Visualizzazione post con etichetta Jarmusch. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Jarmusch. Mostra tutti i post

sabato 4 giugno 2022

Microrecensioni 156-160: film 2021 misconosciuti e dittico cult di Brooklyn

Ci sono tre film dell’anno scorso prodotti in Giappone, Germania e Georgia, tutti con la quasi totalità di recensioni positive e due produzioni indipendenti del 1995 strettamente collegate fra di loro, per alcuni uno sequel dell’altro (anche se non è proprio così), il primo apprezzati dalla critica, il secondo snobbato, comunque per molti diventati cult.

 

Wheel of Fortune and Fantasy
(Ryusuke Hamaguchi, 2021, Jap)

Nel 2021 Ryusuke Hamaguchi (regista e sceneggiatore di tutti i suoi soli 9 film) è balzato alla ribalta internazionale con due film: questo e Drive My Car (Oscar film straniero e 3 Nomination di cui due personali per regia e sceneggiatura, oltre ad una 70ina di altri Premi di cui 3 a Cannes). Se, complessivamente, possono sembrare molto diversi, entrambi sono centrati sui rapporti umani e sui trascorsi dei protagonisti; in particolare Wheel of Fortune and Fantasy utilizza interminabili pregnanti dialoghi, riservando minimo spazio all’azione e movimenti di camera, preferendo spesso lunghe inquadrature fisse. Ciò ne fa un lavoro quasi teatrale in tre atti essendo in effetti il film composto da 3 brevi racconti proposti cinematograficamente, con personaggi e situazioni completamente diversi fra loro. Come ogni short story che si rispetti, ognuna sfrutta al meglio le coincidenze e i twist, con quello conclusivo obbligatorio e spiazzante. Orso d’Argento per la regia e nomination Orso d’Oro a Berlino.

Ich bin dein Mensch (I'm Your Man) (Maria Schrader, 2021, Ger)

A leggere la sintesi della trama, qualcuno potrebbe pensare che si tratti di una delle tante storie o commedie su umanoidi, robot, replicanti ecc., più o meno buoni (di solido abbastanza insensati, se non ridicoli). Al contrario, questo ha alcuni aspetti drammatici e altri degni di una commedia ma, in sostanza, affronta molto seriamente l’ipotesi della sostituzione di umani con macchine, seppur perfette. Si potrebbe dire che il discorso generale è da bioetica, ma nel dettaglio analizza solitudine, ambizioni, fallimenti, relazioni umane e ricordi personali che non possono in alcun modo essere sostituiti da un computer eccezionalmente potente e nonostante la quasi infinita quantità di dati statistici possa contenere la sua memoria. Alla fine si potrà propendere per una o un’altra soluzione ma senz’altro lo si farà tenendo conto dei vantaggi e delle carenze messi in evidenza dai turbolenti rapporti fra i protagonisti. Orso d’Argento a Maren Eggert come migliore e nomination Orso d’Oro a Berlino.

  
Wet Sand (Elene Naveriani, 2021, Geo)

Ennesimo interessante film prodotto in Georgia, una delle poche ex repubbliche sovietiche (se non l’unica) ad avere lunga tradizione cinematografica prima e dopo il regime e ad aver mantenuto il proprio idioma. Intrigante la trama che sviluppa a partire da un funerale in una piccolissima comunità sulle sponde del Mar Nero. La protagonista, nipote del deceduto, vi ritorna dopo molti anni proprio per prendersi cura della cosa, essendo l’unica parente. Pian piano scoprirà che il nonno non era esattamente ben visto dai più, intreccerà amicizie ma fomenterà anche l’odio verso la sua famiglia, fino a sfociare in atti violenti. Al centro della storia pone il tema dell’omosessualità che, evidentemente ritenuto scabroso dagli abitanti, non viene apertamente discusso né chi lo disprezza né da chi lo tollera. Ben girato e interpretato, vale la visione; Gia Agumava (la protagonista) migliore attrice a Locarno.

Smoke (Wayne Wang, 1995, USA)

“Piccolo grande” film indipendente, girato per lo più in un negozio di tabacchi e giornali (e poche altre cose) situato all’angolo di un trafficato incrocio di Brooklyn, NY. Non solo è quasi un passaggio obbligato per tanti residenti, ma anche punto d’incontro per fare quattro chiacchiere, filosofeggiare, prendersi in giro, quasi con un vecchio bar di paese. Il cast è composto da un bel gruppo di amici, ai quali regista e sceneggiatori lasciarono ampio spazio per l’improvvisazione. Comprende pochi attori di successo (Harvey Keitel, William Hurt e Forest Whitaker) e tanti caratteristi dai volti più che noti ma dai nomi sconosciuti ai più; eccone alcuni, habitué dei film ambientati a Little Italy o nel mondo della criminalità newyorkese. Le storie si intrecciano in modo inaspettato e, per la parte nella quale compare Forest Whitaker portano i protagonisti anche al di fuori di Brooklyn. Attenzione ai titoli di coda! Non interrompete la visione poiché, con un ottimo flashback in bianco e nero, si mostra che storia narrata in precedenza di cui è protagonista Harvey Keitel, con l’azzeccatissimo sottofondo di Innocent when you dream, di Tom Waits, interpretata dallo stesso cantautore. Orso d’Argento per la regia a Wayne Wang.

Blue in the Face (Wayne Wang, Paul Auster, 1995, USA)

Quasi un sequel di Smoke, riprese durate appena 5 giorni, poi montate con alcune scene non utilizzate nel suddetto film. Questo è diretto e sceneggiato insieme da Wayne Wang e Paul Auster, il primo solo regista e il secondo solo sceneggiatore del precedente. Non vi appaiono William Hurt e Forest Whitaker (impegnati in altri progetti), ma accanto al resto del cast sono inseriti tanti cameo di amici famosi, anche se non tutti attori a tempo pieno. Ci sono Lou Reed, Madonna, Jim Jarmusch, John Lurie, ma anche star di Hollywood come Mira Sorvino, Lily Tomlin e Michael J. Fox, seppur in brevissime parti. Ciò detto, è facile immaginare come il film appaia caotico, come una serie di sketches di personaggi che si confrontano nelle situazioni più diverse e quasi assurde con i protagonisti. Surreali anche i tentativi (supportati da dati statistici) di classificare gli abitanti di Brooklyn quasi come etnia a parte. Nel complesso fu abbastanza mal accolto da critica e pubblico (almeno a giudicare dai rating 6.6 su IMDb e 46% su RT), ma ha anche tanti estimatori (me compreso) fra quelli che ne apprezzano la creatività, la spontaneità e le situazioni fra il grottesco e il paradossale. 

lunedì 22 novembre 2021

Micro-recensioni 336-340: cinquina assortita del 1984

Avendo iniziato per caso con due film dell’84, ho deciso di continuare con produzioni dello stesso anno di buona qualità, o almeno fama. Ne è risultato un mix molto vario con commedie di generi molto diversi (romantica, drammatica, fantasy demenziale), un noir e uno con struttura tipo western adattato all’ambiente del rock e delle biker gang.

 
Blood simple (Joel Coen, 1984, USA)

Esordio alla regia per Joel, su sceneggiatura scritta a quattro mani con suo fratello Ethan. Questo cult dei fratelli Coen segnò anche l’esordio di Frances McDormand (vincitrice di 4 Oscar) che sarebbe stata poi una presenza ricorrente nei loro film. Gli ormai famosi e apprezzati fratelli già dai primi passi dimostrarono di saper scegliere gli interpreti dei loro prodotti, puntando sulla qualità e su volti interessanti e non per forza belli. Ciò vale anche per i personaggi di contorno, in questo caso M. Emmet Walsh e Dan Hedaya. La storia procede fra noir e dark comedy, con vari omicidi tentati, presunti e portati a termine. La innegabile lentezza di alcune scene è perfetta per creare suspense … secondo me uno dei migliori film dei Coen, nonostante qualche falla. Consigliato.

Ghostbusters (Ivan Reitman, 1984, USA)

Cercando fra i film del 1984 mi sono reso conto che non l’avevo mai più guardato dopo gli anni ’80 e, dopo attenta visione, devo dire che mi ha di nuovo divertito. Certo la maggior parte del merito è da attribuire agli sceneggiatori/protagonisti Dan Aykroyd e Harold Ramis, ma pare anche Rick Moranis (uncredited), e agli scenografi (inclusi i responsabili delle apparizioni degli originalissimi ectoplasmi). Tutto funziona, dalla storia ai vari personaggi grotteschi, esagerazioni di stereotipi newyorchesi del tempo; i dialoghi e i nomi di esseri diabolici e i loro ruoli evidenziano una creatività non comune; le citazioni da Metropolis a King Kong. Ai giovani che guardano solo le moderne serie di alieni e Co. consiglio di dare uno sguardo a Ghostbusters … se hanno un minimo senso dell’ironia si accorgeranno delle baggianate che continuano a tenerli incollati allo schermo. A chi, come me, piacque allora consiglio di guardarlo di nuovo; anche se conoscono la storia sono certo che passeranno oltre un’ora e mezza di relax e, probabilmente, apprezzeranno qualcosa che sfuggì loro durante la prima visione. Nomination Oscar per effetti e musica.

  

Stranger Than Paradise
(Jim Jarmusch, 1984, USA)

Secondo lungometraggio di Jarmusch che l’anno precedente ne aveva proposto la prima parte come corto. Molto slegato, tante interruzioni con pezzi di storia divisi da classiche lunghe dissolvenze al nero (talvolta con parlato), praticamente tre soli attori più la breve apparizione dell’impagabile zia ungherese del protagonista (il solito John Lurie). Con lui ci sono Eszter Balint (la cugina inaspettatamente arrivata dall’Ungheria) e l’ineffabile Richard Edson che in alcuni atteggiamenti somiglia tanto al giovane De Niro con le sue smorfie derisorie e indisponenti viste in Mean Streets (1973) e Taxi Driver (1976). Come detto soffre della poca continuità (in stile di alcune sitcom) e di un finale vago e confuso oltre che (sembra) affrettato. Comunque caratteristico, non inquadrabile facilmente in un preciso genere; Golden Camera a Cannes.

Les nuits de la pleine lune (Éric Rohmer, 1984, Fra)

Dopo Le rayon verte, ho voluto vedere il precedente elemento del sestetto Commedie e Proverbi, dai più giudicato fra i migliori di Rohmer, ma per me non del tutto soddisfacente, forse per i caratteri dei tre insopportabili personaggi principali: la ragazza, il suo compagno ufficiale, il suo amico/corteggiatore. Per la prestigiosa rivista francese Cahiers du Cinéma fu il miglior film dell’anno; Pascale Ogier fu giudicata miglior attrice a Venezia dove Rohmer ebbe nomination Leone d’Oro. Comunque, è un buon classico con tutte le caratteristiche tipiche dello stile narrativo del regista.

Streets of Fire (Walter Hill, 1984, USA)

Film talmente scadente e sopra le righe da diventare un cult (ma penso solo oltreoceano). Una storia sostanzialmente da western adattata nella seconda metà del secolo scorso, in epoca vagamente definita, comunque fra gli anni ’50 e gli ’80. Protagonista è il belloccio sconosciuto Michael Paré (che per fortuna ebbe breve carriera) nei panni del buon giustiziere invincibile. Si nota invece la presenza di Rick Moranis (che nello stesso anno ebbe il ruolo più importante della sua vita in Ghostbusters) e il giovane e allora sconosciuto Willem Dafoe (all’inizio della sua carriera, al 6° di 121 film … finora). Si inizia con il rapimento in palcoscenico di una cantante star del rock e si finisce con una classica chiusura western con tanto di sfida in strada fra la banda di cattivi (i bikers capitanati da Willem Dafoe) e il buono che viene appoggiato dai bravi cittadini.

domenica 24 gennaio 2021

micro-recensioni 21-25: Jarmusch di oltre 30 anni fa (trailer) e altro

Gruppo abbastanza vario e praticamente diviso nettamente in due: 3 film d’epoca quasi cult, di origini e soggetti molto diversi, e due di Jarmusch, per l’esattezza il terzo ed il quarto dei suoi solo 14 film.

  

Down By Law (Jim Jarmusch, USA, 1986)

Uno dei film di Jarmusch più conosciuti in Italia (distribuito come Daunbailò, praticamente come si pronuncia il titolo originale) per contare su Roberto Benigni come protagonista … e appare anche sua moglie Nicoletta Braschi. Molti dei marchi di fabbrica del regista (anche sceneggiatore di tutti i suoi film) sono ben evidenti anche in questo di 35 anni fa: ottima e ricercata colonna sonora, lunghe carrellate alternate a inquadrature fisse, personaggi al limite della realtà ma certamente plausibili, trama basata su coincidenze e citazioni colte. Tre tipi di estrazione e carattere completamente diversi si ritrovano nella stessa cella di un penitenziario americano per crimini seri (prostituzione minorile, occultamento di cadavere, omiicidio) ma “preterintenzionali”. I loro rapporti, inizialmente poco amichevoli, ben presto migliorano e, pur continuando a litigare un po’, forniranno tanti spunti di humor nero. Rivisto dopo tanti mi è ancora piaciuto anche se in più punti cala un po’ di ritmo. Nel trailer originale già si possono ben apprezzare le carrellate e colonna sonora.

Visione senz’altro consigliata per i singolarissimi personaggi, ben fotografati in b/n e ben diretti, per la trama quasi surreale e l’ottima musica interpretata dai compagni di sventura di Benigni: Tom Waits e John Lurie (suppongo e spero che li conosciate).

Mistery Train (Jim Jarmusch, USA, 1989)

Al contrario di quanto appena scritto a proposito di Down By Law, questo non l’avevo mai visto e per la verità non mi ha convinto. Tre storie troppo scollate una dall’altra, aventi in comune l’albergo dove alloggiano in contemporanea (ma senza mai incontrarsi) una coppia di giovani turisti giapponesi, due donne sole (una appena lasciata dal compagno, l’altra recentissima vedova) e tre vaghi. Qui la colonna sonora (di John Lurie) è senz’altro la migliore cosa, Tom Waits presta solo la voce (DJ radiofonico, se sente in continuazione ma non si vede mai) e, per rimanere in ambito musicale, c’è da notare la presenza (solo come attore) di Screamin' Jay Hawkins, cantautore affermato nei generi blues, rhythm and blues, soul e anche rock and roll. Ha dei buoni momenti di humor nero, qualche scena caricaturale, varie buone riprese e i treni che passano sferragliando che potrebbero perfino far pensare a Ozu (anche se non credo che fosse intenzione del regista).

  

I Know Where I'm Going (Michael Powell, Emeric Pressburger, UK, 1945)

Questa regia a quattro mani non è una casualità, i due vantano una lunga collaborazione tanto da aver diretto, scritto e prodotto insieme ben 19 film. Per indicare il loro sodalizio avevano un nickname che diede il nome anche alla casa di produzione: The Archers. Si tratta di una piacevole e ben realizzata commedia romantica ambientata nelle isole scozzesi delle Ebridi. Interessanti sia i paesaggi che le scene nelle quali i protagonisti interagiscono con gli abitanti dell’isola, fra pub, balli, feste … e kilt. Per vostra conoscenza, gli Archers sono i registi del famosissimo Scarpette rosse (1949, The Red Shoes) e anche di un altro apprezzatissimo (in patria) film: The Life and Death of Colonel Blimp (1943, IMDb 8,1 e RT 97%).

Spider Baby (Jack Hill, USA, 1967)

Nel mio girovagare fra siti cinefili ho trovato questo titolo, disponibile in rete in buona qualità e inserito fra i cult dell’horror satirico anche se di caratteristiche quasi uniche. Praticamente non c’è niente di soprannaturale se non una malattia degenerativa dalla quale sono affetti tutti i membri della famiglia Merrye. Tre giovani vivono in una casa lontana da tutti, accuditi da un maggiordomo, autista, cuoco, tutore, … interpretato da Lon Chaney jr. (qualità molto inferiori a quelle dell’omonimo padre). Inaspettatamente sopraggiungono una coppia di cugini, accompagnati dal loro avvocato e dalla sua segretaria, per sfrattare i parenti e prendere possesso della casa, ma la cosa non si rivelerà tanto facile. Succede un po’ di tutto e non mancano risvolti sexy … ma non c’è da meravigliarsi visto che il regista Jack Hill (solo 17 film) era specializzato in B-movie, horror e exploitation. Si tratta di una pura curiosità, più commedia che horror, senz’altro molto originale.

El camino de la vida (Alfonso Corona Blake, Mex, 1956)

Per un certo verso ha dei punti in comune con Down By Law, infatti i protagonisti sono tre ragazzini che, pur non essendo delinquenti abituali, finiscono in riformatorio per disperazione e per reagire al bullismo. Tre storie diverse che avranno un lieto fine grazie ad uno psicologo volontario. Non è male ma è senz’altro troppo buonista, tanto che una certa parte di critica lo volle vedere come risposta a Los olvidados (1950, Luis Buñuel) nel quale i giovani erano certamente più “cattivi” e violenti. Gli apprezzamenti ricevuti gli sono quindi stati attribuiti per lo più per il messaggio positivo, per affermare che i riformatori possono effettivamente riportare sulla retta via ragazzini che si sono cacciati nei guai. Evitabile.

domenica 10 gennaio 2021

micro-recensioni 6-10: 2 noir e 3 western … atipici (con trailer)

Proseguendo nella mia continua ricerca di buoni titoli fra cult semisconosciuti, trascurati dai più e segnalati come sottovalutati da aficionados e cinefili, sono giunto a un paio di western a dir poco atipici, in particolare quello Jim Jarmusch che rientra nella nel sottogenere degli acid western. Di questo ulteriore gruppo, spesso combinato con quelli revisionisti, non avevo mai letto alcunché ma ho scoperto che vi rientrano film, come El topo (1970, Alejandro Jodorowsky) e The Shooting (1969) e Ride in the Whirlwind (1968) entrambi diretti da Monte Hellman nel 1966 e con un giovane Jack Nicholson, tutti a me noti e visti più di una volta. Antesignano del genere viene considerato l’ottimo The Ox-Bow Incident (1942, Wellman, aka Alba fatale, con Henry Fonda). All'altro invece ci sono arrivato seguendo la filmografia dell’ungherese André De Toth, uno dei tanti valenti cineasti mitteleuropei emigrati negli Stati Uniti. I suoi maggiori successi sono noir e western, ma forse quello più conosciuto è un horror, House of Wax (1955, con Vincent Price), storico per essere il primo film in 3D con suono stereofonico.

 

Dead Man (Jim Jarmusch, USA, 1995)

Una vera sorpresa, relativamente moderno ma mai sentito nominare … grande flop al botteghino (9 milioni di budget, circa 1 di incassi). Eppure contava su Johnny Depp come protagonista e un cameo del quasi 80enne Robert Mitchum, diretto dallo stimato Jim Jarmusch, con un più che avvincente commento musicale originale di Neil Young. Anche la fotografia in bianco e nero è ottima ma, ovviamente, se ne accorsero solo quelli che guardarono il film; candidato alla Palma d’Oro a Cannes e 6° miglior film dell’anno per Cahiers du Cinéma. Cos’è quindi che andò storto? Probabilmente, oltre a un cattivo lancio e scadente distribuzione, influirono i singolarissimi personaggi e la trama quasi surreale, che include molto humor negro e anche macabro, tante dotte citazioni (tipiche di Jarmusch, ma non per tutti), lo stravolgimento dei canoni dei western, sia classici, che spaghetti che revisionisti, allucinazioni, travestitismo, cannibalismo e cultura dei nativi. Personalmente non apprezzo Depp e anche in questo caso sembra assolutamente fuori contesto, ma potrei anche pensare che fu scelto apposta per apparire un ingenuo spaesato cittadino (almeno nella prima parte) al contrario di tanti altri volti dalle forti connotazioni, certamente poco rassicuranti.

Per fornire una vaga idea del film, ecco il trailer originale. Senz’altro lo consiglio a chiunque abbia mente aperta e sia interessato a guardare buoni film anche se fuori dei canoni.

Day of the Outlaw (André De Toth, USA, 1954)

Senza dubbio il migliore dei 3 film di De Toth inseriti in questo gruppo; guardandolo non si può fare a meno di pensare a The revenant (2015, Iñárritu) e a The Hateful Eight (2015, Tarantino) per avere gli esterni girati in lande inospitali e pesantemente innevate. A questa particolarità si aggiunge l’atipica trama pur avendo personaggi più o meno canonici. In un piccolo agglomerato di case in mezzo alla valle innevata è in corso una violenta diatriba fra due allevatori (divisi anche dall’amore per la stessa donna) che monta rapidamente verso uno scontro a fuoco quando arriva un gruppo di banditi in fuga (con bottino, dopo aver assalto una banca) e si impadroniscono del villaggio. Si passa così da una questione personale fra due uomini (facilmente risolvibile) al confronto fra una mezza dozzina di banditi armati a stento tenuti a freno dal loro capo (un ottimo Burl Ives) e una ventina di abitanti (che sono stati disarmati) compresi donne e bambini. 

Anche di questo film propongo il trailer che mi sembra abbastanza significativo.

  

Ramrod (André De Toth, USA, 1947)

Altro western del regista ungherese e anche questo si distingue dai canoni classici per avere per protagonista una donna (un’inadatta Veronica Lake) che in modo a volte ingenuo e a volte subdolo riesce a mettere gli uni contro glia altri, opponendosi anche al suo ricco padre e ottenendo quello che vuole … ma forse non tutto. Per il resto è una tipica guerra fra allevatori senza esclusione di colpi, con un bando che vorrebbe agire secondo legge e l’altro che non esita a far fuori personaggi scomodi. Buon western non banale, senz’altro sopra la sufficienza.

Crime Wave (André De Toth, USA, 1953)

Uno dei tanti noir diretti da De Toth, e anche questo film non è semplice variante di altri già visti. Un ex galeotto redento viene raggiunto da un suo vecchio compagno di cella ferito nel corso di una rapina e da quel momento in poi si susseguiranno una serie di eventi che lo implicheranno sempre di più. Interessanti personaggi, ben interpretati e ben diretti. Per appassionati dei noir degli anni ’50, vanta un buon 7,4 su IMDb e 67% su RT.

Railroaded (Anthony Mann, USA, 1947)

Certamente Anthony Mann ha diretto film migliori e non è questo quello per il quale sarà ricordato. Lavoro onesto, ma con sceneggiatura abbastanza banale e anche le interpretazioni non sono di quelle memorabili. Guardabile.

mercoledì 7 agosto 2019

50° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (246-250)

Cinquina per tre quinti monografica, dedicata alla regista Agnès Varda per la quale, come già fatto nel post precedente per von Sternberg, scrivo un breve commento cumulativo per i suddetti film, anche se girati a distanza di anni (i 3 di v. Sternberg in appena un paio di anni). Tuttavia, gli altri due sono di tutt'altro livello e quindi meritano i primi due posti, quello di Jim Jarmusch per la finezza, la cura dei particolari e gli interessantissimi e colti dialoghi, l'altro per l'assoluta innovazione nel campo dell'animazione alla quale si aggiunge una tecnica sopraffina e, ovviamente, l'eccellente materiale di base fornito dai dipinti di Vincent van Gogh.

   

249  Only Lovers Left Alive (Jim Jarmusch, UK, 2013) tit. it. “Solo gli amanti sopravvivono” * con Tilda Swinton, Tom Hiddleston, Mia Wasikowska, John Hurt * IMDb  7,3  RT 85%  *  Premio per la colonna sonora e Nomination Palma d'Oro a Cannes
Film elegante, raffinato, colto, con eccellente commento musicale e colonna sonora, come molti altri prodotti da Jim Jarmusch (anche sceneggiatore) non è stato pensato per far soldi (e infatti pare che sia appena rientrato delle spese) ma per creare qualcosa di bello e soddisfacente soprattutto per il regista.
Con un approccio al mondo dei vampiri assolutamente inedito, la storia narra di una coppia di essi amanti da secoli che vivono distanti (Tangeri e Detroit), lontani per vari decenni ma sempre in contatto si incontreranno nella seconda città che viene mostrata sempre di notte (ovvio per i vampiri) e quasi completamente deserta.
Le citazioni “colte” sono quasi in ogni battuta, in ogni immagine. Nel corso dei dialoghi citano scienziati, letterati e artisti di ogni epoca e paese, numerosi sono anche riferimenti specifici al mondo del cinema con piccole perle ... l’alias di Tom Hiddleston quando si intrufola in ospedale una volta è Dr. Faust e poi Dr. Caligari (protagonisti di famosissimi film espressionisti tedeschi) e Tilda Swinton vola a Detroit con Air Lumière!
Le innumerevoli riprese dall’alto e quella degli amanti ricordano non solo l’ovvio Taxi Driver di Scorsese, ma anche tanti film giapponesi d’avangardia degli anni ’60 e ’70. Ottimo anche il conciso finale con un “excusez-moi” seguito da un nero totale e poi dai titoli di coda con caratteri gotici.
Nel complesso il film è volutamente lento e succede ben poco, ma la fotografia e le interpretazioni sono di ottimo livello, accompagnate (come scritto in apertura) da ottima musica, sia quella del commento musicale che quella dei pezzi eseguiti; in parole povere non diventa mai noioso e le due ore scorrono tenendo sempre viva l'attenzione dello spettatore. 
Certo non tutti lo possono apprezzare ... ho letto un commento di uno che criticava aspramente i tanti nomi inseriti nei dialoghi; certo, se uno non ne conosce quasi nessuno, non hanno molto senso, così come i binomi scientifici (in latino) di specie botaniche e animali. C’è anche chi, più attento e interessato, ha avuto la pazienza (certamente utilizzando il fermo immagine) di andare ad identificare i volti ritratti nelle decine e decine di foto attaccate alla parete ... un miscuglio molto interessante!
Film assolutamente consigliato a chi ama il cinema nella sua essenza ed ha un discreto background culturale (trasversale)  

250  Loving Vincent  (Dorota Kobiela, Hugh Welchman, UK/Pol, 2017) * animazione * IMDb  7,8  RT 85%  *  Nomination Oscar film animazione
“Trattandosi di una seconda visione, riporto integralmente quanto scrissi un paio di anni fa in occasione della prima e, in calce, ho aggiunto un paio di righe.
Ecco un film-progetto unico, che ha impegnato 120 artisti nell'arco di quasi un decennio. Sono state dipinte a olio con tecnica simile a quella di Van Gogh 853 scene, successivamente modificate per creare il movimento. Molte includono esattamente famosi quadri dell’artista olandese e tutti i personaggi del film sono realmente esistiti e ebbero a che fare con Van Gogh o semplicemente furono soggetti occasionali per i suoi dipinti.
Nei perfetti titoli di coda scorrono i personaggi dipinti dall’artista, affiancati ai disegni del film che hanno avuto come modelli attori veri e in vari casi alle foto dell’epoca delle persone in carne e ossa. Ho cercato il videoclip dei soli titoli di coda ma non li ho trovati, eppure sono certo che a breve appariranno da qualche parte anche perché hanno come commento sonoro Vincent, canzone del 1971 che molti conoscono come Starry Starry Night, dedicata dall’autore Don McLean proprio a Vincent Van Gogh.
Per mettere insieme i vari dipinti e personaggi, gli autori hanno ideato una trama da mistery e il collegamento è l’ultima lettera di Vincent scritta al fratello Theo, ma mai spedita. Il dirigente dell’ufficio postale che ne è in possesso affida la missiva al proprio figlio con l’incarico di recapitarla. Seppur malvolentieri il giovane (con la giacca gialla) parte e, in attesa di consegnarla, parla con molti di quelli che hanno conosciuto Vincent ed ognuno gli fornisce notizie diverse in merito ai suoi rapporti con i locali e agli avvenimenti dei suoi ultimi giorni. Per la narrazione vengono inseriti numerosi flashback (tutti in bianco e nero) e si ipotizza che qualcuno abbia sparato a Van Gogh e che quindi la versione del suo suicidio non fosse vera.
In questo modo il film riesce a carpire l’attenzione degli spettatori senza mai rallentare il ritmo e coloro che hanno un minimo di "cultura visiva" non possono fare a meno di restare rapiti dalle immagini, colori e tratti tutti nel più puro stile di Van Gogh.
Purtroppo per gli amanti del buon cinema, dell’arte e delle tecniche innovative non a solo fine commerciale, ancora una volta la circolazione in Italia è stata limitatissima ... in poche sale e solo per 3 giorni (da lunedì a mercoledì della settimana appena terminata). Si dovrebbe riconsiderare l’assunto (da molti dato per scontato) che la cultura non interessa e quindi non paga. Infatti, proprio relativamente a questo caso ho letto che Loving Vincent in quei pochi giorni ha avuto più spettatori e incassato di più di qualunque altro film, incluso Blade Runner 2049. Ciò lascia ben sperare e, forse, distributori e sale troveranno un accordo per ulteriori passaggi.
Tornando al film, ne consiglio senz’altro la visione, ma dovrete stare molto attenti a non perdere la prossima occasione, se ci sarà.”
Questo film molto particolare, direi unico nel suo genere, ha superato brillantemente anche la seconda prova, pur a solo un paio di anni di distanza. Non è escluso che, con la scusa di mostrarlo ad amici, fra qualche altro anno mi avventuri in una terza visione.

      

246  La Pointe-Courte (Agnès Varda, Fra, 1955) * con Philippe Noiret, Silvia Monfort, Marcel Jouet * IMDb  7,2  RT 69%p
247  Le bonheur (Agnès Varda, Fra, 1965) tit. it. “Il verde prato dell'amore” * con Jean-Claude Drouot, Marie-France Boyer, Marcelle Faure-Bertin * IMDb  7,7  RT 86%p  *  Orso d'Argento, premio speciale della Giuria e Nomination Orso d'Oro a Berlino
248  Sans toit ni loi (Agnès Varda, Fra, 1985) tit. it. “Senza tetto né legge” * con Sandrine Bonnaire, Macha Méril, Stéphane Freiss * IMDb  7,8  RT 100%  *  Leone d'Oro, Premio Fipresci e Premio OCIC a Venezia

La prima cosa che mi ha colpito è lo stile dei commenti musicali, motivi strazianti, ripetitivi e monotoni, soprattutto a base di archi, quindi non sempre in sintonia con le situazioni mostrate sullo schermo. Di nota opposta è l’interessante montaggio che include serie di scene di pochissimi fotogrammi ciascuna e dissolvenze a sfondi colorati.
Anche se la regista si rifiuta di essere così etichettata, molti la includono fra i componenti della Nouvelle Vague in quanto Le Pointe-Courte ha molto dello stile essenziale di quella corrente della quale Godard, Truffaut, Rivette, Chabrol e Rohmer furono i più noti rappresentanti.
Come detto, il primo di questi tre film di Varda (il suo primo in assoluto, il lungometraggio successivo, Cleo dalle 5 alle 7, lo diresse ben 7 anni dopo) è senz'altro il migliore del gruppo e per molti anche il più convincente dell'intera produzione della regista belga che lo girò con mezzi modesti nei pressi di Sète (fra il Mediterraneo e l’enorme laguna dell’ Étang de Thau), dove si era trasferita. L’ambientazione in un piccolo villaggio di pescatori (quasi esclusivamente di frutti di mare) e i lor problemi con le autorità ricorda molto non solo La terra trema (1948, di Luchino Visconti, tratto da I Malavoglia di Verga) ma anche due ottimi film messicani: Redes (1934, di Fred Zinnemann ed Emilio Gómez Muriel) e Janitzio (1935, di Carlos Navarro, con Emilio “el Indio” Fernández nelle vesti di protagonista). Qui il ruolo principale spetta a Philippe Noiret (al suo esordio ufficiale, le precedenti 3 apparizioni erano state uncredited) e chi si occupò del montaggio fu Alain Resnais, certo non uno qualunque. Come gli altri film appena citati, Le Pointe-Courte sembra essere sospeso fra fiction e documentario, ma resta ben bilanciato.
Con Le Bonheur (suo terzo lungometraggio), nel 1965 Varda ottenne l'Orso d'Argento e il gran premio della giuria al Festival di Berlino, ma la sceneggiatura mi è sembrata debole e poco realistica, anche se il film è in sostanza ben diretto.
Sans toit ni loi mi è veramente piaciuto poco, quali per niente, per avere dialoghi e proporre situazioni poco credibili, con una protagonista assolutamente angosciante, che non suscita alcuna empatia, una che è la sola causa dei suoi problemi e riesce a venire ai ferri corti anche con i tanti che, inopinatamente, tentano di aiutarla di buon grado e disinteressatamente.
Agnès Varda è deceduta pochi mesi fa, a 90 anni; per molti anni moglie di Jacques Demy, regista dei più famosi musical francesi, come Les parapluies de Cherburg e Les deimoselles de Rochefort, al quale dedicò tre film, subito dopo la sua morte (1990).
Dei tre film presi in considerazione, a dispetto di rating e riconoscimenti, consiglio la visione solo per Le Pointe-Courte, evitate gli altri due, specialmente il terzo.
   
Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire dal 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate su questo blog.