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domenica 8 dicembre 2019

Ultime note hawaiiane: piatto, bevanda, agrume e Natale

Anche questa "spedizione" è giunta al termine e a quanto scritto nei precedenti post aggiungo qualche singolarità: pokekava (awa alle Hawaii), pummelo (pomelo) e addobbi natalizi a Honolulu.

Il terzo tacchino (vedi precedente post) era accompagnato da altri piatti locali fra i quali vari tipi di poke (pesce crudo marinato) e dalla mitica kava.
Con la dilagante invasione dei cibi orientali ormai il poke si anche trova in Italia, ma quelli di Oahu sono certamente più originali e sono fra i miei piatti preferiti. 
Oggi molto comune in Giappone anche se, in realtà, è certamente originario delle Hawaii, si trova in varie versioni le cui più diffuse sono quelle a base tocchetti di pesce, soprattutto aku (tonnetto striato) o ahi (tonno pinna gialla), o di polpo (heʻe). Alghe e sale marino sono indispensabili, le salse cambiano molto in base alle aree.

Come “aperitivo” mi è stata offerta la mitica kava, bevanda derivata dalle radici del Piper methysticum, pianta originaria delle isole del Pacifico occidentale.
La bevanda è in un certo senso discussa in quanto produce effetti in parte simili a quelli dell'alcool o di droghe leggere ma certamente non produce assuefazione né dipendenza, né induce aggressività o propensione alle liti, piuttosto facilita una calma conversazione a bassa voce, è quasi soporifera, inducendo una certa sonnolenza … quasi una camomilla. Dicevo discussa in quanto, seppur tradizionalmente quasi sacra nelle isole del Pacifico dove viene consumata in abbondanza anche in eventi ufficiali, non si conoscono a fondo gli effetti del suo consumo massiccio e prolungato. Ciò ha fatto sì che in vari periodi la kava sia stata bandita e tutt’oggi vari medicinali a base di estratti di Piper methysticum sono commercializzati liberamente in alcuni paesi, proibiti in altri.
I presenti alla cena, consumatori settimanali (weekend) e tutti legati in un modo o nell'altro alle isole dove è culturalmente inserito come Fiji e Filippine, hanno contribuito con le loro preparazioni (quasi una pasta) che vengono poi allungate con acqua a temperatura ambiente, e servite da una ampia coppa conica (kava bowl) che poggia su 4 o più piedi, tutto realizzato da un unico pezzo di legno. La coppa viene solo risciacquata, ma mai lavata … come si faceva con le macchinette da caffè napoletane. Solitamente la kava viene servita in coppette ricavate da noci di cocco tagliate a metà e poi levigate; molti hanno la loro “tazza personale”, che portano con sé.
Mi era stato anticipato il sapore amaro (gusto che preferisco insieme al piccante) che per molti “esordienti risulta quasi disgustoso, ma non mi è sembrato particolarmente tale. Mi sono fermato a tre abbondanti tazze perché non volevo riempirmi lo stomaco di liquidi primi di mangiare, ma non ho percepito alcun effetto particolare.


I frutti degli alberi di Citrus maxima (pomelo, pummelo, jabon, shaddock, pampaleone) sono certamente fra i più grandi visto che arrivano a pesare perfino 4 chili; quelli che settimanalmente arrivavano al Foster Botanical Garden (gentilmente offerti da uno dei giardinieri che ne produceva in abbondanza) si aggiravano sui 2 kg, quello della foto uno dei più piccoli. Il frutto è ormai sempre più in voga per i suoi effetti benefici, strano che abbia tardato tanto. Si tratta di uno degli agrumi più antichi, fra i capostipiti, dall’ibridazione del quale derivano sia il pompelmo (più amaro) che il cedrangolo (arancio amaro) da noi usato per lo più come portainnesto di tante altre specie di agrumi. Ha aspetto piriforme, una buccia molto spessa e la pelle che racchiude ciascuno spicchio è quasi immasticabile e per questo viene di solito rimossa. Molto succoso, ha sapore molto gradevole e bilanciato: meno dolce delle varie arance, meno aspro di limoni e mandarini, meno amaro dei pompelmi. 


Curiosità: 
davanti alla sede storica del municipio (Honolulu Hale), ogni anno viene montata una scenografia nella quale dominano le enormi figure di Shaka Santa (Papà Natale, shaka dall’ormai noto gesto amichevole e augurale) e la sua compagna Tutu Mele, attorniati da tartarughe e pinguini.

venerdì 29 novembre 2019

A furia di mangiarne, diventerò un tacchino?

Ultima settimana a Honolulu, completati rilievi e compilazioni mappe, sono "impegnato" in relax, mare (foto sotto, Magic Island Lagoon) e festeggiamenti, questi ultimi condizionati dal Thanksgivingla festivià americana che riunisce le famiglie più che il Natale, ed è ben noto che la sua pietanza simbolo è il tacchinoFa riferimento al primo anno di soggiorno dei pellegrini/coloni del Mayflower, giunti in Massachusetts nel 1620, al termine del quale festeggiarono insieme con i nativi ma non è certo che i tacchini furono inclusi nel menu. La festività moderna (mobile, ultimo giovedì di novembre) fu tuttavia istituita solo nel 1863 da Lincoln, in piena Guerra Civile.


   

Martedì 26 al Foster BG organizzarono per me un potluck (evento mangereccio per il quale ognuno porta qualcosa) con tanto di puakalaunu (la ghirlanda a mo’ di corona) e il vero e proprio lei (al collo), al quale parteciparono a turno buona parte dello staff amministrativo, botanici, giardinieri e volontari. 


Ovviamente non mancava il tacchino, in questo caso cotto in grosse foglie di Ti (Cordyline fruticosa, non tè, foto sotto a sx) come se fosse al cartoccio, similmente a come tradizionalmente si cuociono anche altre carni e pesci nelle isole del Pacifico, nel caratteristico forno interrato. Era accompagnato da Lomi salmon, Jook soup, SukimonoKorean kimchee pancake, Loaded mashed potatoes (bacon & cheese), Pan fried shrimpsPan fried chicken wonton, 2 Pumpkin pie (with and without crust), Lomi Sami dip, Hot jalapeño sauce, fried garlic e vari altri condimenti e snack.
   

Dopo la pausa di mercoledì (con un buon piatto di garlic and beef veggie crispy ramen in stile vietnamita (sopra a dx) è arrivato il Thanksgiving luncheon organizzato dalla coppia coreano-americana di cui sono ospite (AirBnB) al quale hanno partecipato 4 dei 5 figli, con qualche consorte, una decina di nipoti dai 10 mesi ai 10 anni e altri tre ospiti della casa. (sottto Vance, il capofamiglia, al taglio del tacchino)




Essendo tutto preparato dallo stesso gruppo, c’era minor varietà ma maggior quantità (sotto a sx solo parte del cibo, e i dolci erano su altro tavolo) e, con mio sommo piacere, c'era abbondante ed ottima cranberry sauce (a dx), salsa a base di ossicocco (Vaccinium sub. Oxycoccus, alias mirtillo palustre) che tradizionalmente accompagna le fette di tacchinopenso quasi del tutto sconosciuta in Italia. Si tratta di ricetta estremamente semplice visto che combina mirtilli, acqua e zucchero (da restringere sul fuoco) e aggiunta di buccia di arancia, anche se molti preferiscono il limone. In questo caso, erano anche state aggiunte noci, variante abbastanza comune. 

   

Come in ogni pranzo tradizionale legato a festività, è rimasto tanto cibo, in parte ripartito fra i convitati, in parte sistemato in contenitori messi poi in frigo. In ogni famiglia che si rispetti non si spreca cibo e quindi, visto che al party di martedì al Foster Botanical Garden la mia partner di rilievi cartografici era bloccata a casa con febbre, non mi ha meravigliato e tantomeno offeso il suo invito per un pranzo di arrivederci a base di leftovers (avanzi) che certamente includeranno tacchino ... terza volta in 4 giorni!

venerdì 22 novembre 2019

Piante molto particolari: Eucalyptus arcobaleno e Pianta cadavere!

Entrambe possono essere ammirate negli Honolulu Botanical Gardens, il primo (2 grossi alberi) a Wahiawa e la seconda (enorme infiorescenza molto puzzolente) al Foster, nella serra delle orchidee, anche se non lo è.

Andiamo per ordine … non sono pochi quelli che definiscono l’Eucalyptus deglupta l’albero più bello al mondo e, certamente se ci si riferisce alla parte legnosa, è anche fra i più singolari. 
I nomi comuni internazionali sono Rainbow eucalyptus (E. arcobaleno), Mindanao gum e rainbow gum, il primo per i suoi colori, gli altri due per produrre una resina gommosa dai vari utilizzi.
Originario delle Filippine, fu introdotto nelle Hawai'i per riforestazione proprio nel Wahiawa Botanical Garden, nel 1929. Quello della foto di apertura (nella quale compaio anche io e la botanica che mi ha assistito nei rilevamenti e compilazione delle mappe) è uno dei due piantati all’epoca e quindi ha oltre 90 anni. Questa varietà di Eucalyptus è l’unica originaria dell’emisfero nord, le altre centinaia di sono invece native di territori a sud dell’equatore, in particolare australiane. 

   


Questi Rainbow eucalyptus hawaiiani, pur essendo ben vistosi, pare che debbano essere considerati poco colorati se comparati con i loro simili nel luogo di origine, vale a dire le Filippine dove prolificano particolarmente bene nelle aree calde e umide. Lì, infatti, crescono ancor più rapidamente raggiungendo notevoli altezze, fino a 60m, e i colori sono ancor più vari e brillanti, dal giallo vivo al blu scuro. Ho aggiunto qualche foto recuperata in rete, giusto per mostrare come possano apparire. 
  


L’altra pianta, Amorphophallus titanum (aro titano o aro gigante, famiglia delle Araceae), possiede l’infiorescenza più grande al mondo, endemica dell'isola di Sumatra (Indonesia).
   


L’infiorescenza “a spadice”, come si può ben notare nelle foto (quella a sinistra è una di quelle del Foster), è veramente enorme e può raggiungere i 3 m di altezza. La fioritura dura meno di una settimana e, in quei pochi giorni, si formano file considerevoli di semplici “ammiratori” e, ovviamente, di cacciatori di selfie. Qui la fioritura viene annunciata non solo via siti istituzionali e social ma spesso anche sui quotidiani. Oltretutto c’è da dire che il nome comune inglese (Corpse plant) suscita molta curiosità anche in chi ne sa molto poco in quanto letteralmente significa “pianta cadavere”. Questo appellativo deriva dal fatto che l’infiorescenza emana un forte odore (non proprio allettante) di materia organica in putrefazione avanzata.

lunedì 18 novembre 2019

Altra settimana hawaiiana molto intensa!

Settimana passata fra Botanical Gardens (4 su 5), 10 film all’HIFF (Hawaiian International Film Festival) oltre a quelli al Movie Museum e l’immancabile cibo asiatico. Con un paio di blitz, come sempre assistito da Naomi (la botanica che sceglie gli alberi e piante da riportare in carta), non solo abbiamo concluso la mappatura dei due Orti Botanici ancora privi di mappa dettagliata (Wahiawa e Lili’huokalani), ma abbiamo anche realizzato mappa tecnica (per l’irrigazione) del Koko Crater Botanical Gardens. Nel corso della settimana prossima, fra un’impaginazione e l’altra delle mappe, dovrei avere più tempo per le foto.
   
sopra: base del tronco del Rainbow Eucalyptus (Eucalyptus deglupta
e i vistosi fiori della Scarlet Jade Vine (Mucuna bennettii)  *  Wahiawa BG
L'Orto Botanico di Wahiawa comprende di tre parti ben distinte, la terrazza principale, con prati ben curati, panchine e fontanine, in gran parte accessibile anche con carrozzine (solo poche traverse con fondo in ghiaia non lo sono), una ripa a nord attraversata da vari sentieri cementati che permettono di accedere alla terza area, selvaggia, stretta e lunga, in effetti il greto del torrente, quasi sempre in secca ma soggetto ad occasionali flash flood, con due tratti interdetti. In effetti c'è anche una piccola parte nella ripa opposta, accessibile tramite scalette. Quella a sinistra è l'essenziale cartina sull'attuale dépliant, relativa solo a terrazza principale e ripa sud, con poche specie segnalate. A destra la bozza della nuova mappa con molte più piante, ed è incluso il greto del torrente che verrà stampato sul verso. Un buon passo avanti!
   
Del piccolo Lili'uokalani, giardino della prima e ultima regina regnante delle Hawaii, deposta dai nel 1893 con l’appoggio dei Marines nel tentativo di annettere l'arcipelago agli USA, cosa che però avvenne solo nel 1959, quando diventò il 50° stato dell'unione. Pur deposta e agli arresti domiciliari nel palazzo reale Iolani, la regina Lili'uokalani poteva disporre dei propri beni e lasciò alla città (specificamente per uso pubblico) varie proprietà fra le quali questo giardino. La maggior parte dei grandi alberi che fiancheggiano il torrente (con tanto di piccola ma suggestiva cascata) sono ben più vecchi di un secolo e sono quasi tutti Monkeypod (Samanea Saman, Fabaceae, gruppo mimosoide, noto anche come rain tree o Hitachi tree), una specie che, avendo spazio, non si sviluppa tanto in altezza quanto in larghezza formando con la sua chioma delle perfette calotte sferiche. Questo della foto, che si trova nel parco Moanalua qui ad Honolulu, è uno dei più famosi e grandi: con una chioma di ben 40m di diametro per “solo” 25m di altezza, il tronco ha circonferenza di 7m. 
Altra specie presente quasi ovunque nelle zone aperte del giardino sono le Loulu palm, ma c'è ne sono anche tre Royal, slanciate e altissime, quasi come quelle del Foster BG, alte oltre 35m.

Di questo orto botanico non esisteva né il dépliant e tanto meno una mappa, neanche uno schizzo. Questa è la bozza, sul retro saranno aggiunte descrizioni delle piante evidenziate in mappa, nonché breve storia giardino.

Cinema: all'HIFF ho avuto occasione di guardare The Irishman (qui la recensione), il più recente film di Scorsese con Robert DeNiro, Joe Pesci e Al Pacino. Come è noto, essendo prodotto da Netflix, praticamente non è distribuito in sala e quindi posso reputarmi più che fortunato per averlo visto su schermo grande. Ho avuto anche modo di guardare film che con tutta probabilità non giungeranno mai in Italia nonostante vari di essi siano stati apprezzati in Festival importanti come Cannes anche And Then We Danced (Georgia), J'a perdu min corps (Fra), Arab Blues (Tun/Fra) A vida invisivel (Bra), The Last Color (Ind), commentati nelle microrecensioni 341-345 e 346-350, quelle di Portrait de la jeune fille en feu e Beanpole / Dylda saranno pubblicate fra un paio di giorni nel prossimo gruppo. Ma quello che più mi è piaciuto è stato Chunhyang (Corea, 2000, di Kwon-taek Im), visto un paio di giorni fa al Movie Museum.
    
Cibo
Spicy pork kimchee ramen (Japan, foto a dx), Pad Thai (Thailand), Beef laksa (Malaysia), Chow Funn gravy (cantonese, China, foto a sx), Teri chicken bukkake udon (Japan) e altri meno interessanti.

sabato 2 novembre 2019

Cibi e fiori esotici al Foster Botanical Garden

Giovedì mattina, dopo un summit per fare il punto della situazione in merito alle mappe, ci siamo uniti a gran parte dello staff per un Halloween Party , come avevo anticipato nel post precedente. Interessanti assaggi di pietanze tipiche delle isole del Pacifico, anche se alcune presenti in altri paesi tropicali, con leggere varianti:
Laulau chicken – piatto originale hawaiano, maiale o pollo avvolto in foglia di taro, una volta si cuoceva sotto la sabbia, oggi si inforna (foto al lato)
Ulu - breadfruit cotto in latte di cocco, con cipolla
Squid luau – stracotto di calamari a pezzetti e luau (foglie di taro), poi leggermente soffritto e infine amalgamato in latte di cocco con un poco di zucchero
Lomi salmon - insalata di salmone e pomodoro a cubetti, con un po' di cipolla e aromi
Poi donut - dolce, si è rivelato molto più gradevole del semplice poi (purea di taro, tubero ricchissimo di amido, base della cucina del Pacifico) che è fra i pochi cibi ai quali, quando posso, rinuncio ... per essere troppo "colloso".
Kakimochi (o Arare) – snack a base di riso insaporito nella soia che si combina con una gran varietà di altri ingredienti e viene preparate in tante forme e misure diverse.
Succo misto di guava e passion fruit

A tutta questa varietà ha fatto seguito ai tanti altri piatti orientali che ho scelto nei giorni precedenti, mangiando per lo più a Chinatown: Chicken Katsu udon, Char siu noodle (cantonese), Beef chow funn (cantonese), Mapo tofu soup noddle (giapponese, ma anche cinese, foto al lato), Liver, bacon and onions Hawaiian style (fegato fritto con bacon e cipolle, ben diverso da come di solito lo mangio in Italia, Spagna, Porttogallo)Garlic chicken udon salad (giapponese) … oggi è stato invece il turno di Wonton Laksa (nella foto di apertura). Questo è un piatto tipico malese, molto diffuso anche in Indonesia e Singapore; ci si può mettere dentro di tutto ma la base è costituita da una zuppa di curry e latte di cocco, sempre con verdure, germogli di soia e noodles. Oltre a ciò e, in questo caso, agli ovvi wonton, la mia comprendeva anche fette di tofu e mezzo uovo sodo. Ho posizionato i chopstick sui bordi della scodella monoporzione (una zuppiera enorme) per dare l'idea della quantità servita. Provate le versioni originali solo se sopportate il peperoncino! Resta uno dei miei piatti preferiti! 
Nel complesso ciò rispecchia la multietnìa delle Hawaii che, come ho ripetuto più volte, vede una maggioranza assoluta di asiatici e fra loro quelli di origine giapponese sono predominanti. Per esempio, fra la ventina di partecipanti c'erano solo due "bianchi" (haole), circondati da nativi, giapponesi, coreani, filippini, ...

Prima di avviarmi verso Kaimuki per il film quotidiano, e approfittando della bella luce, ho avuto anche il tempo di andare a scattare qualche foto di fiori all'aperto (questi in alto sono quelli enormi del Cannonball tree Couroupita guianensis) e poi nella serra delle orchidee. Peccato che il curatore (Randy) sia andato in pensione e non c'era nessuno che mi illustrasse le particolarità delle varie specie attualmente in fiore, eccone alcune:



In settimana prossima dovrei avere il tempo di scattare un po' di foto nell'Orto Botanico di Wahiawa.

giovedì 31 ottobre 2019

Falsi miti e pregiudizi: le Hawaii sono inavvicinabili (per la tasca)

Pensate siano carissime? Non è per niente vero, specialmente considerando il rapporto qualità/prezzo. Certo si spende di più che in una località balneare sulla costa adriatica fuori stagione e c’è l’inevitabile costo del lunghissimo viaggio, ma si spende di gran lunga meno che in paesi europei come quelli scandinavi, molto meno che a Parigi o ad Amsterdam. Se si riesce a spalmare il prezzo del viaggio (un migliaio di euro) su un periodo di oltre un mese e si divide la camera può diventare un soggiorno economico (sempre relativamente). 
Ovviamente, molto dipende dallo stile di vita che vorrete mantenere e dai divertimenti che vi vorrete concedere. La destinazione (nell’ambito dell’arcipelago) è fondamentale! A parità di servizi, una settimana in una delle località più turistiche di Maui può costare quanto un mese a Honolulu, capitale delle Hawaii, città di circa un milione di abitanti, la migliore degli USA in quanto a qualità di vita.
Si mangia bene, vario e in modo abbondante per 10 euro o poco più ma, volendo anche meno, basta evitare le zone turistiche e scegliere fra le centinaia di ristorantini etnici a conduzione familiare. Ricordate che oltre la metà della popolazione hawaiana è di origini asiatiche quindi i piatti sono originali e non modificati per turisti. Si può quindi contare su una gran varietà di cibi giapponesi, vietnamiti, coreani, cinesi e filippini, ma non mancano i thailandesi, anche nel mercato di Chinatown.


Le spiagge libere e sorvegliate non si contano (come quella della foto di apertura, in pieno centro), quasi dovunque troverete chi vi presta un surf e vi insegna i primi rudimenti, per soli 7 euro si può fare snorkeling in tutta sicurezza nel cratere di Hanauma Bay (Area Naturale Protetta, con tartarughe e 450 specie di pesci tropicali, foto sopra).
Per spostarsi si può usufruire di un ottimo servizio pubblico che è relativamente economico per chi resta varie settimane, con l'abbonamento mensile a 70 dollari che permette di andare in qualunque posto dell'isola i cui estremi sono a ben 80km di distanza. Se poi siete "vecchietti" (oltre i 65, come me) il vostro pass mensile avrà l'incredibile costo di 6 (proprio sei) dollari. Aggiungete che tutti gli autobus hanno aria condizionata, rampa per carrozzine, rack per biciclette (trasporto gratutito), display sempre funzionante e parlante, biglietto a bordo (se non si ha tessera), puliti e puntuali per quanto possibile (in alcuni orari il traffico è imprevedibile).

   

Scegliendo di fermarsi almeno un mesetto, è fondamentale avere qualcosa da fare. Non pensate al lavoro, ci sono tanti corsi gratuiti o a poco costo, si può migliorare il proprio inglese, e altre possibilità da non sottovalutare sono offerte dal volontariato, molto comune negli USA, … ciò che ho fatto fin dal mio primo viaggio nel corso del quale mappai 2 dei 5 Orti Botanici di Honolulu, Foster (foto sopra e sotto) e Koko Crater

   

Nel 2016 fui invitato a tornare per compilare la cartina di quello più vasto (Ho'omaluhia, oltre 160 ettari) e nell’occasione aggiornai le mappe precedenti. Stavolta sono alle prese con quello di Wahiawa, relativamente piccolo ma quasi senza carta base e con tanti sentieri contorti. Trovandomi, penso di mappare anche il quinto, Liliʻuokalani, di dimensioni ridotte e di minor interesse botanico, ma molto piacevole da visitare soprattutto grazie al ruscello che lo attraversa.



Da volontari (disponibili e attivi) si ha occasione di conoscere tanti residenti (di solito di origine giapponese, coreana, filippina, …), di interagire con loro e di evitare la vita da turista. I party e i potluck sono all’ordine del giorno e le persone socievoli avranno tanti inviti e suggerimenti.
Nell’ambito dei viaggi impegnativi (come budget, ma soprattutto a causa del volo) un soggiorno alle Hawaii si può considerare relativamente economico e, viaggiando in più persone e allungando diventa un sogno più che realizzabile.

Domani Halloween Party al Foster Botanical Garden!

giovedì 6 aprile 2017

I Botanical Gardens di Honolulu, lo staff ... ed io

Se passate per Honolulu (lo suggerisco e auguro a tutti), visitate almeno qualcuno dei cinque Orti Botanici, ognuno molto diverso dagli altri. 
Si va dallo storico Foster proprio al centro della città, a pochi minuti a piedi dal business district e Chinatown, all’Ho’omaluhia (il più grande, 160 ha, foto a sx) attorno ad un lago ai piedi delle ripidissime balze del Koʻolau Range, al Koko Crater all’estremità SE dell’isola, situato sul fondo di un cratere e dedicato alle specie dei climi aridi, a quello di Wahiawa (al centro dell’isola) che grazie alle sue più copiose precipitazioni si presenta quasi come una foresta tropicale, al piccolissimo Lili`uokalani, anch’esso in centro, attraversato da un ruscello. Parlo con cognizione di causa in quanto posso affermare di conoscere i primi 3 a menadito per aver passato molto del tempo nel corso del mio ultimo soggiorno mappandoli in dettaglio.
 Koko Crater Botanical Garden (l'intero fondo del cratere)
 il ponte sulla vallone del Wahiawa Botanical Garden
Si paga solo al Foster (5 dollari), per gli altri l’ingresso è gratuito così come le cartine (ora anche online) e qualunque di essi visitiate troverete uno staff estremamente disponibile anche se solo al Foster sono previsti regolari tour guidati (giornalieri e gratuiti). 
Dopo questa molto sommaria descrizione, mi sento in dovere di aggiungere un commento in merito ai dirigenti, dipendenti e volontari che popolano e fanno vivere i Botanical Gardens. Ancor più che in altri ambienti della città e dell’isola si nota la serenità con il quale ognuno svolge i propri compiti, probabilmente aiutati anche dalla tranquillità fornita della vegetazione che li circonda e che la fa da padrona. Risalta il grande spirito di collaborazione fra i “regolari” e fra questi e i volontari (numerosissimi in genere negli Stati Uniti e qui in particolare) che con molta professionalità si occupano di tanti aspetti che vanno dalla piccola manutenzione, alle visite guidate, alle lezioni divulgative per scolaresche, alle decorazioni e a tanto altro come per esempio (nel mio caso) la mappatura dei giardini.
Molte volte piccoli gruppi mangiano insieme nell’ora di spacco e almeno ogni due settimane si organizzano party o potluck. Ovviamente ne hanno organizzato uno negli ultimi giorni del mio soggiorno, non solo per il mio commiato, ma anche per festeggiare la realizzazione delle 3 nuove cartine e per invitarmi ufficialmente a tornare per mappare anche Wahiawa (cosa che spero di fare fra 2 o 3 anni).
Molti dei membri dello staff (direttore, botanici, amministrativi, giardinieri e volontari) hanno partecipato alla festa d’addio onorandomi di un bellissimo Haku Lei (la ghirlanda intrecciata che si indossa come corona, il tipo più composito a tre fili intrecciati) composto da Iris, una vera specialista. 
Fra le tante le foto di rito alle quali mi sono prestato in quanto specificamente richieste (non le amo per niente) ne ho scelte due, la prima è quella con Naomi (la botanica che, oltre ad assistermi talvolta nei rilievi, mi indicava le specie da riportare in mappa) ed l'altra di una parte dei convenuti schierati ai piedi di un "esile alberello", l’Adansonia digitata (comunemente noto come baobab) di una dozzina di metri di circonferenza, uno dei simboli del Foster.
... the wonderful new maps that she and our amazing volunteer Giovanni Visetti created. ... Good work, Naomi and Giovanni! (dal comunicato ufficiale degli Honolulu Botanical Gardens)
Grazie a tutti!   *  Thanks to everybody!

venerdì 10 febbraio 2017

Orchidee e altri fiori al Foster B. G. di Honolulu

Molti visitatori si sorprendono per la scarsità di fiori presenti in tanti Orti Botanici, eppure è normale in quanto questi sono di solito orientati più verso la conservazione degli alberi che dei più appariscenti fiori.
Talvolta anche gli alberi sfoggiano splendide fioriture che però spesso si possono apprezzare solo come sguardo d'insieme a causa della distanza da terra.
In molti Orti ci sono però serre più o meno grandi nelle quali si possono ammirare interessanti collezioni, le più frequenti sono quelle di succulente (comunemente dette anche piante grasse) e di orchidee.
Il Foster Botanical Garden (FBG) di Honolulu ha una sola serra, Orchids Conservatory, che come è facile capire è dedicata quasi esclusivamente alle orchidee. Così oggi, terminati i miei rilievi sono andato ad effettuare una battuta di caccia fotografica, accompagnato e guidato nientepopodimeno che dal "conservatore" in persona: Randy.
   
Le prime due foto rappresentano il Paphiopedilum Leeanum,  orchidea appartenete al genere che comprende tante specie comunemente conosciute come  sandalo di Afrodite” o “scarpetta di Venere”. Con questo stesso nome in Italia esiste una specie simile (Cypripedium calceolus) che è a rischio ed è la più grande orchidea della nostra penisola.
Qui in alto è l'Epidendrum ciliaris, E. ciliare, e se ne comprende il motivo. 
Fra le tante ve ne propongo alcune che mi sono sembrate insolite per aspetto e/o combinazione di colori.
   
Visto che c’ero ho scattato qualche altra foto nel Butterfly Garden (giardino delle farfalle) dove sono state create aiuole piene di fiori che attirano i lepidotteri. 
Qui in basso la Poinsettia giamaicana
  Questo è un anticipo, a breve altre foto.