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domenica 30 ottobre 2022

Microrecensioni 306-310: Emilio Fernández e Alberto Gout, Epoca de Oro mexicana

Gruppo molto omogeneo, relativi a due soli registi, ognuno con il suo direttore della fotografia preferito (due maestri del b/n Gabriel Figueroa per Fernández e Alex Phillips per Gout), film drammatici girati intorno al 1950 che spaziano dai noir con forti connotazioni musicali (cabareteras / rumberas / ficheras), al revenge, all’ideologico-politico. Film poco conosciuti ma che vale senz’altro la pena guardare, non a caso sono fra i più apprezzati della Epoca de Oro del Cine Mexicano durante la quale si distinsero grandi registi, ottimi direttori della fotografia e tanti buoni attori, caratteristi e cantanti. Non a caso tutt'oggi vengono analizzati con attenzione in ricorrenti mostre, conferenze e vari corsi ad essi specificamente dedicati nell'ambito della cinematografia messicana.


I tre generi musicali sopra citati sono spesso accomunati, ma racchiudono sottili differenze: 

  • Cabareteras si riferisce chiaramente alle artiste che si esibivano nei cabaret di livello medio-alto, di facciata signorile (attorno ai quale si sviluppa la trama). In tali film si ritrovano anche famosissimi musicisti come Pérez Prado (El Rey del Mambo) che interpretò sé stesso in una mezza dozzina di film, insieme con la sua orchestra;
  • Rumberas richiama specificamente il tipo di danza proposta da ballerine soprattutto di origine cubana, le più famose furono María Antonieta Pons, Ninón Sevilla, Rosa Carmina, Amalia Aguilar e Meche Barba (l’unica messicana), mentre le star del precedente genere che si esibivano nello stesso tipo di locali raffinati potevano essere anche solo cantanti famose (come Toña La Negra o María Luisa Landín);
  • Ficheras erano letaxi dancers, donne che ballavano balli di coppia con i clienti ricevendo una ficha (valida per una singola canzone) che il cliente comprava in precedenza e sul prezzo della quale la fichera riceveva una commissione (questo avveniva perlopiù in locali di livello inferiore e il dopoballo era facoltativo ed in alcuni casi sottinteso anche se ufficialmente proibito.

Musica e danza sono sempre state attività molto amate dai messicani e a metà del secolo scorso i locali da ballo era numerosissimi variando dai cabaret e night di lusso con tanto di orchestra in costume e palco con ricche scenografie, alle cantine equivoche con pochi musicisti, talvolta una/un cantante e tante ficheras. In dette sale (di qualunque tipo) giravano quindi soldi, spesso tanti e molte volte di provenienza illecita, c’erano persone che spendevano i loro pochi soldi per bere e ballare con una ragazza, veri criminali e delinquenti di bassa lega, protettori e chi più ne ha più ne metta. Su queste basi gli sceneggiatori potevano quindi costruire tante trame diverse, raramente ripetitive e l’azione veniva intervallata con vari pezzi musicali, danze spesso caraibiche e, budget permettendo, canzoni interpretate da guest star che quindi interpretavano sé stessi.  Per esempio, restando ai film di questo gruppo, Pedro Vargas (uno dei più famosi cantanti di boleros dell’epoca) in Aventurera canta un paio di volte alcune strofe della canzone omonima, mentre in Víctimas del pecado si esibisce con Pecadora, entrambe composte dal mitico Agustin Lara, che conta anche molte partecipazioni come attore e non solo come cantautore. Vari ottimi interpreti principali si ritrovano in più film (Ninón Sevilla, Tito Junco, Rodolfo Acosta, Miguel Inclán) e gli altri non sono da meno come María Félix, i fratelli Domingo e Fernando Soler, il villano per antonomasia Carlos López Moctezuma, Marga López e Columba Domínguez

 
Considerata la lunga introduzione (che è valida per 4 dei 5 film), cercherò di essere conciso in quanto ai commenti delle singole pellicole. Comincio con le 2 dirette da Alberto Gout, come detto entrambe con la fotografia di Alex Phillips

  • Aventurera (Alberto Gout, Mex, 1950)
  • Sensualidad (Alberto Gout, Mex, 1951)

Il primo è generalmente considerato il miglior film dei generi in questione, senza dubbio di livello molto superiore agli altri sia per l'ottima sceneggiatura, che per la fotografia e le interpretazioni. La storia originale di Álvaro Custodio è particolarmente intrigante ed è adattata (da lui stesso insieme con Alberto Gout e Carlos Sampelayo) in un capolavoro di intrecci, sorprese, twist, incontri casuali e ritorni, conditi con ricatti, vendette, tratta di ragazze, sparatorie e accoltellamenti, rapine, incarcerazioni, in un vero vortice di avvenimenti che nella seconda parte includono anche molta “vendetta psicologica”.

Il secondo segue invece una vera e propria trama revenge con una ballerina (Ninón Sevilla) che, dopo aver scontato 2 anni di carcere, circuisce (non si tratta di semplice seduzione) l’attempato giudice (l’ottimo Fernando Soler) che l’aveva condannata. La mangiatrice di uomini, con la collaborazione del suo compare, minerà moralità della sua inizialmente integerrima vittima, ma lungo il percorso non tutto andrà come previsto.

  

  • Rio Escondido (Emilio Fernández, Mex, 1946)
  • Salón México (Emilio Fernández, Mex, 1949)
  • Víctimas del pecado (Emilio Fernández, Mex, 1950)

Fra i tre film di Emilio El Indio Fernández inseriti in questa cinquina, il primo niente ha a che vedere con i locali cittadini o con la musica, ma è un vero e proprio manifesto politico e ideologico, pro alfabetizzazione e cultura indigena, concetto reso ancor più evidente, se mai ce ne fosse stato bisogno, dai discorsi (quasi proclami) inseriti sui titoli di testa e di coda, dalla lettera del Presidente e dalla viva voce della maestra rurale Rosaura Salazar (María Félix). In breve, il Presidente della Repubblica Messicana, decide di inviare un gran numero di maestri nei pueblos più lontani e isolati nell’ambito di una grande operazione di alfabetizzazione. Si dovrà scontrare (anche fisicamente) con lo spietato Regino Sandoval (Carlos López Moctezuma, perfetto per il ruolo) che domina incontrastato a Rio Escondido. Definirlo drammatico sarebbe riduttivo, potendolo senz’altro definire tragico ma è proprio quest’aspetto che lo rese più famoso in quanto è dichiaratamente dalla parte degli oppressi, siano essi mestizos o indigenas. Particolarmente apprezzabile la fotografia curata da Gabriel Figueroa favorita dal fatto che il film è girato in gran parte in esterni.

Passando ai due musicali, si deve notare che Salón México (che si svolge per lo più in locali di basso livello) fu il primo ottimo approccio di Fernández con il genere nel quale confermò la sua maestria e di conseguenza il suo successo. In Víctimas del pecado la parte noir viene sminuita dall’inserimento nella trama di un bambino (fin dalla sua nascita) che gioca un ruolo fondamentale negli sviluppi successivi, rendendolo un po’ troppo melodrammatico -strappalacrime. In entrambe i film il cattivo senza scrupoli è interpretato da Rodolfo Acosta, nel campo dei villanos dell’epoca secondo solo Carlos López Moctezuma, ma in questi ruoli avvantaggiato dall’essere più atletico e di oltre 10 anni più giovane.

Cinquina consigliata in blocco …

sabato 12 marzo 2022

Microrec. 71-75 del 2022: messicani, della Epoca de Oro, di fine secolo e di pochi anni fa

Buona cinquina latina con un paio di “prime” (per me) della Epoca de Oro e tre argute comedias negras moderne che ho voluto guardare di nuovo … e non me ne sono pentito!

En el último trago (Jack Zagha Kababie, 2014, Mex) aka “Cinque tequila”

Per apprezzarlo, o quanto meno comprenderne il senso, è importante conoscere un po’ l’ambiente messicano ed in particolare la musica tradizionale del secolo scorso. I protagonisti sono degli ottuagenari (si definiscono un’anomalia in quanto hanno superato l’aspettativa media di vita) che per rispettare l’ultimo desiderio di un amico partono da Ciudad de Mexico alla volta di Dolores Hidalgo, Guanajuato, per consegnare la bozza originale del testo di una canzone scritta di proprio pugno da José Alfredo Jimenez su un tovagliolo, con tanto di autografo e dedica, al museo. Urge spendere qualche parola a proposito di questo cantautore messicano, il migliore di tutti i tempi, senz’altro il più prolifico (con oltre 1.000 canzoni, principalmente rancheras, huapangos e corridos) ed ancora oggi il più interpretato. Nella sua cittadina natale (l’incredibile nome completo e ufficiale è: Dolores Hidalgo, Cuna de la Independencia Nacional) si trova non solo il suo monumento e la sua tomba, ma anche la sua casa-museo e nell’anniversario della sua morte si tiene un importante e seguitissimo festival che comprende concorsi musicali, cinematografici, pittorici, sfilate, mariachi in giro per le cantine e tanta gastronomia. Il punto d’incontro del festival è denominato Sigo siendo el Rey (= sono sempre il Re, da El Rey) e i famosi versi tratti dalla stessa canzone No hay que llegar primero, pero hay que saber llegar (= non importa arrivare primi, ma si deve saper arrivare) è ripetuto più volte nel film in quanto attinente alla loro volontà di giungere alla meta, in un modo o nell’altro, e assolvere al loro compito. Per i gli amici del defunto il tovagliolo sul quale José Alfredo Jimenez (da loro chiamato semplicemente José Alfredo o El Maestro) era quindi una reliquia e il viaggio di poche centinaia di km, che pensavano di poter concludere in una giornata ma che si rivelerà pieno di imprevisti e più complicato e di quanto immaginassero, quasi un pellegrinaggio. Ci sono innumerevoli riferimenti alle canzoni e quasi in ogni discorso sono inserite citazioni di famosi versi (estrapolati da rancheras) che in Messico sono divenuti comuni modi di dire, quasi proverbi. Lo stesso titolo è ripreso dalla famosissima canzone omonima e oltre alle citazioni da El Rey, Camino de Guanajuato (La vida no vale nada, frase ripetuta anche in un’altra canzone che contiene anche 5 tequilas, titolo italiano) e chissà quante mi sono sfuggite. Non a caso in apertura del film è stato aggiunto Omaggio a José Alfredo Jimenez a mo’ di sottotitolo. In conclusione, è una classica comedia negra tendente al road movie, con anziani incontinenti vicini alla fine dei loro giorni, ma svegli e combattivi, che affronteranno con decisione situazioni inaspettate, si troveranno di fronte personaggi bizzarri ma assolutamente plausibili (e che fanno pensare), dalla bruja (strega) alle prostitute di un burdel e al catalan de Cataluña che va in giro a manifestare contro le corride, e metteranno in evidenza situazioni tristemente note quali la distanza fra figli e genitori anziani, traffico, case di riposo, assistenza, ecc. Tanta carne a cuocere, temi seri trattati con tagliente ironia, tante sorprese e buona musica, fanno di En el ulltimo trago un film per tutti e non solo per anziani. Non è certo la migliore commedia di sempre, ma di sicuro di gran lunga migliore e più intelligente di quelle normalmente nelle sale.

 
Por si no te vuelvo a ver (Juan Pablo Villaseñor, 1997, Mex)

Anche qui i protagonisti sono arzilli ed intraprendenti anziani (amanti della musica) che addirittura fuggono da una casa di riposo, questa volta per portare le ceneri di una ospite (ex cantante) a Tijuana, suo paese natale. Riusciranno ad esibirsi in pubblico (il loro sogno) ma si troveranno coinvolti in vari pasticci, addirittura traffico di droga. A tratti un po’ lento, ma sostanzialmente valido per mettere in risalto i problemi degli anziani scaricati dalle famiglie in centri che non sempre hanno buona cura dei propri ospiti.

Dos crímenes (Roberto Sneider, 1994, Mex)

Il protagonista di questo buon film (a metà strada fra thriller e comedia negra) è un architetto che, dopo essere stato accusato ingiustamente di omicidio fugge da Ciudad de Mexico e ripara da parenti che vivono in una enorme casa, in un piccolo paesino. Il problema è che lo zio è ricco e molto malato e i parenti che lo curano “amorevolmente” lo fanno solo per accaparrarsi la cospicua eredità e quindi vedono il cugino appena arrivato (dopo 8 anni di assenza) come un pericoloso concorrente. Alle bugie, velate minacce e perfino tentativi di omicidio si aggiungono i comportamenti delle varie donne che seducono o sono sedotte dal protagonista. La sceneggiatura è buona così come il cast, per lo più ben scelto, che oltre a Damián Alcázar comprende noti caratteristi quali Pedro Armendáriz Jr. (certamente non al livello del padre) e José Carlos Ruiz.

 
Un día de vida (Emilio Indio Fernández, 1950, Mex)

Fra i film diretti da El Indio è fra i meno conosciuti, forse per essere troppo focalizzato su un singolo avvenimento nell’ambito della rivoluzione, ma senza alcuna azione. Per certi versi può essere rapportato a Paths of Glory (Orizzonti di gloria, 1957, Stanley Kubrick, 62° miglior film di sempre su IMDb) in quanto per una pura scelta morale un colonnello viene accusato di tradimento e chi lo fa arrestare, suo malgrado, è il suo miglior amico. La storia si svolge in poche ore, prima della prevista fucilazione. In questo dramma vengono quindi messi in risalto i contrasti fra morale e regole militari, fra onore e amicizia.

Perdida (Fernando A. Rivero, 1950, Mex)

Uno dei film meno conosciuti di Ninón Sevilla, ballerina cubana interprete di tanti successi nel genere cabareteras; infatti seguirono i ben noti e apprezzati Aventurera (1950, Alberto Gout, Mex), Victimas del pecado (1951, Emilio Indio Fernández) e Sensualidad (1951, Alberto Gout). La storia alterna una serie di avvenimenti drammatici a numeri di ballo e vede la protagonista passare da una situazione all’altra, ma anche quelle che sembrano promettere bene finiranno poi abbastanza male. Qui si anticipa, ma molto in breve, una circostanza che poi sarà la chiave di Aventurera (4° miglior film messicano di tutti i tempi nella famosa classifica del 1994 redatta da critici per la rivista Somos) dove però gli sviluppi saranno ben differenti.

domenica 14 giugno 2020

Micro-recensioni 211-215: cinquina tutta messicana

Quattro dei seguenti sono new entry nella classifica dei migliori 100 film messicani di sempre, aggiornata e integrata dopo 26 anni; la lista originale fu infatti pubblicata dalla rivista Somos nel 1994. Appena ricevuta la notizia, mi sono subito messo alla ricerca dei titoli non visti, molti ovviamente del XXI sec., ma alcuni anche del secolo scorso in quanto per questa nuova edizione sono stati presi in considerazione pure documentari, corti e coproduzioni, precedentemente esclusi. A seguito di ciò sono rientrate in gioco pietre miliari degli anni ’60, come La fórmula secreta (1965, Rubén Gámez, 9°, mediometraggio sperimentale) e Viridiana (1961, Luis Buñuel, 15°, coproduzione) e nella prima dozzina si sono inseriti Tempestad (2016, Tatiana Huezo, 6°, doc.), Amores perros (2000, Alejandro González Iñárritu, 8°) e due di Alfonso Cuarón, cioè Roma (2018, 10°) e Y tu mamá también (2001, 11°). Nonostante questa rivoluzione, il più presente resta l'inimitabile Emilio Indio Fernández con 10 film (fra il 1943 e il 1950), seguito da Ismael Rodríguez e Roberto Gavaldón con 8 ciascuno e Luis Buñuel con 7. 
Articolo con i nomi dei giurati, criteri di scelta e lista integrale.
Dei seguenti, solo Tamara y la Catarina non fa parte della lista.

Güeros (Alonso Ruizpalacios, Mex, 2014)
Nettamente superiore a tutti gli altri e, a mio modesto parere, meriterebbe di stare più in alto dell’attuale 29° posto. Pur essendo opera prima (premiata a Berlino) e di basso costo, già solo per la cinematografia in b/n non ha niente da invidiare al milionario Roma di Cuarón. Storia di giovani studenti nel periodo dell’occupazione dell’UNAM (Università di Ciudad de Mexico, la stessa dei famosi murales e degli scontri del 1968, l’anno delle Olimpiadi) che a un certo punto cominciano a cercare un fittizio cantautore messicano (Epigmenio Cruz), l’unico che avrebbe fatto piangere Bob Dylan. Storia più che originale e piena di twist, girata in stile degno dei migliori pari della Nouvelle Vague degli anni ’60. Successivamente Alonso Ruizpalacios ha girato solo Museo (2018) con Gael García Bernal, con maggior budget e, come spesso accade, i risultati sono stati inferiori.
Da non perdere, specialmente per chi valuta la cinematografia più della trama. Eccellente anche la colonna sonora, con tanto Agustín Lara. Ad un occhio attento può bastare guadare questo trailer per intendermi. 
Veneno para las hadas (Carlos Enrique Taboada, Mex, 1986)
Regista e sceneggiatore specializzato in film quasi horror e di suspense, Taboada filma questa storia che vede protagoniste due ragazzine evitando di inquadrare i volti degli adulti, pur presenti in scena, dei quali si sentono le voci e si vedono solo spalle, braccia, gambe. Una delle due protagoniste soggioga l’altra facendole credere di essere una strega e di avere poteri soprannaturali. La vittima, seppur scettica, cede alle continue strane richieste ma il gioco si spinge troppo oltre …
Noti film dello stesso regista sono El libro de piedra (1969) e l’ottimo Rapiña (1975), del quale è annunciato un remake.
Buon film di genere, molto ben diretto. Attualmente 49° in classifica.
Días de otoño (Roberto Gavaldón, Mex, 1963)
Film drammatico-romantico de la Epoca de Oro, diretto da un maestro del genere. Certamente più che sufficiente, con numerosi momenti di suspense, ben interpretato. Ora al 17° posto nella suddetta classifica … nettamente sopravvalutato.

Sólo con tu pareja (Alfonso Cuarón, Mex, 1991)
Opera prima dell’oggi famoso e acclamato Alfonso Cuarón (4 Oscar per Gravity e Roma). Si tratta di una commedia degli equivoci, a sfondo sessuale … un giovane donnaiolo impenitente si trova in una situazione imbarazzante per avere troppe amanti vicine, alcune delle quali si conoscono, e una di loro (delusa e contrariata) decide di vendicarsi, dando la stura ad una seria di eventi imprevedibili. Tutta la prima parte si basa su situazioni viste e riviste, con scambi di appartamenti, passaggi sui cornicioni, il protagonista che rimane – nudo – chiuso fuori casa, …
Si intravede qualcosa di buono nelle riprese e nel montaggio, ma niente di più. Il 48° posto mi sembra già troppo.

Tamara y la Catarina (Lucía Carreras, Mex, 2016)
Non mi convinse quanto lessi all’uscita e lo scartai, mi si è ripresentato (e con un 7,5 su IMDb) e ho ceduto … messa in scena lenta e banale di un soggetto che avrebbe potuto avere diverso sviluppo. Non vale la pena di guardarlo.

lunedì 30 marzo 2020

El Indio 4: stimato da Sam Peckinpah anche come attore

Emilio Fernández non ha mai nascosto di essere più che orgoglioso di essere messicano, di non essere disposto a subire prepotenze, essere donnaiolo ma allo stesso tempo romantico … insomma lo stereotipo di vero macho di un tempo, anche sempre pronto a impugnare la pistola (come ho già riportato nel post precedente, quando voleva sparare Paco Rabal).
Ed ecco un altro aneddoto relativo alla sua casa-fortaleza a Coyoacan (il noto sobborgo di Città del Messico residenza di tanti artisti, nei pressi dei famosi Estudios Churubusco), ascoltato dalla viva voce della nipote. Approfittando del fatto che il regista stava girando lontano dalla capitale, un politico locale proprietario di un terreno adiacente nel quale aveva costruito la sua grande residenza, aprì (abusivamente) una strada nel grande giardino di Emilio, dividendogli così la proprietà. Appena tornato in città, già informato dell’accaduto, era sul punto di mettere mano alla pistola e regolare i conti in modo molto spiccio ma, anche stavolta, fu saggiamente dissuaso dai suoi amici. Non potendo certo lasciar passare sotto silenzio l'affronto, decise di agire in modo molto diverso. Fece costruire un ponte per passare da un lato all'altro del giardino e su ambo i lati fece scrivere a chiare e grandi lettere una frase a dir poco offensiva nei confronti della madre del politico in modo che questi dovesse leggerla ogni volta entrava o usciva da casa.
Questo suo carattere fumantino - sommato alla buona fama che aveva nel mondo del cinema, alla sua presenza e unito alla padronanza dell’inglese americano - fece sì che Sam Peckinpah (regista spesso sottovalutato e considerato da molti regista di B-movies violenti) lo considerò perfetto per interpretare alcuni ruoli che ben si adattavano al suo carattere e alla sua immagine. El Indio vestì quindi panni di:
General Mapache (foto sopra) in The Wild Bunch (1969, IMDb 7,9 * RT 92%) Il mucchio selvaggio
Paco in Pat Garrett & Billy the Kid (1973, IMDb 7,3 * RT 86%) 
El Jefe in Bring Me the Head of Alfredo Garcia (1974, IMDb 7,5 * RT 79%)
Penso che dovrò dedicare apposito post a Peckinpah in quanto è stato un regista innovativo e di assoluto rilievo negli anni ’60-’70, anche se i meriti di molti suoi film sono stati riconosciuti solo successivamente. Soprattutto a causa delle sue continue controversie con i produttori (sempre in ritardo con le riprese e fuori budget) e del suo alcolismo ha diretto solo 14 film, molti dei quali però godono di buona critica anche se all’uscita incassarono poco. Oltre i tre già citati, vale la pena ricordare:
1962 Ride the High Country (IMDb 7,5 * RT 93%) Sfida nell'alta sierra
1970 The Ballad of Cable Hogue (IMDb 7,2 * RT 93%)
1971 Straw Dogs (IMDb 7,5 * RT 83%) Cane di Paglia

giovedì 5 marzo 2020

EL INDIO 3: la nascita di un grande cineasta messicano

Dopo aver delineato il mese scorso la movimentata e avventurosa gioventù di Emilio Fernández e poi estrapolato alcuni eventi della sua successiva vita sentimentale, eccomi ad introdurre la sua vera carriera da cineasta. Giunto a Hollywood al seguito del feretro di Rodolfo Valentino (post El Indio 1) aveva cominciato a fare di tutto, dall'attrezzista alla comparsa, e così, stando sul set, apprese tanto quanto possibile "spiando" gli ottimi ignari maestri involontari come Cecil B. DeMille, John Ford e soprattutto Sergei Eisenstein che ebbe grande influenza su di lui, in particolare per l’innovativo stile di montaggio. La sua collaborazione con grandi nomi del cinema americano e della letteratura (p.e. Ford, Steinbeck e tanti altri, continua a leggere) sarebbe continuato negli anni ’40 e ’50.
Emilio fece la gavetta come attore apparendo in western non eccelsi come quelli diretti da John P. McCarthy (5 film con lui fra il 1930 e il '32, ma per i primi 4 uncredited). Tornò in Messico nel 1933 grazie ad un’amnistia del Governo, con la ferma intenzione di continuare la sua carriera cinematografica. Ma durante il primo anno dovette per lo più arrangiarsi lavorando in altri campi facendo il pugile, il tuffatore ad Acapulco, l’aviatore e il fornaio. Dopo aver partecipato a La Buenaventura (con Enrico Caruso jr., figlio del famoso tenore), ebbe un ruolo minore nel film Cruz Diablo, diretto da Fernando de Fuentes, fra i più famosi registi dell’epoca, e grazie a ciò fu subito ingaggiato per il suo primo film da protagonista (ovviamente nativo): Janitzio, (1935, diretto da Carlos Navarro, foto sopra, locandina sotto).
Continua a essere solo attore fino al 1942, quando dirige La isla de la pasión e Soy puro mexicano, ma il suo periodo d’oro inizia l’anno successivo con Flor silvestre e continua per tutti gli anni ’40, con una serie ininterrotta di successi: María Candelaria (1943), Las abandonadas (1944), Bugambilia (1944), Pepita Jiménez (1945), La perla (1945), Enamorada (1946), Río Escondido (1947), Maclovia (1948), Salón México (1948), Pueblerina (1948), La malquerida (1949).
Fra questi dovrebbe essere inserito anche The Fugitive (1946, USA) che co-diresse (uncredited) con il suo mentore e amico John Ford Il film era sostanzialmente messicano, essendo un adattamento di The Power and the Glory (romanzo di Graham Greene che si svolge in Messico), con le due star messicane dell’epoca Dolores del Rio e Pedro Armendáriz che affiancavano Henry Fonda. Per questo film il regista americano fu premiato a Venezia nel 1948, Festival che aveva già reso famoso El Indio che l’anno precedente aveva vinto l’International Award con La perla (con Nomination al Grand International Award per lo stesso film e per Enamorada), e l’anno precedente aveva ottenuto il Grand Prize a Cannes per María Candelaria (aka Xochimilco).
Contando sulle innumerevoli esperienze di vita vissuta come indio, soldato, rivoluzionario, emigrante e soprattutto spinto dal suo sentirsi messicano al 100%, i suoi temi preferiti furono la lotta fra peones e hacendados, fra poveri e ricchi, fra onesti umili lavoratori e sfruttatori o malviventi. Spesso si tratta di veri e propri melodrammi che il più delle volte vedevano protagonisti indigenas, o al più mestizos, con riferimenti a lotte di classe, machismo, razzismo, prepotenze dei latifondisti e dei loro scagnozzi. Non per niente era un figlio della rivoluzione.
Ed eccoci alla sua singolare collaborazione con John Steinbeck (Premio Nobel per la letteratura, autore di famosi romanzi molti dei quali poi adattati per il grande schermo come Uomini e topi, Furore, La valle dell’Eden). Lo scrittore americano, assiduo frequentatore della penisola della Baja California (Messico) aveva ascoltato lì questa la storia tradizionale della enorme perla e l’aveva riassunta in un paio di pagine. 
Insieme con Emilio la utilizzarono come soggetto per una molto più complessa e articolata sceneggiatura. A seguito del grande successo del film (protagonista il solito Pedro Armendáriz), in tanti chiesero a Steinbeck del romanzo originale ... che non esisteva! Lo scrittore si rivolse quindi di nuovo ad Emilio per delineare storia e personaggi in base a come il regista li aveva pensati per la versione cinematografica. Questo è il motivo per il quale troverete due date di uscita per il film (1945 e 1947) ed è comunque certo che il “romanzo” di Steinbeck fu pubblicato e pubblicizzato solo dopo l’uscita internazionale del film. Ernest Hemingway lo definì “un autentico poema epico …”. Per questo film al solito ottimo Gabriel Figueroa fu conferito il Golden Globe per la fotografia.

sabato 1 febbraio 2020

A 10 anni ero il più felice del mondo: non andavo a scuola, avevo un cavallo e un rifle ... !

Parole di Emilio "El Indio" Fernández, estrapolate da una lunga intervista di oltre 3/4 d'ora , condotta nel 1978 dal giornalista spagnolo Joaquín Soler Serrano (su YouTube: prima parte  seconda parte). 
Ai più il nome dirà molto poco, eppure si tratta di un personaggio unico, con una vita vissuta davvero intensamente, senza presunzione ma con grandi ideali e motivazioni, nella quale ebbe modo di incontrare, avere amicizia e collaborazioni con un numero incredibile di artisti e personalità di alto livello, nei campi più svariati, di nazionalità diverse, come già potrete leggere in questo post in cui riassumo solo i suoi primi 24 anni. L'appellativo Indio in effetti fu acquisito solo quando entrò nel mondo del cinema dove i pochissimi indios erano relegati a fare le comparse o impiegati come uomini di fatica, e deriva ovviamente dai suoi distintivi tratti somatici ereditati dalla madre che era india al 100% di etnia Kikapú e dal padre un mestizo (sangue misto). Attraverso una lunga serie di domande ripercorre in ordine cronologico varie tappe della vita del regista, a partire dalla sua infanzia. Una delle prime domande fu: "come fu la tua gioventù?" e la risposta è quella riportata nel titolo.
Ciò grazie al fatto che suo padre, dopo essere stato minatore, era diventato un ufficiale della famosa Division del Norte, l'esercito di Pancho Villa con il quale era a stretto contatto essendone diventato amico e consigliere (nella foto sopra Villa e un gruppo di ufficiali rivoluzionari). Quindi Emilio si spostava insieme all'esercito con i suoi genitori e, in effetti, veniva mandato a scuola quando era possibile (la scolarizzazione era uno dei principali obiettivi di Villa), ma i maestri (rurali) erano sempre diversi. Il famoso rivoluzionario fu solo il primo dei personaggi di fama mondiale (in vari campi) con il quali El Indio entrò in contatto, ma ne incontrerà molti altri ancor prima di diventare una stella del cinema. Emilio fece velocemente carriera nell'esercito e non per raccomandazioni bensì per valore facendo, in alcuni casi, concorrenza al pur rispettato padre. A sedici anni, già capitano, fu invitato ad entrare alla Scuola Superiore Militare di Artiglieria e, dopo questa, fu poi fra i fondatori della Scuola di Aeronautica Militare. Dopo l'assassinio di Pancho Villa si schierò con il gen. de la Huerta (già presidente del Messico per 5 mesi nel 1920) e, quando questo nel 1924 fu sconfitto e costretto a fuggire in U.S.A., fu imprigionato e condannato a 20 anni di carcere. Qual è lo stereotipo di un'evasione da una prigione messicana negli anni '20?? Far saltare una parete della cella … e lui così fece, ovviamente con l'aiuto di amici che riuscirono a fargli arrivare poco alla volta attrezzi ed esplosivo (nel maneggiare il quale era professionista). 
Fuggito anche lui dal Messico si mosse in U.S.A. da uno stato all'altro, guadagnandosi da vivere con mille lavori anche i più umili e duri come muratore, facchino, scaricatore, raccoglitore di cotone, pescatore, contadino, pastore di pecore in Montana, ma, come dichiara orgogliosamente, mai il cameriere, e non per disprezzare il mestiere, ma per non dover servire gli yankees!.
Dopo 4 anni, mentre si trovava a Chicago, gli capitò di salvare una donna che stava affogando … era l'amante di Baby Face (il famoso gangster rapinatore che fu "socio" del suo collega Dillinger) e così conobbe tutti boss di allora, incuso Al Capone. Nel corso di una festa, fu notato da Rodolfo Valentino, il quale gli promise di portarlo a Hollywood al suo ritorno dalla tournee a New York, ma lì morì più o meno misteriosamente. Tuttavia, Valentino sarebbe stato sepolto a Hollywwod e quindi la salma fu mandata (in treno) in California … via Chicago dove Emilio riuscì ad avere il permesso (penso che con le raccomandazioni sulle quali poteva contare non sarà stato difficile) di accompagnare il feretro (in un vagone c'era la camera ardente) fino ad Hollywood dove assistette anche alla sepoltura. In quell'occasione fu preso in simpatia dai tanti suoi connazionali che già lavoravano nell'industria cinematografica, in vari campi. Lì ritrovò de la Huerta il quale (avendo studiato musica) aveva aperto una scuola di canto e convinse El Indio a desistere dai suoi propositi di intraprendere una ennesima rivoluzione e ad utilizzare il cinema come arma sociale.
Verso la fine del 1928, il direttore artistico della Metro-Goldwyn-Mayer - Cedric Gibbons, uno dei fondatori della Motion Picture Academy – fu incaricato di creare il simbolo dell’Academy Award (il cosiddetto Oscar) a partire da un bozzetto su carta. Cercò quindi un modello e la sua futura sposa, l’attrice messicana Dolores del Rio (già diva del muto ad Hollywood) gli presentò il suo connazionale e amico Emilio. Per dare un'idea della sua "bella presenza" non ho trovato di meglio che la foto in alto, tratta dal suo primo film come protagonista Janitzio (1935, quindi 7 anni più tardi). Restio in principio, Fernández finalmente accettò di posare nudo per la creazione della statuetta per antonomasia, il cosiddetto Oscar, nomignolo che però sembra essere nato nel 1931, quando una segretaria dell’Academy disse che somigliava a “suo zio Oscar” …

Fin qui un essenziale sunto dei primi 24 anni della vita movimentata e appassionante di Emilio "El Indio" Fernández. Avevo già parlato sommariamente di lui in questo post del 13 luglio 2014; mi riprometto di raccontare ancora di lui in qualche prossimo post, ovviamente con molti più riferimenti alla sua carriera cinematografica ma non mancheranno curiosi e divertenti aneddoti.