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martedì 22 febbraio 2022

Microrec. 56-60 del 2022: interessanti ed eterogenei film misconosciuti

Solo due hanno qualcosa in comune, vale a dire la regista ungherese Márta Mészáros; li affiancano due moderne e singolari produzioni (una colombiana e l’altra coreana) e un classico cult horror americano (ma diverso da quelli standard) con l’immancabile Vincent Price. Sostanzialmente, chi per una ragione chi per un’altra, tutti meritano una visione.

 
Moonlit Winter (Lim Dae Hyung, 2019, Kor)

Ennesimo buon film coreano, girato con pochissimi mezzi e ridottissimo cast (e immagino anche budget). Molto sottile (stracolmo di white lies) il modo in cui una ragazza cerca di far incontrare alla madre una sua vecchia grande amica della quale non sa più niente da una ventina di anni. La singolare narrazione alterna scene in Corea che descrivono i rapporti fra madre e figlia, fra questa ed il suo quasi fidanzato, e il marito/padre separato a quelle in Giappone dove la vecchia amica vive con una zia ed un gatto. Una lettera rivelatrice è lo spunto per l’organizzazione di un viaggio imprevisto, ma anche la preparazione dell’incontro a sorpresa non sarà priva di intoppi. Miglior film al Korea Film Fest di Firenze, So-hye Kim (la ragazza) giudicata miglior attrice dai critici di Busan, ma anche le altre attrici sono più che convincenti. 

The Tingler (William Castle, 1959, USA) tit. it. Il mostro di sangue

Tipo particolare William Castle, specializzato in film a basso budget, ma non per questo sempre B-movies; produttore non solo di suoi film ma anche di titoli come The Lady from Shanghai (1947, Orson Welles, recuperatelo!). Abile promotore dei delle sue opere, spesso appariva nei trailer o nei film con un cameo (come Hitchcock) o, in qualità di presentatore, nelle prime scene metteva in guardia gli spettatori sensibili del terrore che avrebbero provato. In questo senso fu a volte molto creativo nello spaventare il pubblico fisicamente facendo scendere uno scheletro davanti allo schermo durante le proiezioni di House on Haunted Hill (1959) o elettrificando le poltrone della sala provocando poi piccole scosse nei momenti topici di The Tingler. Trama originale per questo horror che però ha tanto di noir e di thriller, con Vincent Price che non interpreta un mostro e neanche un uomo particolarmente malvagio (è un ricercatore/dottore), nonostante l'insulso titolo italiano (Il mostro di sangue) si vede solo un piccolo casuale taglio su una mano, il mostro appare ingegnosamente come un’ombra dietro un lenzuolo e poi lo si vedrà nelle sembianze di un incrocio fra una scolopendra e un crostaceo marino. Dopo molte sorprese, il film si conclude un po’ drasticamente ma ci sono tutte le ragioni per essere considerato un cult del genere.

  
El día de la cabra aka Bad Lucky Goat (Samir Oliveros, 2017, Col)

Opera prima del regista/sceneggiatore Samir Oliveros; si svolge nell’arco di 24 ore sull’isola caraibica di Providenciales (Turks and Caicos) e pare sia il primo film interamente parlato in creolo (di derivazione inglese, simile al giamaicano). Avventure e disavventure di un fratello e una sorella che vanno molto poco d’accordo, punteggiate da incontri con singolari personaggi da malavitosi a poliziotti e a musicisti che suonano reggae con strumenti molto improvvisati; ovviamente ci sono alcune capre e non mancano i riferimenti allo spiritismo classico di quell’area. Film prodotto con minimo budget, interpretato da attori non professionisti, senza riprese in studio ma solo in pochi interni autentici e per il resto nello splendore dell’ambiente naturale. Assolutamente senza pretese, risulta comunque piacevole e i numerosi twist e sorprese sono ben distribuiti e per la maggior parte assolutamente originali.

The Girl (Márta Mészáros, 1968, Hun)

Lavoro di esordio di una delle più apprezzate registe magiare che vede protagonista una ragazza irrequieta cresciuta in un orfanatrofio della capitale. Da Budapest effettua un breve viaggio in un paesino di campagna per conoscere sua madre naturale (che l’aveva abbandonata) e incontrerà tante persone che evidenziano sempre la sua evidente provenienza quasi borghese. Fra i tanti ci sono anche vari ragazzi dalla mentalità moderna e un uomo che potrebbe essere suo padre. Girato in forma realistica, mostra uno spaccato della società ungherese dell’epoca, fra idee tradizionaliste e influenza russa che contrastano con stile e musica occidentale di quegli anni. La narrazione essenziale e ben costruita, con una buona fotografia bianco e nero, ricorda quella di Éric Rohmer. 

Diary for My Children (Márta Mészáros, 1984, Hun)

Rispetto a The girl, questo è molto più drammatico e politico ed oltretutto si riferisce agli anni fra fine ’40 e inizi ’50, quando molti ungheresi pensavano di essere tornati liberi dopo l’occupazione nazista mentre i russi arrivati come liberatori prendevano lentamente il potere. Viene presentata una Budapest nella quale vari ceti sociali (militari e collaborazionisti) vivono nei ricchi palazzi che furono di nobili e/o potenti e si ritrovano nei teatri e alle sfilate di moda. Un’altra (gran) parte della popolazione deve invece sottostare alle direttive dei dirigenti filorussi anche quando prendono decisioni sbagliate. Anche in questo film la protagonista è un’orfana che però viene portata nella capitale con alcuni parenti, ma fra questi e la madre adottiva che li ospita ci saranno vari attriti. Nonostante la giovane età (17 anni) la giovane si ribella continuamente agli ordini della nuova madre, che è una militare che stravede per i russi ed il loro regime. Interessante e ben girato, più che degno esempio della scuola magiara, purtroppo spesso sottovalutata o addirittura sconosciuta ai più.

mercoledì 21 luglio 2021

Micro-recensioni 166-170: quasi tutto Lindsay Anderson

Avrei voluto dedicare la cinquina esclusivamente a questo regista inglese (sebbene nato in India, quando questa era ancora colonia britannica) ma per ora ho recuperato solo 4 dei soli 7 suoi lungometraggi; sto cercando una buona versione originale di O Lucky Man! (1973). Completa il gruppo un noir poco conosciuto, con Victor Mature protagonista.

 
The Whales of August (Lindsay Anderson, 1987, USA)

Piccolo gran bel film, con solo 5 personaggi (+ 1 in una fugace apparizione), tutto girato su un piccolo promontorio del Maine, dove sorge una casa solitaria, con vista sull’Atlantico. L’ottima sceneggiatura viene valorizzata da un cast di giovincelli (età media 82 annni), grandi attori di altri tempi, ma ancora in grande forma, a cominciare da Lillian Gish, 94enne all’epoca del film. L’affiancano Bette Davis (79), Vincent Price (76) e Ann Sothern (78), Nomination Oscar non protagonista. Questo fu l’ultimo film d Lillian Gish, star del muto, musa di D. W. Griffith (famosa per Birth of a Nation,1915, e Intolerance, 1916), una carriera lunga 75 anni. Ascoltare le discussioni fra le due sorelle (Gish e Davis), le intromissioni dell’amica (Sothern) e le visite dell’esule russo, galantuomo d’altri tempi (Price), interrotte solo dal rumorosissimo operaio tuttofare (Harry Carey Jr.), è un piacere per le orecchie. Buona anche la fotografia e la scenografia, sia per gli esterni che per gli interni con tanti interessanti dettagli. Indispensabile guardare la versione originale (si trova anche su YouTube a 720p).

This Sporting Life (Lindsay Anderson, 1963, UK)

Dopo aver lodato l’ultimo, eccoci al primo lungometraggio di Anderson, che giunse dopo 16 apprezzati corti girati fra il 1948 ed il 1959. Dramma intenso con i problematici personaggi principali in continuo contrasto molto ben interpretati da Richard Harris e Rachel Roberts (Nomination Oscar per entrambi). Lui è un operaio che riesce a sfondare nel mondo del rugby professionistico e che, pur avendo ottenuto un ricco ingaggio, si ostina a continuare a vivere nella stanza d’affitto della vedova della quale è invaghito, quasi un’ossessione per lui visto che altre opportunità non gli mancano. Forse Anderson indulge un po’ più del dovuto in alcune scene di gioco, ma talvolta sono importanti per poi descrivere l’ambiente del dopopartita. Consigliato.

  
I Wake Up Scresming (H. Bruce Humberstone, 1941, USA)

Pur non essendo fra i gli attori più noti di metà secolo scorso, Victor Mature fu protagonista di un buon numero di noir (questo è uno dei suoi primi), western e infine kolossal storici come Samson and Delilah (1949, di Cecil B. DeMille) nel quale interpretò Sansone al fianco di Hedy Lamarr (Dalila). In questo noir dalla trama classica, interpreta un talent scout ingiustamente accusato dell’omicidio di una sua star. Altro elemento ricorrente è la presenza della sorella della donna assassinata con l’inevitabile sorgere di una love story mentre tentano di smascherare il vero colpevole. Questo, o meglio questi, forniscono originalità alla trama, personaggi ben delineati, interpretati da più che buoni caratteristi (inquietante Laird Cregar nei panni dell’ispettore Cornell). Titolo italiano Situazione pericolosa IMDb 7,2, RT 86%, consigliato.

If … (Lindsay Anderson, 1967, UK)

Primo elemento della Trilogia di Mick Travis (personaggio interpretato da Malcolm McDowell), qui ribelle nel college, poi sarà un rampante rappresentante di caffè in O Lucky Man! (1973) e infine reporter d’assalto in Britannia Hospital (1982). Diviso in 8 capitoli, anche se a tratti surreale, è in effetti una satira/critica dell’establishment britannico, non solo in quanto all’istruzione, ma anche a tutti quelli che ruotano attorno, compresi clero e militari. Il film diviso in 8 capitoli e in ben 4 casi di sente parte del Sanctus della Missa Luba, della quale ho parlato nel post precedente e che mi ha spinto a recuperare questo film e poi gli altri di Anderson. Classico film di protesta degli anni ’60, vinse la Palma d’Oro a Cannes.

Britannia Hospital (Lindsay Anderson, 1982, UK)

Terzo e ultimo film della Trilogia di Mick Travis, è veramente surreale-fantastico, e l’accostamento a M.A.S.H. (1970, Robert Altman) mi sembra abbastanza forzato visto che, oltretutto, non si svolge in territorio di guerra; il legame è limitato alla follia dei medici e dei loro accoliti. In più punti esagerato, ma non mancano situazioni grottesche quasi geniali, soprattutto quelle relative alla visita della Regina Madre (madre di Elisabetta II, attualmente regnante). Divertente solo a tratti, guardabile a tempo perso.

domenica 10 gennaio 2021

micro-recensioni 6-10: 2 noir e 3 western … atipici (con trailer)

Proseguendo nella mia continua ricerca di buoni titoli fra cult semisconosciuti, trascurati dai più e segnalati come sottovalutati da aficionados e cinefili, sono giunto a un paio di western a dir poco atipici, in particolare quello Jim Jarmusch che rientra nella nel sottogenere degli acid western. Di questo ulteriore gruppo, spesso combinato con quelli revisionisti, non avevo mai letto alcunché ma ho scoperto che vi rientrano film, come El topo (1970, Alejandro Jodorowsky) e The Shooting (1969) e Ride in the Whirlwind (1968) entrambi diretti da Monte Hellman nel 1966 e con un giovane Jack Nicholson, tutti a me noti e visti più di una volta. Antesignano del genere viene considerato l’ottimo The Ox-Bow Incident (1942, Wellman, aka Alba fatale, con Henry Fonda). All'altro invece ci sono arrivato seguendo la filmografia dell’ungherese André De Toth, uno dei tanti valenti cineasti mitteleuropei emigrati negli Stati Uniti. I suoi maggiori successi sono noir e western, ma forse quello più conosciuto è un horror, House of Wax (1955, con Vincent Price), storico per essere il primo film in 3D con suono stereofonico.

 

Dead Man (Jim Jarmusch, USA, 1995)

Una vera sorpresa, relativamente moderno ma mai sentito nominare … grande flop al botteghino (9 milioni di budget, circa 1 di incassi). Eppure contava su Johnny Depp come protagonista e un cameo del quasi 80enne Robert Mitchum, diretto dallo stimato Jim Jarmusch, con un più che avvincente commento musicale originale di Neil Young. Anche la fotografia in bianco e nero è ottima ma, ovviamente, se ne accorsero solo quelli che guardarono il film; candidato alla Palma d’Oro a Cannes e 6° miglior film dell’anno per Cahiers du Cinéma. Cos’è quindi che andò storto? Probabilmente, oltre a un cattivo lancio e scadente distribuzione, influirono i singolarissimi personaggi e la trama quasi surreale, che include molto humor negro e anche macabro, tante dotte citazioni (tipiche di Jarmusch, ma non per tutti), lo stravolgimento dei canoni dei western, sia classici, che spaghetti che revisionisti, allucinazioni, travestitismo, cannibalismo e cultura dei nativi. Personalmente non apprezzo Depp e anche in questo caso sembra assolutamente fuori contesto, ma potrei anche pensare che fu scelto apposta per apparire un ingenuo spaesato cittadino (almeno nella prima parte) al contrario di tanti altri volti dalle forti connotazioni, certamente poco rassicuranti.

Per fornire una vaga idea del film, ecco il trailer originale. Senz’altro lo consiglio a chiunque abbia mente aperta e sia interessato a guardare buoni film anche se fuori dei canoni.

Day of the Outlaw (André De Toth, USA, 1954)

Senza dubbio il migliore dei 3 film di De Toth inseriti in questo gruppo; guardandolo non si può fare a meno di pensare a The revenant (2015, Iñárritu) e a The Hateful Eight (2015, Tarantino) per avere gli esterni girati in lande inospitali e pesantemente innevate. A questa particolarità si aggiunge l’atipica trama pur avendo personaggi più o meno canonici. In un piccolo agglomerato di case in mezzo alla valle innevata è in corso una violenta diatriba fra due allevatori (divisi anche dall’amore per la stessa donna) che monta rapidamente verso uno scontro a fuoco quando arriva un gruppo di banditi in fuga (con bottino, dopo aver assalto una banca) e si impadroniscono del villaggio. Si passa così da una questione personale fra due uomini (facilmente risolvibile) al confronto fra una mezza dozzina di banditi armati a stento tenuti a freno dal loro capo (un ottimo Burl Ives) e una ventina di abitanti (che sono stati disarmati) compresi donne e bambini. 

Anche di questo film propongo il trailer che mi sembra abbastanza significativo.

  

Ramrod (André De Toth, USA, 1947)

Altro western del regista ungherese e anche questo si distingue dai canoni classici per avere per protagonista una donna (un’inadatta Veronica Lake) che in modo a volte ingenuo e a volte subdolo riesce a mettere gli uni contro glia altri, opponendosi anche al suo ricco padre e ottenendo quello che vuole … ma forse non tutto. Per il resto è una tipica guerra fra allevatori senza esclusione di colpi, con un bando che vorrebbe agire secondo legge e l’altro che non esita a far fuori personaggi scomodi. Buon western non banale, senz’altro sopra la sufficienza.

Crime Wave (André De Toth, USA, 1953)

Uno dei tanti noir diretti da De Toth, e anche questo film non è semplice variante di altri già visti. Un ex galeotto redento viene raggiunto da un suo vecchio compagno di cella ferito nel corso di una rapina e da quel momento in poi si susseguiranno una serie di eventi che lo implicheranno sempre di più. Interessanti personaggi, ben interpretati e ben diretti. Per appassionati dei noir degli anni ’50, vanta un buon 7,4 su IMDb e 67% su RT.

Railroaded (Anthony Mann, USA, 1947)

Certamente Anthony Mann ha diretto film migliori e non è questo quello per il quale sarà ricordato. Lavoro onesto, ma con sceneggiatura abbastanza banale e anche le interpretazioni non sono di quelle memorabili. Guardabile.

martedì 12 maggio 2020

Micro-recensioni 156-160: con Pabst, Hugo, Corman e … Joker

Questa eterogenea cinquina comprende tre notevoli film di quasi un secolo fa (due muti, uno purtroppo incompleto, tratti da romanzi di Victor Hugo) si aggiungono la prima collaborazione fra Roger Corman e Vincent Price e un candidato Oscar iraniano.
La tragedia della miniera (G.W. Pabst, Ger/Fra, 1931)
Ottima e significativa co-produzione franco-tedesca, un film basato sul maggior disastro minerario europeo, quello di Courrières del 1906 che causò la morte di 1.099 minatori. Pur non essendo stato girato in miniera, Pabst riesce a rendere la storia molto realistica, di passo rapido e senza indugiare su scene commoventi e strappalacrime.
Ottimi i tempi, il montaggio, le inquadrature e le interpretazioni. I chiari messaggio del film sono fratellanza, pacifismo e internazionalismo. Importante la scelta di mantenere le lingue originali (francese e tedesco) per sottolineare sia gli attriti conseguenti alla precedente guerra, sia la sincera collaborazione fra le squadre di soccorso; del resto, il regista era sostenitore dell’internazionalismo. Per esempio nello stesso anno aveva già realizzato due versioni diverse dell’Opera da tre soldi di Brecht, una con cast tedesco e l’altra francese e l’anno successivo avrebbe diretto ben 3 versioni di L’Atlantide (in tedesco, francese ed inglese).

L'uomo che ride (Paul Leni, USA, 1928)
Noto quasi esclusivamente fra i cinefili, e da questi apprezzato, si tratta di un adattamento di un romanzo di Victor Hugo con un notevole cast internazionale. Infatti, il protagonista del melodramma è il tedesco Conrad Veidt, già molto famoso in patria che molti ricorderanno nei panni di Cesare (il sonnambulo del Dr. Caligari) e, molti anni dopo, nel ruolo del Maggiore Strasser in Casablanca (1942, Michael Curtiz). Al suo fianco due star del muto degli anni ’20, l’americana Mary Philbin che 3 anni prima si era affermata con The Phantom of the Opera (1925, con Lon Chaney) e la russa Olga Baclanova che 2 anni prima aveva abbandonato la sua compagnia in tournee in USA e subito fu adocchiata dai produttori di Hollywood e subito dopo L'uomo che ride apparve in The Docks of New York (1928, von Sternberg), ma il suo ruolo più famoso sarebbe stato quello di Cleopatra in Freaks (1932, Tod Browning). Ottima messa in scena nella quale spicca la bravura di Conrad Veidt che recita con la fronte e gli sguardi, visto che il protagonista era stato sfigurato da bambino ed aveva la bocca fissata in un perenne ghigno … quello che nel 1940 avrebbe ispirato i creatori del personaggio di Joker, l’acerrimo nemico di Batman.
Les Miserables - I Jean Valjean (Henri Fescourt, Fra, 1925)
Purtroppo, dopo aver guardato la prima parte di Les Miserables (film di 6 ore, diviso in 4 capitoli) le tre successive sono state eliminate da YouTube. Peccato, perché a giudicare da quanto ho potuto vedere mi è sembrato un ottimo adattamento, probabilmente uno dei più riusciti, del famoso romanzo di Victor Hugo. Se qualcuno può vedere come uno svantaggio il fatto di essere muto, deve d’altro canto considerare che in sei ore si può rendere molto meglio la complicata trama che si sviluppa nell’arco di parecchi anni senza quindi essere costretti a fare sunti o eliminare di sana pianta delle parti. Ne riparlerò quando riuscirò a recuperare il resto.

House of Husher (Roger Corman, USA, 1960)
Una dei tanti adattamenti del famoso racconto di Edgar Alla Poe, diretto e prodotto da Roger Corman, con protagonista un ottimo Vincent Price, questa volta in un ruolo più realistico, seppur folle, e non da horror classico. Questa dovrebbe essere la quarta versione, la prima a colori, ma continuo a preferire la versione muta diretta da Jean Epstein (1928), con adattamento di Luis Buñuel. Comunque, Corman si avvantaggiò molto bene del colore sia per gli interni che per la scena (reale) dell’incendio, tanto che poi la riutilizzò in altri suoi film. Da produttore e regista di cosiddetti B-movies, aveva fiuto per cogliere tutte le occasioni che gli si presentavano per girare scene reali e risparmiare tanti soldi. Gli esterni li andò a girare in un’area appena devastata da un incendio e, come già accennato, per l’incendio della casa utilizzò un edificio che doveva essere demolito.

Children of Heaven (Majid Majidi, Iran, 1997)
Parte bene, si sviluppa in modo un po’ ripetitivo somigliando molto a Il palloncino bianco (1995) di Jafar Panahi, Camera d’Or a Cannes, e si conclude in modo insulso … meraviglia la Nomination all’Oscar, certamente eccessiva. Considerati i tanti buoni film iraniani, questo è certamente evitabile.