsky, URSS, 1968)
Altro film di Rostotsky, ma di genere completamente
diverso. La storia narra in modo rapido e conciso una mezza settimana di
avvenimenti in una scuola superiore. Una storia romantica fra uno stimato
professore e una sua ex allieva, ora collega, si intreccia con i problemi fra
studenti e professori e fra i professori stessi. Interessante descrizione
psicologica non solo dei due protagonisti ma anche dei numerosi personaggi di
contorno. Ben realizzato, buone interpretazioni.
Ed ecco i film di Menshov, il primo è quello premiato con l’Oscar (un autentico furto,
scippato a Kagemusha di Kurosawa), comunque serio e ben realizzato, l’altro pende più dal
lato della commedia, ma senza mordente.
Moscow Doesn’t
Believe in Tears (Vladimir
Menshov, URSS, 1980)
Love and Doves (Vladimir Menshov, URSS, 1985)
Mosca non crede alle lacrime
(questo il titolo italiano) è propone la storia di tre compagne di studi che
prendono strade completamente diverse e poi si ritrovano dopo una ventina
d’anni, sostanzialmente divisa in due parti ben distinte. Nella prima appaiono
vari degli uomini che poi si rivedranno in seguito ben cambiati. Chi ha scelto
la vita apparentemente più semplice e “banale” è stata la più avveduta o
fortunata? Le altre due hanno avuto gioie e dolori, alti e bassi. Descritta
così sembra una buona sceneggiatura, ma il problema è che tutta l’ultima parte,
nella quale una delle tre diventa protagonista assoluta, è di una inconsistenza
e scarsa credibilità inusitata. In sostanza mi ha deluso e non poco.
Love and Doves,
come detto, si sviluppa sulla falsariga dei problemi coniugali di una coppia di
campagna con figli e parenti molto “vivaci”. Sostanzialmente banale, si rianima
solo nelle accese e movimentate discussioni fra i protagonisti (qualcuno sempre
con una bottiglia di vodka a portata di mano), con atteggiamenti esagerati,
urla, strepiti, pianti e minacce di morte. Queste parti sono relativamente divertenti.
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venerdì 8 maggio 2020
Micro-recensioni 151-155: altri 5 film sovietici ben quotati
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venerdì 13 dicembre 2019
La frittata di scammeri (o scammaro) … ottima ma dimenticata
La frittata di scammeri secondo me è la regina
delle frittate di pasta … e non usa uova! Se non la conoscete, trovate la
variante che più vi convince e provate a realizzarla; probabilmente non sarà
facile al contrario di quanto asserito da tanti, ma cimentatevi comunque senza
paura di eventuali insuccessi! A meno di disastri (pasta bruciata o troppo
salata = immangiabile) nella peggiore delle ipotesi la frittata non sarà coesa
ma resterà un ottimo piatto di pasta con capperi, olive e acciughe!
A questa ricetta di “magro” viene spesso associato anche l’aggettivo
“povera”, cosa assolutamente non vera al giorno d’oggi (e forse neanche nell’800)
nel caso si vogliano utilizzare tutti i possibili ingredienti citati nel Trattato
di cucina teorico pratica (1837, redatto da Ippolito Cavalcanti duca di Buonvicino),
probabilmente la prima ricetta scritta ma certamente non inventata da lui.
Infatti oltre agli indispensabili ingredienti quali pasta, olio, aglio, olive
nere (possibilmente "di Gaeta"), capperi e aggiughe (o alici salate) consentiva anche l’aggiunta di passi e pinoli e, volendo,
un po’ di pomodoro. Oltre alla totale assenza di uova (e su questo sono tutti d’accordo)
nella frittata di scammeri dei miei ricordi di oltre mezzo secolo
fa (un classico a casa di mia nonna) non comparivano certo gli ultimi tre
ingredienti. Comunque sia, ho l’impressione che ben pochi conoscano questa ricetta (unica nel suo genere) della cucina tradizionale napoletana e sono anche convinto che fra quelli che sono al corrente della sua essenza pochi l’hanno effettivamente assaggiata e molti meno l’hanno personalmente preparata.
Negli ultimi anni, in questa frenesia di ricette, food show, gare fra chef o aspiranti tali, lezioni di cucina e simili, questo piatto è stato riportato a nuova vita (mediatica) e quindi in rete troverete tante notizie e video dimostrativi, tutti abbastanza simili anche se con molte piccole varianti. Di conseguenza procederò per sommi capi riferendomi a quella che si faceva a casa di mia nonna, come tutte le ricette tradizionali (pastiera, lasagna, minestra maritata, …) adattata ai gusti della famiglia o eseguita come era sempre stata preparata dalle generazioni precedenti.
In parole povere si tratta di una frittata di pasta lunga (da
spaghetti a vermicelloni, trafile più sottili si ammasserebbero) tenuta insieme
dalla crosta creata dalla parte esterna resa dura e croccante dalla frittura,
mentre l’interno resta morbido e ben condito con capperi, olive di
Gaeta e acciughe, precedentemente scottate in aglio e olio.
Da questa descriizione sembrerebbe di facile realizzazione, ma non è proprio così! In realtà, pur essendo semplice nel suo complesso, la perfetta riuscita della ricetta è
condizionata da un’azione di pochi secondi eppure fondamentale: rivoltare la
frittata a metà cottura.
Infatti, dopo il necessario quarto d’ora durante il quale si crea
una consistente crosta dal lato a contatto con l’olio in padella, la parte
superiore ancora non è amalgamata e nel capovolgimento si dovrà tener conto
dell’olio in padella (non è un’omelette che è sostanzialmente asciutta). A
seconda dei casi si può far colare l’olio in eccesso in un contenitore e
rimetterlo nella stessa padella prima di farci scivolare la frittata dal piatto (o coperchio) utilizzato per capovolgerla o, se si giudicasse insufficiente la
quantità d’olio, se ne dovrebbe aggiungere q.b. e riscaldarlo per bene prima
di dare inizio della crostificazione dell’altra faccia.
Un’ultima (ma piacevole e secondaria) difficoltà si presenta a chi
la mangia, sia nelle vesti di autore sia in quelle di fortunato assaggiatore.
Una frittata di scammeri ben fatta avrà una crosta croccante e nel
tagliarla pezzetti di vermicelli arruscati schizzeranno in varie
direzioni mentre la parte interna si sfalderà; le parti aderenti alla crosta si
potranno appizzare, quelle solo interne, almeno in parte, si potranno
anche arravogliare. Va mangiata calda sia per apprezzare al meglio sapore e aroma, sia perchè nel raffreddarsi troppo la crosta diventa coriacea e quasi un po' gommosa.
In quanto al rivoltare la frittata, visto che non è facile come
per altri tipi che contano sull’effetto legante dell’uovo, ho voluto guardare
velocemente vari video per vedere i “grandi chef” (quasi tutti autori di "trattati", testi
o blog di cucina) all’opera e ho notato che quasi tutti mostrano come cuocerla
nei lati ruotando la padella almeno in 4 posizioni diverse, poi dicono che è
giunto il momento di girarla ed improvvisamente appare la frittata miracolosamente
già capovolta nella padella. Ho visto qualcuno che la gira senza preoccuparsi
dell’olio che inevitabilmente dovrebbe colare, altri che non riescono a
nascondere un fondo bruciato per poi apparire perfetto nelle immagini
successive. Non ne ho visto nessuno che esegue il capovolgimento personalmente
davanti alla telecamera!
Nei vari post leggerete varie versioni in merito all’etimologia di
scammaro e i più propongono una interpretazione monastica, sostenendo
che deriva dal verbo cammarare (mangiare nella propria cella e non con i
confratelli). Infatti, ad alcuni monaci con particolari problemi di salute era
consentito di continuare a mangiare senza limitazioni anche in periodo di
quaresima, vigilie e venerdì mentre gli altri osservavano l’astinenza dalle
carni e assimilati. Questa teoria non mi convince e quindi (a naso) proprendo per altre
ipotesi etimologiche che rimandano a termini latini, greci o arabi e mi
sembravano più credibili.
Tornando alla gastronomia mediatica moderna, mi infastidisce il continuo ripetere extravergine in questa come in qualunque altra ricetta che preveda uso di olio d’oliva (come se gli altri, usati da sempre, fossero da buttare) e il fatto che tutti rimuovano l’aglio dal soffritto. In quanto alla prima raccomandazione vorrei sapere chi è in grado di distinguere al palato un olio con 0,7 di acidità da uno con 0,9 (il limite massimo per la denominazione EVO è 0,8) e oltretutto i tanti che come me vivono in area di produzione (dalla Liguria alla Sicilia) sanno benissimo che, contando su olio locale, il tutto si riduce ad una questione di gusto e aroma. E anche questo incide sulla “non povertà” della ricetta completa proposta da più “chef”; i lettori che fanno la spesa ben sanno che oggi molti EVO italiani si pagano (ma non valgono) il doppio dei normali oli di oliva e che capperi e pinoli non sono assolutamente economici.
Tornando alla gastronomia mediatica moderna, mi infastidisce il continuo ripetere extravergine in questa come in qualunque altra ricetta che preveda uso di olio d’oliva (come se gli altri, usati da sempre, fossero da buttare) e il fatto che tutti rimuovano l’aglio dal soffritto. In quanto alla prima raccomandazione vorrei sapere chi è in grado di distinguere al palato un olio con 0,7 di acidità da uno con 0,9 (il limite massimo per la denominazione EVO è 0,8) e oltretutto i tanti che come me vivono in area di produzione (dalla Liguria alla Sicilia) sanno benissimo che, contando su olio locale, il tutto si riduce ad una questione di gusto e aroma. E anche questo incide sulla “non povertà” della ricetta completa proposta da più “chef”; i lettori che fanno la spesa ben sanno che oggi molti EVO italiani si pagano (ma non valgono) il doppio dei normali oli di oliva e che capperi e pinoli non sono assolutamente economici.
In quanto all’uso dell’aglio, vorrei ricordare che, al di là dei
suoi tanti pregi e meriti sia alimentari che salutari, è la base di tantissime
apprezzate cucine in tutto il mondo e raramente viene rimosso. E parlando di
cucina internazionale, vorrei citare un’ennesima similitudine fra cucina
napoletana e quelle dell’estremo oriente. I cake noodle con chow
mein (o mien) sono pressoché identici alla frittata di
scammeri - in quanto senza uova - con la sola differenza che tradizionalmente sono preparati
senza altri ingredienti ma serviti coperti con verdure o carni
soffritte (di solito con salsa di soia), al contrario delle olive e acciughe che
si trovano all’interno della nostra frittata.
Sopra, nell'ordine, cake noodle tagliati in rettangoli e coperti da beef e broccoli, poi con verdure e anacardi e infine con flank steak e snow peas (simili ai fagiolini mangiatutto piattoni).
Come è noto, negli Stati Uniti molte
cucine si sono adattate ai gusti americani ed alcune si sono contaminate creando
piatti fusion … guardate la Kimchi Noodle Cake (foto in calce) proposta a New
York, nella cui ricetta si specifica che i noodles possono essere sostituiti da
spaghetti!).
giovedì 28 novembre 2019
73° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (361-365)
Gruppo relativamente vario, con due dei
migliori film di Jean Cocteau, due sagaci commedie di confronto etnico (una fra
cinesi americani e cinesi asiatici e l’altra fra israeliani e palestinesi) e,
per finire, un giapponese dal quale si sarebbe potuto trarre un eccezionale spaghetti
western.
Con questa cinquina ho raggiunto, con oltre un mese di anticipo la media di un film al giorno, traguardo ormai abituale da vari anni.
364 Orphée (Jean Cocteau, Fra, 1950) tit.
it. “Orfeo” * con Jean Marais, François Périer, María Casares * IMDb 8,0 RT
97%
Eccellente film del poliedrico artista
francese Jean Cocteau, da molti giudicato il suo capolavoro. Dopo aver
guardato il suo surrealista/sperimentale Sang d’un poet, mi sono avventurato
nella visione di questa versione della storia di Orfeo ed Euridice e del
successivo La belle et la bête (commentato in questo stesso post). Il
racconto mitologico (un classico della mitologia greca, poi ripreso da Virgilio
e Ovidio) è riproposto in tempi contemporanei (al momento della realizzazione)
ed è ampiamente modificato non solo nella struttura, ma anche nel finale. La
versione proposta da Cocteau è un ottimo noir/fantasy, molto ben articolato,
realizzato e interpretato, e conta su una eccellente fotografia.
La storia è tanto piena di sorprese e
personaggi, da far diventare Euridice quasi una figura secondaria. Per evitare
spoiler mi limiterò a dire che l’Orfeo del film è un poeta famoso osannato dal
pubblico (specialmente quello femminile) tanto odiato dai suoi colleghi da
arrivare anche all’aggressione fisica.
Singolari i titoli di testa, scritti a mano dallo stesso Cocteau, con gesso su una lavagna.
Singolari i titoli di testa, scritti a mano dallo stesso Cocteau, con gesso su una lavagna.
Film imperdibile per gli amanti del vero
cinema!
365 La belle et la bête (Jean Cocteau, Fra,
1956) tit. it. “La bella e la bestia” * con Jean Marais, Josette Day, Mila
Parély * IMDb 7,9 RT 95% * Nomination a Cannes
Confesso di non aver mai visto alcuno
dei tanti adattamenti cinematografici e di non conoscere neanche una delle
numerose varianti della storia nel dettaglio, pur conoscendo i punti essenziali
della favola. Di conseguenza non farò riferimenti o paragoni, mi limiterò a commentare
brevemente solo quanto visto.
La scenografia è accattivante, in
particolare per quanto riguarda i magici interni della dimora della Bestia, dai
candelabri viventi alle statue osservanti. Anche l'aspetto della mostruosa
creatura, considerata l'epoca, è assolutamente notevole; ho letto che Cocteau
ci lavorò per vari anni prima di ottenere il risultato voluto.
Per pura curiosità, sono andato ad
indagare in merito alle varie versioni (scritte, teatrali e cinematografiche) e
questa di Cocteau (suoi adattamento, sceneggiatura e dialoghi) mi sembra che si
distacchi in più punti da quelle più tradizionali riuscendo ad essere quindi
abbastanza originale.
Se si è interessati al genere vale senz’altro
la visione, pur sapendo già come va a finire. Dal punto di vista strettamente cinematografico
non penso sia facile realizzare qualcosa di meglio.
363 Tel
Aviv On Fire (Sameh Zoabi, Lux/Bel/Isr/Fra, 2019) tit. it. “Tutti pazzi a Tel
Aviv” * con Kais Nashif, Lubna Azabal, Yaniv Biton * IMDb 6,9 RT 91% - 2 Premi
e una Nomination a Venezia
Divertente commedia satirica sui
rapporti fra israeliani e palestinesi, basata sulle loro differenze culturali e
non solo politiche, ma soprattutto sulla dipendenza (da entrambe le parti)
dalle serie televisive locali che riproducono parte dei problemi effettivamente
esistenti fra le due comunità.
La storia è sostanzialmente semplice e
lineare, ma riserva tante sorprese, ben distribuite, alcune sono più o meno
prevedibili (piacevolmente, anche l'attesa di qualcosa che si è certi che
avverrà ha i suoi pregi, se rimandata più volte) altre sono davvero ingegnose
trovate. I dialoghi sono spesso taglienti, specialmente quando in modo più o
meno esplicito si riferiscono agli "attriti" palestino-israeliani; i
personaggi sono molto vari e ben caratterizzati. Ognuno, a modo suo e per
quanto nelle sue possibilità, tenterà di condizionare un novello sceneggiatore
per far proseguire una telenovela (con militari, spie e “terroristi”) secondo i
propri desideri.
Piacevole commedia palesemente e
volutamente non schierata; penso che nessuno con un minimo di senso umoristico
possa sentirsi offeso, tutto rimane ampiamente nell'ambito di una sana arguta
ironia.
Piacevole intrattenimento, merita la
visione.
362 The
Hoodlum Priest (Kimiyoshi Yasuda, Jap, 1967) tit. or. “Yakuza bozu” * con
Shintarô Katsu, Mayumi Ogawa, Hôsei Komatsu * IMDb 6,5
Parafrasando il termine “spaghetti
western”, lo si potrebbe tranquillamente definire un “ramen (o udon)
western”. Sapendo quanto è stato attinto da questo genere di film giapponesi da
parte di sceneggiatori e registi occidentali, meraviglia non trovare menzione
di un remake, riconosciuto come tale, al di là del Pacifico. Si deve tuttavia
precisare che il film non ha mai avuto grande successo ed è rimasto a livello
di cult, ma non lo definirei assolutamente un B-movie.
Un protagonista estremamente
combattivo, sempre al limite (o oltre) la legge si confronta con chi è più
prepotente, avido, violento e corrotto di lui. Pur essendo palesemente un arrogante fuorilegge, quando può aiuta i più deboli vessati da yakuza e funzionari corrotti e
collusi, una specie di Robin Hood travestito da prete, in fondo
simpatico pur essendo un ubriacone frequentatore di postriboli, ricattatore,
ladro e (probabilmente) baro. Certamente abilissimo nelle arti marziali.
La sua snellezza, la buona narrazione, l’ottimo
intreccio di storie, la trama non scontata e la giusta quantità di
combattimenti (vari ma tutti di breve durata) lo rendono una piacevole visione.
Non penso che sarà facile trovarlo ma,
se vi capitasse, non ve lo perdete.
361 The
Farewell (Lulu Wang, USA/Cina, 2019) tit. it. “Una bugia buona”
* con Shuzhen Zhao, Awkwafina, X Mayo * IMDb 7,9 RT 99% *
Premio del pubblico al Sundance
Commedia più che altro cinese per
essere quasi tutti i protagonisti di tale etnia. Con la scusa ufficiale di un
matrimonio, una intera famiglia si ritrova al lato di una combattiva nonna per
la quale si prevedono pochi altri mesi di vita. Dopo una trentina di anni torna
così in Cina uno dei suoi figli, con famiglia al seguito, e con mentalità
abbastanza occidentalizzata. Lo scontro, fra il drammatico e l’ironico, è
quindi servito ed il ruolo più importante sarà quello della giovane Billi (Awkwafina), affezionatissima alla
nonna ma quasi del tutto integrata nella American way of life, che si
troverà in disaccordo quasi con tutti.
Alcune esagerazioni sono proprie delle
nonne, di qualunque parte del mondo siano, così come quelle dei giovani nei
confronti di genitori e nonni. In sostanza personaggi credibili e realistici,
sostenuti da buone interpretazioni.
Può valere la pena guardare questa commedia
piacevole e arguta, almeno per gli occidentali … non so se i cinesi avranno
qualcosa da obiettare.
Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire dal 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate su questo blog.
mercoledì 29 giugno 2016
Spaghetti alla puveriello (come li ricordo io e come piacciono a me)
Di
recente mi è capitato di parlare di questa classica ricetta napoletana,
purtroppo ormai quasi dimenticata, con varie persone e ho constatato che pochi ne avevano sentito parlare, molti l’hanno subito associata alla
carbonara con la quale ha in comune gli ingredienti base (pasta e uova), nessuno l'aveva mai provata.
Paprika Dolce e Cannella propone due foto: a sx con l'uovo appena "adagiato" e
a dx il piatto dopo aver mischiato (operazione da eseguire, secondo me, nella tiella)
Tanti
hanno storto il naso a causa del diffuso terrore per le uova (alcuni addirittura
sostengono che non se ne debba mangiare più di uno alla settimana) per non
parlare della repulsione nei confronti della nzogna (sugna, strutto). Fatto
il mio solito giro in rete ho letto cose “orripilanti”
a cominciare dalla traduzione di puveriello con "poveruomo", termine
per lo più usato in senso dispregiativo ... provate a dire pover’omm a qualcuno.
Dal
mio punto di vista, gli orrori continuano con il con la raccomandazione di
preparare le uova “ben cotte”, l’uso di olio extravergine (è di questi giorni
la notizia che molti venduti per tali non lo sono affatto, ma in questo caso il
problema è il sapore) o addirittura del burro (sacrilegio!!!), le ridicole
porzioni considerato che dovrebbe essere piatto unico (300g per 4 persone? ...
sì e no ci mangiano 2), “adagiare” l’uovo
sulla pasta precedentemente distribuita nei piatti (quindi si sarà già
incollata visto che pochi cucinano veramente al dente e oltretutto risulterà scondita) senza
parlare di varianti fantasiose a questo piatto povero per il quale sono
necessari solo 3 ingredienti (pasta, strutto e uova) con l’aggiunta facoltativa
di formaggio grattugiato (rigorosamente caciotta secca o pecorino,
assolutamente non parmigiano, grana o simili) e pepe o peperoncino a seconda
dei gusti.
Sembra che Amareilsapore esegua abbastanza bene ma usi più pepe che uova
Veniamo
alla semplice e rapida preparazione per la quale basta avere un minimo di dimestichezza
con i tempi di cottura e ovviamente una caccavella
(pentola) capiente ed una tiella
(padella) adatta alla quantità di pasta. Infatti, al contrario di quanto
suggeriscono quasi tutti (mettere l’uovo fritto sopra la pasta) si dovrà fare l’esatto
contrario cioè mettere la pasta sulle uova e mischiare il tutto nella tiella. Faccio un paragone culinario:
secondo voi una pasta e fagioli come
si deve, a prescindere dalla scelta degli ingredienti accessori (cipolla,
pomodoro, aglio, sedano), sarà più saporita cuocendo la pasta insieme ai
fagioli (dopo averli cotti ...) nella
loro acqua o aggiungendo i fagioli sopra alla pasta? Nel secondo caso sarebbe
più opportuno chiamarla “pasta con fagioli” e nell'esempio precedente “vermicelli con uovo fritto”.
Chiudo con i problemi di questo squisito piatto che non sono, come molti staranno pensando, colesterolo e calorie bensì la difficoltà di procurarsi uno strutto di qualità e delle uova veramente "paesane". Una qualunque carbonara è certamente più calorica e il numero di uova utilizzate sarà simile, piatti con panna e speso tanto formaggio hanno certamente più calorie e più colesterolo, per non parlare della quantità (e spesso scarsa qualità) dei grassi contenuti nei dolci, merendine, biscotti e barrette e per finire pensate alla differenza fra un uovo fresco e quelli in polvere che senza rendervene conto mangiate in quantità ...
Una volta ogni tanto un bel piatto di spaghetti alla puveriello non può fare che bene! ... accompagnato da un buon bicchiere di vino.
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sabato 5 ottobre 2013
Cucina e territorialità: spaghetti alla Nerano * integrazione al post precedente
Spinto dalla mia inesauribile curiosità ho effettuato una breve
ricerca in merito alle “zucchine trombetta” proposte nel video ed ho imparato che sono una varietà ligure coltivata in particolare di
Albenga (SV), in attesa di ricevere il riconoscimento "I.G.P. zucchino
trombetta". (dal sito agriliguria.net)
Quindi un altro ingrediente tipicamente campano ….
Cucina e territorialità: spaghetti alla Nerano - Costiera Amalfitana (?!?!?!)
In Internet si
imparano sempre tante cose nuove ….
Guardando il video
pubblicato stamane sul Corriere della Sera online, rubrica Racconti di Cucina,
curata da Angela Frenda, ho appreso che:
- Nerano (frazione di Massa Lubrense, Penisola Sorrentina, provincia di Napoli) è stata annessa alla Costiera Amalfitana
- è possibile cuocere gli spaghetti di Gragnano in mezzo litro d’acqua, ma avendo cura di non immergerli subito per intero in modo da avere una parte scotta e una al dente
- il Provolone del Monaco “è un provolone di giù, della Costiera Amalfitana” (sic!)
“Le zone di allevamento delle bovine, di produzione e di stagionatura della D.O.P. «Provolone del Monaco», sono delimitate dagli interi territori dei seguenti comuni, ricadenti nella provincia di Napoli: Agerola, Casola di Napoli, Castellammare di Stabia, Gragnano, Lettere, Massa Lubrense, Meta, Piano di Sorrento, Pimonte, Sant'Agnello, Sorrento, Santa Maria La Carità, VicoEquense."
e sul sito
ufficiale della Regione Campania (agricoltura, prodotti tipici) si specifica
"La produzione del "Provolone del Monaco DOP" interessa la provincia di Napoli, in particolare la Penisola Sorrentina ed il territorio dei Monti Lattari."
Queste precisazioni
non sono assolutamente dettate da campanilismo, ma dalla mia passione per
precisione, per la difesa della territorialità, dei prodotti tipici e del
mangiare bene.
Perché mandare i
buongustai a cercare il “Quattro Passi” di Antonio Mellino o altri ristoranti
di Marina del Cantone in Costiera Amalfitana? Non è meglio indirizzarli verso
Nerano, Massa Lubrense, Penisola Sorrentina?
Perché parlare del
Provolone del Monaco (“provolone di giù”) senza citare le corrette zone di
origine vale a dire Penisola Sorrentina e Monti Lattari, provincia di Napoli?
Diverte anche che il titolo è Zucchine, fiori di zucca e pecorino, si dice che si dovrebbe usare il Provolone del Monaco e alla fine si utilizza il parmigiano (si parla forse di quel tipico prodotto calabrese?).
Ci sarebbe tanto altro da dire sulla su come la preparazione del piatto sia proposta nel video ...
Sono sicuro che
Antonio Mellino esegua la ricetta in ben altro modo e che se la signora Frenda
mi invitasse a degustare i suoi manicaretti, cortesemente declinerei l’invito
….
Comunque suggerisco
a chiunque non avesse mai assaggiato “pasta e zucchini” (l’Accademia della
Crusca propende per la “i” finale e anche Devoto-Oli da zucchina rimanda a
zucchino), o ancora meglio “pasta e cucuzzielli”, di farlo al più presto, ma
scegliendo bene lo chef!
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