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lunedì 19 luglio 2021

Messe cantate molto particolari … e film

Per puro caso, a partire da un flash di memoria, ho elaborato una delle mie tanto amate associazioni mentali e di idee che da un’esperienza teatrale di quasi mezzo secolo fa, mi ha portato alla world music (in questo caso religiosa) e, manco a dirlo, al cinema. Comincio, come è giusto che sia, dal ricordo di un pezzo musicale (tratto dalla Missa Luba, congolese) utilizzato in uno spettacolo teatrale (se la memoria non mi inganna si trattava di un adattamento di Le serve di Jean Genet, messo in scena da Gerardo D’Andrea, proposto almeno fino al 2017) che si provava al Teatro Instabile di Napoli. Questo assolutamente anomalo spazio d’avanguardia (il nome è significativo) era gestito dal regista Michele Del Grosso che, oltre a produrre i propri spettacoli (in quel periodo provava un suo adattamento di L’opera da tre soldi di Brecht), concedeva la sala a terzi, come accadeva con me che proiettavo lì i film della Rassegna del Nuovo Cinema Americano dal titolo America, America dove vai? (preso a prestito dalla versione italiana di Medium Cool, 1971, di Haskell Wexler).

Dopo questa introduzione mirata a mettere in evidenza la prolificità di idee e attività artistiche di quegli anni, vengo al sodo: la Missa Luba. Questa versione cantata della messa in latino fu adattata dal francescano belga Guido Haazen (1921-2004) agli stili tradizionali congolesi e registrata nel 1958 dai Les Troubadours du Roi Baudouin, un coro di adulti e bambini di Kamina, Katanga, e conta 6 parti: Kyrie (clip sopra), Gloria, Credo, Sanctus (clip sotto), Benedictus e Agnus Dei.

Già esistevano altri adattamenti che utilizzavano ritmi locali in diverse parti del mondo, ma la Missa Luba diede la stura a nuove versioni, la più famosa delle quali è senz’altro la Misa Criolla, composta nel 1964 dall’argentino Ariel Ramírez (1921 –2010). Questi si rifece alla musica sudamericana ed in particolare quella andina, dopo aver incontrato l’impareggiabile cantante folk Atahualpa Yupanqui. Restando fedele alla messa latina, la sua misa inevitabilmente comprendeva gli stessi pezzi della Missa Luba, manca solo il Benedictus. Ogni pezzo fu adattato con ritmi e stili tradizionali differenti: Kyrie (baguala-vidala), Gloria (carnavalito-yaraví), Credo (chacarera trunca), Sanctus (carnaval cochabambino), Agnus Dei (estilo pampeano). 

E, delle tante versioni del Gloria pubblicate su YouTube, ve ne propongo due; questa sopra è relativa a una performance del 1999 a Buenos Aires, Argentina, mentre questa in basso è ancor più recente, del 12 dicembre 2014, in San Pietro, Città del Vaticano, durante una funzione officiata dallo stesso Papa Francesco.

La particolarità di questi pezzi non passò certo inosservata ed alcuni di essi furono inseriti in colonne sonore di 8 film latini. In precedenza stessa sorte era toccata alla Missa Luba con sue parti utilizzate in film messicani e statunitensi, ma i casi più famosi sono quelli del Gloria inserito in Il vangelo secondo Matteo (1964, Pier Paolo Pasolini) e il Sanctus in If ... (1968, Lindsay Anderson, film d’esordio di Malcolm McDowell). Quest’ultimo mi ha indotto a recuperare i film di questo regista inglese (1923-1994), apprezzato anche per i suoi corti, documentari e lavori teatrali, anche se il suo nome è legato soprattutto alla Mick Travis trilogy (If..., 1968, O Lucky Man!, 1973, e Britannia Hospital, 1982), tutti con protagonista Malcolm McDowellI suoi dichiarati punti di riferimento furono Jean Vigo e John Ford, e di quest’ultimo tratta About John Ford (1983), definito "One of the best books published by a film-maker on a film-maker". 

In rete si trovano tante versioni dei vari pezzi di queste due messe, nonché altre meno famose come la Misa Flamenca di Paco Peña.

mercoledì 1 aprile 2020

Micro-recensioni 91-100 del 2020: l'avanguardia francese degli anni '20, fra surrealismo e innovazione

Decina quasi monotematica, con i film muti di due soli registi dell’avant-garde francese degli anni ’20, Germaine Dulac e Jean Epstein, veri innovatori soprattutto nel campo del montaggio e delle riprese, con tanti primissimi piani dei protagonisti e un ottimo uso delle doppie esposizioni che rivelano i loro pensieri, sogni e ricordi. Queste furono peculiarità dell’impressionismo (cinematografico) francese che centra gran parte dell’attenzione sui protagonisti ottenendo una narrazione chiarissima, che non avrebbe neanche bisogno dei sottotitoli (comunque molto pochi).
La souriante Madame Beudet (1923, 43’)
La coquille et le clergyman (1928, 41’)
Comincio con questi due film (restaurati e ricostruiti, con alcuni minuti in più delle versioni che circolavano in precedenza) di Germaine Dulac, seconda regista nella storia del cinema francese, critica teatrale e cinematografica, impegnata nel movimento delle suffragette, teorica del cinema. Il primo è un classico esempio dell’impressionismo francese e oltretutto uno dei primi film etichettati come femmisti, mentre il secondo è certamente surrealista (da molti considerato il primo di tale genere) e precede di oltre un anno la pietra miliare del cinema Un chien andalou, opera di Buñuel e Dalì. Certamente non è paragonabile a questo né al loro successivo L’age d’or (1930), ma gli si deve oggettivamente riconoscere l’originalità della messa in scena, le varie interessanti scenografie che richiamano l’espressionismo tedesco, l’associazione di sensualità e libidine con il prete in abito talare, gli artifici con la pellicola (antesignani degli effetti speciali).
Ho poi proseguito con una serie di medio- e lungometraggi di Jean Epstein, teorico e regista emblematico dell’avant-garde francese, rinviando a data da destinarsi i suoi vari short e documentari (altrettanto ben quotati) disponibili in rete. Questi sono i titoli (anno, durata) degli 8 film guardati, che trattano ambienti ed epoche molto diversi ma in sostanza c’è sempre una parte melodrammatica predominante.
L'auberge rouge (1923, 72’) (poster nella fila sotto) 
Dramma ambientato a cavallo dell’800, con due episodi nettamente distinti, con un protagonista comune. Nel corso di una cena in una ricca residenza, uno dei commensali narra (così come gli fu riportato) un fatto di sangue avvenuto 20 anni prima in una locanda di campagna nel corso di un nubifragio. Le scene si alternano e la tensione viene ben mantenuta nel corso dell’intero film.
Coeur fidèle (1923, 87’)
Ambientato nei bassifondi, quasi realistico, ben proposto e interpretato. Storia d’amore interrotta dalla prepotenza di un piccolo criminale malvagio, violento e alcolizzato. Uno dei migliori di questo gruppo.
La belle Nivernaise (1924, 69’)
Vita su una peniche lungo i canali del nord della Francia; il titolo è il nome della chiatta e ciò non può non far pensare al famoso L’Atalante (1934) di Jean Vigo. Pur essendo questo solo il suo terzo film, Epstein si autocita mostrando un poster del suo primo lungometraggio L’auberge rouge (1923) sulla parete del cinema dove vanno i due giovani protagonisti.
Le lion des mogols (1925, 102’)
Anche in questo quasi kolossal (scene di massa e ricchi costumi per rappresentare una reggia del tiranno di un paese esotico non meglio identificato) c’è un riferimento cinematografico e ben più importante. Due ambientazioni ben distinte con l’altra sui set e teatri francesi. Il protagonista è interpretato da Ivan Mosjoukine (qui anche cosceneggiatore), famosissimo in patria fino al momento della rivoluzione; condannato a morte, riuscì a sfuggire all’Armata Rossa e ebbe un discreto successo anche in Europa, ma solo fino alla rivoluzione del sonoro.
Le double amour (1925, 103’)
Interessante melodramma psicologico condizionato dal gioco d’azzardo compulsivo con corsi e ricorsi a distanza di 20 anni.
Six et demi, onze (1927, 84’)
Sarebbe apparso molto migliore se si fosse evitato il pesantissimo, eccessivo e ingiustificato trucco dei fratelli (medici) protagonisti … solo per loro. Faccia bianca, contorno degli occhi e palpebre scurissime, labbra molto marcate, praticamente clown bianchi in questo ennesimo melodramma nel quale tutti gli altri appaiono “normali”.
La glace à trois faces (1927, 45’)
Mediometraggio quasi a episodi (punti di vista, ricordi e speranze di tre donne rispetto ad uno stesso (fatuo) ricco giovane. Ciò che dà valore al film, che per questo è apprezzato, è la tecnica; sceneggiatura debole, riduzione (forse eccessiva vista la durata del film) un romanzo di Paul Morand.
La chute de la maison Usher (1928, 63’)
Probabilmente il più famoso dei film di Epstein, basato sul famoso omonimo racconto di Edgar Allan Poe, adattato da Luis Buñuel che fu anche suo assistente regista come lo era già stato per Mauprat (1925). In questo terror classico si può facilmente ipotizzare la mano di Buñuel per alcuni dettagli non strettamente pertinenti alla trama. La seconda parte del film è un vero esercizio di montaggio e riprese. Parafrasando il titolo di un commento (che condivido): guardatelo sotto ogni aspetto tranne che per la trama e lo troverete ottimo.


In conclusione, questa incursione fra i 13 muti di Epstein evidenzia la sua continua ricerca tecnica ed espressiva, nei vari generi affrontati seppur tutti hanno in comune una parte melodrammatica. Grande importanza ai primissimi piani dei volti, ai dettagli e alla recitazione con le mani. Come punti deboli, vedo l’indugiare troppo a lungo su singole scene (anche quando è perfettamente chiaro il significato) e la scelta (ma solo nei primi film) di far muovere estremamente lentamente i protagonisti, quasi come automi, assolutamente in modo irreale e poco plausibile, inutilmente teatrale. 

domenica 28 aprile 2019

33° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (161-165)

Cinquina nella quale ho voluto includere una conferenza di grande interesse su Jean Vigo e l’ho affiancata a un’altra pietra miliare del cinema: Napoleon (1927) di Abel Gance. Completano il gruppo 2 film di epoche molto diverse, ma entrambi più che buoni, ed il peggior film visto quest’anno. 

   

165 Napoleon (Abel Gance, Fra, 1927) tit. it. "La conversa di Belfort“ * con Albert Dieudonné, Vladimir Roudenko, Edmond Van Daële  * IMDb 7,6  RT 93%
Film epico sia per il soggetto sia per il suo valore nella storia della cinematografia, anche se è doveroso precisare che oramai non si capisce più quale possa essere stata la vera versione di Abel Gance. Come spesso è accaduto per simili kolossal del muto, le copie sono sparite, sono state ritrovate, sono state ri-aggiunte scene tagliate dai produttori e via discorrendo. Io ho guadato la versione restaurata prodotta da Francis Ford Coppola nel 1981, con commento musicale composto e diretto da suo padre, Carmine Coppola.
Pensate che se ne conoscono almeno una ventina di edizioni, a 9,5, 16 e 35mm, virate e non, sonorizzate e non, a 18, 20 e 24 fps, per durate che vanno dalle 3 ore alle 5 ore e mezza.
Un resoconto dettagliato lo trovate in questo esauriente post.
Senza scendere in dettagli (non si finirebbe mai), cito solo una delle varie sperimentazioni di Gance, quella conosciuta come trittico. Si trattava di proiettare tre filmati diversi di dimensioni più o meno quadrate, allineati orizzontalmente in modo da creare un’immagine di proporzioni 3:1, molto vicino a quello che sarà, veri decenni più tardi, il Cinerama (3:1) e il fratello minore Cinemascope (2,55:1, poi ridotto a 2,35:1)
In alcuni casi Gance propone continuità di immagine come se si trattasse di una pellicola unica, altre volte i laterali sono uguali o a specchio, mentre al centro mostra  l’azione principale, altre volte ancore le tre immagini sono indipendenti ed ad un certo momento le immagini laterali sono virate una in blu e l’altra in rosso, lasciando in bianco e nero sola la quella centrale, formando così una bandiera francese.
Al momento, la migliore versione disponibile dovrebbe essere quella su Blu Ray della BFI (5h32’), messa in circolazione nel 2016. Questo era il primo film di un progetto che ne prevedeva 6 sulla vita di Napoleone, ma rimase l'unico. Abel Gance compare nel film in un ruolo relativamente importante, interpretando Louis Saint-Just. 
Secondo me è da guardare ance se non si è proprio appassionati di muto.

161  Jean Vigo: El verdadero énfant térrible  (conferenza) * relatore: José Antonio Valdés Peña (ricercatore, sceneggiatore, critico e docente cinematografico)
Ero indeciso se considerare come visione o meno la conferenza su Jean Vigo, ma ho deciso per il sì dopo le 2 interessantissime ore ben gestite, durante le quali sono stati mostrati un corto per intero, un altro per metà e varie scene significative del mediometraggio Zero in condotta e del suo unico vero film, L'Atalante, praticamente quasi la metà della sua intera produzione, che ammonta a sole 2h47'.
Ecco ciò che Vigo ci ha lasciato: A propos de Nice (1930, 25', documentario che  stravolge gli schemi di quelli turistici dell'epoca); Taris, roi de l'eau (1931, 9'); Zéro de conduite (1933, 44', giudicato sovversivo e per questo proibito fino al '46); L'Atalante (1934, 89', che riuscì appena a terminare, dirigendo le ultime scene in barella). Morì il 5 ottobre 1934, a 29 anni.
Il relatore ha aperto con l'inquadrare pregevolmente e con competenza il periodo di particolare fermento fra innovazioni tecniche, sperimentazioni, passaggio dal muto al sonoro, surrealismo e realismo poetico francese con le sue storie di legionari, criminali, prostitute, origini del noir. Epoca in cui, sulla scia di Abel Gance e Julien Duvivier, muovevano i primi passi i vari Jean Renoir, René Clair, Marcel Carné e a questi si unì (per poco) anche Luis Buñuel, accolto a braccia aperte dai surrealisti.
Jean Vigo è stato presentato come una persona allegra e gioviale, a dispetto dei gravi problemi di salute che lo affliggevano, sempre pronto a creare nuove idee di ripresa. Nel curioso quasi mockumentary sul nuoto (Taris) propone varie scene sott'acqua, all'avanguardia per quei tempi, tecnica che poi perfezionerà in L'Atalante, nella famosissima scena dell'uomo che si tuffa dalla peniche e ne viene mostrato il volto in immersione mentre appare la sposa vestita di bianco, proprio quella che avrete visto migliaia di volte nella sigla di Fuori Orario di Enrico Ghezzi.
Da notare che chi assecondava Vigo in tutte le sue idee, era Boris Kaufman che diresse la fotografia in tutti e 4 i suoi film. Nato in Polonia, all’epoca facente parte dell’Impero Russo, dopo la Francia si trasferì in USA dove fu molto apprezzato, vinse l’Oscar per On the Waterfront (1954, Elia Kazan) e ottenne la Nomination per Bay Doll (1956, Elia Kazan), ma firmò anche altri famosi film come 12 Angry Men (1957, Sidney Lumet) e Splendor in the Grass (1961, Elia Kazan).  Boris era fratello di un altro genio del cinema noto con lo pseudonimo Dziga Vertov, del quale parlerò nel prossimo post.
Serata molto piacevole ed interessante.

      

162  El angel (Luis Ortega, Arg, 2018) * con Lorenzo Ferro, Cecilia Roth, Chino Darin, Daniel Fanego,  Luis Gnecco, Mercedes Morán  * IMDb  7,1  RT 73% * 2 Nomination a Cannes
L’anno di fuoco di Carlos Eduardo Robledo Puch, meglio conosciuto come Ángel Negro o el Ángel de la Muerte, il maggior assassino seriale argentino. Fra marzo 1971 e febbraio 1972, ancora 19enne, con efferata freddezza e indifferenza uccise una dozzina di persona (fra loro anche qualche complice); arrestato, fu accusato di 10 omicidi aggravati e uno semplice, ma lui stesso se ne attribuì 20, di tentato omicidio, di complicità in due stupri, 17 furti con scasso, sequestro di persona e fu condannato all'ergastolo (e sta ancora in carcere, dopo 47 anni). Un paio di anni fa, nel corso di una udienza per ottenere la condizionale gli fu chiesto "Cosa pensi di fare fuori?" "Uccidere la Kirchner" (ex presidente argentina). Ovviamente non gli fu concessa, ma é indicativo in merito al suo carattere.
Il film tratta solo di quest’anno, da quando si associa con il suo primo complice, fino all’arresto. Di famiglia piccolo borghese, si presentava con un aspetto angelico, faccia pulita contornata da boccoli biondi ma era spietato e privo di ogni morale; ma non era avido, rubava per vocazione, tanto che spesso regalava la refurtiva o la abbandonava. A quanto dicono i giornali argentini, gli sceneggiatori, pur mostrando vari suoi crimini a dir poco efferati e violenti, ne hanno proposto un ritratto edulcorato, pare che in  realtà fosse ancora peggiore. Il merito del film, che conta su un cast perfettamente scelto, è quello di non crogiolarsi nella violenza o in scene splatter, ma essere essenziale e mettere in risalto l'apparente calma di un soggetto indubbiamente disturbato, tendente al paranoico.
Tutti i personaggi sono ben delineati, dai “buoni” ai criminali. Oltre alle ottime interpretazioni di tutti i protagonisti (le due coppie di genitori e i figli criminali) è doveroso menzionare  anche la perfetta colonna sonora con tanta musica rock e pop d'epoca, con cover in spagnolo di canzoni ben note che vanno House of the Rising Sun (lanciata da The Animals, qui nella versione argentina di Palito Ortega) a Non ho l'età (cantata in spagnolo proprio da Gigliola Ginguetti). 
Senz'altro molto buono, di passo rapido e bilanciato. Molti prevedono un futuro di successi per l'esordiente Lorenzo Ferro

164  Les Anges du péché (Robert Bresson, Fra, 1943) tit. it. "La conversa di Belfort“ * con Renée Faure, Jany Holt, Sylvie  * IMDb 7,6  RT 83%
Film d’esordio di Bresson, regista di qualità ma (come molti suoi pari) con una limitata produzione, appena 13 lungometraggi in una quarantina di anni (1943 - 1983).
Non fatevi ingannare dal titolo e dall'ambientazione in un convento di suore domenicane ... la religione c'entra relativamente poco. Si tratta di un ben congegnato dramma psicologico nel quale la regola conta, ma le personalità enigmatiche delle protagoniste e i loro fini sono gli elementi fondamentali attorno ai quali si sviluppa e monta l'intera trama.
Questo ed il successivo sono i soli film di Bresson con un cast si soli attori professionisti. La fotografia è particolarmente precisa e curata, evidente retaggio degli trascorsi del regista come pittore e fotografo. Girato in pieno periodo di guerra, giunse in Italia solo nel 1950 come La conversa di Belfort.
Un ottimo film d’esordio, in precedenza aveva diretto solo Affaires publiques (1934 - un corto di 25 minuti, stranamente una commedia) e aveva collaborato a varie sceneggiature; successivamente fu co-sceneggiatore di tutti i suoi film tranne il singolare Lancelot du Lac (1974).  
Pur avendolo guardato l’anno scorso (ma da file) non ho voluto perdere l’occasione di ri-guardarlo su schermo grande in un’accogliente sala della Cineteca Nacional Mexico.


163  Las tetas de mi madre (Carlos Zapata, Col, 2015) * con Alejandro Aguilar, Joseph Barrios, Angelica Blandon * IMDb  6,4 
Storia insulsa, poco credibile, mal rappresentata, peggio interpretata, regia assente ... dove sono finiti i film colombiani più che decenti? Sembra si tratti di un esordio autoprodotto, IMDb riporta che successivamente Carlos Zapata si è solo occupato del montaggio di due corti ... qualcuno, per fortuna, gli avrà spiegato che non era mestiere suo. Mi meraviglia che la Cineteca l’abbia proiettato.
Chiaramente, è da evitare ad ogni costo.

Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire dal 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate su questo blog.