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giovedì 31 marzo 2022

Microrec. 91-95: film del 2021, mediamente più che buoni ma poco conosciuti

Fra essi c’è un candidato Oscar (di animazione) unanimemente lodato eppure poco preso in considerazione, il più recente film di Sean Baker (quello di Tangerine e The Florida Project) e una commedia drammatica culinaria in costume ambientata in piena Rivoluzione Francese, ma le vere rarità sono un film indiano con rating altissimo e uno indonesiano da non disprezzare assolutamente!

 
Maanaadu (Venkat Prabhu, 2021, Ind)

Grandissimo successo di critica e di pubblico (8,8 su IMDb, il budget di produzione fu coperto con gli incassi dei soli primi 4 giorni) per questo film girato in lingua Tamil e non nei più comuni idiomi Hindi o Bengali. Colonna sonora galoppante che richiama i ritmi bollywoodiani (ma c’è una sola coreografia all’inizio) e che risulta perfetta per il montaggio rapido di questa thriller politico che ruota attorno ad un time loop quasi senza fine. Prima il protagonista e poi il suo antagonista si rendono conto della situazione e dopo un po’ anche di come cercare di controllarla. Il ciclo temporale viene riavvolto decine di volte riprendendo sempre da momenti diversi, con uno che tenta di impedire un attentato e l’altro che deve contrastarlo per portare a termine il progetto criminale. Qui e là sono inseriti vari combattimenti in stile kung fu, frequenti ralenti e inseguimenti. Non mancano le sorprese sia nel campo dei veri ruoli dei vari personaggi, sia in quello degli avvenimenti apparentemente fortuiti. Con stile, recitazione e ambiente tipicamente indiani moderni Maanaadu risulta una piacevole e mai noiosa commedia d’azione che non ha nulla da invidiare ai blockbuster occidentali, senz’altro consigliata.

The Mitchells vs the Machines (Michael Rianda, Jeff Rowe, 2021, USA)

Vari siti lo davano come possibile outsider per l’Oscar, ma alla fine Disney ha prevalso su questa produzione Sony, già pronta nel 2020 ma poi distribuita da Netflix solo nel 2021 (sembra non sia mai arrivata in sala in Europa). Classica famiglia americana da cartoon, padre sovrappeso che pensa di sapere tutto, madre saggia che fa il possibile per sanare gli inevitabili dissidi, due figli con le loro passioni e i problemi dell’età, l’immancabile cane (strabico). La palese satira (al di là delle solite convenzioni sociali) si focalizza soprattutto sull’iper-connettività e quindi con i problemi derivanti dall’uso di laptop, cellulari, wi-fi, YouTube, Instagram, AI e via discorrendo ma sottolinea anche quanto siano indispensabili i cacciavite a stella! Uno dei quei cartoon che strizzano l’occhio anche agli adulti, specialmente quelli che, volenti o nolenti, utilizzano quotidianamente le reti e si trovano ad affrontare i più disparati problemi nei momenti meno opportuni. Consigliato, di gran lunga più gradevole e arguto di Encanto (Oscar 2022).

  
Red Rocket (Sean Baker, 2021, USA)

Questo regista newyorkese propone ancora una volta protagonisti e situazioni familiari / sociali particolari. Fermo restando che degli ultimi tre suoi film (quelli generalmente molto apprezzati) il migliore e certamente più sorprendente è Tangerine (2013, girato con iPhone5), in questo propone personaggi poco convenzionali anche se ben diversi dai trans protagonisti del suddetto. Dopo anni di assenza, una star del porno torna in Texas e chiede ospitalità a sua moglie, che vive con la madre. In realtà è un povero diavolo senza un soldo (inizialmente molto mal accolto dalle due donne) che cerca di rimettersi in sesto con molta buona volontà, in parte ci riesce ma gli imprevisti sono dietro l’angolo. Anche gli altri comprimari sono personaggi molto particolari eppure credibili, dalla famiglia di spacciatori, ai finti veterani, ai falsi puritani, … questa è America! Tutti ben descritti, guardando (ascoltando) la versione originale si apprezzano anche i vari modi di parlare che gli stessi protagonisti sottolineano prendendo in giro l’attore che ha acquisito l’accento californiano, per non parlare dello slang degli afroamericani. Non all’altezza dei precedenti (l’altro è The Florida Project, 2017, Nomination Oscar per Willem Dafoe) ma senz’altro interessante, ben scritto e diretto da Sean Baker.

Photocopier (Wregas Bhanuteja, 2021, Idn)

Primo film indonesiano che vedo … piacevole sorpresa per modernità della storia (applicabile a quasi qualunque paese occidentale) per come è girato e per come è interpretato. Dopo una serie di corti presentati e premiati anche a Cannes, Berlino e al Sundance, questo è stato il primo lungometraggio di questo regista sceneggiatore non ancora trentenne nato e formatosi a Jakarta. In breve, la storia tratta della ricerca della verità da parte di una universitaria che perdita la borsa di studio a causa di sue foto apparse online mentre è palesemente ubriaca. In un paese nel quale l’alcool è per lo più ufficialmente bandito, il fatto viene considerato un disonore per la facoltà e anche per la famiglia. Ma chi l’ha fatta ubriacare e perché? Riuscirà a scoprire i colpevoli e a farli condannare? Affronta così temi quali maschilismo e potere economico, religione, posizione sociale e prevaricazione della polizia. Interessante film drammatico-investigativo (quasi crime) che apre una finestra sull’Indonesia moderna non turistica.

Délicieux (Éric Besnard, 2021, Fra)

Storia molto campata in aria, poco credibile eppure piacevole da seguire se ci si concentra solo sulla scenografia, i costumi, gli utensili da cucina e la preparazione di dolci e pietanze. E sì, perché, come si può intuire dal titolo, il tema centrale è il cibo. Bella fotografia che spesso rimanda alla pittura classica delle nature morte e delle cucine ben fornite.

domenica 6 febbraio 2022

Microrec. 41-45 del 2022: 2 molto probabili Oscar e altro

In campo Oscar c’è il film dato per unico vero contendente di Encanto nel gruppo animazione, nonché uno indicato come pluripremiato che potrebbe ottenere risultati simili a quelli di Parasite 2 anni fa. Li affiancano un classico Rohmer e due produzioni molto originali di paesi freddi: Norvegia e Islanda.

 
Drive My Car (Ryûsuke Hamaguchi, 2021, Jap)

Della ventina scarsa di film potenzialmente candidati agli Oscar fin qui guardati, questo è senza alcun dubbio il migliore, con un’ottima sceneggiatura ancorché molti la troverann0 un po’ criptica. Dramma psicologico che, essendo oltretutto lungo (3 ore) e colto (senza grande azione, che comunque non manca), molti troveranno noioso, ma i contenuti, intervallati da originali twist nelle relazioni personali fra i protagonisti, lo rendono particolarmente interessante. A chi volesse guardarlo consiglio di leggere prima un seppur breve riassunta della trama di Zio Vanja di Cechov. Oltre alla qualità generale, è da apprezzare la scena conclusiva che lascia agli spettatori la scelta per la sua interpretazione. Finora 3 Premi e Nomination Palma d’Oro a Cannes, 3 Nomination BAFTA (si assegneranno il 13 marzo) e altri 54 premi (per ora). Consigliato agli amanti del buon cinema.

Conte d'hiver (Éric Rohmer, 1992, Fra)

Classica commedia drammatica, secondo dei 4 Racconti delle quattro stagioni; di gran qualità come al solito. La protagonista è una ragazza madre irrequieta e molto indecisa, che passa da un compagno all’altro continuando a sognare di ritrovare il suo unico e grande amore, padre di sua figlia. Interessanti e ben caratterizzati i protagonisti, dalla nonna alla nipotina. La narrazione, pur priva di grandi eventi, è fluida e piacevole, come di consueto. Premio FIPRESCI a Berlino, miglior film dell’anno per Cahiers du Cinéma. Consigliato.

  
Echo (Rúnar Rúnarsson, 2019, Isl)

Film molto particolare, un collage di una cinquantina di scene riprese (con camera fissa) durante le feste natalizia, fra la Vigilia e il Capodanno. Molte sono ironiche, alcune caustiche, altre drammatiche o triste. Le situazioni sono molto varie, dal funerale di un bambino ad un parto, da feste familiari a problemi di coppia, da scuse per bullismo passato a volontà di disintossicazione. Buone le riprese che riescono ad includere tutta l’attività dei protagonisti, cosi come i brevi dialoghi ridotti a volte solo a un paio di battute. Con tutto l’apparente ordine e perfezione dei paesi nordici, appare che i problemi sociali siano uguali in tutto il mondo occidentale e non sembra che la vita lì sia tanto migliore di quella dei paesi mediterranei (se non altro per il clima). Originale e in fondo divertente.

Flee (Jonas Poher Rasmussen, 2021, Den+)

Ha la particolarità (rara per i film d’animazione) di poter concorrere anche in altre categorie che non siano le solite musiche e canzoni; infatti, sembra avere buone chance di Nomination sia come miglior film straniero che documentario, ma potrebbe essere presa in considerazione la sceneggiatura. Produzione molto variegata Den/Swe/Nor/Fra/USA/ Spa/Ita/UK. La storia vera spunto alla sua base è la fuga dall’Afghanistan di una intera famiglia, dopo che il padre viene arrestato. Saranno rifugiati in vari paesi e tenteranno di passare frontiere clandestinamente pagando fior di quattrini. La storia è narrata dal più piccolo della famiglia 8ormai adulto) che si trova separato dal resto della famiglia. Animazione poco fluida, disegni essenziali ma buoni (scenografia migliore dai disegni dei protagonisti), bisognerà vedere che peso daranno i giurati ai drammatici contenuti.

Kraftidioten (Hans Petter Moland, 2021, Nor) tit. it. In ordine di sparizione

Dark comedy con tante morti violente; data l’ambientazione nei paesaggi innevati, molti lo hanno definito il Fargo (1996, f.lli Coen) norvegese, ma forse è più vicino ai film di Guy Ritchie. Per una serie di casualità viene ucciso un innocente e ciò dà la stura ad una serie di vendette e di freddi e spietati omicidi. Rimanendo all’inizio misteriosi, causano l’inizio di una sanguinosa guerra fra le due bande criminali che si dividono gli affari dell’area: i locali e una famiglia di serbi. Stellan Skarsgård veste i panni del protagonista (un operatore di spalaneve) mentre i due boss sono interpretati da Pål Sverre Hagen (il Conte) e dal solito ottimo Bruno Ganz (Papa, il capofamiglia serbo). Originale, nel suo genere non è niente male.

sabato 13 febbraio 2021

micro-recensioni 41-45: film d’animazione italiani e francesi ‘60-‘70

Anche nei decenni in cui la Walt Disney aveva quasi il monopolio dei film d’animazione, esistevano altre realtà con disegni dai tratti ben diversi e spesso non destinati ai bambini o, almeno, non esclusivamente a loro. Solo due derivano da strisce a fumetti e nel complesso sono nettamente inferiori. Tre sono di Bruno Bozzetto, reinterpretazioni italiane di classici USA: un film (Fantasia, 1940, Walt Disney) e un genere, i western. Solo uno è completamente fuori da ogni schema e, seppur firmato da René Laloux, deve la maggior parte dei sui meriti ai disegni di Roland Topor, eclettico artista per lo più surrealista, molto attivo anche in campo cinematografico con i suoi amici Fernando Arrabal e Alejandro Jodorowsky, ma talvolta anche attore in film come Nosferatu di Herzog (1979), nel quale interpreta il folle Renfield.

 

La planète sauvage (René Laloux, Fra, 1973)

Una storia assolutamente fantastica racconta dei contrasti fra due comunità apparentemente simili ma di dimensioni estremamente diverse: gli enormi Draags e i minuscoli Oms. I problemi relazionali si possono facilmente interpretare come quelli padroni/schiavi o ricchi/poveri, con ovvi tentativi di ribellione e conseguenti repressioni; da non sottovalutare il tema dell’accesso al sapere. Interessantissime sono le rappresentazioni degli elementi di contorno, una miscela di parvenze animali che richiamano alla mente i disegni di surrealisti moderni come Salvador Dalì, ma anche quelli di Hieronymus Bosch (1450-1516), e per restare nell’ambito dell’animazione sembrano essere antesignani dei draghi volanti di Dragon Trainer (2010). Penso risulti chiaro che il film offre molti spunti, di genere completamente diversi e certamente non è un prodotto destinato al pubblico infantile. Da guardare senz’altro, e con attenzione.

Allegro non troppo (Bruno Bozzetto, Ita, 1976)

Il richiamo a Fantasia (1940, Walt Disney) è esplicitamente espresso dal protagonista umano interpretato da Maurizio Nichetti. E sì, perché questo è un film con attori e disegni animati, i primi compaiono solo nelle scene in teatro, i disegni sono destinati ad illustrare i vari brani di musica classica di Sibelius, Dvorak, Vivaldi, Debussy, Stravinsky e Ravel. Il famosissimo Bolero di quest’ultimo offre a Bozzetto lo spunto per mostrare una sua interpretazione dell’evoluzione, a partire da una chiara citazione di 2001: Odissea nello spazio (1968, Stanley Kubrick) inserendo anche una bottiglia dell’americanissima Coca Cola. (clip qui in basso)

Molto originali sia i disegni che le sceneggiature dei sei racconti musicali, quasi tutti con un sottile, eppure evidente, black humor. Ciò è ancor più presente nelle parti recitate in teatro, con un manager / direttore d’orchestra despota, aguzzino del disegnatore (Nichetti). Ci sono anche un insulso presentatore (Maurizio Micheli), una orchestra composta da decine di ottuagenarie ed una ragazza addetta alle pulizie. Queste parti che si alternano all’animazione, pur fornendo occasioni per situazioni grottesche e battute argute, risultano talvolta stucchevoli e un po’ più lunghe del necessario. Anche questo da guardare, godendosi soprattutto musica e animazione.

  

West and Soda (Bruno Bozzetto, Ita, 1965)

Trovandosi nello stesso gruppo, è impossibile non fare un paragone fra questo film e quello di Goscinny (creatore, con Uderzo, della saga di Asterix). Come anticipato, Bozzetto riunisce in West and Soda molti degli stereotipi dei western classici hollywoodiani e inserisce alcune scene e battute con specifici riferimenti a film e personaggi, al contrario del francese che presenta un protagonista famoso nei paesi francofoni, per apparire in strisce già da oltre 30 anni. Ci sono tutti i personaggi indispensabili: il cattivo e i suoi scagnozzi, il pistolero infallibile che non vuole uccidere, la giovane e avvenente, da donna del saloon, il pianista, i becchini, gli indiani al perenne inseguimento della diligenza e lo squadrone di cavalleria che giunge in aiuto. Film di passo snello e arguto, di sicuro molto più apprezzabile da chi conosca abbastanza western classici. Consigliato, leggero e divertente.

Vip - Mio fratello Superuomo (Bruno Bozzetto, Ita, 1968)

Se nel suo primo lungometraggio Bozzetto presentò una parodia (molto ben riuscita) del genere western, qui si occupa dei supereroi … ma con molto minor successo. Non riesce ad essere incisivo né ad avvincere, storia molto banale e prevedibile, disegni direi deludenti. Non malvagio, ma certamente evitabile.

Lucky Luke - La ballata dei Dalton (René Goscinny, Henri Gruel, Fra, 1978)

Qualcosa ho già detto nel commento a West and Soda e non c’è molto altro da aggiungere. Come la maggior parte delle trasposizioni da striscia a fumetti a lungometraggio non riesce a rendere. Le strutture delle storie sono necessariamente diverse, i caratteri dei personaggi sono ben conosciuti e sia che si dia ciò per assodato, sia che li si voglia riproporre, buona parte del pubblico resta scontento. Evitabile, specialmente se prima guardate il western di Bozzetto.

lunedì 21 settembre 2020

Micro-recensioni 311-315: messicani particolari, Henry Fonda commediante e un ottimo film d’animazione

Soddisfacente cinquina molto varia, con la sempre piacevole ri-visione di Belleville e l'assoluta sorpresa di un film messicano con una travagliata storia alle spalle. Completano il gruppo uno dei tanti discussi film di Ripsteinun moderno film di un esordiente messicano e una (almeno a me) sconosciuta commedia americana che vede protagonisti due attori di solito drammatici.

 

Les triplettes de Belleville (Sylvain Chomet, Fra, 2003)

Ingegnoso film di animazione, praticamente senza dialoghi (solo un paio di battute, simili, in apertura e chiusura) ma con buona colonna sonora e significativi rumori d’ambiente. La storia si sviluppa fra gli ambienti del ciclismo (fino al Tour de France) e quello dei gangster americani con mille riferimenti al cinema e alla musica. Infatti, la maggior parte dei personaggi sono caricature di star e chi osserva con attenzione i fondali scoprirà titoli, locandine, foto certamente non inserite a caso e tanti altri particolari significativi che per lo più danno un tocco di dark humor, più facilmente apprezzabile dagli adulti. Qualcuno lo ha definito un film anti-Disney, certamente basato su tratti di tutt’altro stile e non pensato per il classico pubblico dei cartoni disneyani.

Da non perdere, specialmente per chi voglia gustare un’animazione arguta e diversa dalle solite banalità. 2 Nomination Oscar (animazione e canzone)

La mancha de sangre (Adolfo Best Maugard, Mex, 1937)

Interessantissima visione, ma solo per puri cinefili, meglio se anche conoscitori della Epoca de Oro del cinema messicano. Si tratta dell’unico lungometraggio di Adolfo Best Maugard, rinomato e poliedrico artista del circolo di Diego Rivera, Frida Kahlo, Orozco, Tamayo, Siqueiros, insomma tutti i migliori della prima metà del secolo scorso, acclamati internazionalmente. Di famiglia colta e danarosa da adolescente già studiava arte a Parigi dove strinse amicizia con Matisse, Cezanne e Gauguin. In quanto al cinema, frequentò Hollywood negli anni ’20 e lì lanciò Dolores del Rio; tornato in Messico fu designato quale supervisore di ¡Que viva México! (1931) di Eisenstein, il regista russo che tanto avrebbe influenzato i cineasti messicani. La sceneggiatura originale è di Miguel Ruiz Moncada (lo stesso di El prisionero 13, 1933, primo segmento della Trilogia della rivoluzione di Fernando de Fuentes) e nel ruolo di Camelia appare per la prima volta come protagonista Estela Inda, divenuta poi famosa per Los olvidados (1945) di Luis Buñuel.

La versione originale includeva molti nudi integrali (artistici) e per tal motivo, nonostante i numerosi tagli preventivi, fu proiettato solo per pochi giorni per poi riapparire in sala solo nel 1943, ma per poche settimane. Dato per perduto (divenne uno dei titoli più ricercati) riapparve solo 50 anni dopo ma con la sesta “pizza” senza sonoro e la nona e ultima senza immagini.

Come appare chiaro anche ai non cinefili, c’erano tutti gli elementi per giustificare il restauro del film e, dopo tanta attesa, proporlo al pubblico seppur mutilato, con una parte sottotitolata (dialoghi interpretati tramite lettura labiale) e con il finale solo sonoro (lo schermo appare grigio) nel quale si ascoltano poche frasi e numerosi spari. Nelle riprese si nota la visione artistica della composizione dell'immagine.

Infine, c’è da dire che La mancha de sangre viene spesso considerato come precursore e prototipo del genere cabaretera che tanto successo avrebbe avuto a partire dal decennio successivo e che comprende alcuni fra i più apprezzati film messicani quali i famosi Salón México (1949) e Víctimas del pecado (1951) di Emilio El Indio Fernández e Aventurera (1950) di Alberto Gout.

  

Principio y fin (Arturo Ripstein, Mex, 1993)

Come spesso accade nei film diretti da Ripstein, anche in questo regna lo squallore, il degrado. Una famiglia della media borghesia si trova ad affrontare seri problemi finanziari a seguito della prematura e improvvisa morte del capofamiglia. Fra madre quasi oppressiva, tre figli e una figlia, al di là dell’apparente sintonia e affetto, vengono fuori disonestà, bugie, gelosie fin quasi all’odio e la serie di eventi sembra quasi una gara a chi si comporti in modo più avventato se non stupido, spesso senza rispettare alcuna regola sociale o morale.

La storia è un adattamento del romanzo omonimo (1950) di Naguib Mahfouz, scrittore egiziano premio Nobel per la letteratura nel 1988. Simile trasposizione di un altro suo romanzo dal Cairo al Messico fu eseguita nel 1995 con El callejón de los milagros (diretto da Jorge Fons, Menzione Speciale e Nomination Orso d’Argento a Berlino) ma fate attenzione ai vari titoli riferiti a questa opera del 1947 e successivi adattamenti. Internazionalmente è conosciuto come Midaq Alley (trad. letterale), in spagnolo diventa El callejón de los milagros (Il vicolo dei miracoli), in italiano il romanzo si chiama Vicolo del mortaio, ma il film è Nel cuore della città. Avendo guardato entrambi i film, sono incuriosito dai romanzi originali per comprendere come siano stati adattati personaggi, culture e ambienti tanto diversi.

Classico Ripstein, non per tutti. IMDb 8,0, RT 89%p

Temporada de patos (Fernando Eimbcke, Mex, 2004)

In effetti somiglia più a una sit comedy che a un film; meravigliano i ranking, in particolare il 91% (su ben 76 recensioni) di RT. Ci sono alcune trovate apprezzabili ed è ben realizzato con un buon b/n, ma la sceneggiatura ha troppe pause, scene inutilmente stiracchiate e pochissima azione.

Primo lungometraggio di Eimbcke, che in precedenza aveva realizzato 8 corti e che con il film successivo (Lake Tahoe, 2008) si fece notare a Berlino vincendo due Premi e con la Nomination all’Orso d’Oro.

A una primissima impressione, direi che ha bisogno di migliorare le sceneggiature, alle quali collabora.

The Lady Eve (Preston Sturges, USA, 1941)

Credo sia la prima volta che vedo Henry Fonda in una commedia, abituato (come penso tutti) a conoscerlo come attore drammatico o di film d’azione; quasi lo stesso dicasi per Barbara Stanwyck. Seppur titubante, mi sono avventurato in questa visione incuriosito dalla Nomination Oscar per la sceneggiatura e dagli eccellenti rating (IMDb 7,8, RT 100% e Metascore 96). Purtroppo, i miei sospetti erano fondati … a tratti tendeva alla commedia romantica, altre volte allo slapstick, dialoghi e personaggi insulsi, frequenti rovinose cadute del protagonista degne delle peggiori commedie italiane. Veramente non capisco gli elogi … da evitare.

  

#cinegiovis #cinema #film

martedì 16 giugno 2020

Nina Paley e i suoi singolari approcci ai miti religiosi

Torno a parlare di questa artista contemporanea, ma soprattutto estemporanea, che si diverte (proprio così, visto che inserisce i suoi lavori fra quelli di pubblico dominio) a produrre film a tecnica mista di soggetto epico-religioso, fra il divulgativo e l’ironico, assolutamente non offensivo per i rispettivi credenti.
Il suo primo lungometraggio è stato Sita Sings the Blues (2008, al quale nel 2014 dedicai post specifico)  nel quale Nina Paley raccontava, seppur per sommi capi, la storia fittissima di avvenimenti e personaggi mitici del Ramayana, fondamentale poema epico dell'induismo, le cui origini sono databili far il VI e il III sec. a.C., scritto in sanscrito. Similmente a quanto poi fatto in Seder-Masochism (2018), la narrazione si sviluppa a partire da dialoghi fra persone che ricordavano (o non ricordavano) gli sviluppi della lotta di Rāma,
principe spodestato, per riconquistare trono e soprattutto sua moglie Sita.
I disegni si rifanno a quelli classici del ‘700 come questi riprodotti in basso.

 

Il film è disponibile in HD fino a 1080p, sia per lo streaming che per il download. Consiglio i sottotitoli anche a chi ha dimestichezza con l’inglese in quanto i narratori parlano volutamente in Indian English (aka Hinglish) con
un fortissimo accento.
Per quanto riguarda Seder-Masochism (2018), riporto l’adattamento della
microrecensione pubblicata pochi giorni fa:
Secondo lungometraggio di Nina Paley, di nuovo a sfondo religioso e anche in questo caso in senso critico e ironico. Si tratta del seder, la cena rituale che gli ebrei tengono in occasione della cosiddetta Pasqua ebraica. Il film viene presentato come un’intervista della regista (sotto forma di una capretta) con suo padre (rappresentato come Dio) parlando sia di religione che della vita personale e dei loro rapporti familiari. Per la maggior parte del tempo, però, rivisitano in maniera critica e sincera la narrazione dell’esodo dall’Egitto come proposto dalla Haggādāh, versione rabbinica dell’Esodo sostanzialmente
simile a quella del libro dell’Antico Testamento. Se una seppur minima
conoscenza di Mosè e del suo bastone, delle piaghe d’Egitto, dell’apertura
delle acque, delle tavole del Decalogo, la manna, eccetera consente di
apprezzarlo meglio, in ogni caso è possibile seguire facilmente l'azione la
narrazione. Questa è proposta in stile musical sia con semplici disegni, spesso
replicati e che si muovono a ritmo, sia con altre tecniche che vanno dalla stop-motion con ricami, al collage di foto, a breve inserti di filmati di cronaca reale, L’ultima cena (di Juan de Juanes, metà XVI sec., esposta al Prado) con personaggi animati e parlanti, tante diverse rappresentazioni della Grande Madre che ballano con animazione semplice ma fluida.

Colonna sonora molto ricca e varia, con particolare attenzione ai testi il che giustifica che di alcuni brani si ascolta una sola frase; si va dal Gospel al Rhythm and Blues, dal Rock al Pop e, in quanto a interpreti, da Louis Armstrong ai Beatles, da Gene Kelly ai Led Zeppelin, da Gloria Gaynor a Herp Albert, da cori bulgari a musica tradizionale ebrea.
Tanto per dare un'idea, ecco il trailer:
La poliedrica artista scrive, disegna e monta i suoi film riuscendo così a
produrre ottimi lavori con cifre ridicole ... per questo film IMDb riporta un
budget di 20.000 dollari! C’è da aggiungere, ed è cosa non da poco,
che Nina Paley è fautrice della Free Culture e pubblica i suoi lavori in rete già alla prima uscita sottolineando che cede i diritti e invita a guardare e diffondere liberamente i suoi filmati, per ognunoo dei quali esiste specifico sito. Da questa pagina è possibile scaricare Seder-Masochism in qualità fino a 4K e accedere a tante altre informazioni.

 

mercoledì 10 giugno 2020

Micro-recensioni 206-210: animazioni molto particolari e la "trilogia marsigliese"

Cinquina che si può facilmente dividere in due blocchi: due film d’animazione con tecnica e soprattutto sceneggiature molto particolari e 3 film di derivazione teatrale con gli stessi personaggi ed interpreti, diretti da tre registi diversi ma scritti dalla stessa ottima penna, quella di Pagnol.
Seder-Masochism (Nina Paley, USA, 2018)
Secondo lungometraggio di Nina Paley, di nuovo a sfondo religioso e anche in questo caso in senso critico e ironico. Se nel primo (Sita Sings the Blues, 2008) si riferì all'induismo trattando degli avvenimenti del poema epico Ramayana (che lasciò intendere pochi conoscano a fondo per essere lungo con trama articolata e una miriade di protagonisti), in questo tratta del seder, la cena rituale che gli ebrei tengono in occasione della cosiddetta Pasqua ebraica. Il film viene presentato come un’intervista della regista (sotto forma di una capretta) che intervista suo padre (rappresentato come Dio) parlando sia di religione che della vita personale e dei loro rapporti familiari. Per la maggior parte del tempo, però, rivisitano in maniera critica e sincera la narrazione dell’esodo dall’Egitto come proposto dalla Haggādāh, versione rabbinica dell’Esodo sostanzialmente simile a quella del libro dell’Antico Testamento. Se una seppur minima conoscenza di Mosè e del suo bastone, delle piaghe d’Egitto, dell’apertura delle acque, delle tavole del Decalogo, la manna, eccetera consente di apprezzarlo meglio, in ogni caso è possibile seguire facilmente l'azione la narrazione. Questa è proposta in stile musical sia con semplici disegni, spesso replicati e che si muovono a ritmo, sia con altre tecniche che vanno dalla stop-motion con ricami, al collage di foto, a breve inserti di filmati di cronaca reale, L’ultima cena (di Juan de Juanes, metà XVI sec., esposta al Prado) con personaggi animati e parlanti, tante diverse rappresentazioni della Grande Madre che ballano con animazione semplice ma fluida.
Colonna sonora molto ricca e varia, con particolare attenzione ai testi il che giustifica che di alcuni brani si ascolta una sola frase; si va dal Gospel al Rhythm and Blues, dal Rock al Pop e, in quanto a interpreti, da Louis Armstrong ai Beatles, da Gene Kelly ai Led Zeppelin, da Gloria Gaynor a Herb Alpert, da cori bulgari a musica tradizionale ebrea. 
Tanto per dare un'idea, ecco il trailer:
La poliedrica artista scrive, disegna e monta i suoi film riuscendo così a produrre ottimi lavori con cifre ridicole ... per questo film IMDb riporta un budget di 20.000 dollari! C’è da aggiungere, ed è cosa non da poco, che Nina Paley è fautrice della Free Culture e pubblica i suoi lavori in rete già alla prima uscita sottolineando che cede i diritti e invita a guardare e diffondere liberamente i suoi filmati, per ognunoo dei quali esiste specifico sito. Da questa pagina è possibile scaricare Seder-Masochism in qualità fino a 4K e accedere a tante altre informazioni.

Más vampiros en La Habana (Juan Padrón, Cuba, 2003)
Sequel di Vampiros en La Habana (1985) e come quello pieno di riferimenti politici e storici, alla stregua di un film di propaganda seppur in questo caso l’ironia è chiara. Nel primo la questione era ristretta allo scontro fra varie etnie di vampiri con il gruppo di Chicago diretto da Al Tapone mentre quello di New York si chiama Capa Nostra, i componenti di quello tedesco hanno i baffetti alla Hitler, gli italiani la classica coppola siciliana, ... e così via. Ogni gang ha il suo accento caratteristico e si accentuano anche le varie parlate latine, mentre tutti i locali esaltano la caratteristica cadenza cubana. Qui si ritrova molto di ciò, ma sono passati più di 10 anni e siamo in piena seconda guerra mondiale e quindi fra i protagonisti appaiono Hitler e Mussolini (ovviamente i cattivi), spie russe, soldati, scagnozzi di Batista e tanti cubani che invece continuano a suonare, cantare e ballare. Cala molto nel finale ma resta comunque divertente e originale.
La Trilogia marsigliese di Marcel Pagnol
Marius (Alexander Korda, Fra, 1931)
Fanny (Marc Allégret, Fra, 1932)
Cesar (Marcel Pagnol, Fra, 1936)

Marcel Pagnol fu commediografo famosissimo in Francia e la gente si precipitava al teatro al solo sapere che si trattasse di un suo lavoro. I primi due lavori della trilogia contavano già un paio d’anni sui palcoscenici teatrali prima di essere adattati per il cinema, la sceneggiatura del terzo fu scritta direttamente per il grande schermo e l’autore volle dirigerlo personalmente.
L’origine teatrale della storia, specialmente per Marius e Fanny, è ben evidente, con pochi personaggi che parlano tanto, sempre in ambienti limitati, e sono in stretta continuità … il terzo si svolge quasi 20 anni più tardi e quindi compare un nuovo personaggio (e ovviamente interprete), vale a dire il figlio di Marius e Fanny.
Si tratta di tre commedie drammatiche che si svolgono presso le banchine del porto di Marsiglia dove Cesar gestisce il Bar de la Marine con suo figlio Marius, lì davanti Fanny e sua madre Honorine vendono pesce e frutti di mare, a poca distanza c’è il negozio del ricco vedovo Panisse, velaio. Questi sono i personaggi principali ai quali si affiancano 3 avventori fissi del bar e pochi altri secondari, ognuno con un mestiere e carattere diverso, regolarmente deriso a turno dagli altri che quindi inventano storie e maldicenze apparentemente bonarie, in pratica un bel gruppo di bugiardi matricolati anche se in molti casi sono convinti di mentire a fin di bene, se non altro per evitare guai peggiori.
I personaggi, con le loro personalità molto varie, sono ben descritti e nei loro conflitti amichevoli (seppur accompagnati da terribili minacce) danno luogo a situazioni indubbiamente divertenti per quanto reali. Parallelamente si sviluppano i drammi amorosi, ma anche questi vengono proposti in modo abbastanza ironico. C’è da sottolineare che, anche se in un primo momento i produttori del primo film della trilogia (Marius) avevano in mente di scritturare attori cinematografici di grido, una volta guardata la commedia al teatro decisero di scritturare l’intera compagnia e quindi per quasi tutti loro, attori navigati e apprezzati, tecnicamente si trattò di un esordio.
Questi film meritano senz’altro una visione ma, per apprezzarli appieno, è importante guardarli tutti e tre e nel giusto ordine.

domenica 26 aprile 2020

Micro-recensioni 136-140: ottimo cinema ceco, estroso e fuori dagli schemi!


Dopo il lungo tour in Asia, torno in Europa con una cinquina di film molto particolari del periodo della Nouvelle Vague Ceca, fra la fine degli anni ’50 e inizio anni ’70. Tutti sono più che apprezzati dalla critica (notate i rating), ma per motivi completamente diversi: l’eccezionale fotografia in bianco e nero in formato panoramico che descrive una storia tragica e violenta del XIII secolo, la tecnica usata per parlare di morte e cremazione fra nazismo e buddismo, la follia di un narrazione cronologica sovrapposta a immagini proposte a ritroso, la combinazione (nel 1958) di animazione e disegni fra le parti con attori, un mix sperimentale fra surrealismo e viraggi in tanti colori.


Marketa Lazarová (Frantisek Vlácil, Cze, 1967)
IMDb 8,1 RT 100%

Veramente affascinante dal punto di vista fotografico! Eccellente descrizione dell’ambiente invernale, per lo più innevato, con alternanza di campi lunghi e particolari. La vita dell’epoca, anche con immagini abbastanza crude, viene proposta magistralmente, sia per quanto riguarda gli interni che gli esterni. Ciò è anche frutto dell’enorme lavoro di adattamento (4 anni circa) a partire dall’omonimo romanzo e delle pazienti riprese, distribuite su tre inverni (64-66). Oltretutto il regista, oserei dire abbastanza maniaco, per un lungo periodo fece vivere la troupe effettivamente nei boschi per calarsi nei loro personaggi e pretese che tutti i costumi fossero cuciti a mano.

Pur essendo stato acclamato a livello mondiale, Frantisek Vlácil si è sempre dichiarato insoddisfatto del risultato finale in quanto secondo lui si sente la mancanza degli almeno altri 30 minuti di riprese di interni. Infatti, la sua sceneggiatura prevedeva varie scene (definite “regie”) ambientate alla corte di Venceslao I, connesse con il momento storico e con i contrasti tra cristiani e pagani, e mai realizzate sia per questioni di budget sia per non oltrepassare le 3 ore di durata (la versione standard è di 2h45’). Questa la trovate in 720p su YouTube, sottotitolata in inglese ma, attenzione, i dialoghi sono abbastanza adattati al tempo e quindi non si tratta certo di un inglese moderno, con tanti vocaboli obsoleti o strettamente legati alla vita rutale medievale.

Suggerisco di approfondire su Wikipedia, nella pagina in inglese trovate la trama dettagliata. 
Viene in genere considerato il miglior film ceco di tutti i tempi e fra i migliori del genere storico a livello mondiale.


The Cremator (Juraj Herz, Cze, 1969) 
IMDb 8,0 RT 100%

Singolare per la trama e per come affronta il tema dell’arrivo del nazismo in Cecoslovacchia, conta su un’ottima tecnica cinematografica complessiva: regia, fotografia e montaggio. Tantissimi sono i primi piani e i primissimi piani, soprattutto di occhi e bocche, di umani ed animali; frequenti rapidi montaggi di scene di pochissimi fotogrammi; molto efficace il modo in cui vengono presentati gli incontri con il suo doppelgänger: grandangolo, sovraesposizione e ridotta profondità di campo …

La storia copre vari anni seguendo la carriera del “crematore”, il quale fornisce anche la voce narrante e pontifica senza sosta con una voce calma e suadente, filosofeggiando sulla vita e sulla morte, sulle miserie umane, sull’anima e la reincarnazione.

Pur sviluppandosi sostanzialmente fra il funebre e il macabro, non mancano frasi argute al limite della commedia nera (“Passiamo per il cimitero, è molto più piacevole” o “Ascoltiamo qualcosa di più allegro … la Danza macabra di Saint Saëns”).

Contenuti terribili e angoscianti sono proposti con tecnica sopraffina e sceneggiatura sagace, l’ottimo montaggio si avvale di pregevoli transizioni come quelle frequenti sui primi piani del protagonista usate anche per lo scorrere del tempo.

Nessun cinefilo dovrebbe perderselo.


Happy End (Oldrich Lipský, Cze, 1967) 
IMDb 8,0

Film fra il geniale, lo sperimentale e il folle, conosciuto e apprezzato proprio per tali motivi. Viene proposto letteralmente al rovescio, vale a dire che comincia dalla fine e torna indietro nel tempo mostrando però anche le scene al contrario, quindi persone che camminano all'indietro, e a tavola levano il cibo dalla bocca e lo mettono nel piatto.

Ma ciò che lo rende ancor più particolare sono i dialoghi assolutamente geniali. Infatti, la voce narrante che parla della vita del protagonista cronologicamente a cominciare dalla sua nascita viene intercalata ai dialoghi delle varie scene che si ascoltano invece in ordine opposto. Questi non risultano semplici da seguire in quanto si ascoltano prima le risposte e poi le domande alle quali la risposta precedente può essere adattata e si trova sempre in contrapposizione alla logica o alla situazione.

Altrettanto brillante è il posizionamento dei vari commenti della voce fuori campo in quanto sono logici nella narrazione cronologica della vita del protagonista però possono essere facilmente associati, seppur in modo molto sottile e ironico, alle situazioni mostrate. Non nego che ci voglia un discreto sforzo mentale per combinare le varie azioni osservando prima i risultati e poi le cause, ascoltando i dialoghi come detto al contrario e quindi apparentemente privi di logica o hanno logica opposta ai fatti. Si sovrappongono e si confondono vita, morte, matrimonio e altre situazioni che possono essere interpretate in modo opposto, a seconda dei punti di vista (il matrimonio è la tomba dell'amore?).

Il film si trova in ottima definizione 1080p su YouTube, ma in ceco. Tuttavia, in rete è facile trovare sottotitoli in varie lingue.
Consigliatissimo, ma penso che lo si debba guardare più di una volta per apprezzarlo appieno.


La diabolica invenzione (Karel Zeman, Cze, 1958)


Karel Zeman è conosciuto in ambito cinefilo soprattutto per la sua serie di film (6, fra il 1955 e il 1970) nei quali combinò molto bene storie fantastiche e disegni, talvolta animati. Fu uno dei registi più ammirati da Terry Gilliam dei Monty Python che oltre 10 anni dopo utilizzò simile tecnica ma, a suo dire, senza raggiungere i livelli del regista ceco. Questi film a tecnica mista sono storie fantasy o sci-fi basati su adattamenti di romanzi di Verne o combinazioni di essi, ma uno fu anche la trasposizione de Il barone di Munchausen. In vari casi ha utilizzato le illustrazioni originali dei romanzi, come quelle famose di Dorè, ma anche disegni nuovi fortemente ispirati ad essi.

Anche se ufficialmente ispirato ad uno dei 54 romanzi della serie Voyages extraordinaires (il poco noto Di fronte alla bandiera, 1896), in questo film sono amalgamati elementi di altri romanzi di Verne più famosi come per esempio Ventimila leghe sotto i mari, visto che ci sono sottomarini, palombari e incontri ravvicinati con piovre.

Brillante e piacevole lavoro anche se sostanzialmente ingenuo; notevole per essere stato un antesignano di un genere.


Daisies (Vera Chytilová, Cze, 1966)


Surreale, sconclusionato, parte in b/n e parte a colori (e in questi casi molto colorato), immagini virate in più colori che cambiano rapidamente, scene da comiche mute fino alle torte in faccia, disegni, forbici che compaio continuamente, usate anche per tagliare di tutto, carta, stoffe, cetrioli sottaceto, salsicce, uova sode, banane, …

La trama quasi non c’è, nel frenetico susseguirsi di immagini (un mixaggio più che montaggio) traspare una critica alla società. La lunga scena finale nella quale le protagoniste fanno scempio di una tavola imbandita attirò l’attenzione della censura e ciò fa supporre che la frase dedicato a quelle persone che si indignano solo per un petto di pollo calpestato”, sovrapposta a riprese reali di bombardamenti, sia stata aggiunta successivamente. Dopo questo film, la regista fu ostacolata in ogni modo pur senza essere inserita ufficialmente nella black list.

Certamente il più banale della cinquina, il più vicino allo stile dell’avanguardia dell’epoca.

venerdì 30 agosto 2019

54° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (266-270)

Altra cinquina dedicata completamente al periodo d’oro del cinema tedesco, con alcuni film veramente notevoli e non solo per i nomi dei registi. Quattro muti, dei quali uno di animazione (splendido) e un documentario, l’unico sonoro è uno dei due diretti da Pabst.
  
   


266  Le avventure del Principe Achmed (Lotte Reiniger, Ger, 1926) tit. or. “Die Abenteuer des Prinzen Achmed” * animazione * IMDb  7,8  RT 80%
Piacevolissima sorpresa questo che dovrebbe essere il primo lungometraggio animato (potrebbe essere stato anticipato da un paio di produzioni argentine delle quali tuttavia non esistono copie) e oltretutto con tecnica, stile e soggetto molto particolari. Si rifà infatti al classico teatro delle ombre orientale e la trama è una combinazione di leggende e racconti ambientati in paesi arabi, India ed Estremo Oriente. Consiglio di leggere questo interessante ed esplicativo post pubblicato su Cinemafrica ma, ovviamente, c’è tanto altro in rete in merito al film, essendo una pietra miliare dell’animazione.
Imperdibile e da guardare più di una volta per apprezzare dettagli tecnici e non.

269  Uomini di domenica (Robert Siodmak, Ger, 1930) tit. or. “Menschen am Sonntag” * con Erwin Splettstößer, Brigitte Borchert, Wolfgang von Waltershausen * IMDb  7,4  RT 100%
Film d’esordio di Robert Siodmak (poi divenuto famoso oltreoceano soprattutto per i suoi noir, come per esempio La scala a chiocciola) con sceneggiatura firmata da Billie Wilder, proprio quello che divenne famoso in USA e nel mondo come Billy (penso sia inutile ricordare i suoi 6 Oscar e tanti altri successi), basata su un reportage realizzato Kurt Siodmak, fratello di Robert. Con alcuni inserti di tipo quasi documentaristico, segue le avventure di un paio di amici che in una domenica d’estate flirtano con delle coetanee in giro per la città e sulla spiaggia Nikolassee. Piacevole, essenziale, ben girato e con buona fotografia. I giovani Siodmak (all’epoca 30enne) e Wilder (24enne) dimostrano di avere già idee ben chiare. Interessante anche per lo spaccato di vita berlinese del 1930, per molti potrebbe essere una sorpresa.
Da guardare con attenzione.

      

268  Diario di una donna perduta (G.W. Pabst, Ger, 1929) tit. or. “Tagebuch einer Verlorenen” * con Louise Brooks, Josef Rovenský, Fritz Rasp * IMDb  7,9  RT 100%
Questo è il secondo dei due film interpretati dalla star americana Louise Brooks sotto la direzione di Pabst. Il primo, Il vaso di Pandora (aka Lulù) aveva riscosso un gran successo da entrambe i lati dell’oceano e quindi giustificò questa nuova produzione appena pochi mesi dopo. Insieme con La via senza gioia (1925, Die freudlose Gasse), costituisce una di “trilogia della donna perduta”, non ufficialmente riconosciuta.
Si tratta di un melodramma d’epoca, tratto dall’omonimo romanzo del 1905 di Margarete Böhme,  con notevoli risvolti “femministi”. La regia di Pabst è come sempre precisa e incisiva, l’interpretazione di Louise Brooks vigorosa, tutto il contesto funziona più che bene con, forse, una sola caduta nel finale (ma pare che fu imposta).
Da guardare senza esitazione alcuna ... a me ha fatto venire anche voglia di una nuova visione di Lulù, visto l’ultima volta oltre 5 anni fa.

269  L’opera da tre soldi (G.W. Pabst, Ger, 1931) tit. or. “Die 3 Groschen-Oper” * con Rudolf Forster, Lotte Lenya, Carola Neher, Fritz Rasp * IMDb  7,4  RT 86%p
Dopo Tartufo di Molière nell’ adattamento di Murnau guardato pochi giorni fa, ecco un altro famoso lavoro teatrale portato sullo schermo: L’opera da tre soldi di Bertolt Brecht. Questo, a sua volta, è basato sulla commedia satirica inglese The Beggar's Opera (L'opera del mendicante, John Gay, 1727) e ciò spiega l’ambientazione londinese. Chiaramente, partendo da un tale soggetto, il lavoro di Pabst non poteva essere che di gran qualità.  Essendo in fondo una commedia, non mancano satira né personaggi né situazioni al limite del grottesco.
Anche in questo caso ci sono alcune variazioni di trama, ma il film è certamente molto ben girato e ben interpretato e conta selle note canzoni già inserite nell’opera teatrale. Chi non ricorda, per esempio, il motivo della Ballata di Mackie Messer proposta appena dopo i titoli di testa? Questa la versione proposta nel film:
Negli anni è diventato uno standard jazz/swing interpretato innumerevoli volte da tanti musicisti e cantanti di fama mondiale fra i quali Louis Armstrong, Pérez Prado, Ella Fitzgerald, Frank Sinatra, The Doors, Tony Bennett, Marianne Faithfull, Sting, Nick Cave, Robbie Williams e Michael Bublé. Le versioni italiane più conosciute sono quelle di Milva, Domenico Modugno e Massimo Ranieri.

267  Berlino - sinfonia di una grande città (Walter Ruttmann, Ger, 1927) tit. or. “Berlin - Die Sinfonie der Großstadt” * documentario * IMDb  7,6  RT 86%
Documentario ben realizzato, ma non proprio appassionante. Descrive per immagini una giornata feriale berlinese, dalle prime ore fino a notte fonda, mostrando operai, massaie, lavoratori di ogni genere, bambini, studenti, che si muovono per le strade berlinesi.
Da notare che il regista Walther Ruttmann è stato anche direttore della fotografia di soli due film, ma che film! Muti diretti da Fritz Lang, fra i più famosi non solo del regista ma della storia del cinema: I Nibelunghi: Sigfrido (1924) e Metropolis (1927).
Deve piacere il genere per apprezzarlo (in tal caso è senz’altro di ottimo livello), altrimenti dopo un po’ risulta noioso.
  
Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire dal 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate su questo blog.