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domenica 2 ottobre 2022

Microrecensioni 281-285: Orson Welles, attore e/o regista

I 5 film sono fra i meno conosciuti di Orson Welles, pur essendo alcuni di essi ottimi. Due sono ufficialmente diretti da Welles, ma uno è riassemblato da altri e uno è stato disconosciuto per i troppi tagli eseguiti dalla produzione senza autorizzazione. In uno dei suddetti è anche protagonista, nell’altro solo regista; negli altri 3 è solo attore.

 
Mr Arkadin (Orson Welles, USA, 1955) aka Confidential Report

Altro film di Orson Welles non certificato dal regista. Visto che è fra i meno conosciuti, eppure eccellente, è bene chiarire che del film non esiste alcun director’s cut. Lo stesso Welles raccontava a Peter Bogdanovich di non aver mai deciso come iniziare il film, né come concluderlo. La versione che ho visto, e che raccomando, è quella Criterion, montata nel 2006 da due giovani cineasti (Claude Bertemes, Cineteca di Lussemburgo, e Stefan Drössler, Munich Film Museum), con la collaborazione di Jonathan Rosenbaum e Peter Bogdanovich (prima che regista, storico e critico cinematografico). Il dvd contiene molti extra fra i quali un documentario di una ventina di minuti nel quale vengono spiegati chiaramente i criteri secondo i quali è stato ri-montato il film dopo aver analizzato le 5 diverse versioni conosciute, includendo tutte le scene e battute che compaiono in almeno una di esse, diventando quindi più lungo di qualunque altra versione. La storia è ambientata in una serie di luoghi ben distinti quali Napoli, Parigi, Londra, Amsterdam, Monaco, Costa Azzurra, Svizzera, numerose località spagnole e, fuori Europa, a Tangeri e Messico) e gli avvenimenti sono stati proposti talvolta in ordine diverso. Il marchio di fabbrica di Welles, le riprese dal basso, qui diventano spesso quasi verticali e ce ne sono anche dall’alto verso il basso; i suoi primi piani grazie non solo alla sua indiscussa bravura di attore, ma anche al lavoro del direttore della fotografia Jean Bourgoin (Oscar per il b/n nel 1963, The Longest Day) sono davvero inquietanti e rendono alla perfezione il personaggio nel gioco del gatto con il topo. L’uso delle luci e delle ombre come nelle scene iniziali nelle quali un uomo corre ma la sua ombra resta proiettata sulla stessa limitata superficie, dei tanti sguardi diretti nell’obiettivo e delle tante inquadrature con orizzonte inclinato sono senz’altro originali e talvolta innovative. In questo film c’è tanto del genio dell’ineffabile attore / soggettista / sceneggiatore / regista Orson Welles.

Compulsion (Richard Fleischer, USA, 1959) tit. it. Frenesia del delitto

Truccato da settantenne (all’epoca aveva solo 44 anni) Orson Welles appare nelle vesti dell’avvocato difensore dei due veri protagonisti solo ben oltre la metà del film e tuttavia si impone come interprete principale sui pur ottimi comprimari. L’arringa finale è un eccelso esempio di recitazione, ma le sue qualità di vero attore (sia teatrale che cinematografico) erano già ben note e non c’è critico che dissenta in merito alla sua bravura. Fleischer fa un ottimo lavoro alternando tempi e dettagli da thriller a discussioni filosofiche mediante le quali descrive la psiche disturbata della coppia di giovani criminali passando dalle scene di vita studentesca a quelle dell’aula di tribunale. Occhio alle inquadrature degli occhiali! Non mi dilungo a raccontare i particolari, in rete potrete trovare trame succinte e alcune analitiche, scena per scena. Mi preme segnalare che, oltre alla versione comune di 103minuti, se ne trova un’altra di 121’, alla quale manca solo The End (l’ultima battuta del film è compresa). Agli interessati consiglio certamente questa in quanto, anche se nella versione ridotta probabilmente sono state tagliate scene reputate di minore importanza, sono due ore di ottimo cinema che appassiona, con magistrali interpretazioni e una buona sceneggiatura che vagamente riprende un vero crimine del 1924 e successivo processo, con punti in comune anche ad uno italiano relativamente recente. Da non perdere!

  
Man in the Shadow (Jack Arnold, USA, 1957)

Molto poco conosciuto, è praticamente un western moderno, con tutta la struttura di quelli più classici ambientati un secolo prima. Orson Welles interpreta un ricchissimo proprietario terriero, allevatore con oltre 400 messicani ingaggiati più o meno illegalmente, certamente un despota che detta legge anche al di fuori del suo enorme ranch. Ma un giorno i suoi scagnozzi esagerano nel punire un ragazzo e lo uccidono. Un amico della vittima li vede e li denuncia allo sceriffo onesto che, contro il parere di quasi tutta i cittadini che in un modo o nell’altro dipendono economicamente dal latifondista, cerca di scoprire la verità, praticamente da solo, fra minacce, attentati e agguati. Il film non è male, a metà strada fra il genere crime e il western, certamente impreziosito dall’interpretazione di Welles, ma dalla trama piuttosto scontata.

The Long, Hot Summer (Martin Ritt, USA, 1958)

Basato su 3 diversi racconti di William Faulkner, premio Nobel per la letteratura nel 1947, per il contributo al moderno romanzo americano. Le sue storie sono ambientate per lo più nel profondo sud e, come in questo caso, in particolare nel Mississippi, stato nel quale passò gran parte della sua vita. Anche qui è truccato (male) da 61enne (all’epoca aveva solo 43 anni), Orson Welles non convince più di tanto, cosa che i più giustificano per il fatto di dover girare d’estate, con un caldo umido insopportabile. Perciò, stranamente, non fu la sua l’interpretazione più significativa del film come spesso accadeva, in quanto superata da quelle di Paul Newman (miglior attore a Cannes) e Joanne Woodward. Intrigante trama che vede un intraprendente avventuriero in fuga (Newman, accusato di incendio doloso) che riesce a inserirsi negli affari e nella famiglia del latifondista e proprietario di varie attività della cittadina (Welles), vedovo con due figli per lui alquanto problematici e assolutamente insoddisfacenti. Un finale poco convincente non rovina più di tanto il film.

The Magnificent Ambersons (Orson Welles, USA, 1942)

Un (quasi) film di Orson Welles, ufficialmente successivo a Citizen Kane (ma in mezzo c’è Journey into Fear, per il quale O. W. è uncredited). Ho scritto “quasi” in quanto anche questo secondo film con la RKO-Mercury ebbe i suoi problemi; il primo montaggio fu giudicato troppo lungo e così, approfittando dell’assenza di Welles (in Europa), la produzione tagliò molte scene accorciandolo di ¾ d’ora e cambiò il finale (ri-girato da Robert Wise), tanto che al suo ritorno il regista disconobbe il film. Le parti mancanti si conoscono solo dalla sceneggiatura definitiva, non esiste più alcuna immagine. Il film affronta vari temi simili a quelli di Citizen Kane, magioni esagerate, potere, presunzione e arroganza derivante da ricchezza che, anche in questo caso, non è sinonimo di vera felicità. Le ottime interpretazioni vengono esaltate dalla fotografia di Stanley Cortez (quello di The Night of the Hunter,1955) e dalle inquadrature scelte da Welles, poco convenzionali per l’epoca, dai piani sequenza alle riprese dal basso. Anche se si resta un po’ con l’amaro in bocca per non poter sapere come terminava la versione di Orson Welles, il film merita senz’altro un’attenta visione.  Singolare la scelta dei titoli di coda letti dallo stesso O.W., con il regista citato per ultimo (come si è soliti fare nei titoli di testa). 4 Nomination Oscar (miglior film, Agnes Moorehead non protagonista, fotografia e scenografia).

sabato 20 agosto 2022

Microrecensioni 241-245: noir / crime / detective story di seconda generazione

Film non proprio classici del genere, di qualità media ma certo non insufficienti … dopo gli anni d’oro (’40-’50) le eccellenze in questo genere si contano sulla punta delle dita e ciò vale per quasi qualunque cinematografia (americana, giapponese, messicana, francese, …). Sono partito dal più recente, consigliatomi, per poi trovare un omonimo del ’73 con il quale ho poco in comune e ho continuato con un altro di soggetto simile a quest’ultimo, adattamento di un romanzo dello stesso autore. Rimanendo oltreoceano e specificamente in California, ho aggiunto due Harper, quindi con al centro un private eye e non una guerra individuale contro l’organizzazione come gli altri tre. I 5 protagonisti sono tutti interpretati da ottimi attori che certamente contribuiscono a ottenere la sufficienza: Lee Marvin, Robert Duvall, Mark Rylance e due da Paul Newman.

 

Point Blank (John Boorman, USA, 1967)

Un partecipante ad una rapina finita male (dato per morto) ha la ferma intenzione di ottenere la sua parte di bottino. Un vero lupo solitario affronta, spesso a viso aperto, quelli che lo hanno abbandonato e si sono impossessati dei suoi soldi. Come tutti i film del genere, per quante sorprese si possano introdurre, gli spettatori sono certi che il protagonista debba sopravvivere almeno fino alle ultime scene del film, il che leva molta della possibile suspense. Lee Marvin, attore sottovalutato e per questo spesso relegato in parti da comprimario o proprio secondarie, qui è protagonista assoluto e non delude. 

The Outfit (John Flynn USA, 1973)

Come anticipato, si tratta di un adattamento di un altro romanzo di Donald E. Westlake (alias Richard Stark, una trentina di soggetti, Nomination Oscar per The Grifters / Rischiose abitudini, 1990) basato sullo stesso argomento di recupero di una somma che, ovviamente, l’organizzazione non ha alcuna intenzione di restituire. Abbastanza movimentato grazie al cospicuo numero di debitori o presunti tali. Qui il protagonista (Robert Duvall) si fa aiutare da un vecchio amico e le varie incursioni in territorio nemico sono meglio organizzate e non contano solo sulla forza e la rapidità di fuoco.

 
The Outfit (Graham Moore, USA, 2022)

Non male, relativamente ben interpretato, ha la singolarità di svolgersi tutto in una sartoria, usata come deposito temporaneo di tangenti. L’apparentemente innocuo sarto (immigrato negli USA da Londra) riesce a manipolare i gangster che frequentano il locale sia in tale veste, sia come clienti affezionati. Il numero limitato di personaggi e gli spazi ristretti costringono ad una sceneggiatura troppo parlata, con dialoghi e resoconti il più delle volte poco credibili. Si può gestire un’organizzazione criminale credendo a quasi qualunque fandonia? Ne dubito.

  • Harper (The Moving Target) (Jack Smight, USA, 1966)
  • The drowning pool (Stuart Rosenberg, USA, 1975)

Harper è un detective privato sornione e calcolatore che accetta spesso incarichi al di fuori delle routinarie investigazioni di infedeltà, amorose o economiche che siano, e si caccia in pericolose situazioni più che aggrovigliate, per sbrogliare le quali deve affrontare sia potenti personaggi senza scrupoli che i loro scagnozzi, piccoli malviventi che, per sua fortuna, di solito si rivelano abbastanza stupidi e/o incapaci. Paul Newman (Harper) è affiancato in entrambi i film da cast con tante star fra le quali Lauren Bacall, la camaleontica Shelley Winters, Janet Leigh, Pamela Tiffin, nel primo e Joanne Woodward, Anthony Franciosa e la giovane Melanie Griffith (all’epoca 17enne). Certamente guardabili ma altrettanto certamente non memorabili. Interessante l’ambientazione di The Drowning Pool, nel quale Harper si sposta dalla California in Lousiana, fra splendidi paesaggi, paludi e il caratteristico French Quarter di New Orleans.

domenica 11 luglio 2021

Poche note conclusive (e due clip) sulla filmografia di Hitchcock

Più volte mi è sorto il dubbio che Hitchcock fosse un po’ misogino … o, almeno, reputasse che per lo più le donne fossero stupide o prive di senso pratico. In tanti suoi film, anche quando presenta personaggi femminili intraprendenti, (apparentemente) geniali, con volontà di risolvere problemi e/o aiutare il loro compagno, nella maggior parte dei casi i problemi e i pericoli che creano sono maggiori dei vantaggi. Per non parlare delle donne intriganti e insopportabili, sia per pertinacia o insulsaggine, di solito appartenenti all’alta borghesia, classe che evidentemente non teneva in gran considerazione. Infatti, nobili, ricchi o arricchiti che fossero, uomini o donne, vengono messi quasi sempre in cattiva luce e quindi diventano facile bersaglio di satira e critica, peraltro non troppo velata. Altra situazione presente nella maggior parte dei sui film è il precario rapporto di coppia (coniugi, fidanzati e innamorati), pur essendo lui felicemente spostato e grande estimatore di sua moglie che lo affiancò fino alla morte, non solo come sposa ma anche come fidata consigliera e collaboratrice (soprattutto per le sceneggiature).

Come già sottolineato, Hitchcock amava molto l’ironia e ciò traspare chiaramente dall’arguzia di tanti dialoghi inseriti qui e là nei suoi film, spesso riferentesi ad argomenti non strettamente attinenti alla trama, sembrano piuttosto vere e proprie critiche sociali o del modo di vivere di alcune persone. Inoltre, in quasi tutti i film a sfondo politico (includo quelli bellici, su terrorismo e intrighi internazionali) inserisce invece brevi discorsi in merito alla democrazia, alla libertà e alla legalità, approfittando anche per mettere in pessima luce prima i tedeschi e successivamente i russi.

Venendo alla parte più tecnica, è assolutamente indubbia la sua abilità nel gestire i tempi, indirizzando prima gli spettatori a concentrarsi su determinati elementi per poi tenerli con il fiato sospeso finché non si saprà se il personaggio in scena scamperà il pericolo o si salverà. A tal fine, nei momenti topici, utilizza di solito un montaggio rapido, contando soprattutto su dettagli, primi piani e semplici trucchi per attirare l’attenzione, come quello di far brillare qualunque lama o quello, più ingegnoso e originale, di illuminare il bicchiere di latte dall’interno (Suspicion, 1941, video in basso).

In quest'altro ben montato video (prodotto da IMDb) potrete invece apprezzare vari elementi ricorrenti, ben noti agli appassionati, dalle notizie che si diffondono con i giornali alle note scritte, dalle scale alle ombre, dagli incontri in treno al voyeurismo, dagli innocenti accusati ingiustamente agli assassinii premeditati, dai luoghi famosi ai suoi cameo

Nell’arco della sua lunga carriera ha avuto modo di mettere in mostra la sua grande versatilità, con vari prodotti per lui unici nel genere, poche commedie pure (fra le quali The Farmer’s WifeThe Trouble with Harry, ma sono pochi i film che non includano almeno qualche scena satirica) e tante variazioni di film crime, spy, thriller nei quali ha indubbiamente dato il meglio di sé. Ufficialmente si sa che ha collaborato alla sceneggiatura di una dozzina dei suoi film (ma nella metà dei casi uncredited) e sua moglie, Alma Reville, ad un’altra dozzina; per concludere con le collaborazioni famigliari, c’è da segnalare che per tre volte Pat(ricia) Hitchcock, la figlia, ebbe un ruolo nei suoi film.

Infine, una considerazione che vale tutt’oggi per molti talentuosi registi: una volta che giungono ad una certa fama diventano spesso “schiavi” delle case di produzione, specialmente se il cast comprende grandi star. Per questo motivo preferisco tanti film del periodo inglese (qualcuno anche muto) a molti del periodo americano. Per esempio sia Pshyco che The Birds non contano su grandi nomi, il successo fu dovuto solo ed esclusivamente alla qualità del film. Fra gli attori famosi, sembra che James Stewart sia stato quello con il quale si trovò più in sintonia e quindi fra i migliori film del regista troviamo Rear WindowRope e Vertigo. Come già scritto, Cary Grant riuscì meglio nei ruoli drammatici (p.e. Notorius) che nelle commedie e degli altri attori famosi scritturati occasionalmente solo Henry Fonda finì in un buon film (The Wrong Man), mentre le apparizioni uniche di Gregory Peck (The Paradine Case, 1947), Sean Connery (Marnie, 1964) e Paul Newman (Torn Curtain, 1966) non si rivelano fruttuose.

Comunque sia, fra i 53 film oggi disponibili c’è tanto da guardare … con attenzione!

sabato 10 luglio 2021

Micro-recensioni 151-155: conclusione del ciclo Hitchcock

Con questi ultimi 4 ho completato la filmografia di Hitchcock tutta di un fiato, vale a dire i suoi 53 film esistenti (fra muti, in b/n e a colori, girati in UK e USA) guardati in ordine cronologico. Alcune liste ne contano 56 ma, come forse i più sanno, Number 13 (1922) non fu mai completato, di The Mountain Eagle (1926) non esistono copie, ma pare che non si sia perso molto in quanto lo stesso Hitchcock (intervistato da Truffaut) lo definì awful (= pessimo, terribile, bruttissimo) e di Elstree Calling (1930) girò solo poche scene. Questi quattro, girati far il 1966 ed il 1976 sono di poco interesse e non ebbero neanche un gran successo all’uscita tranne, forse, Torn Curtain ma più che altro per le star protagoniste. Per completare la cinquina ho scelto un thriller-horror poco conosciuto, realizzato sotto forma di commedia leggero, un genere insolito per Polanski.

 
Frenzy (1972)

Film tutto inglese, ambientato e girato in UK, con cast completamente autoctono, attori pressoché sconosciuti. Rientra nel genere dell’uomo comune accusato di un crimine non commesso da lui e quindi si segue la solita routine della fuga, arresto e tentativo di incastrare il vero colpevole. Il personaggio più interessante (divertente ed ironico) è quello della moglie dell’ispettore, che continua a proporre al marito e agli occasionali ospiti quelle che secondo lei sono delle prelibatezze di alta cucina francese. Senza l’oppressione dei produttori e senza superstar fra i piedi, questo film è il più interessante di questo gruppo e Hitchcock sembra tornare al suo stile originale.

Family Plot (1976)

Ultimo film diretto da Hitchcock (all’epoca 77enne, sarebbe morto 4 anni più tardi), stavolta di nuovo in USA, una dark comedy senza star ma con vari giovani attori della American New Wave. Fra i protagonisti ritroviamo Bruce Dern (quasi esordiente in Marnie), Karen Black, presente in tanti film cult di quel periodo come Easy Rider (1970, Dennis Hopper), Five Easy Pieces (1970, Nomination Oscar, Bob Rafelson), Nashville (1975, Robert Altman) e Barbara Harris (Golden Globe per questo film e per il precedente Nashville). Per una serie di casi a dir poco fortuiti, due coppie di malviventi (una di truffatori quasi dilettanti e una più professionale dedita a rapimenti a fini di riscatto) entrano in contatto/contrasto con conseguenze inaspettate per tutti. Nettamente diverso da tutti precedenti, veramente in stile New Hollywood … si lascia guardare.

 
Torn Curtain (1966)

Inizio con il sottolineare l’ennesimo fuorviante titolo italiano … Il sipario strappato; infatti, non c’è nessun sipario notevole ai fini della trama. Pur essendo vero che curtain significhi anche sipario, in questo caso ci si riferisce alla iron curtain, vale a dire la cosiddetta cortina di ferro degli anni della guerra fredda, periodo nel quale si svolge il film, parzialmente ambientato a Berlino est. Noioso e per niente plausibile, l’interesse si riduce alla incredibile serie di intoppi che si presentano sulla strada dei due protagonisti (interpretati da Paul Newman e Julie Andrews) nel corso del loro tentativo di fuga.

Topaz (1969)

Ennesimo film a soggetto spionistico che si sviluppa fra Cuba e Parigi, presentando una serie di doppiogiochisti cubani, americani e francesi. Per la parte finale (ambientata in Francia) furono ingaggiati gli allora relativamente giovani Michel Piccoli e Philippe Noiret. Per lo più prevedibile, come del resto la maggior parte dei film di questo genere.

The Fearless Vampire Killers (Roman Polanski, 1967, UK/Pol)

Una delle tantissime parodie dei film di vampiri, nella quale lo stesso Polanski è protagonista, ma c’è anche da notare la presenza di Sharon Tate, sua futura moglie, trucidata dalla Famiglia Manson un paio di anni dopo. La storia è proposta in modo abbastanza originale, ma con tutti gli stereotipi possibili e immaginabili (aglio, mancati riflessi negli specchi, picchetti da conficcare nel cuore, croci, raggi di luce, il servitore deforme, la cripta con le bare, ecc.).

Questo l’ho messo in ultimo solo perché non fu diretto da Hitchcock ma, in quanto al mio gradimento, meriterebbe senz'altro il secondo o terzo posto in questa cinquina. Commedia leggera, piacevole da guardare, un buon modo per passare quasi un paio d’ore di svago.