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giovedì 31 dicembre 2020

micro-recensioni 441-444: quest’anno sono stati 444

Avrei avuto il tempo di guardarne anche un altro, ma mi piaceva il numero 444!

Ho concluso con un gruppo (ridotto) abbastanza anomalo, con un giapponese muto d’avant-garde, pietra miliare della cinematografia del sol levante, e tre russi degli anni ’70, un dramma (altra versione di Delitto e castigo, visto pochi giorni fa) e due commedie che all’epoca ebbero il loro bravo successo. Ho anche pensato a come cominciare bene il 2021, con un gran bel film guardato per l’ultima volta oltre 8 anni fa: There Will Be Blood (2007, aka Il petroliere).

 

A Page of Madness (Teinosuke Kinugasa, Jap, 1926)

Lavoro dato per perduto per quasi mezzo secolo e poi ritrovato dallo stesso regista, ma solo in parte. Ciò che è possibile guardare adesso rappresenta solo i due terzi dell’intero film. Per questo motivo si consiglia a chi lo volesse guardare (e capire qualcosa) di leggere la trama prima di cimentarsi nell’impresa, anche perché non esistono cartelli originali e non ne sono stati aggiunti. All’epoca in Giappone non si usavano, ma di norma c’era un “narratore” in sala che li sostituiva.

Il film è ricordato soprattutto per essere fra l’espressionismo, l’impressionismo e il surrealismo, specialmente nella prima parte, ma non se ne può giudicare la struttura nel complesso poiché non si è certi di quali parti manchino. Ci sono effetti speciali, tantissime doppie esposizioni, movimenti di macchina (non comunissimi all’epoca) e montaggio a tratti velocissimo con riprese di pochissimi secondi. A ciò si aggiunga che si svolge in un asilo per malati di mente e quindi vengono mostrarti sogni, fantasie e allucinazioni. Per soli cinefili incalliti …

Crime and Punishment (Lev Kulidzhanov, URSS, 1970)

La mia 435^ visione (pochi giorni fa) era stata l’adattamento realizzato da Josef von Sternberg (1935, protagonista Peter Lorre, di soli 85’) che avevo apprezzato ma, pur non avendo mai letto il romanzo, mi sembrava che la storia fosse stata troppo ridotta. Questa versione russa di 3h40’, è chiaramente più completa ma forse riduce troppo i rapporti fra il commissario e il protagonista, che invece era la parte più interessante e avvincente del film americano. Qui prendono invece molto spazio i vari pretendenti della sorella del protagonista distraendo lo spettatore dal tema principale, quello chiaramente esposto nel titolo. Nel complesso ho preferito il primo, più compatto e focalizzato sui tormenti di Peter Lorre, anche se l’ambientazione mi ha lasciato perplesso. Al contrario il russo è di gran lunga migliore per le scenografie e costumi, ma non mi hanno convinto le interpretazioni e la lunghezza poteva essere senz’altro ridotta.

 

Gentlemen of Fortune (Aleksandr Seryy, URSS, 1971)

Si basa su un soggetto già utilizzato tante volte (un sosia “per bene” che sostituisce un criminale), ma i caratteri dei suoi due compagni di avventura (che poi diventano 3) sono molto diversi e le trovate sono piuttosto originali. ,Commedia per famiglie, grazie anche alla presenza della star Yevgeny Leonov nei panni del direttore di asilo / malvivente, fu il film sovietico più visto nel 1971, ben 65 milioni di spettatori.

Afonya (Georgiy Daneliya, URSS, 1975)

Meno interessante e più lenta dell’altra commedia di questo gruppo, segue le giornate sconclusionate di un idraulico sfaticato, beone e donnaiolo, che si caccia regolarmente nei guai. Divertenti le scene nelle quali il protagonista viene sottoposto al giudizio della commissione che lo deve giudicare per le sue mancanze. I colleghi di lavoro appaiono apatici e quasi assopiti, eppure sono obbligati a presenziare e decidere se il colpevole di turno è meritevole di un semplice richiamo o di una severa reprimenda! Anche questa fu vista da oltre 60 milioni di spettatori.

 

#cinema #cinegiovis

sabato 26 dicembre 2020

micro-recensioni 431-435: cinquina da cinefilo, ricercando qui e là

Ho voluto guardare un altro lavoro di Bela Tarr e questo mi ha portato a ricercare Delitto e castigo e sceglierne una versione americana di qualità; l’ambientazione della storia in Russia mi ha spinto ad effettuare una ennesima ricerca fra i film lì prodotti e quindi ho continuato con una commedia moderna e con un noto film degli anni ’70, diretto però dal rumeno Loteanu. Il quinto è un film argentino segnalato fra i migliori della sua epoca e ciò mi ha spinto a recuperarne un altro dello stesso regista che ho già incluso nel prossimo gruppo.

 

The Turin Horse (Bela Tarr, Hun, 2011)

Oltre a molti altri riconoscimenti, Bela Tarr vinse a Berlino il premio FIPRESCI e l’Orso per la regia, oltre ad ottenere la Nomination per all’Orso d’Oro. Tuttavia, pur essendo più “breve” della sua opera maestra Sátántangó (2h25’ contro 7h19’), e quindi teoricamente più proponibile nelle sale, oggettivamente è meno interessante per aver poca storia e praticamente due soli personaggi (padre e figlia), oltre al cavallo. C’è solo un altro uomo che va a comprare da loro una bottiglia di palinka (distillato di frutta) e conversa per qualche minuto e un gruppo di gitani di passaggio che restano in scena ancora di meno. L’altro elemento presente è il forte vento che soffia incessantemente durante i sei giorni proposti nel film. Eppure il film è affascinante nella sua lentezza, sottolineata da un commento sonoro ipnotico, monotono e angosciante, per la rappresentazione della routine giornaliera dell’uomo (con un braccio paralizzato) e la figlia, fra il grande stanzone nel quale vivono, la stalla e i campi desolati all’esterno. Senz’altro eccezionale la fotografia (b/n) e la regia con ottimi movimenti di macchina negli interni, interessanti piani sequenza e campi lunghi con inquadratura fissa o quasi. Indispensabile spiegare il titolo, associato ad un evento (non certo) della vita di Nietzsche a Torino; per saperne di più rimando a questo preciso post che collega la storia a Dostoevsky e al suo Delitto e castigo … curioso, no? Consigliato solo a chi apprezza veramente fotografia e regia e non ha chi cerca solo azione e spettacolarità.  

Crime and Punishment (Josef von Sternberg, USA, 1935)

Conoscevo ovviamente titolo e tema trattato, ma devo confessare di non aver mai letto il testo né essermi mai imbattuto in uno dei suoi tanti adattamenti cinematografici, una trentina a cominciare dal 1909. Sollecitato dalla lettura del post summenzionato ho scelto questa versione del 1935, sia per essere diretta da von Sternberg sia per vedere Peter Lorre protagonista e sia perché sembra che sia una delle trasposizioni più fedeli al libro. Bel film, rigoroso nei tempi e nella descrizione dei personaggi, che sono tanti e tutti interessanti, oltre ad essere ben interpretati; fra tutti si distingue Edward Arnold nel ruolo dell’ispettore Porfiry. Ciò che mi ha lasciato perplesso è l’ambientazione, che mi sembra poco credibile e precisa per essere la Russia Imperiale e impensabile per collocarsi negli anni successivi alla rivoluzione. Eppure i titoli dei giornali sono in cirillico e si parla di rubli. Consigliato come buon crime drammatico, accompagnato da tanta morale e filosofia.

  

The Monk and the Devil (Nikolay Dostal, Rus, 2016)

Molto ben filmato, sia negli interni che negli esterni, si lascia seguire con interesse per la particolarità della trama e le originali ambientazioni. Si tratta di una commedia fantastica quasi a sfondo religioso, nella quale un monaco ortodosso dalle origini pressoché misteriose, eppure in odore di santità, viene tentato dal diavolo nel corso dell’intero film, con ogni stratagemma. A parte la discutibile trama, il film perde molto nella scadentissima, nonostante ricca, rappresentazione di Gerusalemme e nel finale sottotono. Al contrario, l’inizio con l’arrivo del protagonista al monastero e i suoi successivi rapporti con i confratelli è senz’altro di miglior livello. Guardabile per l’originalità e per la fotografia, abbastanza ben interpretato.

La caída (Leopoldo Torre Nilsson, Arg, 1959)

Segnalato in una delle tante liste “migliori film …” mi aveva incuriosito per lo strano soggetto, fra fantasy, dramma e … crime? La rappresentazione della famiglia nella quale capita la giovane studentessa protagonista del film è a dir poco inquietante. La stessa padrona di casa, vedova e immobilizzata a letto, la mette in guardia dai propri 4 figli, due ragazze e due ragazzi, fra i 5 e i 16 anni, assolutamente fuori controllo e disinibiti pur apparendo precisi e ordinati. L’ingenua Albertina avrebbe una via d’uscita grazie ad un giovane avvocato che la corteggia, ma esita … il tanto atteso ritorno di uno zio dei bambini complica ulteriormente le cose; il vago finale (che certamente non svelo) lascia abbastanza perplessi. La sceneggiatura fu curata da Beatriz Guido, autrice del romanzo omonimo e moglie del regista.

Anche gli zingari vanno in cielo (Emil Loteanu, URSS, 1975)

Certamente inferiore al precedente I lautari (1972), altro film del regista rumeno trapiantato in URSS dedicato agli tzigani dell’Europa orientale. Il filo conduttore è un amore sostenuto da grande passione fra un ladro (per lo più di cavalli) e una bellissima quanto fiera e indipendente ragazza di un altro clan. Le danze, la musica e le evoluzioni a cavallo restano quasi distaccate dalla storia che in sostanza è banale e scontata, con i soliti stereotipi. Al di là degli sgargianti colori dei vestiti delle donne, della bellezza dei paesaggi, delle coreografie e delle acrobazie dei cavalieri rimane ben poco.

lunedì 19 agosto 2019

52° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (256-260)

Cercando altre opere di Josef von Sternberg, mi sono imbattuto in alcuni film non ancora guardati di grandi registi austroungarici quali Robert Wiene (regista del Das Cabinet des Dr. Caligari, 1920) e G.W. Pabst (regista de Il vaso di Pandora, 1929); non solo non mi sono lasciato sfuggire l’occasione, ma ho anche trovato una delle tante liste di film di genere (35 Films from the Golden Age of German Cinema) che comprendeva una decina di lavori a me sconosciuti o dei quali avevo solo sentito parlare. Ovviamente queste saranno le mie prossime visioni e argomento di futuri post.
   

260  The Shangai Gesture (Josef von Sternberg, USA, 1941) tit. it. “I misteri di Shanghai” * con Gene Tierney, Walter Huston, Victor Mature, Ona Munson * IMDb  6,7  RT 100% * 2 Nomination (scenografia e commento musicale)
Uno dei numerosi film di von Sternberg con ambientazione esotica. Interpretando i rating sembra essere uno dei meno graditi dal pubblico (comunque ben oltre la sufficienza) ma molto apprezzato dai critici per lo stile e l’atmosfera che riesce a creare, anche se di Shanghai si vede ben poco. Pur essendo girato quasi interamente in interni, in Oriente e senza poliziotti o veri criminali, lo si può senz’altro inquadrare nel genere noir. A parte gli eccessi di trucco e acconciatura di 'Mother' Gin Sling (interpretata dall’americana Ona Munson), gli altri personaggi sono personaggi sono perfettamente proposti, in un ambiente di mistero e vizio, gioco d’azzardo e potere. Si distinguono le ottime interpretazioni di Victor Mature (l’enigmatico e flemmatico Doctor Omar) e di Gene Tierney (l’isterica giovane viziata).
Senza dubbio un gran bel film con un finale a sorpresa di tutto rispetto.
Più che consigliato.

257  Orlac's Hands (Robert Wiene, Ger, 1924) trad. “Le mani di Orlac” * con Conrad Veidt, Alexandra Sorina, Fritz Strassny * IMDb  7,1  RT 86%
Questo horror psicologico miscelato al poliziesco, uno degli ultimi film dell’espressionismo tedesco, tratto dal romanzo omonimo di Maurice Renard, si basa non solo sull’interessante soggetto ma soprattutto sull’interpretazione drammatica Conrad Veidt (Cesare in Il gabinetto del Dr. Caligari, il Maggiore tedesco in Casablanca). Le scene e i fondali non sono certo quelle di Caligari (1920) ma qualche elemento simile vi si può vedere. Apprezzabili le varie doppie esposizioni (una tecnica spesso utilizzata nei muti) che mostrano i tormenti del protagonista, fra incubo e immaginazione, a volte indotti dal malvagio di turno.
Ne furono prodotti due remake sonori: Amore folle (1935) e Le mani dell'altro (1961). 
Nel complesso un film più che buono, con solida sceneggiatura e notevoli interpretazioni e regia. 

      

256  Genuine  (Robert Wiene, Ger, 1920) tit. int. “The Tragedy (o The Tale) of a Vampire” * con Fern Andra, Hans Heinrich von Twardowski, Ernst Gronau * IMDb  6,0  RT 41%p
Difficilmente giudicabile per il semplice motivo che la versione disponibile è quella “condensata” di 43', praticamente la metà della versione originale di 88' che è visibile solo al City Film Museum di Monaco, Germania. In effetti il titolo è fuorviante in quanto non c’è niente di vampiresco nel senso comune del termine, ci si riferisce invece ad una femme fatale della quale si seguono le avventure. Infatti per buona parte del film viene tenuta in una “prigione di lusso” dopo essere stata comprata come schiava. Alcune scenografie sono affascinanti quasi quanto quelle di Caligari (e infatti lo scenografo è lo stesso), ma la storia non regge e senz’altro pesa il fatto che non si sa cosa succeda nella metà tagliata. Soffre anche di una recitazione con troppo gesticolare e braccia protese.
Ha sempre sofferto dell’inevitabile confronto con Caligari, dello stesso regista, il grande successo uscito pochi mesi prima, ancora oggi un cult per qualunque cinefilo.
Da guardare soprattutto per le scene e per interesse “storico”

258  Street of Sorrow (aka Joyless Street) (G.W. Pabst, Ger, 1925) tit. it. “La via senza gioia” o “L’ammaliatrice” * con Asta Nielsen, Greta Garbo, Ágnes Eszterházy * IMDb  7,3  RT 75%
Questo fu il film che fece conoscere Greta Garbo (il suo quinto in 5 anni, pochissimi per l’epoca) ma fu così che l’attrice ottenne un contratto con la MGM e continuò brillantemente la sua carriera negli USA. Similmente all’appena citato Genuine, quella che ho recuperato è la versione condensata in 60’; del film ne esistono una decina di montaggi, il più lungo dei quali è di 175’ (quasi 3 ore!). Purtroppo ciò accade spesso con film di quasi 100 anni fa, che già all’epoca venivano distribuiti in vari paesi in edizioni diverse. A partire dai primi tentativi di restauro o ri-assemblaggio si utilizzarono spezzoni di varia provenienza e furono inserite riprese probabilmente mai effettivamente proposte in sala.
Tornando al film, l’ho trovato un po’ troppo melodrammatico ma conta su una solida regia e la buona interpretazione dell’astro nascente (la svedese Greta Garbo).

259  Dishonored  (Josef von Sternberg, USA, 1931) tit. it. “Disonorata” * con Marlene Dietrich, Victor McLaglen, Gustav von Seyffertitz * IMDb  7,3  RT 100%
Dei film di Josef von Sternberg fin qui visti è quello che mi ha appassionato di meno, soprattutto per la sceneggiatura poco credibile che si svluppa nel contesto degli ultimi anni della I Guerra Mondiale, fra un amore appassionato, spie e doppiogiochisti sia dal lato austroungarico che russo.
In questo caso, la spia ammaliatrice è Marlene Dietrich ed è strano (forse non tanto) che dopo pochi mesi uscì un altro film sostanzialmente simile con protagonista l’altra star dell’epoca, Greta Garbo (Mata Hari, 1931).
Interessante.
   
Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire dal 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate su questo blog. 

mercoledì 7 agosto 2019

50° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (246-250)

Cinquina per tre quinti monografica, dedicata alla regista Agnès Varda per la quale, come già fatto nel post precedente per von Sternberg, scrivo un breve commento cumulativo per i suddetti film, anche se girati a distanza di anni (i 3 di v. Sternberg in appena un paio di anni). Tuttavia, gli altri due sono di tutt'altro livello e quindi meritano i primi due posti, quello di Jim Jarmusch per la finezza, la cura dei particolari e gli interessantissimi e colti dialoghi, l'altro per l'assoluta innovazione nel campo dell'animazione alla quale si aggiunge una tecnica sopraffina e, ovviamente, l'eccellente materiale di base fornito dai dipinti di Vincent van Gogh.

   

249  Only Lovers Left Alive (Jim Jarmusch, UK, 2013) tit. it. “Solo gli amanti sopravvivono” * con Tilda Swinton, Tom Hiddleston, Mia Wasikowska, John Hurt * IMDb  7,3  RT 85%  *  Premio per la colonna sonora e Nomination Palma d'Oro a Cannes
Film elegante, raffinato, colto, con eccellente commento musicale e colonna sonora, come molti altri prodotti da Jim Jarmusch (anche sceneggiatore) non è stato pensato per far soldi (e infatti pare che sia appena rientrato delle spese) ma per creare qualcosa di bello e soddisfacente soprattutto per il regista.
Con un approccio al mondo dei vampiri assolutamente inedito, la storia narra di una coppia di essi amanti da secoli che vivono distanti (Tangeri e Detroit), lontani per vari decenni ma sempre in contatto si incontreranno nella seconda città che viene mostrata sempre di notte (ovvio per i vampiri) e quasi completamente deserta.
Le citazioni “colte” sono quasi in ogni battuta, in ogni immagine. Nel corso dei dialoghi citano scienziati, letterati e artisti di ogni epoca e paese, numerosi sono anche riferimenti specifici al mondo del cinema con piccole perle ... l’alias di Tom Hiddleston quando si intrufola in ospedale una volta è Dr. Faust e poi Dr. Caligari (protagonisti di famosissimi film espressionisti tedeschi) e Tilda Swinton vola a Detroit con Air Lumière!
Le innumerevoli riprese dall’alto e quella degli amanti ricordano non solo l’ovvio Taxi Driver di Scorsese, ma anche tanti film giapponesi d’avangardia degli anni ’60 e ’70. Ottimo anche il conciso finale con un “excusez-moi” seguito da un nero totale e poi dai titoli di coda con caratteri gotici.
Nel complesso il film è volutamente lento e succede ben poco, ma la fotografia e le interpretazioni sono di ottimo livello, accompagnate (come scritto in apertura) da ottima musica, sia quella del commento musicale che quella dei pezzi eseguiti; in parole povere non diventa mai noioso e le due ore scorrono tenendo sempre viva l'attenzione dello spettatore. 
Certo non tutti lo possono apprezzare ... ho letto un commento di uno che criticava aspramente i tanti nomi inseriti nei dialoghi; certo, se uno non ne conosce quasi nessuno, non hanno molto senso, così come i binomi scientifici (in latino) di specie botaniche e animali. C’è anche chi, più attento e interessato, ha avuto la pazienza (certamente utilizzando il fermo immagine) di andare ad identificare i volti ritratti nelle decine e decine di foto attaccate alla parete ... un miscuglio molto interessante!
Film assolutamente consigliato a chi ama il cinema nella sua essenza ed ha un discreto background culturale (trasversale)  

250  Loving Vincent  (Dorota Kobiela, Hugh Welchman, UK/Pol, 2017) * animazione * IMDb  7,8  RT 85%  *  Nomination Oscar film animazione
“Trattandosi di una seconda visione, riporto integralmente quanto scrissi un paio di anni fa in occasione della prima e, in calce, ho aggiunto un paio di righe.
Ecco un film-progetto unico, che ha impegnato 120 artisti nell'arco di quasi un decennio. Sono state dipinte a olio con tecnica simile a quella di Van Gogh 853 scene, successivamente modificate per creare il movimento. Molte includono esattamente famosi quadri dell’artista olandese e tutti i personaggi del film sono realmente esistiti e ebbero a che fare con Van Gogh o semplicemente furono soggetti occasionali per i suoi dipinti.
Nei perfetti titoli di coda scorrono i personaggi dipinti dall’artista, affiancati ai disegni del film che hanno avuto come modelli attori veri e in vari casi alle foto dell’epoca delle persone in carne e ossa. Ho cercato il videoclip dei soli titoli di coda ma non li ho trovati, eppure sono certo che a breve appariranno da qualche parte anche perché hanno come commento sonoro Vincent, canzone del 1971 che molti conoscono come Starry Starry Night, dedicata dall’autore Don McLean proprio a Vincent Van Gogh.
Per mettere insieme i vari dipinti e personaggi, gli autori hanno ideato una trama da mistery e il collegamento è l’ultima lettera di Vincent scritta al fratello Theo, ma mai spedita. Il dirigente dell’ufficio postale che ne è in possesso affida la missiva al proprio figlio con l’incarico di recapitarla. Seppur malvolentieri il giovane (con la giacca gialla) parte e, in attesa di consegnarla, parla con molti di quelli che hanno conosciuto Vincent ed ognuno gli fornisce notizie diverse in merito ai suoi rapporti con i locali e agli avvenimenti dei suoi ultimi giorni. Per la narrazione vengono inseriti numerosi flashback (tutti in bianco e nero) e si ipotizza che qualcuno abbia sparato a Van Gogh e che quindi la versione del suo suicidio non fosse vera.
In questo modo il film riesce a carpire l’attenzione degli spettatori senza mai rallentare il ritmo e coloro che hanno un minimo di "cultura visiva" non possono fare a meno di restare rapiti dalle immagini, colori e tratti tutti nel più puro stile di Van Gogh.
Purtroppo per gli amanti del buon cinema, dell’arte e delle tecniche innovative non a solo fine commerciale, ancora una volta la circolazione in Italia è stata limitatissima ... in poche sale e solo per 3 giorni (da lunedì a mercoledì della settimana appena terminata). Si dovrebbe riconsiderare l’assunto (da molti dato per scontato) che la cultura non interessa e quindi non paga. Infatti, proprio relativamente a questo caso ho letto che Loving Vincent in quei pochi giorni ha avuto più spettatori e incassato di più di qualunque altro film, incluso Blade Runner 2049. Ciò lascia ben sperare e, forse, distributori e sale troveranno un accordo per ulteriori passaggi.
Tornando al film, ne consiglio senz’altro la visione, ma dovrete stare molto attenti a non perdere la prossima occasione, se ci sarà.”
Questo film molto particolare, direi unico nel suo genere, ha superato brillantemente anche la seconda prova, pur a solo un paio di anni di distanza. Non è escluso che, con la scusa di mostrarlo ad amici, fra qualche altro anno mi avventuri in una terza visione.

      

246  La Pointe-Courte (Agnès Varda, Fra, 1955) * con Philippe Noiret, Silvia Monfort, Marcel Jouet * IMDb  7,2  RT 69%p
247  Le bonheur (Agnès Varda, Fra, 1965) tit. it. “Il verde prato dell'amore” * con Jean-Claude Drouot, Marie-France Boyer, Marcelle Faure-Bertin * IMDb  7,7  RT 86%p  *  Orso d'Argento, premio speciale della Giuria e Nomination Orso d'Oro a Berlino
248  Sans toit ni loi (Agnès Varda, Fra, 1985) tit. it. “Senza tetto né legge” * con Sandrine Bonnaire, Macha Méril, Stéphane Freiss * IMDb  7,8  RT 100%  *  Leone d'Oro, Premio Fipresci e Premio OCIC a Venezia

La prima cosa che mi ha colpito è lo stile dei commenti musicali, motivi strazianti, ripetitivi e monotoni, soprattutto a base di archi, quindi non sempre in sintonia con le situazioni mostrate sullo schermo. Di nota opposta è l’interessante montaggio che include serie di scene di pochissimi fotogrammi ciascuna e dissolvenze a sfondi colorati.
Anche se la regista si rifiuta di essere così etichettata, molti la includono fra i componenti della Nouvelle Vague in quanto Le Pointe-Courte ha molto dello stile essenziale di quella corrente della quale Godard, Truffaut, Rivette, Chabrol e Rohmer furono i più noti rappresentanti.
Come detto, il primo di questi tre film di Varda (il suo primo in assoluto, il lungometraggio successivo, Cleo dalle 5 alle 7, lo diresse ben 7 anni dopo) è senz'altro il migliore del gruppo e per molti anche il più convincente dell'intera produzione della regista belga che lo girò con mezzi modesti nei pressi di Sète (fra il Mediterraneo e l’enorme laguna dell’ Étang de Thau), dove si era trasferita. L’ambientazione in un piccolo villaggio di pescatori (quasi esclusivamente di frutti di mare) e i lor problemi con le autorità ricorda molto non solo La terra trema (1948, di Luchino Visconti, tratto da I Malavoglia di Verga) ma anche due ottimi film messicani: Redes (1934, di Fred Zinnemann ed Emilio Gómez Muriel) e Janitzio (1935, di Carlos Navarro, con Emilio “el Indio” Fernández nelle vesti di protagonista). Qui il ruolo principale spetta a Philippe Noiret (al suo esordio ufficiale, le precedenti 3 apparizioni erano state uncredited) e chi si occupò del montaggio fu Alain Resnais, certo non uno qualunque. Come gli altri film appena citati, Le Pointe-Courte sembra essere sospeso fra fiction e documentario, ma resta ben bilanciato.
Con Le Bonheur (suo terzo lungometraggio), nel 1965 Varda ottenne l'Orso d'Argento e il gran premio della giuria al Festival di Berlino, ma la sceneggiatura mi è sembrata debole e poco realistica, anche se il film è in sostanza ben diretto.
Sans toit ni loi mi è veramente piaciuto poco, quali per niente, per avere dialoghi e proporre situazioni poco credibili, con una protagonista assolutamente angosciante, che non suscita alcuna empatia, una che è la sola causa dei suoi problemi e riesce a venire ai ferri corti anche con i tanti che, inopinatamente, tentano di aiutarla di buon grado e disinteressatamente.
Agnès Varda è deceduta pochi mesi fa, a 90 anni; per molti anni moglie di Jacques Demy, regista dei più famosi musical francesi, come Les parapluies de Cherburg e Les deimoselles de Rochefort, al quale dedicò tre film, subito dopo la sua morte (1990).
Dei tre film presi in considerazione, a dispetto di rating e riconoscimenti, consiglio la visione solo per Le Pointe-Courte, evitate gli altri due, specialmente il terzo.
   
Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire dal 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate su questo blog.