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sabato 14 agosto 2021

Micro-recensioni 201-205: i primi 10 film di Peckinpah (6-10)

Dopo la digressione nel genere commedia (seppur western) in questa seconda cinquina Peckinpah affronta temi, epoche (dal 1881 all’epoca contemporanea) e ambientazioni molto diverse, non solo USA e non solo west, ma anche Messico e UK. Fra essi ce n’è addirittura uno nel quale la violenza si limita a qualche pugno e una rissa da bar e c’è anche il mio preferito, e da questo comincio.

Bring Me the Head of Alfredo Garcia (Sam Peckinpah, 1974, USA) aka Voglio la testa di Garcia

Nei primi minuti sembra un western ambientato in una hacienda messicana a cavallo del secolo, ma improvvisamente si scopre che è tutt’altra cosa e diventa un road movie tendente alla commedia grottesca, con tanti personaggi e ancor più sparatorie. “Volere la testa di qualcuno” è una espressione utilizzata di solito in senso figurato, ma in questo caso c'è un jefe (Fernández) che la vuole fisicamente come prova dell’eliminazione definitiva del giovane Alfredo e quindi il discorso è ben diverso. Ma è solo il titolo italiano a creare l'equivoco, in inglese è molto più chiaro e significativo traducendosi letteralmente come "Portatemi la testa di Alfredo Garcìa", e detta testa farà un lungo e travagliato viaggio per strade polverose e desolate, in pueblos con fiestas e funerali, fra furti, agguati, inseguimenti e sparatorie.

Il protagonista di questa storia originale è il pianista Bennie, interpretato da Warren Oates, un fedelissimo di Peckinpah che compare di solito in ruoli marginali, ma qui promosso a primo attore. Il cast misto hollywoodiano/messicano è molto ricco e fra quelli che hanno brevi ma sostanziali parti, ci sono anche guest stars come Kris Kristofferson (l’anno prima protagonista con James Coburn di Pat Garret & Billy The Kid dello stesso Peckinpah, le star TV Robert Webber e Gig Young (Oscar per Non si uccidono così anche i cavalli?, 1969) e, fra i messicani, il fedelissimo Emilio Indio Fernandéz (stimatissimo regista, qui attore) e la sex symbol dell’epoca Isela Vega oltre a tanti extra e comparse con un’infinità di bambini messicani.

Non meraviglia il fatto che, pur essendo stato un quasi fiasco al botteghino e anche poco apprezzato dalla critica all'uscita, sia poi diventato un cult, definito l'ultimo vero film di Peckinpah il quale dichiarò che questo fu l'unico suo film uscito come lui lo aveva immaginato, quindi un director’s cut senza interventi della produzione. Né meraviglia leggere che, per caratteristiche e contenuti, Bring me the Head of Alfredo Garcia sia fra i film preferiti in assoluto di registi come Tarantino, Lynch e Takeshi Kitano. Da non perdere.

 

Straw Dogs (Sam Peckinpah, 1974, USA) aka Cane di paglia

Film di tema veramente diverso ed ambientato in epoca contemporanea in un paesino sulla costa meridionale dell’Inghilterra, facendone un quadro per nulla lusinghiero. L’apparente tranquillità dell’area rurale e del villaggio nel quale tutti si conoscono, viene presto turbata dall’arrivo di un matematico americano con la giovane e provocante (in entrambe i sensi) moglie, già residente nel paese. Segue un crescendo di tensione e violenza, con minacce, stupri, omicidi e tentativi di linciaggio. Film che fu molto criticato per tanta violenza, anche perché sembrava più realistica, al contrario delle sparatorie esagerate dei western precedenti. Inusuale il cast con Dustin Hoffman protagonista e il resto inglese; Nomination Oscar per il commento sonoro.

Junior Bonner (Sam Peckinpah, 1972, USA) aka L’ultimo buscadero

Si rimane nel west e fra gli ultimi cowboy moderni, ma stavolta si tratta di quelli che partecipano ai grandi rodei. Alla resa dei conti, i tantissimi dettagli, primi piani, il solito rapido montaggio al quale si aggiungono le brevi scene ralenti, lo rendono più simili ad un buon documentario che a una fiction. Ace Bonner, il capofamiglia, sessantenne che ancora partecipa ai rodei, vuole emigrare in Australia, la moglie (separata) è scettica, il figlio Curly (ricco imprenditore) non lo aiuta, toccherà a Junior (Steve McQueen) tentare di procurargli la somma necessaria guadagnandosela in un rodeo. Unico dei 10 film presi in esame a non mostrare armi e non includere morti … in compenso ci sono una buona quantità di scazzottate.

 

Pat Garrett & Billy, the Kid (Sam Peckinpah, 1973, USA)

Mi sono sempre chiesto come e perché Kris Kristofferson sia giunto alla corte di Peckinpah. Non riesce ad andare oltre il suo sorrisetto insulso stampato sulla faccia, qualunque sia la situazione. Oltretutto, in questo film è inevitabile (e impietoso) il confronto non solo con star di Hollywood come James Coburn e Jason Robards, ma anche con tanti altri usuali co-protagonisti utilizzati da Peckinpah. Un altro che non fa una gran figura è Bob Dylan, il quale ebbe una piccola parte nel film ma è ricordato e apprezzato per la colonna sonora, il motivo portante è il famoso pezzo Knockin' On Heaven's Door. Western più o meno classico, anche questo sostanzialmente road movie, che si lascia guardare ma certamente non entusiasma.

The Getaway (Sam Peckinpah, 1972, USA)

Nello stesso anno Steve McQueen fu interprete dei suoi due film diretti da Peckinpah, ma con personaggi quasi del tutto opposti; dopo il cowboy sognatore con problemi famigliari diventa un rapinatore suo malgrado in fuga dai suoi associati. La sceneggiatura si rivela un po’ debole poiché non sarebbe pensabile che uno che passa per essere un professionista del crimine commetta una serie di imperdonabili errori. In quanto a insensatezze è ben coadiuvato da Ali MacGraw (la protagonista di Love Story, 1970, Arthur Hiller), abbastanza incapace sia come compagna che come attrice che infatti conta solo 10 film in carriera fra i quali anche un altro con PeckinpahConvoy, con Kris Kristofferson (altro attore scadente). Il film si riduce ad un rocambolesco lungo inseguimento della coppia in fuga, portato avanti da vari gruppi di malviventi. Finale relativamente originale, ma anch’esso poco plausibile.

mercoledì 11 agosto 2021

Micro-recensioni 196-200: i primi 10 film di Peckinpah (1-5)

Questo ribelle, anomalo regista, proprio a causa del suo carattere, ha diretto solo 14 film, ma gli ultimi 4 sono veramente trascurabili. Fra i primi 10 ci sono invece tutti i migliori, fra i quali vari cult della New Hollywood, a cominciare da The Wild Bunch. Lo si potrebbe quasi definire un Tarantino ante litteram, con tanta violenza e spargimento di sangue nella maggior parte dei suoi film, ma molti annoverano fra i suoi seguaci anche Martin Scorsese e John Woo. I protagonisti sono spesso personaggi particolari avanti con l’età che continuano a credere in certi valori e non si adeguano ai tempi che cambiano. Dedito all’alcool e alle droghe fu capace di litigare con tutti i produttori, licenziato e poi ri-assunto più volte, veniva anche ai ferri corti con le star dei suoi cast ma in fin dei conti tutti lo apprezzavano tant’è che molti attori compaiono ripetutamente nei suoi film: Jason Robards, James Coburn, Emilio Fernández, Warren Oates, Kris Kristofferson, Ben Johnson, David Warner, Slim Pickens, L.Q. Jones and R.G. Armstrong e anche Steve McQueen protagonista di Junior Bonner e The Getaway. Una delle sue frasi preferite (relativamente scherzosa) era: “Quando sono sobrio non riesco a dirigere". Di questo gruppo si può rinunciare solo al suo film d’esordio nel quale, tuttavia, si ritrovano molti degli elementi che ricorreranno nei successivi … una specie di prova generale quando era ancora pressoché sconosciuto. Anche se in alcuni punti l’analisi mi sembra un po’ forzata, in questa recensione di The Deadly Companions vengono evidenziati molti di tali aspetti. Stavolta le microrecensioni sono in ordine cronologico.

  
The Deadly Companions (Sam Peckinpah, 1961, USA) aka La morte cavalca a Rio Bravo 

Al termine della Guerra di secessione americana, durante un assalto ad una banca, un bambino viene accidentalmente ucciso. Uno dei rapinatori si offre volontario per scortare la madre a seppellirlo vicino al marito, in un altro paesino del west, ma il territorio è infestato da banditi e indiani. Il viaggio non sarà per niente facile ...

Ride the High Country (Sam Peckinpah, 1962, USA) aka Sfida nell'Alta Sierra

Questo è il film con il quale Peckinpah si fece notare ed anche questo è una specie di road movie, ma con molti più personaggi del precedente. I protagonisti (pistoleri non più giovanissimi) si conoscono da tempo, ma durante il viaggio fino al campo dei cercatori d'oro, nel breve soggiorno e durante il ritorno si scopriranno i loro veri caratteri.

Major Dundee (Sam Peckinpah, 1965, USA) aka Sierra Charriba

Alla fine della guerra di secessione americana, un plotone di soldati nordisti, integrato da delinquenti e sudisti cooptati, ha il compito di sterminare una banda di Apache che semina terrore e morte, guidati dal capo Sierra Charriba (titolo italiano del film). Oltre a dover controllare i rancori personali per niente sopiti, i due ufficiali protagonisti (il maggiore nordista Dundee/Heston e il sudista "volontario" Tyreen/Harris) dovranno faticare non poco per mantenere la parola data e l'ordine e la disciplina nel gruppo che conta anche 8 volontari colored e, come se non bastasse, dovranno vedersela anche con le truppe francesi all'epoca di stanza in Messico. Cast di gran livello che oltre ai soliti ottimi caratteristi dell’entourage di Peckinpah (come Warren Oates, Ben Johnson, Emilio Fernández, ecc.) vede protagonisti Charlton Heston, Richard Harris e James Coburn.

 
The Wild Bunch (Sam Peckinpah, 1969, USA) aka Il mucchio selvaggio

Come anticipato, questo è il più famoso di Peckinpah ed è ambientato al confine fra USA e Messico nel 1913, in piena rivoluzione messicana con gli scontri fra le truppe di Huerta e quelle di Pancho Villa. Quarto film e quarto road movie western, in questo caso con fuggitivi ed inseguitori americani che però avranno a che fare con il Generale Mapache (interpretato dal famoso regista messicano Emilio “Indio” Fernández) e i suoi rivoluzionari. The Wild Bunch è anche noto dal punto di vista tecnico per le centinaia di brevissime scene (spesso pochi fotogrammi, montate quindi rapidamente) fra le quali ne sono inserite varie al ralenti che, nel complesso, rappresentano il massacro conclusivo, con grande spargimento di sangue. Nella sezione trivia (curiosità) si legge che i 137 minuti del film contengono ben 3.643 inquadrature, vale a dire una media di poco più di 2 secondi ciascuna. Considerando che non mancano scene lunghe, si capisce che molte inquadrature delle sparatorie durano meno di un secondo. Per tale violenza fu aspramente criticato da molti mentre altri lo osannavano come western revisionista che si contrapponeva ai classici dei decenni precedenti nei quali si sparavano sì e no un paio di colpi.

The Ballad of Cable Hogue (Sam Peckinpah, 1970, USA)

Subito dopo The Wild Bunch, ultimo di quattro film sempre più violenti, Peckinpah ne diresse uno inaspettato, quasi per sfida, una commedia western, oltretutto quasi romantica. Nei primi decenni del XX secolo il protagonista Cable mette su un punto di ristoro per diligenze visto che, in modo del tutto inatteso, ha scoperto l’unica sorgente d’acqua nel raggio di 20 miglia. La sua pacifica esistenza viene però turbata (piacevolmente e non) dagli incontri con un predicatore di dubbia morale, con una prostituta e con i suoi vecchi compari. 

mercoledì 5 ottobre 2016

Un paio di aneddoti hollywoodiani, con Roger Corman, Orson Welles, Robert Mitchum e Otto Preminger

Un paio di giorni fa ho guardato The St. Valentine's Day Massacre (di Roger Corman, USA, 1967, tit. it “Il massacro del giorno di San Valentino") e, preparando la mia micro-recensione 291, mi sono imbattuto in uno dei tanti aneddoti dei quali il mondo del cinema è ricchissimo. In questo è coinvolto Orson Welles, uno dei miei artisti preferiti, sia come attore che come regista.
Come già accennato nella micro-recensione, Corman (indiscusso re dei B-movies a basso costo) aveva richiesto Orson Welles per interpretare Al Capone, ma la produzione pose il veto e Jason Robards (che in un primo momento si prevedeva dovesse interpretare Moran, il rivale di Capone) fu “promosso” a protagonista ed al suo posto fu ingaggiato Ralph Meeker, foto a destra.
 
Questa notizia mi era passata sotto agli occhi ma non ricordavo in quale pagina era inserita e se fosse attendibile e quindi mi sono dato da fare per saperne di più. Con mia sorpresa (e gioia) ho trovato questo video del 6 novembre 2014 - Creative Media Master Class alla University of Hawaii West O’ahu - nel quale lo stesso Corman (all’epoca 88enne, ma ancora in splendida forma) racconta l’aneddoto in modo molto divertente. A beneficio di chi ha scarsa conoscenza dell’inglese, riassumo quanto detto dal regista.
Avanzata la proposta di cast con Welles/Capone e Robards/Moran si sentì rispondere (in tono quasi paternalistico) che era alla sua prima grande produzione e quindi non sapeva come andavano le cose con Welles il quale era solito “impossessarsi” del set che quindi diventava caotico per tutti. Così lo forzarono a spostare Robards (che Corman giudicava perfetto per Moran) nel ruolo di Al Capone per il quale lui invece vedeva perfetto Orson Welles
Continua raccontando che un paio di anni più tardi si trovò a cena con Peter Bogdanovich e lo stesso Welles e, avendoli messi al corrente di quel veto e del commento del produttore, il buon Orson sbottò: “Ma che dici? Io sono la persona più accomodante del mondo! Sarei stato un grande Al Capone!” ... ben sapendo di mentire spudoratamente con la prima affermazione, ma certamente aveva ragione in quanto alla seconda (e qui non ci piove ...).
      
Essendo riuscito ad essere relativamente conciso, aggiungo un altro singolare aneddoto nel quale mi sono imbattuto il mese scorso, leggendo del noir Angel Face (di Otto Preminger, 1952, tit. it. Seduzione mortale) prima di stendere la mia micro-recensione 268In una delle scene del film c’è un alterco fra Robert MitchumJean Simmons, al termine del quale lei gli dà uno schiaffo e lui prontamente glielo restituisce. Il problema sorse in quanto gli schiaffi se li davano veramente e la stazza dei due era ben differente, il robusto Mitchum alto 1,85 e l’esile Simmons 1,63, problema che fu aggravato dal regista al quale non piaceva l’intensità del secondo schiaffo, a suo dire insufficiente. 

Otto Preminger (foto in alto) aveva una pessima reputazione per la sua durezza e, per questo caso particolare, c’è chi mormora che dietro la sua richiesta di ripetere quella scena quasi all’infinito ci fosse lo zampino del famoso produttore Howard Hughes (il magnate di The Aviator, di Scorsese, con DiCaprio) che era stato respinto dalla Simmons. Quando già la guancia dell’attrice era diventata ben rossa ed era spuntata anche qualche lacrima, Robert Mitchum si spazientì (forse anche per prendere la difesa della povera Jean), si avvicinò al regista, gli affibbiò un sonoro schiaffone e poi gli chiese: “Così va bene?”.
   
Le riprese furono sospese e Preminger pretese il licenziamento di Mitchum, ma ciò non avvenne in quanto il film era già quasi completato e Hughes non voleva perdere soldi (temendo oltretutto una causa da parte dell’attore). Per il film fu utilizzato uno dei tanti ciak precedenti.