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domenica 2 ottobre 2022

Microrecensioni 281-285: Orson Welles, attore e/o regista

I 5 film sono fra i meno conosciuti di Orson Welles, pur essendo alcuni di essi ottimi. Due sono ufficialmente diretti da Welles, ma uno è riassemblato da altri e uno è stato disconosciuto per i troppi tagli eseguiti dalla produzione senza autorizzazione. In uno dei suddetti è anche protagonista, nell’altro solo regista; negli altri 3 è solo attore.

 
Mr Arkadin (Orson Welles, USA, 1955) aka Confidential Report

Altro film di Orson Welles non certificato dal regista. Visto che è fra i meno conosciuti, eppure eccellente, è bene chiarire che del film non esiste alcun director’s cut. Lo stesso Welles raccontava a Peter Bogdanovich di non aver mai deciso come iniziare il film, né come concluderlo. La versione che ho visto, e che raccomando, è quella Criterion, montata nel 2006 da due giovani cineasti (Claude Bertemes, Cineteca di Lussemburgo, e Stefan Drössler, Munich Film Museum), con la collaborazione di Jonathan Rosenbaum e Peter Bogdanovich (prima che regista, storico e critico cinematografico). Il dvd contiene molti extra fra i quali un documentario di una ventina di minuti nel quale vengono spiegati chiaramente i criteri secondo i quali è stato ri-montato il film dopo aver analizzato le 5 diverse versioni conosciute, includendo tutte le scene e battute che compaiono in almeno una di esse, diventando quindi più lungo di qualunque altra versione. La storia è ambientata in una serie di luoghi ben distinti quali Napoli, Parigi, Londra, Amsterdam, Monaco, Costa Azzurra, Svizzera, numerose località spagnole e, fuori Europa, a Tangeri e Messico) e gli avvenimenti sono stati proposti talvolta in ordine diverso. Il marchio di fabbrica di Welles, le riprese dal basso, qui diventano spesso quasi verticali e ce ne sono anche dall’alto verso il basso; i suoi primi piani grazie non solo alla sua indiscussa bravura di attore, ma anche al lavoro del direttore della fotografia Jean Bourgoin (Oscar per il b/n nel 1963, The Longest Day) sono davvero inquietanti e rendono alla perfezione il personaggio nel gioco del gatto con il topo. L’uso delle luci e delle ombre come nelle scene iniziali nelle quali un uomo corre ma la sua ombra resta proiettata sulla stessa limitata superficie, dei tanti sguardi diretti nell’obiettivo e delle tante inquadrature con orizzonte inclinato sono senz’altro originali e talvolta innovative. In questo film c’è tanto del genio dell’ineffabile attore / soggettista / sceneggiatore / regista Orson Welles.

Compulsion (Richard Fleischer, USA, 1959) tit. it. Frenesia del delitto

Truccato da settantenne (all’epoca aveva solo 44 anni) Orson Welles appare nelle vesti dell’avvocato difensore dei due veri protagonisti solo ben oltre la metà del film e tuttavia si impone come interprete principale sui pur ottimi comprimari. L’arringa finale è un eccelso esempio di recitazione, ma le sue qualità di vero attore (sia teatrale che cinematografico) erano già ben note e non c’è critico che dissenta in merito alla sua bravura. Fleischer fa un ottimo lavoro alternando tempi e dettagli da thriller a discussioni filosofiche mediante le quali descrive la psiche disturbata della coppia di giovani criminali passando dalle scene di vita studentesca a quelle dell’aula di tribunale. Occhio alle inquadrature degli occhiali! Non mi dilungo a raccontare i particolari, in rete potrete trovare trame succinte e alcune analitiche, scena per scena. Mi preme segnalare che, oltre alla versione comune di 103minuti, se ne trova un’altra di 121’, alla quale manca solo The End (l’ultima battuta del film è compresa). Agli interessati consiglio certamente questa in quanto, anche se nella versione ridotta probabilmente sono state tagliate scene reputate di minore importanza, sono due ore di ottimo cinema che appassiona, con magistrali interpretazioni e una buona sceneggiatura che vagamente riprende un vero crimine del 1924 e successivo processo, con punti in comune anche ad uno italiano relativamente recente. Da non perdere!

  
Man in the Shadow (Jack Arnold, USA, 1957)

Molto poco conosciuto, è praticamente un western moderno, con tutta la struttura di quelli più classici ambientati un secolo prima. Orson Welles interpreta un ricchissimo proprietario terriero, allevatore con oltre 400 messicani ingaggiati più o meno illegalmente, certamente un despota che detta legge anche al di fuori del suo enorme ranch. Ma un giorno i suoi scagnozzi esagerano nel punire un ragazzo e lo uccidono. Un amico della vittima li vede e li denuncia allo sceriffo onesto che, contro il parere di quasi tutta i cittadini che in un modo o nell’altro dipendono economicamente dal latifondista, cerca di scoprire la verità, praticamente da solo, fra minacce, attentati e agguati. Il film non è male, a metà strada fra il genere crime e il western, certamente impreziosito dall’interpretazione di Welles, ma dalla trama piuttosto scontata.

The Long, Hot Summer (Martin Ritt, USA, 1958)

Basato su 3 diversi racconti di William Faulkner, premio Nobel per la letteratura nel 1947, per il contributo al moderno romanzo americano. Le sue storie sono ambientate per lo più nel profondo sud e, come in questo caso, in particolare nel Mississippi, stato nel quale passò gran parte della sua vita. Anche qui è truccato (male) da 61enne (all’epoca aveva solo 43 anni), Orson Welles non convince più di tanto, cosa che i più giustificano per il fatto di dover girare d’estate, con un caldo umido insopportabile. Perciò, stranamente, non fu la sua l’interpretazione più significativa del film come spesso accadeva, in quanto superata da quelle di Paul Newman (miglior attore a Cannes) e Joanne Woodward. Intrigante trama che vede un intraprendente avventuriero in fuga (Newman, accusato di incendio doloso) che riesce a inserirsi negli affari e nella famiglia del latifondista e proprietario di varie attività della cittadina (Welles), vedovo con due figli per lui alquanto problematici e assolutamente insoddisfacenti. Un finale poco convincente non rovina più di tanto il film.

The Magnificent Ambersons (Orson Welles, USA, 1942)

Un (quasi) film di Orson Welles, ufficialmente successivo a Citizen Kane (ma in mezzo c’è Journey into Fear, per il quale O. W. è uncredited). Ho scritto “quasi” in quanto anche questo secondo film con la RKO-Mercury ebbe i suoi problemi; il primo montaggio fu giudicato troppo lungo e così, approfittando dell’assenza di Welles (in Europa), la produzione tagliò molte scene accorciandolo di ¾ d’ora e cambiò il finale (ri-girato da Robert Wise), tanto che al suo ritorno il regista disconobbe il film. Le parti mancanti si conoscono solo dalla sceneggiatura definitiva, non esiste più alcuna immagine. Il film affronta vari temi simili a quelli di Citizen Kane, magioni esagerate, potere, presunzione e arroganza derivante da ricchezza che, anche in questo caso, non è sinonimo di vera felicità. Le ottime interpretazioni vengono esaltate dalla fotografia di Stanley Cortez (quello di The Night of the Hunter,1955) e dalle inquadrature scelte da Welles, poco convenzionali per l’epoca, dai piani sequenza alle riprese dal basso. Anche se si resta un po’ con l’amaro in bocca per non poter sapere come terminava la versione di Orson Welles, il film merita senz’altro un’attenta visione.  Singolare la scelta dei titoli di coda letti dallo stesso O.W., con il regista citato per ultimo (come si è soliti fare nei titoli di testa). 4 Nomination Oscar (miglior film, Agnes Moorehead non protagonista, fotografia e scenografia).

martedì 22 febbraio 2022

Microrec. 56-60 del 2022: interessanti ed eterogenei film misconosciuti

Solo due hanno qualcosa in comune, vale a dire la regista ungherese Márta Mészáros; li affiancano due moderne e singolari produzioni (una colombiana e l’altra coreana) e un classico cult horror americano (ma diverso da quelli standard) con l’immancabile Vincent Price. Sostanzialmente, chi per una ragione chi per un’altra, tutti meritano una visione.

 
Moonlit Winter (Lim Dae Hyung, 2019, Kor)

Ennesimo buon film coreano, girato con pochissimi mezzi e ridottissimo cast (e immagino anche budget). Molto sottile (stracolmo di white lies) il modo in cui una ragazza cerca di far incontrare alla madre una sua vecchia grande amica della quale non sa più niente da una ventina di anni. La singolare narrazione alterna scene in Corea che descrivono i rapporti fra madre e figlia, fra questa ed il suo quasi fidanzato, e il marito/padre separato a quelle in Giappone dove la vecchia amica vive con una zia ed un gatto. Una lettera rivelatrice è lo spunto per l’organizzazione di un viaggio imprevisto, ma anche la preparazione dell’incontro a sorpresa non sarà priva di intoppi. Miglior film al Korea Film Fest di Firenze, So-hye Kim (la ragazza) giudicata miglior attrice dai critici di Busan, ma anche le altre attrici sono più che convincenti. 

The Tingler (William Castle, 1959, USA) tit. it. Il mostro di sangue

Tipo particolare William Castle, specializzato in film a basso budget, ma non per questo sempre B-movies; produttore non solo di suoi film ma anche di titoli come The Lady from Shanghai (1947, Orson Welles, recuperatelo!). Abile promotore dei delle sue opere, spesso appariva nei trailer o nei film con un cameo (come Hitchcock) o, in qualità di presentatore, nelle prime scene metteva in guardia gli spettatori sensibili del terrore che avrebbero provato. In questo senso fu a volte molto creativo nello spaventare il pubblico fisicamente facendo scendere uno scheletro davanti allo schermo durante le proiezioni di House on Haunted Hill (1959) o elettrificando le poltrone della sala provocando poi piccole scosse nei momenti topici di The Tingler. Trama originale per questo horror che però ha tanto di noir e di thriller, con Vincent Price che non interpreta un mostro e neanche un uomo particolarmente malvagio (è un ricercatore/dottore), nonostante l'insulso titolo italiano (Il mostro di sangue) si vede solo un piccolo casuale taglio su una mano, il mostro appare ingegnosamente come un’ombra dietro un lenzuolo e poi lo si vedrà nelle sembianze di un incrocio fra una scolopendra e un crostaceo marino. Dopo molte sorprese, il film si conclude un po’ drasticamente ma ci sono tutte le ragioni per essere considerato un cult del genere.

  
El día de la cabra aka Bad Lucky Goat (Samir Oliveros, 2017, Col)

Opera prima del regista/sceneggiatore Samir Oliveros; si svolge nell’arco di 24 ore sull’isola caraibica di Providenciales (Turks and Caicos) e pare sia il primo film interamente parlato in creolo (di derivazione inglese, simile al giamaicano). Avventure e disavventure di un fratello e una sorella che vanno molto poco d’accordo, punteggiate da incontri con singolari personaggi da malavitosi a poliziotti e a musicisti che suonano reggae con strumenti molto improvvisati; ovviamente ci sono alcune capre e non mancano i riferimenti allo spiritismo classico di quell’area. Film prodotto con minimo budget, interpretato da attori non professionisti, senza riprese in studio ma solo in pochi interni autentici e per il resto nello splendore dell’ambiente naturale. Assolutamente senza pretese, risulta comunque piacevole e i numerosi twist e sorprese sono ben distribuiti e per la maggior parte assolutamente originali.

The Girl (Márta Mészáros, 1968, Hun)

Lavoro di esordio di una delle più apprezzate registe magiare che vede protagonista una ragazza irrequieta cresciuta in un orfanatrofio della capitale. Da Budapest effettua un breve viaggio in un paesino di campagna per conoscere sua madre naturale (che l’aveva abbandonata) e incontrerà tante persone che evidenziano sempre la sua evidente provenienza quasi borghese. Fra i tanti ci sono anche vari ragazzi dalla mentalità moderna e un uomo che potrebbe essere suo padre. Girato in forma realistica, mostra uno spaccato della società ungherese dell’epoca, fra idee tradizionaliste e influenza russa che contrastano con stile e musica occidentale di quegli anni. La narrazione essenziale e ben costruita, con una buona fotografia bianco e nero, ricorda quella di Éric Rohmer. 

Diary for My Children (Márta Mészáros, 1984, Hun)

Rispetto a The girl, questo è molto più drammatico e politico ed oltretutto si riferisce agli anni fra fine ’40 e inizi ’50, quando molti ungheresi pensavano di essere tornati liberi dopo l’occupazione nazista mentre i russi arrivati come liberatori prendevano lentamente il potere. Viene presentata una Budapest nella quale vari ceti sociali (militari e collaborazionisti) vivono nei ricchi palazzi che furono di nobili e/o potenti e si ritrovano nei teatri e alle sfilate di moda. Un’altra (gran) parte della popolazione deve invece sottostare alle direttive dei dirigenti filorussi anche quando prendono decisioni sbagliate. Anche in questo film la protagonista è un’orfana che però viene portata nella capitale con alcuni parenti, ma fra questi e la madre adottiva che li ospita ci saranno vari attriti. Nonostante la giovane età (17 anni) la giovane si ribella continuamente agli ordini della nuova madre, che è una militare che stravede per i russi ed il loro regime. Interessante e ben girato, più che degno esempio della scuola magiara, purtroppo spesso sottovalutata o addirittura sconosciuta ai più.

martedì 5 ottobre 2021

Graham Greene e il cinema

Sospendo temporaneamente il mio vagare fra le cinematografie meno conosciute del pianeta per affrontare ora un altro gruppo omogeneo di film legati ad uno stesso autore, ma questa volta non si tratta di un regista bensì di uno scrittore – sceneggiatore: Graham Greene. Molti spettatori non leggono i titoli o si limitano alle star e al regista e quindi pochi ricordano gli autori di soggetto e sceneggiatura, pertanto ancor meno sanno che allo scrittore inglese va attribuito molto del merito ottenuto da film quotatissimi come, per esempio, The Third Man (1949, di Carol Reed, con Orson Welles e Joseph Cotten, 164° miglior film di sempre, un Oscar e 2 Nomination). In fondo al post ho inserito l'elenco dei film e noterete che vari romanzi hanno dato luogo a più produzioni; A Gun for Sale addirittura a 4 versioni diverse. Comincerò le visioni in ordine cronologico e, in caso di remake, non è detto che guardi le versioni successive. Ne salterò anche qualcun altro per non disponibilità o per averli guardati in anni recenti ma, in tal caso, inserirò il link alla micro-recensione corrispondente.

L’idea mi è venuta dopo essermi imbattuto, per puro caso, nel video di un corto del quale non conoscevo l'esistenza, adattamento del mio preferito fra i tanti racconti scritti da Graham Greene: A Shocking Accident (1982, di James Scott, con Rupert Everett). Storia al limite dell'assurdo ma non del tutto impossibile, specialmente se si considera che l'evento (lo shocking accident) viene proposto come avvenuto a Napoli, durante la guerra. L'autore conosceva e apprezzava anche la nostra regione e ne cita luoghi anche se non proprio attinenti alla storia e, non per niente, nel 1948 comprò una modesta casetta ad Anacapri dove era solito venire a passare un paio di mesi ogni anno fino al 1980; nel 1978 ricevette la cittadinanza onoraria.

Vari sono i film adattati dalle sue short stories, per la maggior parte pubblicate in una mezza dozzina di raccolte, la più nota delle quali è Twenty-one Stories. Spesso molto argute e a loro modo divertenti, le short stories si rivelano perfette per essere adattate per lo schermo molto più efficacemente dei romanzi di centinaia di pagine che, necessariamente, sono mal riassunti, con vari personaggi secondari (tuttavia importanti) completamente tralasciati, in due o anche tre ore di pellicola. Un esempio lampante del primo caso, è l'avvincente The Fallen Idol (1948, Carol Reed, con Ralph Richardson, Nomination Oscar a Reed per la regia e a Greene per la sceneggiatura), tratto dall’ottimo racconto The Basement Room.

I lavori di Greene che più apprezzo, particolarmente per essere viaggiatore, sono quelli ambientati al di fuori del vecchio continente. Le descrizioni dei luoghi, degli ambienti e degli abitanti sono coinvolgenti e realistiche, dando l’impressione al lettore di trovarsi sul posto, specialmente se ha una seppur minima conoscenza di quei paesi. Insomma, non era un Salgari che affascinava giovani e adulti scrivendo solo di fantasia (seppur discretamente documenta) di posti mai visti e etnie mai incontrate non avendo mai lasciato l'Italia in vita sua. Infatti Greene, da giornalista e poi agente dell’intelligence inglese, ebbe modo di viaggiare estensivamente cominciando dalla Liberia, Sierra Leone e Congo in Africa, per poi passare in Messico, Haiti e Cuba in centro America, avendo sempre contatti con gli autoctoni e gente comune e non solo con expats, autorità e spie. I protagonisti delle sue storie sono per lo più gente comune che per caso si trovano immischiati e invischiati in situazioni al di sopra della loro capacità di gestione e si arrabattano per venirne a capo o almeno per sopravvivere … nessun supereroe invincibile ed infallibile! I suoi lavori sono una combinazione di thriller, noir, temi sociali e religione, conditi spesso da una buona dose di humor. 

 

Film che sono ansioso di guardare di nuovo sono The Comedians (tratto dall’omonimo romanzo del 1966, film di Peter Glenville del 1967 con un cast d’eccezione che comprendeva Richard Burton, Elizabeth Taylor, Alec Guinness e Peter Ustinov) e Our Man in Havana (romanzo del 1958, film del 1959, di Carol Reed, con Alec Guinness), che penso sia l’unica vera dark comedy – veramente geniale - della sua vasta bibliografia. A proposito di The Comedians, devo dire che non è fra i miei preferiti né come romanzo, né come film (pur essendo di ottimo livello), ma vi sono particolarmente legato per essere stato il primo di Greene che lessi, essendomi capitatomi fra le mani per puro caso al Seaman’s Club di Philadelphia, nel lontano 1982; da allora ho letto quasi tutta la sua ricca produzione!


Naturalmente, consiglio a tutti di leggere i suoi lavori e di guardare i film da essi derivati, ovviamente in lingua originale se se ne avesse la possibilità.

  • 1934 Orient Express (da Stamboul Train)
  • 1937 The Green Cockatoo (sceneggiatura originale)
  • 1940 21 Days (sceneggiatura originale)
  • 1942 This Gun for Hire (da A Gun for Sale)
  • 1942 Went the Day Well? (story)
  • 1944 Ministry of Fear (idem)
  • 1945 Confidential Agent (idem)
  • 1947 The Man Within (idem)
  • 1947 The Fugitive (da The Power and the Glory)
  • 1948 Brighton Rock (idem)
  • 1948 The Fallen Idol (da The Basement Room)
  • 1949 The Third Man (sceneggiatura originale)
  • 1953 The Heart of the Matter (idem)
  • 1954 La mano dello straniero (story)
  • 1955 The End of the Affair (idem)
  • 1957 Saint Joan (sceneggiatura)
  • 1957 Across the Bridge (idem)
  • 1957 Short Cut to Hell (da A Gun for Sale, vedi 1942)
  • 1958 The Quiet American (idem)
  • 1959 Our Man in Havana (idem)
  • 1961 Günes dogmasin (da A Gun for Sale, vedi 1942)
  • 1967 The Comedians (idem)
  • 1972 Yarali kurt (da A Gun for Sale, vedi 1942)
  • 1972 Travels with My Aunt (idem)
  • 1973 England Made Me (idem)
  • 1979 The Human Factor (idem)
  • 1983 The Honorary Consul (idem)
  • 1990 Strike It Rich (da Loser Takes All)
  • 1999 The End of the Affair (idem)
  • 2001 Double Take (vedi 1957)
  • 2002 The Quiet American (vedi 1958)
  • 2010 Brighton Rock (vedi 1948)

giovedì 26 agosto 2021

Micro-recensioni 221-225: film particolari e curiosità per cinefili

Pochi sanno che il primo film (non-film) di Orson Welles fu un muto incompiuto del 1938, dato per perso e poi ritrovato una decina di anni fa. Pochi conoscono l’unico film ben quotato della sua compagna Oja Kodar, al quale partecipò anche lui in veste di attore. Pochi hanno visto Hedy Lamarr (prima di diventare star hollywoodiana) nel film-scandalo con il primo nudo non pornografico della storia del cinema. Completano la cinquina uno degli ultimi melodrammi muti dell’espressionismo tedesco e il penultimo film di Murnau (regista di Nosferatu, 1922), l’ultimo girato in USA.

 

City Girl (F.W. Murnau, 1930, USA)

Ultimo film di Murnau in USA, infatti il successivo Tabu (1931) seppur montato a Hollywood fu girato in Polinesia, fra Bora Bora e Tahiti; il regista morì in conseguenza di un incidente d'auto in California pochi giorni prima dell’uscita del film e il cinema americano perse uno dei tanti validi artisti arrivati dall’Europa. Benché IMDb indichi una durata di 1h18’ esiste in rete copia restaurata di 1h28’ in HD. Uno degli ultimi melodrammi silent, quando il sonoro aveva già preso il sopravvento, ma Murnau aveva una tale esperienza di cinema muto avendo diretto capolavori come Nosferatu (1922), L'ultima risata (1924) e Faust (1926), da non far sentire la mancanza di dialoghi, pur utilizzando pochissimi cartelli. Questo film, che inizia come commedia e poi volge al dramma, scorre senza intoppi e con una descrizione precisa e comprensibilissima di personaggi e avvenimenti.

Exstase Ecstasy (Gustav Machatý, 1933, Cze/Aut)

Bandito, tagliato e censurato per un nudo quasi innocente perfino allora, certamente meno pruriginoso di qualunque commedia all’italiana di 50 anni fa, simile a quell’altro più famoso di Brigitte Bardot che in Le mèpris (Il disprezzo, 1963, Jean-Luc Godard) nuota nuda nella caletta di Villa Malaparte, Capri. In sostanza si tratta di un onesto melodramma sonoro ma praticamente senza dialoghi. Non è certo che effettivamente sia il primo nudo del cinema, ma quasi tutti concordano che sia il primo film non pornografico a mostrare un rapporto sessuale e orgasmo, seppur inquadrando solo i volti. L’attrice protagonista è Hedy Lamarr, che scappò prima a Parigi e poi a Londra dove Louis B. Mayer (proprietario della Metro-Goldwyn-Mayer aka MGM) l’ingaggiò e la portò oltreoceano come "la donna più bella del mondo”. Essendo nota per la sua bellezza e per le sue interpretazioni, molti dimenticano (o non sanno) che Hedy Lamarr fu una scienziata di livello mondiale che nel 1942 brevettò un “sistema di comunicazione segreta", praticamente l'essenza del wifi!

  
Asphalt (Joe May, 1929, Ger)

Classico melodramma dell’epoca che, nella Berlino degli anni ’20, mette di fronte un giovane poliziotto ed una ladra / truffatrice di alto bordo. Ben diretto e interpretato, lascia intravedere le sue origini di espressionismo, stile giunto ormai al termine dei suoi giorni. Anche Joe May (viennese di nascita) fu uno dei tanti registi scappati in USA dove continuò a dirigere buoni film d’azione senza però mai giungere a grandi successi come dei vari Lang, Preminger, Wilder, Zinnermann, Siodmak, Lubitsch.

The Secret of Nikola Tesla (Krsto Papic, 1980, Yug)

Succinto biopic jugoslavo dello scienziato / visionario Tesla che, per affermarsi, dovette avere a che fare con la diffidenza e spesso l’ostruzionismo di grandi imprenditori e colleghi gelosi, a cominciare da Edison. Interessante, ma appare quasi come una esaltazione del genio serbo nei confronti del sistema americano, il perseguimento di invenzioni/scoperte utili per l’umanità (in questo caso l’utilizzo della corrente alternata) contro il puro ritorno economico. Nel film, oltre a Tesla ed Edison, compaiono personaggi come J.P. Morgan (interpretato da Orson Welles), Marconi, Westighouse e, seppur appartenenti al settore artistico, Mark Twain ed Enrico Caruso.

Too Much Johnson (Orson Welles, 1938, USA)

L’ho definito “film (non-film)” in quanto il mediometraggio muto presentato a Pordenone solo nel 2013 dopo il restauro delle pizze ritenute perse per molti decenni, era stato pensato come sfondo per l’omonima commedia teatrale di William Gillette e non come film a sé stante. Il progetto prevedeva 20’ di immagini per il primo atto e 10’ ciascuno per gli altri due, ma il materiale fortunosamente recuperato (definito copia di lavoro) è di quasi mezz’ora più lungo, comprendendo molte riprese ripetute in modo quasi identico e scene riprese da diverse angolazioni. Non avendo dialoghi né cartelli, è strutturato in stile comiche, con scene esagerate e talvolta accelerate. Qualcuno ha voluto vedere in questo lavoro alcune idee che Welles elaborerà successivamente nei suoi film, ma l’unico certo punto in comune è la presenza del suo fido Joseph Cotten che fu protagonista dei suoi primi 4 film. Guardabile per pura curiosità cinefila. 

domenica 8 agosto 2021

Micro-recensioni 191-195: l’Orson Welles che non ti aspetti …

… anche se dal suo genio ci si poteva aspettare di tutto. In questa cinquina ho raccolto il suo ultimo film (montato e completato postumo) e 2 documentari relativi alla sua realizzazione; gli altri due sono film francesi ai quali sono arrivato, come ai tre succitati, seguendo le tracce di cineasti. Infatti Chabrol e la Audran mi hanno portato al film di Welles nel quale compaiono come sé stessi, nonché alla commedia grottesca Coup de torchon (1981, Bertrand Tavernier) nella quale Stèphane Audran recita al fianco di Philippe Noiret e di Isabelle Huppert, e quest’ultima è la protagonista del celebrato La cérémonie diretto da Chabrol, pluripremiato a Venezia e Miglior film dell’anno per Cahiers du Cinéma. Non c’è da meravigliarsi se mi dilungherò parlando dei primi tre tutti insieme, lasciando minor spazio agli altri due.

  • The Other Side of the Wind (Orson Welles, 2018, USA/Fra)
  • They'll Love Me When I'm Dead (Morgan Neville, 2018, USA)
  • A Final Cut for Orson: 40 Years in the Making (Ryan Suffern, 2018, USA)

Li ho guardati cominciando dal film, ma agli interessati consiglio di cominciare invece dai due documentari, questi in qualunque ordine. Il film, come sottolineato più volte, è un film nel film e un documentario, con lo stesso titolo. Orson Welles aveva bene in mente cosa volesse realizzare (pur essendo la sceneggiatura in continua evoluzione) e riuscì facilmente a coinvolgere tanti amici nel suo progetto. L'idea di base consisteva nel seguire l'ultimo giorno di vita di un regista che presenta un primo parziale montaggio del suo nuovo film. I partecipanti all'evento sono ripresi da una quantità di reporter in continuo movimento e ovviamente in presa diretta. Il rapido successivo montaggio (che nel cinema è ciò che conta, secondo Welles) appare ancor più movimentato essendo una combinazione di riprese in vari formati: 35mm, 16mm e perfino Super8, a colori ed in b/n. Intercalati fra le discussioni, domande e battute si vedono spezzoni del nuovo film, privo di dialoghi, assoluta avant-garde, quasi sperimentale; nel documentario si sottolinea che, seppur messo in circolazione con oltre 40 anni di ritardo, il film è tutt’oggi all’avanguardia e di genere unico.

Fra i tanti cineasti astanti (alcuni dei quali interpretano sé stessi come Chabrol, Hopper, ...) ci sono vari personaggi fondamentali quali il regista Jake Hannaford (John Huston) e il giornalista Brooks Otterlake interpretato da Peter Bogdanovich. Quest'ultimo, in epoca non sospetta, fu ufficialmente incaricato da Welles di completare il film, "nel caso succedesse qualcosa" ... e così è stato. Ma le particolarità di The Other Side of the Wind non finiscono certo qui. La protagonista del film nel film è l'attrice, scrittrice e regista croata Oja Kodar, dallo sguardo conturbante, magnetico, compagna di Welles durante gli ultimi 25 anni di vita del regista, contemporaneamente alla moglie ufficiale, l’italiana Paola Mori. Oltre ad essere co-sceneggiatrice e attrice in The Other Side of the Wind, fu anche protagonista di altri film incompiuti di Welles come The Deep (1970) e Don Quixote (1972).

 
Le riprese furono effettuate fra il 1970 ed il 1976 in una villa nella Death Valley - poco distante da quella che esplode in Zabriskie Point (1970, Michelangelo Antonioni) - ma, ancor prima della morte di Welles, i negativi di oltre 100 ore di filmati furono bloccati e poi custoditi in un deposito in Francia per questioni di diritti. Infatti uno dei produttori ufficiali era il cognato dello Scià di Persia, deposto dagli Ayatollah nel 1979 con conseguente requisizione di beni e capitali, e quindi da lui non erano più arrivati i finanziamenti promessi. Un tribunale francese stabilì che il titolare del girato non fosse il regista, ma i produttori e quindi solo dopo molti anni si riuscì a sbloccare il contenzioso e trasferire finalmente i negativi (molti dei quali mai sviluppati) da Parigi in California.

Dei due documentari, quello di Suffern – un mediometraggio - è incentrato quasi esclusivamente sulla parte tecnica del recupero dei negativi, della loro scansione e montaggio, ottimizzazione sonoro, doppiaggio di alcuni audio mancanti. In quanto a ciò è incredibile come il figlio di John Huston (Danny, regista e attore) riesca a imitare alla perfezione la peculiare ed inconfondibile parlata di suo padre. Si evidenzia anche la varietà della colonna sonora che include pezzi rock, jazz e, nel finale, perfino una saeta flamenca (classico canto a cappella eseguito al passaggio delle processioni della Semana Santa in Andalusia, nel clip in basso  c'è proprio quella inserita nel film), nonché un commento musicale affidato al maestro francese Michel Legrand. L’altro documentario tratta invece più dei cineasti intervenuti e include tanti aneddoti relativi a Welles e ancor più brevissimi clip di suoi film.

Spero che quanto sommariamente descritto abbia suscitato l’interesse di qualcuno e questi troveranno un altro cumulo di interessanti e quasi incredibili particolari legati a questo film e a chi vi ha collaborato nell’arco di quasi 50 anni.

 
Coup de torchon (Bertrand Tavernier, 1981, Fra)

Commedia grottesca ambientata in Senegal a fine anni ’30, quando era ancora colonia francese. Storia quasi surreale eppure divertente e scorrevole, con personaggi indovinati e ben interpretati da un cast ben scelto.

La cérémonie (Claude Chabrol, 1995, Fra)

Questo invece è quasi in stile classico di Chabrol, dico quasi poiché l’ho trovato un poco esagerato sui presupposti e sulla serie di coincidenze che mettono in contatto una psicopatica ed una che si lascia facilmente influenzare. Conoscendo il regista ci si aspetta certamente l’omicidio ma la situazione ed il contorno sono poco credibili e nel pur originale finale il colpo di scena mi sembra tanto un cosiddetto goof madornale.

giovedì 29 luglio 2021

Micro-recensioni 176-180: commedie di vario genere, di 5 paesi diversi

Gruppo molto eterogeneo (5 nazionalità diverse) ma parzialmente accomunati dal genere commedia, con varie sfaccettature: surreale per l’ultimo film di Buñuel, grottesca con Catch-22, dark l’inglese, crime l’argentina e popolare-musicale quella messicana.

 
Catch-22 (Mike Nichols, 1970, USA) tit. it. Comma 22

Cult anti-bellico che deve la maggior parte dei suoi meriti al soggetto tratto dall’omonimo famoso romanzo di Joseph Heller dal quale nel 2019 è stata tratta una miniserie di 6 ep. diretta, interpretata e prodotta da George Clooney. Tratta di un reparto di aviazione di stanza in Italia nella seconda metà della II Guerra Mondiale. Consiglio a tutti di leggere il libro che si compone di una serie di assurdità, paradossi e nonsense sostenuti, tuttavia, da una parvenza di ferrea logica. Senz’altro bravo Nichols a farne un film mettendone insieme alcune delle tante e variegate vicende, con i personaggi più significativi. Dà l’idea di un film fatto fra amici (anche se con un buon budget) vista la presenza di tanti attori noti, molti dei quali in parti secondarie: Orson Welles, Martin Balsam, Anthony Perkins, Martin Sheen, Jon Voight, Richard Benjamin, Art Garfunkel (proprio quello del duo Simon & Garfunkel), Paula Prentiss e infine l’ineffabile Alan Arkin, perfetto nei panni del protagonista Yossarian, assolutamente fuori di testa ma l’unico ancora umano. Commedia grottesca sì, ma anche dark e molto critica non solo nei confronti della guerra in genere e dei vertici della gerarchia militare, ma anche dei sottufficiali e soldati che si lasciavano andare ad azioni a dir poco biasimevoli. Consigliato.

Cet obscur objet du désir (Luis Buñuel, 1977, Fra)

Ultimo film del grande regista ispano-messicano, prodotto in Francia. Secondo me non è all’altezza degli altri di questo suo ultimo periodo, anche se è molto interessante l’utilizzo alternato di due attrici ben diverse fra loro (Ángela Molina e Carole Bouquet) per lo stesso personaggio, anche in scene in continuità; il protagonista maschile è ancora una volta Fernando Rey, dopo Viridiana, Tristana, Il fascino discreto della borghesia. Resta comunque un ottimo film, ben valutato anche dalla critica (IMDb 7,9 e RT 97%), ma lo vedo troppo lineare e privo di quei colpi di genio (spesso incomprensibili) che caratterizzano il regista. Nomination Oscar miglior film straniero e sceneggiatura.

  
El robo del siglo
(Ariel Winograd, 2020, Arg)

Furto al caveau di una banca di Buenos Aires realmente avvenuto, romanzato per trarne una piacevole sceneggiatura. Interessante l’organizzazione, ottima caratterizzazione dei componenti della banda, ben gestiti i tempi per dare la giusta suspense. La cinematografia argentina non è molto conosciuta al di fuori del Sudamerica, ma vanta ottime radici e quindi di tanto in tanto riesce ad esportare qualche film oltreoceano e talvolta è presente agli Oscar. Dopo le Nomination di La tregua (1974) e Camila (1984) arrivarono:

  1. 1985 La historia oficial (di Luis Puenzo) Oscar miglior film straniero (primo argentino) e Nomination sceneggiatura
  2. 1998 Tango, no me dejes nunca (Carlos Saura)
  3. 2001 El hijo de la novia (Juan José Campanella)
  4. 2009 El Secreto de sus Ojos (Juan José Campanella), secondo Oscar argentino per il miglior film straniero
  5. 2014 Relatos Salvajes (Damián Szifrón)

Ovviamente, tutti poco e mal distribuiti in Italia. Non è certo un capolavoro, ma nel suo genere è molto ben realizzato e non ha nulla da invidiare a tanti film più conosciuti americani ed europei.

O Lucky Man! (Lindsay Anderson, 1973, UK)

Come anticipato nel post precedente dedicato a Lindsay Anderson, si tratta dell’elemento centrale della cosiddetta Trilogia di Mike Travis, ma si rivela essere troppo lungo (quasi 3 ore) e poco interessante. Il soggetto dello stesso Malcolm McDowell (Mike Travis) appare essere troppo pretestuoso ed esagerato, mentre è interessante l’utilizzo degli stessi attori in ruoli differenti nel corso del film. Come spesso accade, il migliore della Trilogia è il primo, vale a dire If ….

El lunar de la familia (Fernando Mendez, 1953, Mex)

Commedia musicale-ranchera con il terzo cantante più famoso dell’epoca (Antonio Aguilar), da sempre sovrastato dagli idoli delle folle Pedro Infante e Jorge Negrete. Struttura standard fra amori ufficialmente non corrisposti, serenate, l’anziana despota (la solita ineffabile Sara Garcia), ubriacature, cantine e risse.

mercoledì 5 maggio 2021

micro-recensioni 96-100: 5 film, 9 Oscar, 21 Nomination

Candidature Oscar sempre più deludenti; pur volendo considerare le limitazioni della pandemia che hanno condizionato le produzioni e hanno rinviato qualche uscita in attesa della riapertura delle sale, si conferma la tendenza al ribasso della qualità media degli ultimi anni. Fra questi 5 (che dovrebbero essere i migliori) non c’è un solo vero film di gran livello. Proprio così, poiché l’ottimo The Father con un eccezionale Anthony Hopkins è un gran pezzo di teatro (ben riportato sullo schermo, ma sempre teatro è), Nomadland è un quasi-documentario con una sola (ottima) attrice, Druk avrebbe meritato qualcosa di più ma i plot secondari non sono al livello del principale, Mank (sul quale contavo per il soggetto cinematografico e il b/n) è in sostanza piatto e ripetitivo e non capisco come abbia potuto vincere l’Oscar per la (ridicola) fotografia e, infine, il tanto decantato Minari è assolutamente noioso, privo di una vera struttura o di alcun senso. Ecco le singole micro-recensioni.

The Father (Florian Zeller, 2020, UK) Oscar Anthony Hopkins protagonista e sceneggiatura e 4 Nomination (miglior film, Olivia Colman non protagonista, montaggio e fotografia)

Senza dubbio il miglior film del lotto e forse meritava anche l'Oscar come miglior film in assoluto. Ci sarebbe da riflettere anche sul fatto che abbia vinto la statuetta per la migliore “sceneggiatura non originale” … senza tener conto che l’autore del lavoro teatrale dal quale è tratto sia co-sceneggiatore nonché regista (Florian Zeller, alla sua prima e per ora unica regia, tanto di cappello). Veramente non si sa come dividere i meriti fra sceneggiatura originale adattamento, regia e interpretazioni (al plurale perché anche quella di Olivia Colman – candidata non protagonista – è più che apprezzabile). La costruzione del plot che vaga perennemente fra realtà, immaginazione, ansie e ricordi è a dir poco perfetta. La trama che, se raccontata, può sembrare banale è avvincente e coinvolgente. Distorsione dei tempi e dei personaggi, intervallata da lampi di lucidità del protagonista, basati sulla pura logica. Come anticipato, l’unico appunto che si possa fare è quella di essere più teatro che cinema, ma va bene così!

 

Druk (Another Round) (Thomas Vinterberg, 2020, USA) Oscar miglior film non in lingua inglese e 1 Nomination (regia)

Quando non (s)cadono nell’inutilmente deprimente, trovo i lavori dei registi del Dogma 95 più che apprezzabili e questo, con la sua vena di dark comedy, ne è un perfetto esempio. L’alternanza degli ambienti scuola, famiglia e gruppo ristretto di amici di bicchiere è perfettamente bilanciata, purtroppo quella familiare è meno incisiva e tende all’avvilente e banale visto e rivisto. Inoltre, ho trovato interessante la teoria portante del film che è perfettamente compatibile con gli stili di vita di tante culture o comunità che consumano costantemente alcol o simili con moderazione, senza mai scadere nelle esagerazioni di alcuni popoli nordici. Buona la solita tanta camera a mano (ben utilizzata) e l’inserimento di un paio di scene/situazioni fuori contesto ma perfettamente piazzate come il bambino occhialuto e il ballo finale.

Nomadland (Chloé Zhao, 2020, USA) Oscar miglior film, regia e Frances McDormand protagonista e 3 Nomination (sceneggiatura, montaggio e fotografia)

Dopo il tanto parlarne, mi aspettavo di più. Come forse alcuni ricordano, già conoscevo i precedenti due film di Chloé Zhao, anch’essi un po’ documentaristici è ambientati nel west, fra praterie, cavalli, nativi e gruppi sociali al limite della “società americana”. Pertanto, l’ho trovato un po’ ripetitivo, simile agli altri per struttura e per la intrinseca solitudine dei protagonisti (quasi sempre tutti “buoni”). La regista evidentemente si trova a suo agio con queste comunità isolate (non le definirei emarginate) e appare fruttuosa la sua collaborazione con Joshua James Richards, direttore della fotografia di tutti e 3 i suoi film, che certamente sa approfittare degli immensi spazi (apparentemente) vuoti.

  

Mank (David Fincher, 2020, USA) Oscar sceneggiatura e fotografia (sic!) e 8 Nomination (miglior film, Gary Oldman protagonista, regia, Amanda Seyfried non protagonista,sonoro, musica, trucco e costumi)

Deludente per la sceneggiatura, per la controfigura di Orson Welles, per la sceneggiatura e, soprattutto, per le luci assolutamente irreali che ho trovato addirittura fastidiose. Luci assolutamente bianche e nette, da quelle emanate dai lampioni a quelle che entrano da porte e finestre quasi come un sole di mezzogiorno che però sta all’orizzonte (ma neanche in tali casi si sarebbero creati quegli effetti). I dialoghi non sono un granché e il di solito più che apprezzabile Gary Oldman qui appare svogliato e sottotono. I personaggi di contorno sono, a dir poco, per niente credibili. Se credessi a tali cose, penso che sia Welles che Mankiewicz si stiano rivoltando nella tomba.

Minari (Lee Isaac Chung, 2020, USA) Oscar non protagonista a Yuh-Jung Youn e 5 Nomination (miglior film, Steven Yeun protagonista, regia, sceneggiatura e musica)

Delusione totale, nemmeno la “nonna” vincitrice del premio Oscar come non protagonista mi è sembrata veramente meritevole del premio. La storia non è su una comunità di immigrati asiatici né sul loro inserimento nella società americana, né su intraprendenti agricoltori nel mid-west, né sulle dinamiche di una giovane famiglia coreana, né sull’ambiente. Il regista (anche sceneggiatore unico) ha inserito un po’ di tutto senza concludere niente; senz’altro fra i suoi colleghi in patria ce ne sono di molto più meritevoli.

domenica 24 novembre 2019

72° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (356-360)

Ennesimo gruppo interessante ed eterogeneo, comprende due classici noir di Robert Foster (il primo dei quali quasi di Orson Welles), il primo lungometraggio di Jean Cocteau (in effetti nel 1925 dovrebbe aver diretto un muto, ma di esso si sa poco) e due commedie, una giapponese di fine secolo e l’altra di quest’anno.

    

357  Woman on the run (Norman Foster, USA, 1950) tit. it. “Il mistero del marito scomparso” * con Ann Sheridan, Dennis O'Keefe, Robert Keith * IMDb 7,3 RT 83% 
Ottimo e singolare noir che non ha niente da invidiare a quelli più noti di quell’epoca. Dwight, il gestore del Movie Museum con il quale mi trattengo spesso a conversare prima o dopo una proiezione, mi aveva consigliato Journey Into Fear (guardato e commentato in questo stesso gruppo) e parlando di tanti altri noir di quell'epoca mi ha ricordato questo dello stesso regista. L'avevo già visto, vari anni fa, ma avendolo trovato su youtube a 1080p, l'ho guardato di nuovo con molto piacere e a chi legge consiglio di fare altrettanto. Potreste trovarlo anche in italiano (lo sconsiglio) con il ridicolo titolo “Il mistero del marito scomparso” (sic!).
Vero cult per gli amanti del genere con personaggi credibili e dialoghi taglienti, ben diretto e interpretato, con twist al momento giusto e tante sorprese ben distribuite. Tutta la sequenza finale nel parco di divertimenti con l'otto volante è da manuale per intreccio, tempi, interpretazioni e twist.
In questo film i criminali hanno un ruolo relativamente secondario (nella storia entra in gioco solo un sicario) che, fra l’altro, non si confronta direttamente con la polizia; fra le due parti c’è una coppia in crisi che niente ha a che vedere con l’uno o con l’altra.  Di passo rapido, con narrazione essenziale e ottima scelta di tempi, Woman on the run mantiene sempre alta la tensione e quindi il livello di attenzione dello spettatore.
Ripeto, non ve lo perdete!

358  Le sang d'un poète (Jean Cocteau, Fra, 1930) * con Enrique Rivero, Elizabeth Lee Miller, Pauline Carton * IMDb 7,4 RT 94% 
Primo lungometraggio oggi disponibile di Jean Cocteau; in effetti nel 1925 il poliedrico artista dovrebbe aver diretto un muto, ma di esso si sa molto poco. Anche se non è “ufficialmente” un film surrealista, guardandolo non si può fare a meno di fare un parallelo con le due famose opere coeve del binomio Luis Buñuel / Salvador Dalí, vale a dire Un chien andalou (1929) e L'âge d'or (1930). La storia, pur essendo per lo più incomprensibile, verte su lunghe scene senza cambiare ambientazione né protagonista … poi si passa a tutt’altro. I collegamenti sono pochi e si va da una bocca che si sposta a sguardi indiscreti da buchi della serratura in un ambiente con gravità ruotata, da bullismo giovanile e guerra con palle di neve ad una partita a carte fra un baro ed una elegante signora sotto gli occhi di un pubblico al teatro. Essendo dichiaratamente fra l’astratto, l’avanguardia e il surrealismo, ognuno è stato e sarà libero di fare le proprie supposizioni e avanzare personali interpretazioni di immagini e scene, anche perché Cocteau non ha mai voluto spiegare niente con chiarezza, ma resta il fatto che, come qualunque opera d’arte di un certo livello, spinge l’osservatore a elaborare e non ad essere spettatore passivo.
Sta a voi decidere se cimentarvi in questa per certi versi ardua visione o meno … pur non cogliendo alcun messaggio certo, devo dire che a me è piaciuto e non poco!

      

356  Journey Into Fear (Norman Foster, USA, 1943) tit. it. “Terrore sul Mar Nero” * con Orson Welles, Joseph Cotten, Dolores del Rio * IMDb 6,6 RT 75% 
Uno dei film meno conosciuti fra quelli in cui appare Orson Welles. Me lo menzionò Dwight qualche giorno fa parlando di buoni noir americani degli anni ’40-'50 e, essendo incuriosito dalla presenza del grande regista e attore (seppur qui non protagonista), ho iniziato la ricerca e fra i non entusiastici titoli di recensioni e la composizione del cast ho sentito odore di bruciato. Film fatto più o meno in famiglia, con Joseph Cotten (che con Welles aveva appena guadagnato grande fama apparendo in Citizen Kane, 1941, e The Magnificent Ambersons, 1942) non solo protagonista ma anche sceneggiatore (per fortuna l’unico tentativo), Dolores Del Rio assolutamente fuori contesto (ma all'epoca aveva una relazione con Orson Welles, troncata subito dopo questo film), Everett Sloane, che sarà sempre ricordato per essere Mr. Bernstein in Citizen Kane e l'avvocato zoppo, marito di Rita Hayworth in The Lady from Shanghai e non certo per questo film, e tanti altri attori del Mercury Theatre che interpretano i vari personaggi equivoci di contorno. Per finire, è certo che buona parte della regia è da attribuire a Orson Welles anche se non volle comparire ufficialmente come regista; lasciò onori e onere a Robert Foster che diresse le riprese mentre lui era impegnato in contemporanea a girare The Magnificent Ambersons.
La messa in scena non è delle migliori, seppur con pregevoli particolari, come quello del disco che si incanta. Si deve anche sottolineare che la voce fuori campo di Joseph Cotten non esisteva nella prima versione, fu aggiunta successivamente insieme con alcune riprese incluse nella parte finale, per scelta di Welles che si occupò anche del montaggio delle fasi conclusive. Con queste premesse, era difficile aspettarsi molto di più.
In quanto alla storia, si tratta di un adattamento dell’omonimo romanzo (1940) di Eric Ambler), è ambientato fra Istanbul e Batumi, e include un viaggio in nave sulla quale, fra i pochi passeggeri, si nascondono spie e sicari nazisti che minacciano il protagonista americano … ricordatevi che si era in piena guerra e la storia quindi plausibilmente anche di propaganda.
Sufficiente, ma purtroppo si nota che è stato realizzato in fretta e con troppe “menti” a dirigere.

359  Shall we dance (Masayuki Suo, Jap, 1996) tit. it. “L'ultimo ballo” * con Kôji Yakusho, Tamiyo Kusakari, Naoto Takenaka * IMDb 7,7 RT 91% 
Pluripremiata commedia giapponese di una ventina di anni fa, omonima di quella più nota, ma certo non migliore, con Richard Gere (2004) … quasi pedissequo tentativo di remake americano = solito fallimento.
Alterna momenti buoni a banalità al limite del ridicolo, ma i pochi allievi della scuola di ballo da sala (tipi estremamente vari e singolari) sono ben descritti in modo sagace anche se con qualche esagerazione. Anche se c’è un solo vero protagonista il film è quasi corale e, fra lezioni, competizioni e storie personali, scorre in modo fluido. In quanto alla storia in sé, si deve tener conto della stranezza del “ballo di coppia” in un Giappone che, anche in tempi moderni, ha poca familiarità con valzer, quickstep, pasodoble e simili. Pertanto un serio, compassato e stimato funzionario di mezz’età che inizia a frequentare una scuola di ballo si sente quasi costretto a farlo di nascosto. La situazione si deve quindi guardare con gli occhi nipponici e non da europei, americani o latini.
Nel complesso guardabile, intrattenimento piacevole se si ha almeno una minima idea dell’ambiente in cui si svolge, cinematograficamente appena sufficiente. 

360  The Peanut Butter Falcon (Tyler Nilson e Michael Schwartz, USA, 2019) * con Shia LaBeouf, Dakota Johnson, Zack Gottsagen * IMDb 7,8 RT 95% 
Commedia leggera e buonista con qualche spunto non male, basata sul socially correct, che procede in modo poco credibile (anche in una commedia è necessaria un po’ di plausibilità) e si conclude in modo confuso, assolutamente fuori da ogni logica. Buone le interpretazioni dei due protagonisti Shia LaBeouf e Zack Gottsagen (il giovane con sindrome di Down), insignificante la presenza di Dakota Johnson che passa dal genere erotico alla commedia ma tutto ciò che è capace di fare è mostrare le gambe (essendo una commedia non penso non le sia stato concesso di più), più incisiva la brevissima apparizione dell’ormai 83enne Bruce Dern.
Nonostante le buone intenzioni della coppia di sceneggiatori / registi, il film è appena sufficiente, e sono convinto che i buoni rating sono dovuti solo ed esclusivamente all’argomento trattato: i down non sono ritardati né stupidi (ma sembra che ancora oggi molti non se ne rendano conto). 

Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire dal 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate su questo blog.