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lunedì 2 gennaio 2023

Microrecensioni 366-370: chiusura con 5 film di qualità (almeno sulla carta)

La media dei rating di questa cinquina di fine 2022 su RT è di 95%, e tre di essi sono ambientati nel sud-ovest americano ma in epoche e ambienti sostanzialmente diversi e, con una certa elasticità, possono essere inquadrati fra i western revisionisti; Nomination Oscar per Jeff Bridges in due di essi. Completano il gruppo una pietra miliare dell’horror e un recente candidato Oscar cinese (di Hong Kong).

 
True Grit (J. Coen & E. Coen, USA, 2010)

Uno dei famosi flop Oscar … 10 Nomination, ma nessuna statuetta! Qualcuno l’avrebbe meritato sicuramente. Remake dell’omonimo del film del 1969 diretto da Henry Hathaway, con John Wayne (che nell’occasione vinse l’Oscar come protagonista), uno dei rari esempi di un buon remake, forse addirittura migliore dell’originale. Qui i protagonisti maschili sono i più che affermati Jeff Bridges e Matt Damon e la testarda e intraprendente (spesso indisponente) ragazzina è interpretata dall’allora 14enne Hailee Steinfeld, brava e candidata Oscar nell’occasione, poi praticamente persa in produzioni poco importanti. I fratelli Coen sono certo una garanzia e anche stavolta non deludono, ma molti meriti per la qualità e il successo del film devono essere riconosciuti anche al resto del cast, dai coprotagonisti ai tecnici. Da non perdere.

Hell or High Water (David Mackenzie, USA, 2016)

C’è chi lo ha definito un western moderno, chi un crime-thriller e chi lo ha accostato a Non è un paese per vecchi, ma io penso che sia un film a sé e che non lo può né deve essere inserito per forza in un genere specifico. Entra subito nel vivo dell’azione, senza inutili preamboli, e termina al punto giusto al contrario di tanti film che si autodistruggono negli ultimi due o tre minuti con finali pressoché assurdi. A tratti può sembrare quasi una commedia, ma i personaggi che interagiscono con i fratelli Howard e con i due rangers sono assolutamente credibili. I dialoghi sono taglienti, a volte cattivi, ma purtroppo abbastanza veritieri, specialmente in merito al razzismo; ottimo anche il dialogo-sfida-duello finale. Qualche pecca fra inseguimenti e sparatorie senz’altro c’è, ma non rovina certamente il film e quale acclamato western o poliziesco non ha mostrato tiratori infallibili e/o protagonisti che escono indenni da sparatorie? La fotografia non è memorabile, ma gli scenari e il fascino dei paesaggi sconfinati sopperiscono ampiamente. 4 Nomination (miglior film, Jeff Bridges non protagonista, sceneggiatura e montaggio). Suggerirei di non perderlo!

   
Slow West (John Maclean, UK/NZ, 2015)

La strana coppia di protagonisti vede Michael Fassbender (Nomination protagonista per Steve Jobs, 2015, e non protagonista per 12 Years a Slave, 2013) insieme con Kodi Smit-McPhee, agli inizi della carriera, appena maggiorenne, oggi noto soprattutto per l’interpretazione in The Power of the Dog (2021, Nomination come attore non protagonista). Western revisionista ambientato nel west americano di fine ‘800, ma girato fra Scozia e Nuova Zelanda, con una singolare trama: un giovane aristocratico scozzese si avventura da solo nel selvaggio west per raggiungere la sua amata e lì si affida ad un avventuriero che gli farà da guida e scorta. I fini poco chiari del personaggio interpretato da Fassbender e tutti gli sviluppi di quello che è in effetti un road trip mantengono un continuo clima di suspense, un po’ come nel sopra citato True Grit, vista la mancanza di fiducia fra i giovani e inesperti protagonisti e i loro accompagnatori. Interessante e certamente originale, non un capolavoro ma certamente vale la pena guardarlo.

Dracula (Tod Browning, USA, 1931)

Capostipite di una lunghissima serie di film con il personaggio creato da Bram Stoker, non contando il Nosferatu (1922) di Murnau (che, nonostante il cambio dei nomi dei protagonisti, fu condannato a ritirare e distruggere le pellicole), un Drakula ungherese del 1917 (del quale restano solo pochissime immagini) e un fantomatico film russo di cui si vocifera, ma del quale non si conoscono né regista, né interpreti, né trama (quasi sicuramente una fake news). Inoltre fu il primo Dracula parlante, che inizialmente doveva interpretato da Lon Chaney (grande attore trasformista, specializzato in personaggi horror) che però morì nel 1930. Gli subentrò così Bela Lugosi che, grazie a questo ruolo, divenne un’icona degli horror hollywoodiani. In effetti le sue apparizioni sul grande schermo iniziarono prima degli anni ’20 in Ungheria; emigrato negli Stati Uniti, nel 1927 fu protagonista a Broadway di una versione teatrale di Dracula (non fedelissima al romanzo di Bram Stoker) che ebbe tanto successo da contare ben 268 repliche prima di andare in tour per gli Stati Uniti e quindi fu la prima scelta essendo venuto a mancare Chaney. La sceneggiatura fu adattata da detto lavoro teatrale, che aveva trama e personaggi non fedelissimi al romanzo, e si notano così varie differenze con le versioni successive più note. Per esempio, è Renfield ad andare in Transilvania per la firma del contratto e non Harker che è invece pretendente di Mina e non già marito come nei Nosferatu. Personalmente preferisco la trama di questi ultimi (Murnau, 1922, e Herzog, 1979), il primo secondo me migliore di tutti, forse equiparato solo dal remake con Klaus Kinski. Comunque, questo di Tod Browning (che l’anno successivo avrebbe girato il suo capolavoro Freaks) merita senz’altro una visione. Prima o poi dovreste guardarlo.

Better Days (Derek Tsang, Cina, 2019)

Candidato all’Oscar fra i miglior film stranieri e inopinatamente ritirato dalla selezione ufficiale di Berlino (pare per censura cinese), affronta palesemente il problema del bullismo scolastico con affermazioni in merito alla sua diffusione in qualunque parte del mondo sia nei titoli di testa che di coda. Fa scoprire che anche nell’organizzatissimo sistema dell’istruzione superiore cinese è presente tala piaga ma, come in tanti altri casi, il merito di affrontare temi scottanti dei quali poco si parla non equivale ad avere conseguenti meriti di ottimo film (vedi per esempi Spotlight, Oscar come miglior film e sceneggiatura nel 2016). Certo non so come ragionano e si comportano i giovani cinesi, ma mi sembra che i loro comportamenti (e quelli della polizia) abbiano spesso poco di razionale. In sostanza lo definirei un discreto film, certamente sopravvalutato.

giovedì 26 agosto 2021

Micro-recensioni 221-225: film particolari e curiosità per cinefili

Pochi sanno che il primo film (non-film) di Orson Welles fu un muto incompiuto del 1938, dato per perso e poi ritrovato una decina di anni fa. Pochi conoscono l’unico film ben quotato della sua compagna Oja Kodar, al quale partecipò anche lui in veste di attore. Pochi hanno visto Hedy Lamarr (prima di diventare star hollywoodiana) nel film-scandalo con il primo nudo non pornografico della storia del cinema. Completano la cinquina uno degli ultimi melodrammi muti dell’espressionismo tedesco e il penultimo film di Murnau (regista di Nosferatu, 1922), l’ultimo girato in USA.

 

City Girl (F.W. Murnau, 1930, USA)

Ultimo film di Murnau in USA, infatti il successivo Tabu (1931) seppur montato a Hollywood fu girato in Polinesia, fra Bora Bora e Tahiti; il regista morì in conseguenza di un incidente d'auto in California pochi giorni prima dell’uscita del film e il cinema americano perse uno dei tanti validi artisti arrivati dall’Europa. Benché IMDb indichi una durata di 1h18’ esiste in rete copia restaurata di 1h28’ in HD. Uno degli ultimi melodrammi silent, quando il sonoro aveva già preso il sopravvento, ma Murnau aveva una tale esperienza di cinema muto avendo diretto capolavori come Nosferatu (1922), L'ultima risata (1924) e Faust (1926), da non far sentire la mancanza di dialoghi, pur utilizzando pochissimi cartelli. Questo film, che inizia come commedia e poi volge al dramma, scorre senza intoppi e con una descrizione precisa e comprensibilissima di personaggi e avvenimenti.

Exstase Ecstasy (Gustav Machatý, 1933, Cze/Aut)

Bandito, tagliato e censurato per un nudo quasi innocente perfino allora, certamente meno pruriginoso di qualunque commedia all’italiana di 50 anni fa, simile a quell’altro più famoso di Brigitte Bardot che in Le mèpris (Il disprezzo, 1963, Jean-Luc Godard) nuota nuda nella caletta di Villa Malaparte, Capri. In sostanza si tratta di un onesto melodramma sonoro ma praticamente senza dialoghi. Non è certo che effettivamente sia il primo nudo del cinema, ma quasi tutti concordano che sia il primo film non pornografico a mostrare un rapporto sessuale e orgasmo, seppur inquadrando solo i volti. L’attrice protagonista è Hedy Lamarr, che scappò prima a Parigi e poi a Londra dove Louis B. Mayer (proprietario della Metro-Goldwyn-Mayer aka MGM) l’ingaggiò e la portò oltreoceano come "la donna più bella del mondo”. Essendo nota per la sua bellezza e per le sue interpretazioni, molti dimenticano (o non sanno) che Hedy Lamarr fu una scienziata di livello mondiale che nel 1942 brevettò un “sistema di comunicazione segreta", praticamente l'essenza del wifi!

  
Asphalt (Joe May, 1929, Ger)

Classico melodramma dell’epoca che, nella Berlino degli anni ’20, mette di fronte un giovane poliziotto ed una ladra / truffatrice di alto bordo. Ben diretto e interpretato, lascia intravedere le sue origini di espressionismo, stile giunto ormai al termine dei suoi giorni. Anche Joe May (viennese di nascita) fu uno dei tanti registi scappati in USA dove continuò a dirigere buoni film d’azione senza però mai giungere a grandi successi come dei vari Lang, Preminger, Wilder, Zinnermann, Siodmak, Lubitsch.

The Secret of Nikola Tesla (Krsto Papic, 1980, Yug)

Succinto biopic jugoslavo dello scienziato / visionario Tesla che, per affermarsi, dovette avere a che fare con la diffidenza e spesso l’ostruzionismo di grandi imprenditori e colleghi gelosi, a cominciare da Edison. Interessante, ma appare quasi come una esaltazione del genio serbo nei confronti del sistema americano, il perseguimento di invenzioni/scoperte utili per l’umanità (in questo caso l’utilizzo della corrente alternata) contro il puro ritorno economico. Nel film, oltre a Tesla ed Edison, compaiono personaggi come J.P. Morgan (interpretato da Orson Welles), Marconi, Westighouse e, seppur appartenenti al settore artistico, Mark Twain ed Enrico Caruso.

Too Much Johnson (Orson Welles, 1938, USA)

L’ho definito “film (non-film)” in quanto il mediometraggio muto presentato a Pordenone solo nel 2013 dopo il restauro delle pizze ritenute perse per molti decenni, era stato pensato come sfondo per l’omonima commedia teatrale di William Gillette e non come film a sé stante. Il progetto prevedeva 20’ di immagini per il primo atto e 10’ ciascuno per gli altri due, ma il materiale fortunosamente recuperato (definito copia di lavoro) è di quasi mezz’ora più lungo, comprendendo molte riprese ripetute in modo quasi identico e scene riprese da diverse angolazioni. Non avendo dialoghi né cartelli, è strutturato in stile comiche, con scene esagerate e talvolta accelerate. Qualcuno ha voluto vedere in questo lavoro alcune idee che Welles elaborerà successivamente nei suoi film, ma l’unico certo punto in comune è la presenza del suo fido Joseph Cotten che fu protagonista dei suoi primi 4 film. Guardabile per pura curiosità cinefila. 

sabato 13 febbraio 2021

micro-recensioni 41-45: film d’animazione italiani e francesi ‘60-‘70

Anche nei decenni in cui la Walt Disney aveva quasi il monopolio dei film d’animazione, esistevano altre realtà con disegni dai tratti ben diversi e spesso non destinati ai bambini o, almeno, non esclusivamente a loro. Solo due derivano da strisce a fumetti e nel complesso sono nettamente inferiori. Tre sono di Bruno Bozzetto, reinterpretazioni italiane di classici USA: un film (Fantasia, 1940, Walt Disney) e un genere, i western. Solo uno è completamente fuori da ogni schema e, seppur firmato da René Laloux, deve la maggior parte dei sui meriti ai disegni di Roland Topor, eclettico artista per lo più surrealista, molto attivo anche in campo cinematografico con i suoi amici Fernando Arrabal e Alejandro Jodorowsky, ma talvolta anche attore in film come Nosferatu di Herzog (1979), nel quale interpreta il folle Renfield.

 

La planète sauvage (René Laloux, Fra, 1973)

Una storia assolutamente fantastica racconta dei contrasti fra due comunità apparentemente simili ma di dimensioni estremamente diverse: gli enormi Draags e i minuscoli Oms. I problemi relazionali si possono facilmente interpretare come quelli padroni/schiavi o ricchi/poveri, con ovvi tentativi di ribellione e conseguenti repressioni; da non sottovalutare il tema dell’accesso al sapere. Interessantissime sono le rappresentazioni degli elementi di contorno, una miscela di parvenze animali che richiamano alla mente i disegni di surrealisti moderni come Salvador Dalì, ma anche quelli di Hieronymus Bosch (1450-1516), e per restare nell’ambito dell’animazione sembrano essere antesignani dei draghi volanti di Dragon Trainer (2010). Penso risulti chiaro che il film offre molti spunti, di genere completamente diversi e certamente non è un prodotto destinato al pubblico infantile. Da guardare senz’altro, e con attenzione.

Allegro non troppo (Bruno Bozzetto, Ita, 1976)

Il richiamo a Fantasia (1940, Walt Disney) è esplicitamente espresso dal protagonista umano interpretato da Maurizio Nichetti. E sì, perché questo è un film con attori e disegni animati, i primi compaiono solo nelle scene in teatro, i disegni sono destinati ad illustrare i vari brani di musica classica di Sibelius, Dvorak, Vivaldi, Debussy, Stravinsky e Ravel. Il famosissimo Bolero di quest’ultimo offre a Bozzetto lo spunto per mostrare una sua interpretazione dell’evoluzione, a partire da una chiara citazione di 2001: Odissea nello spazio (1968, Stanley Kubrick) inserendo anche una bottiglia dell’americanissima Coca Cola. (clip qui in basso)

Molto originali sia i disegni che le sceneggiature dei sei racconti musicali, quasi tutti con un sottile, eppure evidente, black humor. Ciò è ancor più presente nelle parti recitate in teatro, con un manager / direttore d’orchestra despota, aguzzino del disegnatore (Nichetti). Ci sono anche un insulso presentatore (Maurizio Micheli), una orchestra composta da decine di ottuagenarie ed una ragazza addetta alle pulizie. Queste parti che si alternano all’animazione, pur fornendo occasioni per situazioni grottesche e battute argute, risultano talvolta stucchevoli e un po’ più lunghe del necessario. Anche questo da guardare, godendosi soprattutto musica e animazione.

  

West and Soda (Bruno Bozzetto, Ita, 1965)

Trovandosi nello stesso gruppo, è impossibile non fare un paragone fra questo film e quello di Goscinny (creatore, con Uderzo, della saga di Asterix). Come anticipato, Bozzetto riunisce in West and Soda molti degli stereotipi dei western classici hollywoodiani e inserisce alcune scene e battute con specifici riferimenti a film e personaggi, al contrario del francese che presenta un protagonista famoso nei paesi francofoni, per apparire in strisce già da oltre 30 anni. Ci sono tutti i personaggi indispensabili: il cattivo e i suoi scagnozzi, il pistolero infallibile che non vuole uccidere, la giovane e avvenente, da donna del saloon, il pianista, i becchini, gli indiani al perenne inseguimento della diligenza e lo squadrone di cavalleria che giunge in aiuto. Film di passo snello e arguto, di sicuro molto più apprezzabile da chi conosca abbastanza western classici. Consigliato, leggero e divertente.

Vip - Mio fratello Superuomo (Bruno Bozzetto, Ita, 1968)

Se nel suo primo lungometraggio Bozzetto presentò una parodia (molto ben riuscita) del genere western, qui si occupa dei supereroi … ma con molto minor successo. Non riesce ad essere incisivo né ad avvincere, storia molto banale e prevedibile, disegni direi deludenti. Non malvagio, ma certamente evitabile.

Lucky Luke - La ballata dei Dalton (René Goscinny, Henri Gruel, Fra, 1978)

Qualcosa ho già detto nel commento a West and Soda e non c’è molto altro da aggiungere. Come la maggior parte delle trasposizioni da striscia a fumetti a lungometraggio non riesce a rendere. Le strutture delle storie sono necessariamente diverse, i caratteri dei personaggi sono ben conosciuti e sia che si dia ciò per assodato, sia che li si voglia riproporre, buona parte del pubblico resta scontento. Evitabile, specialmente se prima guardate il western di Bozzetto.

mercoledì 6 gennaio 2021

micro-recensioni 1-5/2021: per iniziare bene l’anno …

… sono andato sul sicuro (con qualche ma ...), con 4 quotatissimi prodotti hollywoodiani distribuiti nell’arco di parecchi decenni e un tedesco di rating appena inferiore (IMDb 7,5 e RT 94%), secondo me attribuibile esclusivamente alla particolarità del soggetto: Nosferatu. Dopo aver guardato film tanto acclamati, è mia abitudine andare a leggere vari commenti, fra i migliori e i peggiori (che tutti hanno), tralasciando quelli nel mezzo, immaginando un confronto virtuale. Pur riconoscendo che la loro qualità sia di alto livello, non sono tanto d’accordo in merito alle posizioni relative nei vari rating, a cominciare dal film di Herzog, che comunque è un caso a sé.

Nosferatu: Phantom der Nacht (Werner Herzog, Ger, 1979)

Fra le principali critiche mosse a questo remake (molto fedele) del Nosferatu originale di F.W. Murnau (1922) ci sono quelle dei pochi movimenti di macchina e della scarsa originalità, quando questi sono invece proprio fra i suoi meriti. Si tratta di un omaggio a quel tipo di cinema, lavorando però con mezzi moderni e una delle sue eccellenze è quella di girare a colori ma spesso con varietà di tonalità di colori dello stesso gruppo, quasi come se fosse un bianco e nero virato. Anche la scelta del suo amico/nemico Klaus Kinski quale protagonista si rivela perfetta e l’attore interpreta il ruolo a meraviglia. Per apprezzare appieno questo film, penso sia indispensabile aver visto l’altro e si comprenderà che non fu prodotto per fargli concorrenza o stravolgere la storia, casomai inserendo effetti speciali certamente già possibili 40 anni fa ma neanche immaginabili un secolo fa. Herzog ancora una volta dimostra di trovarsi a suo agio proponendo personaggi solitari e assolutamente al di fuori della norma, che mirano a imprese straordinarie se non impossibili, contro ogni logica e contro tutti. Location, luci, arredamenti e costumi fanno il resto, vero cinema della miglior tradizione europea opposto alle americanate, per quanto possano essere ben realizzate.

 

There Will Be Blood (Paul Thomas Anderson, USA, 2007)

(IMDb 8,2 e RT 91%, 2 Oscar e 6 Nomination, 144°)

Questa parabola di un petroliere (titolo italiano) che si sviluppa nell’arco di vari decenni, i primi del secolo scorso, è basata su un romanzo di Upton Sinclair, splendidamente adattata da Paul Thomas Anderson. Al di là della bravura dimostrata dal solito Daniel Day-Lewis (al suo secondo Oscar) nei panni del protagonista, il regista-sceneggiatore riesce a dipingere alla perfezione l’ambiente, soci e antagonisti in particolare il suo persecutore interpretato alla perfezione da Paul Dano, attore per il quale non stravedo, ma perfetto per questo ruolo di viscido e infido, mascherato da buono e compassionevole. L’altro Oscar andò a Robert Elswit per la fotografia (assolutamente meritato, specialmente per le scene con poca luce) e, per la cronaca, in tre delle 6 candidature andarono (miglior film, regia e sceneggiatura) Anderson fu superato dai fratelli Coen per No Country for Old MenChiaramente imperdibile per chi non l’avesse ancora visto.

Chinatown (Roman Polanski, USA, 1974)

(IMDb 8,1 e RT 100%, 1 Oscar e 10 Nomination, 154°)

Ho sempre sostenuto che Polanski è un ottimo regista, capace di districarsi a meraviglia in ogni genere, con pochi attori o con set affollati, in ogni ambiente e in ogni epoca, e questo ne è un ennesimo esempio. Chinatown è un film ben bilanciato (fatto dimostrato dalle 11 candidature Oscar e non importa averne ottenuto Oscar) vantando un ottimo cast, nel quale non sfigura certo John Huston, anche se i più lo conoscono e lo ricorderanno come regista. La sceneggiatura è scorrevole ma piena di twist e sorprese (non sempre prevedibili), il cast è di ottimo livello e fotografia, scenografie e costumi accattivanti. Visto che li ho inseriti nello stesso gruppo, è impossibile non fare un riferimento (non un paragone …) a L.A. Confidential, anch’esso ambientato a Los Angeles anche se a qualche decennio di distanza. Questo ha storia e protagonisti più plausibili mentre l’altro, per quanto possa essere ben girato e interpretato, appare molto più campato in aria, troppi personaggi fuori di testa, violenza gratuita ed eccessiva, sparatoria interminabile (con il 90% di colpi a vuoto, pur essendo opera di professionisti), corruzione alle stelle … una vera americanata, anche se di ottimo livello.Anche questo imperdibile per chi non l’avesse ancora visto.

  

Anatomy of a Murder (Otto Preminger, USA, 1959)

(IMDb 8,0 e RT 100%, 7 Nomination)

Classico court room movie, ma con una buona vena ironica e con un crimine poco chiaro. Un avvocato quasi ritiratosi dall’attività (James Stewart), accetta di difendere un militare (Ben Gazzara) che avrebbe ucciso il presunto violentatore della sua provocante moglie (Lee Remick). Dovrete guardare il film fino alla fine per sapere, forse, come son andate verament le cose. Vari sono i personaggi quasi da commedia; oltre all’avvocato difensore, ci sono i suoi due assistenti e il giudice (nuovo per quel tribunale), mentre le parti più serie e drammatiche sono riservate al presunto colpevole e all’avvocato inviato a supporto del D.A. (George C. Scott), arrogante e minaccioso, ma spesso messo alla berlina dall’umile avvocato di provincia. Per oltre 2 ore Otto Preminger tiene alta l’attenzione degli spettatori fra le indagini dell’avvocato in ambiente ostile, le civetterie della donna e i battibecchi in tribunale. Ottimo film di genere che, per definizione, prevede poca azione. Consigliato a quelli ai quali piacciono argute discussioni, dialoghi, stilettate e arguzie verbali, condite con una certa suspense.

L.A. Confidential (Curtis Hanson, USA, 1997)

(IMDb 8,2 e RT 99%, 2 Oscar e 7 Nomination, 124°)

Come molti avranno già intuito, a prescindere dai giudizi di tanti altri, questo film che già mi lasciò qualche perplessità anni fa, continua a non convincermi. Lo trovo esagerato, con personaggi molto sopra le righe e di caratteri completamente opposti, che convivono nello stesso distretto di polizia, nel quale il senso della legge è quasi del tutto assente. Pestaggi selvaggi, si alternano a incontri con la femme fatale di turno (Kim Basinger), gli intrecci fra politica, soldi, potere e polizia sono troppo spinti ed i comportamenti dei singoli sembra poco plausibile. I tre poliziotti sono ben interpretati da Kevin Spacey, Russel Crowe e Guy Pearce, anche James Cromwell fa la sua brava figura, mentre assolutamente ridicolo appare Danny DeVito; secondo me, la cosa peggiore è la sceneggiatura e a ciò si aggiunge la regia di Curtis Hanson (solo 14 film in 40 anni, chissà come mai) che lascia abbastanza a desiderare.

 

#cinema #cinegiovis

giovedì 1 ottobre 2020

Micro-recensioni 326-330: Werner Herzog x 3 e altri 2 Masumura

Gruppo con due soli registi, entrambi elementi di spicco delle rispettive New Wave di mezzo secolo fa, il tedesco Werner Herzog e il giapponese Yasuzô Masumura. Certamente il primo è più conosciuto in occidente e si è sempre mantenuto abbastanza al limite dei prodotti commerciali, spaziando poi anche in pregevoli documentari. Il secondo, molto meno conosciuto ma apprezzato, ha invece affrontato i generi più di cassetta ma sempre con un taglio molto personale, differenziandosi nettamente dal cinema classico giapponese degli anni ’40 e ’50 dei maestri Ozu, Kurosawa, Mizoguchi, …

  

Kaspar Hauser (Werner Herzog, Ger, 1974)

Herz aus Glas (Werner Herzog, Ger, 1976)

La ballata di Stroszek (Werner Herzog, Ger, 1977)

Questi 3 film appartengono furono girati in sequenza e furono preceduti solo da Segni di vita (1968, Orso d’Argento a Berlino) e il famoso Aguirre, furore di Dio (1972) che portò veramente il regista all’attenzione internazionale e che segnò l’inizio della collaborazione con il suo amico/nemico Klaus Kinski, fino a quel momento relegato per lo più nel campo dei B-movie. A proposito di attori, due di questo trio vedono come protagonista lo straordinario Bruno S. (leggete la sua biografia per comprendere meglio il suo tipo di recitazione), praticamente i suoi soli due veri film. A mio modesto parere, questo (gli anni ’70) fu il periodo migliore e più prolifico di Herzog che continuò con Nosferatu e Woyzeck (entrambi del 1979 ed entrambi con un ottimo Kinski); già il successivo Fitzcarraldo fu troppo commerciale e molto meno “herzogiano”.

Kaspar Hauser narra di un ragazzo con gravi problemi di comunicazione che apparve misteriosamente in un paesino della Baviera, con una “lettera di presentazione” fra le mani. Sembra che ci sia più che un fondo di verità in merito agli eventi - molti dubitano della buona fede del giovane – ma fu un ottimo spunto per il regista per affrontare il tema della (apparente) diversità. I dialoghi fra Kaspar e chi cerca di “ammaestrarlo”, indottrinarlo o verificare le sue capacità logiche sono più che arguti, spesso esilaranti.

Herz aus Glas è senz’altro il più fantasioso e onirico dei film di Herzog, basti citare il fatto che la maggior parte degli attori recitavano sotto ipnosi dopo aver memorizzato le proprie battute. Si nota chiaramente l’attenzione del regista per le riprese naturalistiche, in particolare la prima parte e le sequenze finali sono spettacolari, e anticipano il suo stile documentaristico. Viaggiatore attento e instancabile, qui raccoglie riprese di location straordinarie che includono isolotti (quasi semplici scogli) irlandesi, foreste svizzere e tedesche, numerosi parchi USA, dall’Alaska a Yellowstone, dal Wyoming alle cascate del Niagara.

In Stroszek prende più volte spunto dalla vita reale di Bruno S. pur non volendo assolutamente metterne in scena una biografia. Il trio protagonista – un eccentrico anziano, una prostituta e un alcolizzato appena uscito di prigione – lascia la Baviera in cerca di miglior fortuna negli Stati Uniti. Dal film segue due temi d’interesse principali: quello sociale (universale) e quello che sottolinea la differenza fra cultura europea e quella USA. Eccezionale il finale in un piccolo centro turistico dei nativi americani.

In sostanza, sono tutti film da guardare, con particolare attenzione all’essenza delle storie e alle aspirazioni dei singolari personaggi che le popolano, tutti con sogni spesso al di fuori della loro portata nella società attuale.

 

Black Test Car (Yasuzô Masumura, Jap, 1962)

Ancora Masumura, stavolta in un complesso noir a base spionaggio industriale senza regole né morale, tema simile a quello trattato nel suo precedente Giants and Toys (1958). I colpi di scena sono tanti e frenetici, fra indiziati, chiarimenti, spie insospettabili e doppiogiochisti mentre due industrie automobilistiche copiano modelli sportivi e cercano di fare concorrenza illegale. Fino all’ultimo istante ci saranno capovolgimenti di fronte, con un finale drammatico ma non manca la morale. Bel bianco e nero, montaggio rapido, narrazione scorrevole … classico di Masumura.

The Love Suicides at Sonezaki (Yasuzô Masumura, Jap, 1978)

Deludente, meno incisivo del solito, forse anche perché adattamento di lavoro teatrale. In questa terzultima regia di Masumura, a colori, non ho ritrovato il ritmo svelto, i dialoghi brevi e i twist degli altri suoi film che ho visto. Anche per la fotografia preferisco il b/n precedente, con interessanti luci e angoli di ripresa alle scene quasi statiche, solo parzialmente giustificate dai logorroici protagonisti. Certamente The Love Suicides at Sonezaki non ha niente a che vedere con la Nouvelle Vague giapponese e tantomeno francese.

giovedì 18 luglio 2019

45° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (221-225)

Complessivamente una buona cinquina, ma senza eccellenze. Ognuno dei cinque risulta meritevole per aspetti diversi, ma nessuno mi ha completamente convinto ... nonostante gli Oscar, i riconoscimenti ottenuti e la fama di alcuni di essi. 
Avendo tutti notevoli pro e contro, che spesso quasi si bilanciano, stavolta elenco i 5 film in ordine di visione (cronologica) ed essendo tutti ben noti mi limito a sottolineare brevemente aspetti positivi e negativi.

   

221  Amadeus (Milos Forman, USA, 1984) * con F. Murray Abraham, Tom Hulce, Elizabeth Berridge * IMDb  8,3  RT 95%  *  8 Oscar (miglior film, regia, F. Murray Abraham protagonista, sceneggiatura, scenografia, costumi, sonoro e trucco) e 3 Nomination (Tom Hulce protagonista, fotografia e montaggio) *  81° nella classifica IMDb dei migliori film di tutti i tempi
Quasi un biopic kolossal, ma troppo tendente alla commedia; senza dubbio ricchi i costumi, gli ambienti e gli arredi, ma ho trovato il trucco di Salieri anziano (interpretato da F. Murray Abraham sia da adulto che da vecchio) veramente pessimo; il cast lo definirei scadente, almeno per le prove offerte, in contrasto con la colonna sonora, ovviamente ottima; interessante il soggetto, molto meno la sceneggiatura e i dialoghi. Certamente la regia di Milos Forman non è di livello pari a quella di Qualcuno volò sul nido del cuculo che aveva diretto con grande successo 9 anni prima, nel 1975.
Già visto all'epoca dell'uscita, resta in sostanza abbastanza deludente rispetto alle aspettative, alle recensioni e ai rating.

222  Unforgiven (Clint Eastwood, USA, 1992) tit. it. “Gli spietati” * con Clint Eastwood, Morgan Freeman, Gene Hackman, Richard Harris  * IMDb  8,3  RT 97%  *  4 Oscar (miglior film, regia,  Gene Hackman non protagonista e montaggio) e 5 Nomination (Clint Eastwood protagonista, sceneggiatura, fotografia, scenografia e sonoro)  *  122° nella classifica IMDb dei migliori film di tutti i tempi
Pur essendo un estimatore di Clint Eastwood, questo Unforgiven è secondo me molto sopravvalutato, nonostante il cast di alto livello. La palla al piede è secondo me la sceneggiatura, mal trattata e con dialoghi scadenti. Il personaggio interpretato da Richard Harris (English Bob) resta avulso dal contesto e non mi sembra fosse strettamente necessario per introdurne un altro (quello del biografo/cronista), egualmente abbastanza insulso e inutile per le vicende narrate. Ridicola la presentazione del di Bill Munny (Clint Eastwood) che cade continuamente, sia nel letame dei maiali, sia tentando di salire a cavallo.
Western revisionista dove trovano posto un afroamericano indipendente, le prostitute quasi santificate, un cronista incapace, un fanfarone aspirante mito del west, un pistolero/vendicatore solitario estremamente miope, insomma troppe falle in una sceneggiatura raffazzonata. Secondo me è un passo falso del buon Clint, veramente non comprendo l'entusiasmo di tanti.

      

223  A Few Good Men (Rob Reiner, USA, 1992) tit. it. “Codice d'Onore” * con Tom Cruise, Jack Nicholson, Demi Moore * IMDb  7,7  RT 82%  *  4 Nomination (miglior film, Jack Nicholson non protagonista, montaggio e sonoro)
La regia è quasi televisiva con troppi primi piani dell’incapace Tom Cruise e della belloccia di turno Demi Moore, anche lei non una grande attrice; per fortuna ci hanno risparmiato una love story fra i due.
Si tratta di courtroom movie (in ambito militare) che segue uno schema troppo semplice e prevedibile, visto e rivisto in tutte le salse. Nel cast si distingue ovviamente Jack Nicholson, certamente oltre una spanna al di sopra dei protagonisti, e vari altri interpreti di personaggi secondari.

224  Dracula (Francis Ford Coppola, USA, 1992) * con Gary Oldman, Winona Ryder, Anthony Hopkins * IMDb  7,5  RT 72%  *  3 Oscar (costumi, effetti speciali e trucco) e Nomination per la scenografia
Se per gli effetti speciali probabilmente ha meritato l’Oscar, e forse anche per i costumi, il trucco mi è sembrati esagerato in questa versione di Dracula fra il romantico e l’erotico.
Pur vantando uno delle sceneggiature più attinenti al romanzo originale di Bram Stoker, il film resta di gran lunga inferiore ai più essenziali (e liberamente adattati) Nosferatu - Il Vampiro di Murnau (1922) e Nosferatu - Il principe della notte di Herzog (1979, praticamente un remake del film di Murnau), giustamente molto più famosi.

225  Legends of the Fall (Edward Zwick, USA, 1994) tit. it. “Vento di Passioni”  * con Brad Pitt, Anthony Hopkins, Aidan Quinn * IMDb  7,5  RT 57%  *  Oscar fotografia e 2 Nomination (scenografia e sonoro)
Una vera pappolata ... gli splendidi scenari del Montana e vari nomi di richiamo (come Brad Pitt e Anthony Hopkins) non bastano a fare un buon film.
Storia quasi melodrammatica, nella quale sono stati inseriti argomenti tipici dei western revisionisti come la il nativo (che funge anche da narratore) e la sua famiglia mezzosangue. Trama debole seppur non tutta scontata; ma ogni nuova situazione ha sempre una conclusione abbastanza prevedibile.

Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire dal 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate su questo blog. 

martedì 7 agosto 2018

Due eccezionali film muti del 1920 "Il Golem" e "Caligari"

Data la loro limitata durata (rispettivamente 51' e 64') ho voluto e potuto concedermi un double bill muto di meno di 2h, con questi due film del 1920 che, oltre ad essere famosi classici dell’espressionismo tedesco, sono anche apprezzatissimi dai veri cinefili.
    
223 “The Cabinet of Dr. Caligari  (Robert Wiene, Ger, 1920) tit. it. "Il gabinetto del dottor Caligari“ * con Werner Krauss, Conrad Veidt, Friedrich Feher  *  IMDb  8,1  RT 100% 
224 “Der Golem  (Carl BoesePaul Wegener, Ger, 1920) tit. it. "Il Golem - Come venne al mondo“ * con Paul Wegener, Albert Steinrück, Ernst Deutsch  *  IMDb  7,2  RT 100% 
   
Le trame e gli ambienti sono completamente distinti, così come le epoche e le messe in scena eppure i due film sono accomunati dall’alone di mistero che avvolge i protagonisti e dai fantastici scenari e fondali con prospettive improbabili se non impossibili, caratteristici dell'espressionismo tedesco, che da soli valgono una ennesima visione (per quanto mi riguarda sono ad una mezza dozzina almeno per ciascuno di loro). 
   
Fra le rarissime linee verticali, spiccano in particolare le finestre rigorosamente trapezoidali, i fregi lineari sulle pareti talvolta quasi diritti, in altri casi simili a onde e spirali, i ponti curvi, i tetti e i comignoli pendenti e allungati, le scale fra le quali ne spicca  una a chiocciola, aperta dal lato del punto di ripresa, chiusa dall’altro, con uno stretto passaggio a sezione ovale, che ricorda tanto un padiglione auricolare. (foto sotto)
Singolari transizioni, non proprio dissolvenze, che iniziano o terminano con solo una minima area circolare illuminata nel resto dello schermo nero, non centrata nell'inquadratura, ma centrata su un volto che quindi resta l'unico soggetto visibile per vari secondi o è l’unico sul quale fissare l’attenzione prima che si illumini il resto dello schermo. Questa tecnica crea effetti simili a quelli dello zoom che, seppur brevettato a inizio secolo, sarebbe stato un obbiettivo compatibile con le cineprese solo nei primi anni ’30.
   

Le scenografie sono quasi sempre molto contrastate, utilizzando al meglio il bianco e nero, aggiungendo lunghe e nette ombre proiettate la luci orizzontali o addirittura dal basso, simili a quelle che saranno poi riproposte in tanto film noir, in particolare sulle scale. 
In entrambi i film si possono trovare similitudini (ispirazioni) con i dipinti post-impressionisti/primi espressionisti di artisti del calibro di Vincent Van Ghog (dipinto in basso a sx), Edvard Munch, Chaïm Soutine (dipinto in basso a dx) che, almeno in un periodo della loro carriera artistica, sono stati eccelsi esponenti di tali correnti. Del resto basta osservare il poster originale di Der Golem in apertura di post.
   
La narrazione, come nei migliori silent movies, è rapida ed essenziale, mentre la recitazione è al solito un po’ sopra le righe, accompagnata da un grande agitare di braccia.
Le foto proposte in questo post sono solo una minima parte delle geniali inquadrature realizzate da Robert WieneCarl Boese e Paul Wegener; chiunque abbia un seppur minimo interesse nelle arti figurative (non per forza nel cinema) dovrebbe guardare, e con attenzione, questi film ed altri del medesimo periodo come Nosferatu (F. W. Murnau, 1922)Metropolis, (Fritz Lang, 1927) ecc. e non c’è dubbio che ne rimarrebbe estremamente soddisfatto.
   
Curiosità
  • in Der Golem, c’è un’evidente citazione di Frankenstein con la bambina che offre un frutto (foto sopra a sx) al gigante di argilla, il Golem, figura antropomorfa della mitologia ebraica e del folclore medievale. 
  • Paul Wegener, co-regista del suddetto film, interpreta il Golem
  • passando nel campo dei “goof”, ho notato che la giostra che ruota sullo sfondo nella fiera nella quale il Dr. Caligari esibisce Cesare - il suo “sonnambulo veggente” - la prima volta gira in senso orario e un paio di minuti dopo in senso opposto ... molto strano ...

sabato 25 marzo 2017

da "Tanna" a "Nosferatu", dai mari del sud alla Transilvania

Tanna (Martin Butler e Bentley Dean, Aus, 2015)
con Kapan Cook, Mungau Dain, Charlie Kahla 
Micro-recensione *107* della raccolta

Qualche giorno fa avevo espresso i miei dubbi in merito all’originalità di questo film, avendolo immediatamente associato a Tabu: A Story of the South Seas (di F.W. Murnau, 1931, Oscar per la migliore fotografia) ma devo dire che, a parte l’ambientazione nei mari del sud e la fuga dei due amanti, i film hanno ben poco in comune.
Il film è stato candidato all'Oscar come miglior pellicola non in lingua inglese in quanto, pur essendo una produzione australiana, è interamente in lingua locale, Nauvhal.
Necessaria, indispensabile premessa: i due registi sono in effetti documentaristi e antropologi e prima di realizzare Tanna (loro primo lungometraggio) avevano già lavorato insieme per molti anni. Questo loro background ha fatto sì che durante i loro 8 mesi di permanenza sull'isola siano riusciti ad entrare in perfetta sintonia con i locali e ad apprezzare i lati più spettacolari dei contrastanti aspetti dell’ambiente naturale di Tanna, isola più meridionale dell’archipelago Vanuatu, a est dell’Australia, fra Nuova Caledonia e Fiji.
   
La mano dei documentaristi si fa sentire in modo sostanziale, ma riesce a "coprire" solo in parte le interpretazioni poco convincenti, seppur molto spontanee e naturali, e i vari punti deboli della sceneggiatura. Nel film ognuno interpreta sé stesso, rispettando anche i ruoli di ciascuno all’interno delle due tribù che si fronteggiano (Yakel e Imodin). Considerato che la trama è basata su avvenimenti reali del 1987 e che di conseguenza molti dei novelli attori sicuramente hanno vissuto quei giorni di tensione di 30 anni fa, si tratta quasi di una drammatizzazione dei loro ricordi.
   
Nel complesso si esce dalla sala più soddisfatti dalle immagini della foresta, del villaggio con i suoi abitanti e delle esplosioni del vulcano che dalla storia vera e propria. Questa, un po' perché ampiamente pubblicizzata e un po' per essere più che prevedibile, riserva poche sorprese e non riesce a coinvolgere più di tanto.
Per ulteriori commenti più professionali rimando a questo post di circolodelcinema.it che contiene tre interessanti (e ben scritte) recensioni-analisi di Tanna, redatte all’indomani della prima mondiale al Festival di Venezia 2015, dove ottenne il premio per la miglior fotografia e il premio della critica. 
In uno dei suddetti articoli si fa riferimento al film di Murnau (quindi non sono il solo ad aver fatto l’accostamento) e, avendo constatato che ben pochi lo conoscono, mi sono preoccupato di recuperarlo per proporvelo in questa versione ottimamente restaurata e in più che buona risoluzione.
Tabu: A Story of the South Seas, l’ultimo film di Murnau (1931) in HD 720p su YouTube (film muto, b/n, cartelli in inglese).
E per concludere non posso fare a meno di consigliare la visione anche del mio preferito film di Murnau, vale a dire Nosferatu, eine Symphonie des Grauens (1922, trad. lett. "Nosferatu ,Una sinfonia di terrore", tit. it. “Nosferatu - il vampiro” da non confondere con Vampyr di Carl Th. Dreyer (1932). Purtroppo la pellicola originale non era in perfetto stato di conservazione e quindi il "bianco e nero" va dalle dominati azzurre a quelle ocra, al vero b/n, in compenso il video è in HD 720p, sottotitolato italiano, commento sonoro di Frank Perry.

Altri film di Murnau che suggerisco di guardare sono Phantom (1922), Der Letzte Mann (1924, L'ultima risata)Faust (1926)Sunrise (1927, primo film negli Stati Uniti).