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giovedì 31 dicembre 2020

micro-recensioni 441-444: quest’anno sono stati 444

Avrei avuto il tempo di guardarne anche un altro, ma mi piaceva il numero 444!

Ho concluso con un gruppo (ridotto) abbastanza anomalo, con un giapponese muto d’avant-garde, pietra miliare della cinematografia del sol levante, e tre russi degli anni ’70, un dramma (altra versione di Delitto e castigo, visto pochi giorni fa) e due commedie che all’epoca ebbero il loro bravo successo. Ho anche pensato a come cominciare bene il 2021, con un gran bel film guardato per l’ultima volta oltre 8 anni fa: There Will Be Blood (2007, aka Il petroliere).

 

A Page of Madness (Teinosuke Kinugasa, Jap, 1926)

Lavoro dato per perduto per quasi mezzo secolo e poi ritrovato dallo stesso regista, ma solo in parte. Ciò che è possibile guardare adesso rappresenta solo i due terzi dell’intero film. Per questo motivo si consiglia a chi lo volesse guardare (e capire qualcosa) di leggere la trama prima di cimentarsi nell’impresa, anche perché non esistono cartelli originali e non ne sono stati aggiunti. All’epoca in Giappone non si usavano, ma di norma c’era un “narratore” in sala che li sostituiva.

Il film è ricordato soprattutto per essere fra l’espressionismo, l’impressionismo e il surrealismo, specialmente nella prima parte, ma non se ne può giudicare la struttura nel complesso poiché non si è certi di quali parti manchino. Ci sono effetti speciali, tantissime doppie esposizioni, movimenti di macchina (non comunissimi all’epoca) e montaggio a tratti velocissimo con riprese di pochissimi secondi. A ciò si aggiunga che si svolge in un asilo per malati di mente e quindi vengono mostrarti sogni, fantasie e allucinazioni. Per soli cinefili incalliti …

Crime and Punishment (Lev Kulidzhanov, URSS, 1970)

La mia 435^ visione (pochi giorni fa) era stata l’adattamento realizzato da Josef von Sternberg (1935, protagonista Peter Lorre, di soli 85’) che avevo apprezzato ma, pur non avendo mai letto il romanzo, mi sembrava che la storia fosse stata troppo ridotta. Questa versione russa di 3h40’, è chiaramente più completa ma forse riduce troppo i rapporti fra il commissario e il protagonista, che invece era la parte più interessante e avvincente del film americano. Qui prendono invece molto spazio i vari pretendenti della sorella del protagonista distraendo lo spettatore dal tema principale, quello chiaramente esposto nel titolo. Nel complesso ho preferito il primo, più compatto e focalizzato sui tormenti di Peter Lorre, anche se l’ambientazione mi ha lasciato perplesso. Al contrario il russo è di gran lunga migliore per le scenografie e costumi, ma non mi hanno convinto le interpretazioni e la lunghezza poteva essere senz’altro ridotta.

 

Gentlemen of Fortune (Aleksandr Seryy, URSS, 1971)

Si basa su un soggetto già utilizzato tante volte (un sosia “per bene” che sostituisce un criminale), ma i caratteri dei suoi due compagni di avventura (che poi diventano 3) sono molto diversi e le trovate sono piuttosto originali. ,Commedia per famiglie, grazie anche alla presenza della star Yevgeny Leonov nei panni del direttore di asilo / malvivente, fu il film sovietico più visto nel 1971, ben 65 milioni di spettatori.

Afonya (Georgiy Daneliya, URSS, 1975)

Meno interessante e più lenta dell’altra commedia di questo gruppo, segue le giornate sconclusionate di un idraulico sfaticato, beone e donnaiolo, che si caccia regolarmente nei guai. Divertenti le scene nelle quali il protagonista viene sottoposto al giudizio della commissione che lo deve giudicare per le sue mancanze. I colleghi di lavoro appaiono apatici e quasi assopiti, eppure sono obbligati a presenziare e decidere se il colpevole di turno è meritevole di un semplice richiamo o di una severa reprimenda! Anche questa fu vista da oltre 60 milioni di spettatori.

 

#cinema #cinegiovis

lunedì 2 novembre 2020

Micro-recensioni 366-370: il Luis Buñuel meno conosciuto

Delle 5 commedie messicane del dopoguerra inserite in questo gruppo, 4 furono dirette dall'acclamato regista spagnolo in esilio oltreoceano e fanno parte della sua produzione meno conosciuta; pur non essendo capolavori, ebbero successo e gli permisero di girare film indimenticabili come Los olvidados, El, El angel exterminador, Viridiana ...

In effetti molti degli oltre 30 film di Buñuel hanno una parte di commedia, a volte solo in alcune scene o per dei personaggi grotteschi come i mendicanti che partecipano al banchetto di Viridiana o ancor più chiaramente negli ultimi suoi film seppur con vena surrealista. Anche le sceneggiature di quelli apparentemente più drammatici contengono spesso incisivi spaccati sociali seppur presentati con sarcasmo, sia degli ambienti ricchi (Ensayo de un crimen, El, ...) sia fra i meno abbienti ed emarginati (Los olvidados); altre volte li mette a confronto come in Journal de una femme de chambre o El gran calavera. Quest’ultimo fu il suo primo vero film considerato che le due pietre miliari del surrealismo (di una ventina di anni prima) erano di durata ridotta e dopo una lunghissima forzata pausa, aveva ripreso nel 1947 con Gran Casino, più che altro un musical con la star dell'epoca Jorge Negrete.

Si devono altresì sottolineare i grandi meriti di Luis Alcoriza (anche lui spagnolo in esilio) non per il piccolo ruolo in El gran calavera, bensì per essere suo sceneggiatore quasi imprescindibile durante tutto il periodo messicano. Infatti, delle suddette 4 commedie solo Subida al cielo non è opera sua e fu autore anche di Los olvidados (1950), El bruto (1953), El (1953), El río y la muerte (1954), giusto per restare in quel quinquennio, ma voglio ricordare che nel 1962, insieme con lo stesso Buñuel che poi stese la sceneggiatura definitiva, scrisse anche il soggetto di uno dei suoi migliori film in assoluto: El ángel exterminador (IMDb 8,1 e 93% su RT, Miglior film del 1963 per Cahiers du Cinéma, Premio FIPRESCI e Nomination Palma d'oro a Cannes).

Ho voluto iniziare questa breve rivista delle sue commedie più classiche del periodo messicano con El gran calavera non solo per procedere in ordine cronologico, ma anche perché fu quello che mi fece scoprire quest’altra faccia di Buñuel. Mi ci imbattei al Museo de las Culturas a Ciudad de Mexico nel 1983, quando conoscevo solo i due lavori surrealisti e quelli girati in Europa (soprattutto in Francia) dove la maggior parte dei film diretti oltreoceano (in particolare quelli destinati al grande pubblico) erano praticamente sconosciuti. Nel quinquennio nel quale furono prodotte queste 4 commedie Buñuel fu particolarmente attivo, dirigendo una dozzina di film (oltre un terzo della sua filmografia di appena una trentina di titoli) alternando commedie di cassetta, film più impegnati e anche alcuni dei suoi più famosi film drammatici nei quali, comunque non è mai del tutto assente la vena grottesca.

 

El Gran calavera (Luis Buñuel, Mex, 1949)

Venendo ai film di questo gruppo, e procedendo in ordine cronologico, il primo è basato su una commedia di successo, adattata da Luis Alcoriza e sua moglie Janet. Il protagonista, ricchissimo industriale alcolizzato, è attorniato da parenti e dipendenti che sfruttano la sua bontà d’animo e generosità, vivendo da veri parassiti. Una originale terapia d’urto ideata da un suo fratello (onesto medico) porterà ad una serie di cambiamenti radicali e colpi di scena fino all’ultima scena, mettendo in risalto differenze fra gli stili di vita dei possidenti e dei lavoratori. Nel 2013 Gary Alazraki ne ha diretto un remake (Nosotros los Nobles) adattato ai tempi moderni, campione d’incassi in Messico.

La hija del engaño (Don Quintín el amargao) (Luis Buñuel, Mex, 1951)

Si tratta di una commedia drammatica che vede di nuovo l’ottimo e versatile Fernando Soler nei panni del protagonista, un uomo divenuto scontroso e a volte violento dopo aver scoperto il tradimento della moglie, cacciata di casa all’istante. Non posso aggiungere altro per evitare spoiler, ma sappiate che i due titoli alternativi forniscono chiari indizi. In effetti il secondo è il titolo dell’originale commedia spagnola della quale già erano state realizzate versioni cinematografiche nel 1925 e nel 1935; della seconda Buñuel fu produttore e collaborò (uncredited) sia alla regia che all’adattamento, pertanto alcuni considerano la versione del ’51 un remake di un proprio film. Circolò in penisola iberica dal 1974 e poi fu presentato a Berlino nel 2009.

  

Subida al cielo (Luis Buñuel, Mex, 1952)

Altro film pieno di personaggi e situazioni più o meno grottesche, fra comedia negra, dramma, realismo e road movie. Tutta la consistente parte centrale descrive un relativamente lungo viaggio in bus con un giovane sposo insistentemente tentato da una bellezza locale, un aspirante deputato, un rappresentante di galline, capre, una bara (piena) con seguito, bambini pestiferi; aggiungete festa della madre dell’autista che invitati tutti i passeggeri, ai quali si aggiungono turisti americani, guadi di fiume, pericolose strade sul ciglio di un precipizio, e altro ancora che lasciano inizio e fine come causa del viaggio, fondamentale per il protagonista, ma in effetti poco importante per il film nel suo complesso.

La ilusión viaja en tranvía (Luis Buñuel, Mex, 1954)

Qui non c’è un bus, bensì un tram di Ciudad de Mexico che deve essere demolito, ma due dipendenti dell’azienda (uno pretendente della sorella dell’altro) decidono di fargli fare un’ultima corsa. Come nel film precedente, in questo viaggio, seppur urbano, succederà pressoché di tutto e i due si confronteranno con tante situazioni certamente impreviste e soprattutto con un anziano tramviere in pensione, claudicante e irriducibile, che li smaschera e li persegue.

Allà en el rancho grande (Fernando de Fuentes, Mex, 1949)

Non proprio un musical, ma certamente i pezzi cantati da Jorge Negrete (il protagonista) e da altri occupano parte importante del film. Si tratta di un remake dell’omonimo film diretto dallo stesso regista nel 1936, ma né l’uno né l’altro sono di qualità paragonabile ai film della Trilogia de la Revolucion: El prisionero trece (1933), El compadre Mendoza (1934) e Vámonos con Pancho Villa (1936). Film certamente evitabile pur avendo avuto un certo successo durante la Epoca de Oro del Cine Mexicano.

mercoledì 1 aprile 2020

Micro-recensioni 91-100 del 2020: l'avanguardia francese degli anni '20, fra surrealismo e innovazione

Decina quasi monotematica, con i film muti di due soli registi dell’avant-garde francese degli anni ’20, Germaine Dulac e Jean Epstein, veri innovatori soprattutto nel campo del montaggio e delle riprese, con tanti primissimi piani dei protagonisti e un ottimo uso delle doppie esposizioni che rivelano i loro pensieri, sogni e ricordi. Queste furono peculiarità dell’impressionismo (cinematografico) francese che centra gran parte dell’attenzione sui protagonisti ottenendo una narrazione chiarissima, che non avrebbe neanche bisogno dei sottotitoli (comunque molto pochi).
La souriante Madame Beudet (1923, 43’)
La coquille et le clergyman (1928, 41’)
Comincio con questi due film (restaurati e ricostruiti, con alcuni minuti in più delle versioni che circolavano in precedenza) di Germaine Dulac, seconda regista nella storia del cinema francese, critica teatrale e cinematografica, impegnata nel movimento delle suffragette, teorica del cinema. Il primo è un classico esempio dell’impressionismo francese e oltretutto uno dei primi film etichettati come femmisti, mentre il secondo è certamente surrealista (da molti considerato il primo di tale genere) e precede di oltre un anno la pietra miliare del cinema Un chien andalou, opera di Buñuel e Dalì. Certamente non è paragonabile a questo né al loro successivo L’age d’or (1930), ma gli si deve oggettivamente riconoscere l’originalità della messa in scena, le varie interessanti scenografie che richiamano l’espressionismo tedesco, l’associazione di sensualità e libidine con il prete in abito talare, gli artifici con la pellicola (antesignani degli effetti speciali).
Ho poi proseguito con una serie di medio- e lungometraggi di Jean Epstein, teorico e regista emblematico dell’avant-garde francese, rinviando a data da destinarsi i suoi vari short e documentari (altrettanto ben quotati) disponibili in rete. Questi sono i titoli (anno, durata) degli 8 film guardati, che trattano ambienti ed epoche molto diversi ma in sostanza c’è sempre una parte melodrammatica predominante.
L'auberge rouge (1923, 72’) (poster nella fila sotto) 
Dramma ambientato a cavallo dell’800, con due episodi nettamente distinti, con un protagonista comune. Nel corso di una cena in una ricca residenza, uno dei commensali narra (così come gli fu riportato) un fatto di sangue avvenuto 20 anni prima in una locanda di campagna nel corso di un nubifragio. Le scene si alternano e la tensione viene ben mantenuta nel corso dell’intero film.
Coeur fidèle (1923, 87’)
Ambientato nei bassifondi, quasi realistico, ben proposto e interpretato. Storia d’amore interrotta dalla prepotenza di un piccolo criminale malvagio, violento e alcolizzato. Uno dei migliori di questo gruppo.
La belle Nivernaise (1924, 69’)
Vita su una peniche lungo i canali del nord della Francia; il titolo è il nome della chiatta e ciò non può non far pensare al famoso L’Atalante (1934) di Jean Vigo. Pur essendo questo solo il suo terzo film, Epstein si autocita mostrando un poster del suo primo lungometraggio L’auberge rouge (1923) sulla parete del cinema dove vanno i due giovani protagonisti.
Le lion des mogols (1925, 102’)
Anche in questo quasi kolossal (scene di massa e ricchi costumi per rappresentare una reggia del tiranno di un paese esotico non meglio identificato) c’è un riferimento cinematografico e ben più importante. Due ambientazioni ben distinte con l’altra sui set e teatri francesi. Il protagonista è interpretato da Ivan Mosjoukine (qui anche cosceneggiatore), famosissimo in patria fino al momento della rivoluzione; condannato a morte, riuscì a sfuggire all’Armata Rossa e ebbe un discreto successo anche in Europa, ma solo fino alla rivoluzione del sonoro.
Le double amour (1925, 103’)
Interessante melodramma psicologico condizionato dal gioco d’azzardo compulsivo con corsi e ricorsi a distanza di 20 anni.
Six et demi, onze (1927, 84’)
Sarebbe apparso molto migliore se si fosse evitato il pesantissimo, eccessivo e ingiustificato trucco dei fratelli (medici) protagonisti … solo per loro. Faccia bianca, contorno degli occhi e palpebre scurissime, labbra molto marcate, praticamente clown bianchi in questo ennesimo melodramma nel quale tutti gli altri appaiono “normali”.
La glace à trois faces (1927, 45’)
Mediometraggio quasi a episodi (punti di vista, ricordi e speranze di tre donne rispetto ad uno stesso (fatuo) ricco giovane. Ciò che dà valore al film, che per questo è apprezzato, è la tecnica; sceneggiatura debole, riduzione (forse eccessiva vista la durata del film) un romanzo di Paul Morand.
La chute de la maison Usher (1928, 63’)
Probabilmente il più famoso dei film di Epstein, basato sul famoso omonimo racconto di Edgar Allan Poe, adattato da Luis Buñuel che fu anche suo assistente regista come lo era già stato per Mauprat (1925). In questo terror classico si può facilmente ipotizzare la mano di Buñuel per alcuni dettagli non strettamente pertinenti alla trama. La seconda parte del film è un vero esercizio di montaggio e riprese. Parafrasando il titolo di un commento (che condivido): guardatelo sotto ogni aspetto tranne che per la trama e lo troverete ottimo.


In conclusione, questa incursione fra i 13 muti di Epstein evidenzia la sua continua ricerca tecnica ed espressiva, nei vari generi affrontati seppur tutti hanno in comune una parte melodrammatica. Grande importanza ai primissimi piani dei volti, ai dettagli e alla recitazione con le mani. Come punti deboli, vedo l’indugiare troppo a lungo su singole scene (anche quando è perfettamente chiaro il significato) e la scelta (ma solo nei primi film) di far muovere estremamente lentamente i protagonisti, quasi come automi, assolutamente in modo irreale e poco plausibile, inutilmente teatrale. 

domenica 15 dicembre 2019

78° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (386-390)

Gruppo abbastanza omogeneo in quanto a epoca e per essere tutto in b/n, ma ben diviso in due gruppi in quanto a nazionalità e autori: due film sono napoletani con soggetti rispettivamente di Eduardo e Peppino De Filippo (che in uno compaiono insieme in qualità di protagonisti) e tre film di Buñuel del periodo messicano, culminante con uno dei suoi indiscussi capolavori: El ángel exterminador


390  El Angel Exterminador (Luis Buñuel, Mex, 1962) tit. it. “L’angelo sterminatore” * con Silvia Pinal, Jacqueline Andere, Enrique Rambal, Tito Junco, Claudio Brook * IMDb 8,1  RT 95% 
Questo è forse il film più surreale diretto da Buñuel se, giustamente, non si prendono in considerazione i suoi primi due lavori, brevi e praticamente senza dialoghi: Un chien andalou (1929, 16’, muto) e L’age d’or (1930, 63’ quasi muto). Per chi non conoscesse il soggetto di questo affascinante film, che lascia spazio a mille interpretazioni, dico solo che un gruppo di una ventina di ospiti cenano nella grandiosa villa di Edmundo Nóbile (cognome non casuale) ma, a fine serata, per ragioni del tutto misteriose non riescono ad andarsene; “stranamente” tutta la servitù, tranne il solo maggiordomo (Claudio Brook), in precedenza aveva lasciato la casa.
All’inizio, dopo il titolo e l’elenco degli attori principali, appare questa singolare nota “Nuova versione con dialoghi di Luis Buñuel del cinedrama di Luis Alcoriza e Luis Buñuel “Los Naufragos de la Calle de la Providencia”. Luis Alcoriza era collaboratore abituale di Buñuel avendo partecipato alle sceneggiature di numerosi altri suoi ottimi film, fra i quali Los olvidados (1950), El bruto (1953), El (1953).
Una delle tante singolarità è quello delle scene e batture ripetute (che poi proseguono in modo leggermente diverso) che lasciano spazio a varie possibili spiegazioni. Compaiono più volte degli animali quali un orso e numerose pecore; altra simbologia (tutt’altro che chiara) è quella rappresentata dalle zampe di gallina e dai riferimenti massonici.
In sostanza si tratta di un film da guardare più volte, comunque affascinante, anche se qualunque interpretazione gli si voglia dare, non è suffragata da alcuna certezza.
Nel caso voleste cimentarvi in un’attenta visione, vi suggerisco di leggere almeno qualcuna delle tante analisi per vedere se ne trovate una con la quale concordate.

   

Questi altri due film di questo gruppo diretti da Buñuel in fondo si somigliano per avere protagonisti con grossi problemi di machismo / misoginia, pur essendo assolutamente attratti dalle donne. 

388  El (Luis Buñuel, Mex, 1953) tit. it. “Lui” * con Arturo de Córdova, Delia Garcés, Aurora Walker * IMDb 8,0  RT 100%  *  Nomination Grand Prix a Cannes
Questo si apre con una scena che solo Buñuel poteva ideare, dato il suo noto feticismo per piedi, caviglie e gambe, in particolare quelle femminili. L'originalità di questo consiste nel cominciare con la tradizionale lavanda dei piedi (di solito di uomini poveri e/o anziani) del giovedì santo per poi passare in panoramica ai piedi e caviglie della protagonista Delia Garcés, che letteralmente stregano Arturo de Córdova (“el” = lui). Questi, durante tutto il film, passerà dall’essere marito amorevole e premuroso a geloso paranoico.
Oltre che sulla perfetta fotografia diretta da Gabriel Figueroa, un maestro assoluto del bianco e nero (sua anche quella di El Angel Exterminador), El conta anche su una grande prova di Arturo de Córdova.
Non penso di dover aggiungere altro, è un film da guardare e poi se ne discute!


389  Ensayo de un crimen (Luis Buñuel, Mex, 1955) tit. it. “Estasi di un delitto” * con Ernesto Alonso, Rita Macedo, Miroslava Stern * IMDb 7,8 RT 100% 
Il titolo alternativo di questo film è La vida criminal de Archibaldo de la Cruz, ma quanto sono reali gli omicidi e quanto esistono solo nella fantasia del protagonista che esibisce più volte una collezione di rasoi, uno per ogni giorno della settimana? Anche in questo caso, fra le tante gambe inquadrate, restano famose, un vero cult, quelle della prima vittima, ben scoperte (foto al lato). E se ne mostrano tante altre, reali e di un manichino ... quasi una bambola a grandezza naturale. 
Una curiosità, forse una citazione: più volte viene inquadrato il portale di ingresso di una casa che somiglia tanto al "castillo" di Emilio Fernandez "El Indio" a Città del Messico. Non ne ho trovato conferma ma la cosa non meraviglia se si tiene conto dei cineasti implicati, del fatto che Figueroa era senz'altro amico/collaboratore di entambi i registi e che la magione è stata set di ben 130 film!
Altro film imperdibile (è pur vero che lo dico di quasi tutti i film di Buñuel), ma non fra i migliori in assoluto.


    


386  Casanova farebbe così (Carlo L. Bragaglia, Ita, 1942) * con Eduardo De Filippo, Peppino De Filippo * IMDb 6,8
Versione cinematografica di una commedia del 1940 di Peppino De Filippo e Armando Curcio, diretta da quel Bragaglia che diresse Totò in vari famosi film (p.e. Totò le Moko e 47 morto che parla), nonché i De Filippo in Non ti pago!.
Al limite della farsa, la storia si sviluppa attorno ad un ricco fanfarone di provincia (Peppino), un rissoso e geloso piccolo imprenditore (Eduardo) e la sua avvenente moglie, una mezza dozzina di perditempo di paese (fra i quali si nota un giovanissimo Alberto Sordi, allora 22enne e alle prime apparizioni sullo schermo). La commedia è snella e ovviamente ben interpretata dai protagonisti dai fratelli De Filippo, ben coadiuvati da Clelia Matania (Maria Grazia, moglie di Eduardo, concupita da Peppino) e Gildo Bocci nei panni di Pachialone. Quello che forse stona è Giorgio De Rege nelle vesti dell’inetto Ernestino.
Molto datata, ma piacevole e divertente per la buona scelta di personaggi.

387  La macchina ammazzacattivi (Roberto Rossellini, Ita, 1952) * con Gennaro Pisano, Giovanni Amato, Giacomo Furia * IMDb 6,5 
Film praticamente disconosciuto da Rossellini, con soggetto di Eduardo de Filippo e Fabrizio Saranzani, ambientato in una marina fittizia della Costiera Amalfitana, girato comunque in zona, fra Conca dei Marini e Maiori (quindi includendo Amalfi, Atrani e Minori). Il regista, che amava quell’area e la conosceva per aver girato nel 1946 varie scene di Paisà, iniziò questo film nel 1947 ma poi furono i suoi assistenti a portarlo a termine nel 1951 e infine arrivò nelle sale solo nel 1952.
L a storia (morale) si sviluppa in chiave fantastica e oltre a pochi attori professionisti, fra i quali c’erano anche Marilyn Buferd (Miss America 1946) e i fratelli Aldo e Carlo Giuffré in parti secondarie, il cast contava su tante comparse locali in puro stile del realismo italiano.
Al di là della trama grottesca e surreale, il film riveste un valore particolare per chi come me ben conosce quelle zone e quindi è in grado di identificare varie location anche se oggi (dopo 70 anni) sono molto cambiate. Sono chiaramente riconoscibili la Torre di Conca, il centro di Amalfi con la Cattedrale (viene mostrata parte della processione di Sant’Andrea, protettore della città, con la caratteristica corsa dei portatori su per la lunga scalinata) la piazzetta e la marina di Atrani, e tento altro.
Il film, restaurato pochi anni fa, si trova facilmente in rete. Non è certo un capolavoro, ma è abbastanza divertente e ben ritrae l’ambiente dell’epoca.

Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire dal 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate su questo blog.

domenica 24 novembre 2019

72° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (356-360)

Ennesimo gruppo interessante ed eterogeneo, comprende due classici noir di Robert Foster (il primo dei quali quasi di Orson Welles), il primo lungometraggio di Jean Cocteau (in effetti nel 1925 dovrebbe aver diretto un muto, ma di esso si sa poco) e due commedie, una giapponese di fine secolo e l’altra di quest’anno.

    

357  Woman on the run (Norman Foster, USA, 1950) tit. it. “Il mistero del marito scomparso” * con Ann Sheridan, Dennis O'Keefe, Robert Keith * IMDb 7,3 RT 83% 
Ottimo e singolare noir che non ha niente da invidiare a quelli più noti di quell’epoca. Dwight, il gestore del Movie Museum con il quale mi trattengo spesso a conversare prima o dopo una proiezione, mi aveva consigliato Journey Into Fear (guardato e commentato in questo stesso gruppo) e parlando di tanti altri noir di quell'epoca mi ha ricordato questo dello stesso regista. L'avevo già visto, vari anni fa, ma avendolo trovato su youtube a 1080p, l'ho guardato di nuovo con molto piacere e a chi legge consiglio di fare altrettanto. Potreste trovarlo anche in italiano (lo sconsiglio) con il ridicolo titolo “Il mistero del marito scomparso” (sic!).
Vero cult per gli amanti del genere con personaggi credibili e dialoghi taglienti, ben diretto e interpretato, con twist al momento giusto e tante sorprese ben distribuite. Tutta la sequenza finale nel parco di divertimenti con l'otto volante è da manuale per intreccio, tempi, interpretazioni e twist.
In questo film i criminali hanno un ruolo relativamente secondario (nella storia entra in gioco solo un sicario) che, fra l’altro, non si confronta direttamente con la polizia; fra le due parti c’è una coppia in crisi che niente ha a che vedere con l’uno o con l’altra.  Di passo rapido, con narrazione essenziale e ottima scelta di tempi, Woman on the run mantiene sempre alta la tensione e quindi il livello di attenzione dello spettatore.
Ripeto, non ve lo perdete!

358  Le sang d'un poète (Jean Cocteau, Fra, 1930) * con Enrique Rivero, Elizabeth Lee Miller, Pauline Carton * IMDb 7,4 RT 94% 
Primo lungometraggio oggi disponibile di Jean Cocteau; in effetti nel 1925 il poliedrico artista dovrebbe aver diretto un muto, ma di esso si sa molto poco. Anche se non è “ufficialmente” un film surrealista, guardandolo non si può fare a meno di fare un parallelo con le due famose opere coeve del binomio Luis Buñuel / Salvador Dalí, vale a dire Un chien andalou (1929) e L'âge d'or (1930). La storia, pur essendo per lo più incomprensibile, verte su lunghe scene senza cambiare ambientazione né protagonista … poi si passa a tutt’altro. I collegamenti sono pochi e si va da una bocca che si sposta a sguardi indiscreti da buchi della serratura in un ambiente con gravità ruotata, da bullismo giovanile e guerra con palle di neve ad una partita a carte fra un baro ed una elegante signora sotto gli occhi di un pubblico al teatro. Essendo dichiaratamente fra l’astratto, l’avanguardia e il surrealismo, ognuno è stato e sarà libero di fare le proprie supposizioni e avanzare personali interpretazioni di immagini e scene, anche perché Cocteau non ha mai voluto spiegare niente con chiarezza, ma resta il fatto che, come qualunque opera d’arte di un certo livello, spinge l’osservatore a elaborare e non ad essere spettatore passivo.
Sta a voi decidere se cimentarvi in questa per certi versi ardua visione o meno … pur non cogliendo alcun messaggio certo, devo dire che a me è piaciuto e non poco!

      

356  Journey Into Fear (Norman Foster, USA, 1943) tit. it. “Terrore sul Mar Nero” * con Orson Welles, Joseph Cotten, Dolores del Rio * IMDb 6,6 RT 75% 
Uno dei film meno conosciuti fra quelli in cui appare Orson Welles. Me lo menzionò Dwight qualche giorno fa parlando di buoni noir americani degli anni ’40-'50 e, essendo incuriosito dalla presenza del grande regista e attore (seppur qui non protagonista), ho iniziato la ricerca e fra i non entusiastici titoli di recensioni e la composizione del cast ho sentito odore di bruciato. Film fatto più o meno in famiglia, con Joseph Cotten (che con Welles aveva appena guadagnato grande fama apparendo in Citizen Kane, 1941, e The Magnificent Ambersons, 1942) non solo protagonista ma anche sceneggiatore (per fortuna l’unico tentativo), Dolores Del Rio assolutamente fuori contesto (ma all'epoca aveva una relazione con Orson Welles, troncata subito dopo questo film), Everett Sloane, che sarà sempre ricordato per essere Mr. Bernstein in Citizen Kane e l'avvocato zoppo, marito di Rita Hayworth in The Lady from Shanghai e non certo per questo film, e tanti altri attori del Mercury Theatre che interpretano i vari personaggi equivoci di contorno. Per finire, è certo che buona parte della regia è da attribuire a Orson Welles anche se non volle comparire ufficialmente come regista; lasciò onori e onere a Robert Foster che diresse le riprese mentre lui era impegnato in contemporanea a girare The Magnificent Ambersons.
La messa in scena non è delle migliori, seppur con pregevoli particolari, come quello del disco che si incanta. Si deve anche sottolineare che la voce fuori campo di Joseph Cotten non esisteva nella prima versione, fu aggiunta successivamente insieme con alcune riprese incluse nella parte finale, per scelta di Welles che si occupò anche del montaggio delle fasi conclusive. Con queste premesse, era difficile aspettarsi molto di più.
In quanto alla storia, si tratta di un adattamento dell’omonimo romanzo (1940) di Eric Ambler), è ambientato fra Istanbul e Batumi, e include un viaggio in nave sulla quale, fra i pochi passeggeri, si nascondono spie e sicari nazisti che minacciano il protagonista americano … ricordatevi che si era in piena guerra e la storia quindi plausibilmente anche di propaganda.
Sufficiente, ma purtroppo si nota che è stato realizzato in fretta e con troppe “menti” a dirigere.

359  Shall we dance (Masayuki Suo, Jap, 1996) tit. it. “L'ultimo ballo” * con Kôji Yakusho, Tamiyo Kusakari, Naoto Takenaka * IMDb 7,7 RT 91% 
Pluripremiata commedia giapponese di una ventina di anni fa, omonima di quella più nota, ma certo non migliore, con Richard Gere (2004) … quasi pedissequo tentativo di remake americano = solito fallimento.
Alterna momenti buoni a banalità al limite del ridicolo, ma i pochi allievi della scuola di ballo da sala (tipi estremamente vari e singolari) sono ben descritti in modo sagace anche se con qualche esagerazione. Anche se c’è un solo vero protagonista il film è quasi corale e, fra lezioni, competizioni e storie personali, scorre in modo fluido. In quanto alla storia in sé, si deve tener conto della stranezza del “ballo di coppia” in un Giappone che, anche in tempi moderni, ha poca familiarità con valzer, quickstep, pasodoble e simili. Pertanto un serio, compassato e stimato funzionario di mezz’età che inizia a frequentare una scuola di ballo si sente quasi costretto a farlo di nascosto. La situazione si deve quindi guardare con gli occhi nipponici e non da europei, americani o latini.
Nel complesso guardabile, intrattenimento piacevole se si ha almeno una minima idea dell’ambiente in cui si svolge, cinematograficamente appena sufficiente. 

360  The Peanut Butter Falcon (Tyler Nilson e Michael Schwartz, USA, 2019) * con Shia LaBeouf, Dakota Johnson, Zack Gottsagen * IMDb 7,8 RT 95% 
Commedia leggera e buonista con qualche spunto non male, basata sul socially correct, che procede in modo poco credibile (anche in una commedia è necessaria un po’ di plausibilità) e si conclude in modo confuso, assolutamente fuori da ogni logica. Buone le interpretazioni dei due protagonisti Shia LaBeouf e Zack Gottsagen (il giovane con sindrome di Down), insignificante la presenza di Dakota Johnson che passa dal genere erotico alla commedia ma tutto ciò che è capace di fare è mostrare le gambe (essendo una commedia non penso non le sia stato concesso di più), più incisiva la brevissima apparizione dell’ormai 83enne Bruce Dern.
Nonostante le buone intenzioni della coppia di sceneggiatori / registi, il film è appena sufficiente, e sono convinto che i buoni rating sono dovuti solo ed esclusivamente all’argomento trattato: i down non sono ritardati né stupidi (ma sembra che ancora oggi molti non se ne rendano conto). 

Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire dal 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate su questo blog.

venerdì 12 ottobre 2018

Salvador Dalì nel Museo Reina Sofia di Madrid

Avendo già parlato sommariamente del Prado, eccomi al (Museo Nacional Centro de Arte) Reina Sofia di Madrid nel quale la star, per i miei gusti, è fuor di dubbio Salvador Dalì (1904-1989). Artista prolifico ed eclettico, personaggio emblematico del surrealismo, è stato non solo pittore, ma anche scenografo, bozzettista, scultore (autore di pregevoli fusioni in bronzo), fotografo e sceneggiatore (coautore dei famosissimi primi due film di Luis Buñuel: Un chien andalou e L’age d’or). Credo di non aver visto ancora un suo dipinto, scultura, disegno, fusione che non mi abbia conquistato, indipendentemente dal pensare di aver compresa o meno l'opera, anzi, meno la capisco e più mi affascina.
Le immagini che propongo in questo blog sono automaticamente ridotte, quindi, se volete apprezzare al meglio questi dipinti (tutti esposti al Reina Sofia), dovrete cliccare sul titolo per ottenerle in alta definizione.

Visage du Grand Masturbateur (Face of the Great Masturbator)  1929 
Un ottimo esempio di ciò e questo Il grande masturbatore, dipinto che suggerisco di osservare con attenzione in ogni sua parte.
Il non esperto ma attento e curioso osservatore (come lo sono io) si potrà chiedere com'è effettivamente composto il volto, qual è il significato della cavalletta e delle formiche, della testa di cane (?) che spunta quasi sotto l'ascella della donna (?) con un fiore (?)  sotto al  collo, delle varie conchiglie una delle quali è parte integrante di una colonna di pietre in bilico, dei due che si abbracciano ma chi è di spalle sembra di roccia, e dell'altra figura che si allontana?
Effettuando una ricerca si troveranno certo molte risposte e interpretazioni spesso contrastanti ... forse, dico forse, una di queste rispecchia le vere intenzioni dell'artista, ma potrebbero anche essere tutte fantasie di critici.
Sono oltre 100 le opere di Dalì esposte al Reina Sofia, di generi molto diversi e di epoche che vanno dagli anni '20 come il ritratto fatto all'amico Luis Buñuel  (1924, sotto a sx) agli '80. 
   
 a destra: Los esfuerzos estériles (Sterile Efforts) 1927-28 
    
La mémoire de la femme-enfant (The Memory of the Woman-Child) 1929, a sx
L'homme invisible (The Invisible Man) 1929, a dx
   
The Enigma of Hitler (1939, a sx) e Cama y dos mesitas de noche atacando violentamente a un violonchelo (Bed and Two Bedside Tables Violently Attacking a Violoncello) 1983, a dx

Nella maggior parte dei suoi lavori, quando penso di essere riuscito a rendermi conto del tutto, scopro sempre altri particolari minimi eppure senz’altro significativi (è impensabile che le abbia inserite per caso), figure orientate diversamente dalle altre e quindi non immediatamente leggibili, disegni dentro altri disegni come scatole cinesi.

Le foto scaricate dal sito ufficiale del museo, nel quale potrete trovare l’intera collezione permanente.

martedì 5 dicembre 2017

Catalogo delle opere di Salvador Dalí (free online)

Breve post ... avevo intenzione di scrivere di tutt’altro, ma poi ho trovato questa notizia su El Pais di oggi e mi è sembrato opportuno condividerla. Leggi qui l’articolo.
Indiscutibilmente si tratta un’altra ottima notizia per gli appassionati d’arte, di una delle tante frutto della passione e professionalità di persone che utilizzano la rete per condividere cultura (oltretutto gratuitamente) e non bufale e baggianate. Ci sono voluti ben 17 anni di lavoro per creare questo "catalogo ragionato di Salvador Dalí" che comprende oltre 1.000 opere conosciute e attribuite con certezza a grande artista spagnolo Salvador Domènec Felip Jacint Dalí i Domènech, marchese di Púbol (1904-1989), comunemente e molto più semplicemente conosciuto come Salvador Dalí. Assolutamente poliedrico, ha prodotto opere d’arte nei più svariati campi ed infatti è stato da sempre apprezzato come pittore, scultore, scrittore, fotografo, cineasta, designer e sceneggiatore. Dato il mio interesse nella settima arte, non posso far a meno di sottolineare che in quest’ultima (seppur molto limitata) attività co-sceneggiò i primi due lavori di Luis Buñuel: Un chien andalou (1929) e L'âge d'or (1930). Probabilmente il primo è il più famoso film surrealista della storia del cinema ed anche il più surrealista di tutti! Godetevi questa ventina di minuti di immagini e poi, se vi hanno seppur minimamente incuriosito, penso che dovrete concedervi una seconda e forse anche una terza visione.
Ancora più incredibile è la storia di un suo terzo lavoro, in pratica postumo, in collaborazione con Walt Disney: Destino (2003). Di questo corto parlai già diffusamente un paio di anni fa, ma ve lo ripropongo sia per vostra comodità sia perché nei suoi soli 6 minuti compaiono in tutto o in parte molti suoi famosi dipinti.
La produzione di questo corto iniziò addirittura nel 1945 ma il film fu completato solo nel 2003, ben 58 anni dopo, da Dominique Monfery e ottenne una nomination agli Oscar 2004Il commento sonoro è del messicano Armando Dominguez e la canzone è cantata da Dora Luz.
Grazie alla rete tutti possono ora osservare con attenzione le immagini in ottima definizione (anche se certamente dal vero è tutt'altra cosa) dei disegni, dei quadri e di altre opere del Maestro spagnolo, e guardare ancora una volta i film ai quali ha collaborato. 
Buone visioni!