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sabato 10 giugno 2023

Musei e sorprese - il Louvre di Parigi

Sono un instancabile ed entusiasta visitatore dei musei di qualunque tipo, basta che siano ben strutturati e organizzati. Anche quelli più piccoli, seppur monotematici o strettamente legati al territorio possono riservare interessanti e piacevoli sorprese. Certo si deve avere un minimo di curiosità, voglia di apprendere e predisposizione ad addentrarsi in campi fino a quel momento inesplorati o totalmente sconosciuti. Tutte attitudini che gioverebbero a chiunque. Ho visitato musei aerospaziali, archeologici, etnologici, navali, antropologici, militari, di scienze naturali, di tecnologia, del mare, di arte moderna e arte antica; sono entrato in sottomarini, mulini ad acqua e a vento, miniere, grotte naturali, catacombe, e non c’è stata volta che non abbia arricchito il mio bagaglio culturale, la mia esperienza e soprattutto la mia capacità di giudizio, nel senso di valutazione ed, in linea di massima, apprezzamento.


Se è normale rimanere incantati nel vedere per la prima volta un bel quadro o un’area archeologica o semplicemente il mare o la neve, vedere cose simili con maggior frequenza non ne diminuisce il valore facendole sembrare tutte uguali, al contrario contribuisce in modo sostanziale a valutazioni più attente e a convincersi sempre di più che la perfezione non esiste. Anche le cose più belle, pur apparendo affascinanti, saranno paragonate ad altre che per certi aspetti le eguagliano o in qualche particolare le superano. Ciò può essere senz’altro condizionato dalla nostra memoria in quanto gli infaticabili visitatori di musei, parafrasando un aforisma relativo ai viaggiatori, “hanno visto più di quanto ricordino, e ricordano più di quanto hanno visto”. E’ comunque indiscutibile che la quantità migliora la loro capacità di giudizio.

 

Lo spunto per questa breve discettazione me l’ha fornito il ritrovamento (finalmente) della cartella con le foto scattate al Louvre nel 2012, ed in particolare quelle di questa statua originalissima, se non altro per essere fra le poche sopravvissuta quasi intatta per circa 4300 anni (che non dimostra assolutamente). La statua di Ebih-Il, nu-banda (alabastro, lapislazzuli, conchiglie e bitume - foto in alto) è infatti datata 2330-2250 a.C. e proviene da Tempio di Ishtar di Mari (città sumera). Pensate che sono dovuti passare quasi 4000 anni prima che varie “culture occidentali” raggiungessero livelli espressivi vagamente simili. Fra le tante opere affascinanti e straordinarie viste al Louvre, questa è quella che più mi colpì e sorprese (la dovreste vedere dal vero). Qui trovate una serie di foto delle opere più originali o particolari che sono riuscito a fotografare nonostante la luce scarsa, i riflessi e i tanti altri visitatori.


Per inciso, passai l’intera giornata al Louvre senza riuscire a visitare gli ultimi due piani (ci feci solo un velocissimo giro dopo che gli altoparlanti cominciarono ad invitare ad uscire). Non ho assolutamente rimpianto di non essere andato a vedere Monna Lisa e aver dato solo un fugace sguardo alla Nike di Samotracia
Se avrete occasione di andarci, vi consiglio di girare fra le sale, visitare le collezioni meno famose e soprattutto di non sottovalutate ciò che non conoscete. Se quelle opere sono esposte al Louvre, ci sarà pure un buon motivo!

mercoledì 20 ottobre 2021

Lisbona (4): Hieronymus Bosch e un ottimo borrego

Oggi post soprattutto a soggetto culturale, con la visita al Museu Nacional de Arte Antiga (MNAA) di Lisbona, motivata principalmente dal volermi andare a guardare di nuovo un capolavoro del pittore fiammingo Hieronymus Bosch: Le tentazioni di Sant'Antonio (1501 ca.). Premettendo che non sono assolutamente un esperto d'arte, piuttosto semplicemente uno che ama visitare non solo le pinacoteche ma quasi qualunque tipo di museo (archeologici, di scienze naturali, militari, tecnologici, antropologici, e chi più ne ha più ne metta), sostengo che il suddetto visionario dipinto non può che affascinare anche coloro che meno vicini sono alla pittura.

L’opera carpisce l’attenzione nel suo complesso non solo per il tratto preciso e i colori nitidi, ma anche e soprattutto per le composizioni dei vari gruppi e la creatività evidenziata nell'immaginare i vari personaggi, sia umani che bestiali (oltre agli ibridi), il cui significato simbolico rimane in molti casi sconosciuto, sempre ammettendo che ciascuno abbia il proprio. Più lo si osserva da vicino e più si notano elementi e particolari in scala ridotta, e, dopo questi, altri ancora più piccoli o poco definiti. 

 

Qui ho aggiunto poche foto scattate con cellulare economico giusto per dare un’idea, altre (ma della stessa qualità) sono in questo album, immagini migliori le trovate in rete in siti specializzati ma dovrete cercare elemento per elemento … nel web non è possibile fornire in un solo file HD di un trittico di tali dimensioni (131x238cm) e tanto dettagliato. Per saperne un po’ di più seppur superficialmente potete leggere l’immancabile pagina Wikipedia, ma in rete potete trovare tante altre notizie più approfondite ed esplicative su siti che si occupano di arte.

Dopo il museo, ricordando una vecchia segnalazione del mio ex collega pompelvetico, sono andato a verificare la bontà delle carni servite dal Restaurante Os Barões (c'è anche il sito web) e devo dire che ne valeva assolutamente la pena. Ho optato per un borrego assado com batatasa assadas (agnello con patate al forno) e penso di essere stato fortunato (oltre che oculato) poiché sentivo che almeno la metà degli avventori di questo spazioso locale (quasi 100 coperti, quasi tutti occupati) ordinava borrego. Da ciò si deduce che è una pietanza apprezzata dalla maggioranza e che non la si trova sempre fra i pratos do dia


Come potete vedere, ottimo e abbondante il piatto (c’era anche il riso) e incredibile il conto: 8 euro + 0,80 per ¼ di vino e 0,70 per il caffè = 9,50 euro!


A poche centinaia di metri l'eccezionale, elegante, moderno e funzionale food court TIME OUT, ma lì non troverete mai il borrego e guardate i prezzi di CocaCola e acqua ... certamente ci sono anche specialità lusitane e cominciare dai pasteis dei quali ho parlato ieri, oltre a prosciutti pregiati, vini DOC, cucina internazionale, ecc., ma siete andati in Portogallo per fare i turisti moderni o vivere la vera esperienza portoghese???

sabato 10 novembre 2018

Gastronomia messicana, qualche novità e i tradizionali mole


Oltre a scegliere più volte piatti con contorno dei miei amati chilaquiles e mangiare un ottimo alambre (carne con peperoni, cipolla e formaggio) ho sperimentato vari nuovi piatti fra i quali rajas de chile poblano (peperoni, cipolla e formaggio, con mais opzionale - foto a sx), nopales fritti (palette di fico d'india, tecnicamente cladodi - non sono foglie), varie insalate con originali combinazioni come mirtillo palustre rosso, noci e formaggio, o chiles güeros  (peperoni oblunghi chiari -  talvolta piccanti), formaggio panela e verdura cruda, e, soprattutto, ho trovato un buon mole poblano (negro).
Penso valga la pena spendere qualche parola in più in merito ai mole in genere, varietà pressoché infinita di salse, dalle ricette tutt'altro che definite. 

I più famosi sono il mole verde, il poblano (di Puebla) e il negro, ognuno con le sue varianti che si distinguono per la predominanza o l’aggiunta di uno o più degli oltre 20 ingredienti di ciascuno di essi, alcuni sempre presenti. 
Quasi tutti includono almeno 4 tipi di peperoni (qualcuno piccante), aglio, cipolla, sesamo (ajonjolí), estratto di canna da zucchero (piloncillo), arachidi (cacahuates), cannella, chiodi di garofano, pepe nero, pomodori, anice, uva passa, mandorle, tortilla, banane (platano macho - tipo utilizzato in cucina e non come frutta - foto a sx), nocciole, brodo di pollo, semi di zucca, strutto o olio, coriandolo e cioccolato.
Ricordo che nel corso del mio viaggio dell'83, nei mercati di qualunque città o pueblo, specialmente a sud della capitale, c'erano una varietà di contenitori pieni dei diversi tipi di mole che emanavano effluvi inebrianti. Non c'era un solo punto di ristoro che non servisse almeno un mole. 
La settimana scorsa ho mangiato un ottimo pollo con mole poblano negro, con predominanza di cacao, ovviamente accompagnato da tortillas, fagioli e crema (panna acida). Nella maggior parte dei casi si presenta come una massa molto densa, pastosa, e talvolta come un semplice misto di spezie macinate. 

Se ben preparato la predominanza di turno è lieve e il sapore complessivo è chiaramente unico, derivando da tanti diversi ingredienti. Tutti i mole sono senz'altro da provare a meno che non siate allergici a uno dei tanti ingredienti o di quelli che anche nei posti più esotici mangiano pizza e pasta (carbonara e bolognese sono ormai in quasi qualunque menù per turisti) rifiutando qualsiasi nuova esperienza culinaria.
Le foto dei mole sono state scattate negli spazi esterni del Museo de las Cuturas Populares a Coyoacàn, che accoglievano tanti stand riservati ai cibi tradizionali in occasione dei giorni festivi del Dia de Muertos, il che spiega la presenza dei teschi (di zuuchero).

venerdì 12 ottobre 2018

Salvador Dalì nel Museo Reina Sofia di Madrid

Avendo già parlato sommariamente del Prado, eccomi al (Museo Nacional Centro de Arte) Reina Sofia di Madrid nel quale la star, per i miei gusti, è fuor di dubbio Salvador Dalì (1904-1989). Artista prolifico ed eclettico, personaggio emblematico del surrealismo, è stato non solo pittore, ma anche scenografo, bozzettista, scultore (autore di pregevoli fusioni in bronzo), fotografo e sceneggiatore (coautore dei famosissimi primi due film di Luis Buñuel: Un chien andalou e L’age d’or). Credo di non aver visto ancora un suo dipinto, scultura, disegno, fusione che non mi abbia conquistato, indipendentemente dal pensare di aver compresa o meno l'opera, anzi, meno la capisco e più mi affascina.
Le immagini che propongo in questo blog sono automaticamente ridotte, quindi, se volete apprezzare al meglio questi dipinti (tutti esposti al Reina Sofia), dovrete cliccare sul titolo per ottenerle in alta definizione.

Visage du Grand Masturbateur (Face of the Great Masturbator)  1929 
Un ottimo esempio di ciò e questo Il grande masturbatore, dipinto che suggerisco di osservare con attenzione in ogni sua parte.
Il non esperto ma attento e curioso osservatore (come lo sono io) si potrà chiedere com'è effettivamente composto il volto, qual è il significato della cavalletta e delle formiche, della testa di cane (?) che spunta quasi sotto l'ascella della donna (?) con un fiore (?)  sotto al  collo, delle varie conchiglie una delle quali è parte integrante di una colonna di pietre in bilico, dei due che si abbracciano ma chi è di spalle sembra di roccia, e dell'altra figura che si allontana?
Effettuando una ricerca si troveranno certo molte risposte e interpretazioni spesso contrastanti ... forse, dico forse, una di queste rispecchia le vere intenzioni dell'artista, ma potrebbero anche essere tutte fantasie di critici.
Sono oltre 100 le opere di Dalì esposte al Reina Sofia, di generi molto diversi e di epoche che vanno dagli anni '20 come il ritratto fatto all'amico Luis Buñuel  (1924, sotto a sx) agli '80. 
   
 a destra: Los esfuerzos estériles (Sterile Efforts) 1927-28 
    
La mémoire de la femme-enfant (The Memory of the Woman-Child) 1929, a sx
L'homme invisible (The Invisible Man) 1929, a dx
   
The Enigma of Hitler (1939, a sx) e Cama y dos mesitas de noche atacando violentamente a un violonchelo (Bed and Two Bedside Tables Violently Attacking a Violoncello) 1983, a dx

Nella maggior parte dei suoi lavori, quando penso di essere riuscito a rendermi conto del tutto, scopro sempre altri particolari minimi eppure senz’altro significativi (è impensabile che le abbia inserite per caso), figure orientate diversamente dalle altre e quindi non immediatamente leggibili, disegni dentro altri disegni come scatole cinesi.

Le foto scaricate dal sito ufficiale del museo, nel quale potrete trovare l’intera collezione permanente.

giovedì 11 ottobre 2018

Al Prado di Madrid, come in tanti altri musei, è inutile scattare foto

Come mio solito, nel corso dei miei viaggi, oltre a girovagare (talvolta senza una meta precisa) ed ad andare al cinema, visito musei di ogni tipo, in particolare quelli d'arte, storia naturale, antropologia, archeologia, tecnologia e quelli di nicchia se il tema è di mio interesse. 

Per fortuna di tutti gli amanti dell’arte (anche se sembra che molti non se ne rendano conto) la maggior parte dei migliori musei mettono a disposizione degli utenti perfette foto a buona/alta definizione di quasi tutte le collezioni. L’idea è quella di far visitare tali musei in modo virtuale stando comodamente a casa, di poter notare dettagli che perfino dal vivo non si riescono ad apprezzare, limitare il numero di “fotografi d’arte dilettanti” che si piazzano davanti al dipinto con smartphone e macchine fotografiche, indipendentemente dal fatto se sia ufficialmente consentito o meno.
Ieri è stato il turno del ben noto Prado di Madrid dove ho potuto ammirare ulteriori opere di pittori che apprezzo in modo particolare, come Hieronymus Bosch (1453-1516, in Spagna noto col nome El Bosco), Pieter Bruegel il Vecchio, El Greco, insieme con altri dipinti che hanno attirato la mia attenzione.
Ho potuto così apprezzare El jardin de las delicias (foto di apertura), uno dei dipinti più noti di Bosch, ma c'erano anche il Carro di fieno, uno dei vari Tentazioni di Sant'Antonio, il tavolino dei Peccati capitali (foto a sinistra).
Di El Greco (1541-1614), si trovano molte opere fra le sue migliori o più note. Piaccia o non piaccia, il suo stile si distingue nettamente da quello dei suoi contemporanei per i colori vivi e contrastanti (gialli, verdi, arancio, blu, rossi) e i volti affilati delle persone come si può vedere nei seguenti dipinti: Adoracion pastores e Trinidad.
     
Fra i dipinti di Pieter Bruegel il Vecchio si fa notare il Trionfo della morte.

Al Prado mi sono anche imbattuto in dipinti singolari, di autori a me assolutamente  sconosciuti. Fra essi hanno attirato la mia attenzione il molto insolito Las ciencias y las artes, dipinto nel quale Adriaen van Stalbent mette a confronto chi verso la fine del XVI secolo si dedicava alla distruzione di opere d'arte (iconoclastia della Riforma protestante) e chi alla ricerca scientifica (vedi le due foto di dettaglio più in basso).

   
Sono anche venuto a conoscenza dell'esistenza dello stile ispano-fiammingo, incuriosito da questo originale San Michele arcangelo (Maestro de Zafra, fine XV sec.), rappresentato mentre si appresta ad uccidere il dragone, contornato da un nugolo di altri piccoli e molto fantasiosi draghetti e angeli. Divertente nella sua creatività e semplicità (oserei dire ingenuità), ma niente a che vedere con i maestri fiamminghi.

Ricordo a tutti che a partire da questa pagina del sito ufficiale del Prado, si possono trovare quasi tutte le opere esposte. Sono immediatamente proposti gli artisti più importanti, tutti gli altri si trovano elencati in ordine alfabetico e, cliccando sul loro nome, si accede alla pagina con i link alle foto.
Con questo sistema non solo si potrà esaminare accuratamente ogni singola opera guardandola nella sua interezza e ingrandendone i particolari, ma si potranno anche scaricare gratuitamente i file in alta definizione. 

Tante volte neanche stando davanti ad un dipinto si riescono ad apprezzare i piccoli dettagli che invece si possono scoprire osservandone l'immagine digitale.

lunedì 30 aprile 2018

Le città e i popoli si conoscono solo vagando a piedi ...


... possibilmente senza un piano preciso e senza seguire pedissequamente una mappa che tuttavia sarà utile nel momento in cui si decida di rientrare alla base.
Con questa idea ho lasciato l'hotel stamattina dirigendomi semplicemente a nordovest, con l'obiettivo di giungere in un modo o nell'altro al Chora Museum (aka Kariye Müzesi, Chiesa di San Salvatore in Chora) famoso per i suoi splendidi mosaici e affreschi bizantini. 
Lungo il percorso molto zigzagante seguendo minareti e qualunque altro elemento che attirasse la mia attenzione, ho visitato una mezza dozzina di moschee, quasi tutte contornate da giardini ben curati, ho assistito a una cerimonia religiosa riuscendo ad ascoltare, una volta tanto, un canto dal vivo e ben diverso da quelli diffusi dagli altoparlanti dei minareti.
   
Poi ho assistito all'uscita di casa di una sposa (foto di apertura) dopo aver apprezzato la mini-banda, un classico duo zurna e davul, il primo è tipico strumento a fiato mediorientale, simile all’oboe ad ancia doppia, e il secondo una specie di grancassa, con le pelli di diverso spessore, la più spessa (suono basso) percossa con un grosso bastone con la testa ricurva e l'altra con una sottile bacchetta o stecca a ritmo più rapido (suono secco e alto). 
Se avessi scelto il percorso più breve avrei visto poco e sarei arrivato verso le 11, con il tram non avrei visto quasi niente e sarei giunto prima delle 10.30, invece ho iniziato la mia visita alla chiesa/museo dopo le 13, con oltre 2 ore di ritardo, ma contento della mattinata.
   
Dopo aver scattato tante foto dei mosaici (in questo album ce ne sono alcune) e dopo aver trovato chiuso un altro piccolo museo poco distante, sono sceso verso il braccio di mare del Corno d'Oro percorrendo scalette e vicoli tortuosi, fra case quasi in rovina, di sapore antico. 
   
Prima di giungere in riva al mare un'altra sorpresa, un piccolo bar all'aperto, solo parzialmente ombreggiato da alberi ed una tettoia, mentre alcuni tavoli erano posizionati sotto gli archi di sostengo di un antico palazzo (ottomano?). Qui ho deciso di fare una sosta prendendo un classico tè e una fetta di torta (da mangiare c'era solo una limitata scelta di dolci, niente di rustico) e ho scritto la prima parte di questo post.
   
Arrivando quasi al livello del mare, mi sono trovato fra vicoli di Balat, quartiere antico che pian piano, senza ristrutturazioni sostanziali, si sta riconvertendo in area turistica alternativa con una moltitudine di bar e ristorantini di vario livello.
   
Ho assistito ad un asta (per lo più vecchi samovar e altri oggetti d’epoca), mi sono imbattuto nella chiesa cattedrale greco-ortodossa di San Giorgio, e poi ho continuato attraversando i giardini lungo la riva del Corno d’Oro osservando una moltitudine di famiglie che passavano la giornata con ragazzini intenti a giocare come la bambina con l’aquilone della foto di chiusura, barbecue improvvisati, mentre altri si affidavano agli immancabili venditori ambulanti. 

Fra questi ho notato uno che vendeva cetrioli (!), li pelava, ne rimuoveva un’estremità e infine li tagliava longitudinalmente lasciando le quattro parti un po’ pendenti (vedi foto). Ce n’era un’altro che vendeva delle erbe con dei frutti (?) non meglio identificati; la barriera linguistica è stata insormontabile ... comunque indagherò. 
Giornata molto varia e piacevole!

martedì 21 novembre 2017

La “comida corrida” (il pranzo di corsa)

Chi è stato almeno un volta in centroamerica e in particolare in Messico avrà certo visto mille di questi annunci all'esterno di piccoli ristoranti, fondas, cafeterías, loncherías .... La comida corrida, come dice il nome stesso, è l'antesignana del fast food, con la differenza che si tratta di un pasto completo e in genere di gran lunga migliore e più salutare degli omologhi moderni.
Il pranzo è a prezzo fisso (irrisorio rispetto ai ristoranti veri e propri) ed è molto vario e sostanzioso, lontanissimo da un seppur economico piatto unico.
Si inizia con una scelta fra due o tre primer tiempo brodosi, di solito zuppa e/o crema di verdure e un consommé con fideos (da vermicelli a capelli d’angelo, spezzati); subito dopo si passa alla scelta del segundo tiempo secco che sempre comprende una porzione di riso mentre le ulteriori scelte vanno dalla pasta, ai chilaquiles, ai tacos, ecc.
Con il tercer tiempo siamo invece al piatto forte per il quale, in alcuni posti molto frequentati, la scelta può non limitarsi alle solite due o tre proposte ma essere molto varia ed in questo caso i piatti sono talvolta divisi in fasce di prezzo, con un supplemento da pagare per pietanze di pesce o carni "migliori".
Sono sempre inclusi gli immancabili frijoles (fagioli, serviti contemporaneamente al piatto forte), pane o tortillas, salsa (forte) verde e/o rossa (la verde è di solito la più piccante), spicchi di limo, o limetta che dir si voglia, e agua fresca (acqua insaporita con il succo di limo, arancia, tamarindo, mango, papaya o altri frutti, ma è molto comune anche il carcadè - conosciuto come agua de Jamaica - e la horchata che non è orzata, ma una bevanda a base di farina di riso, zucchero, cannella, late e vaniglia, in questo caso allungata con acqua). 
(nella foto a sx, la crema de cilantroagua de Jamaica e salsa verde).
Questa è la base pressoché imprescindibile, molti includono un semplicissimo e piccolo dolce, altri anche il caffè.
Passiamo ai prezzi ... in queste due settimane, girovagando in aree non poverissime e nei pressi delle aree turistiche, ho visto parecchi menu fra i 50 e i 60 pesos (MXN), ho mangiato 3 volte (bene) al centro da Manolo, a un paio di isolati dallo Zocalo, per 54 MXN, tante volte ancora meglio a Coyoacán (zona più cara dove si trova anche la famosa casa-museo di Frida Kahlo) a La terminal, piccolissimo ristorante molto tradizionale aperto dal 1930, per 75 MXN. Considerate che al cambio medio attuale 85 MXN (75 + 10 di mancia, considerata lauta e del resto è quasi il 15%) equivalgono a 4 euro! 
Oggi ho mangiato:
primer tiempocrema de cilantro (coriandolo)

segundo tiempo: riso appena macchiato di pomodoro con mezza banana tagliata a fette (!)

tercer tiempo (foto a sx, con frijoles e e salsa verde): nopales con formaggio e insalata mista che comprendeva lattuga, pomodori, fette di arancia, cetriolo e jicama (patata messicana) 
Il nome nopal si riferisce sia di una specie locale di fico d'India, sia ai suoi cladodi (le pale, che non sono le foglie divenute invece spine) che si cucinano in vari modi.   
Il tutto accompagnato da agua de Jamaicafrijolessalsa verde, ed  ho rinunciato alla gelatina (inclusa nel prezzo) che rappresentava il dessert.
Ho scelto La Terminal perché è sempre affollatissimo di studenti, operai e famiglie, vende anche comidas da asporto, dalle 14 alle 17 c'è sempre la fila fuori e avvicinandosi l’orario di chiusura (fra le 19 e le 20) ci sono solo pochi piatti ancora disponibili; tutti elementi positivi per i miei criteri di scelta.
Certo, bisogna adattarsi agli spazi limitati e alla velocità del servizio ... la comida è veramente corrida! I primi, essendo due minestre sono preparati in quantità enormi e tenuti sempre caldi, così come i secondi. Appena ci si siede arriva il menù, acqua e pane o tortillas e viene chiesto cosa si preferisce di primo e secondo. Mentre il cliente sceglie il piatto forte (se non lo ha già fatto) arriva il primo e parte la comanda per il tercer tiempo. Quando si sta per finire il primo già il secondo è sul tavolo e quando questo è quasi terminato arriva il piatto forte accompagnato da una piccola porzione di frijoles.
Considerato un tempo medio di permanenza al tavolo di 20-30 minuti, direi che nella sala di una quarantina di posti si servono almeno 400-500 pasti al giorno ... il che spiega come possano mantenere prezzi bassi e buona qualità. I tavoli centrali sono per 2 e possono essere uniti ai laterali (per 4) accomodando così 6 o 7 persone. 
Nella foto a sx (scattata in mattinata, quasi senza commensali), sul bancone si vedono le coppette con le gelatine di vari gusti coperte da una tovaglia, faccia al bancone si trova la barra che può ospitare altre 3 persone e sulla lavagna sono indicati i primi del giorno. 
In cucina ho visto 5 o 6 addetti che preparano i piatti forti al momento, mentre un paio di camerieri si muovono freneticamente in "sala". In questi posti talvolta si deve condividere il tavolo, in altri casi viene chiesto il consenso, ma se c'è fila è molto apprezzato chi, come me, invita il cameriere a far sedere i primi della fila al proprio tavolo, limitando la loro attesa e creando l'occasione per scambiare due parole con autentici locali. 

martedì 14 novembre 2017

Alebrijes, creature fantastiche ... e alcuni tamales


Un alebrije è una figura di un essere immaginario, solitamente in buona parte zoomorfo con elementi di un singolo o più animali, realizzato in cartapesta dipinta con colori molto vivaci e brillanti. Sono prodotti artigianali tipicamente messicani, ma non di antica tradizione. Infatti, è assodato che i primi alebrijes furono creati da nel 1936 da Pedro Linares López e la storia della loro origine, così come raccontata dallo stesso autore, è a dir poco abbastanza singolare.
A 30 anni Pedro si ammalò gravemente e a un certo punto cadde in un sonno profondo, quasi un coma, e i familiari non avendo risorse per poter chiamare un medico né per comprare medicine, dopo aver tentato con vari rimedi casalinghi, già disperavano e lo credevano morto quando, fra lo sgomento di chi lo vegliava, si risvegliò completamente ristabilito.
A quel punto cominciò a raccontare di aver fatto un lungo sogno nel quale si trovava nel magico scenario di bosco accogliente, con animali, rocce e piante di ogni tipo fra i cui rami poteva scorgere il cielo azzurro con poche nuvole chiare. Tutto era calmo, non sentiva nessun dolore ed era felice di camminare in questo posto quando  All'improvviso le rocce, le nuvole, le piante e gli animali si convertirono in strane creature che non poteva identificare poiché erano di natura molto strana. Ricordava chiaramente di aver visto, fra gli altri, un gallo con corna di toro, un asino con le ali, un leone con la testa di cane, e tutti gridavano all'unisono: Alebrijes!, e poi continuavano a ripetere sempre più forte Alebrijes! Alebrijes! Alebrijes!
 
 
Pedro continuò il suo cammino in quel posto fantastico e,  mentre percorreva un sentiero selciato, vide un uomo che passeggiava tranquillamente e gli chiese aiuto per uscire da lì. L'uomo, meravigliato, gli rispose che non era quello posto per lui e che proseguendo avrebbe trovato un'uscita. Pedro cominciò a correre e infine trovò una stretta finestra attraverso la quale poteva a malapena passare e in quel momento si svegliò. Immediatamente volle cominciare a descrivere a familiari e amici queste creature fantastiche e così, approfittando della sua abilità nel creare forme di cartapesta, cominciò a riprodurli e colorarli così come li aveva visti in sogno. Infatti Pedro, insieme con suo padre, trattava prodotti cartacei e produceva oggetti in cartapesta nel famoso mercato de La Merced (Ciudad de Mexico), dove le donne della famiglia erano tamaleras, preparavano e vendevano tamales. Questi sono “involtini” di pressoché qualunque alimento, dolce o salato, cotto a vapore avvolto in foglie per lo più di mais ma anche di yucca, banano o qualunque altra abbastanza grande e disponibile localmente. Si trovano imbottititi con qualunque vegetale, pesce o tipo di carne (In Ecuador provai perfino quelli di iguana ...) sono diffusi in tutta l’America Latina, dalle coste alla Ande, dalla Bolivia al Messico, dove si dice che se ne producano 500 tipi differenti.

Nel corso degli anni Pedro Linares mostrò i suoi lavori a molta gente sia in Messico che all'estero e fu invitato a esibire le sue opere negli Stati Uniti e anche in Europa.
​Un gallerista di Cuernavaca scoprì i suoi lavori e li li propose a Diego Rivera y Frida Kahlo,
di quali cominciarono a richederne altri. Rivera diceva che nessuno meglio di Linares poteva realizzare le figure che chiedeva; uno di queste opere si trova nel Museo Diego Rivera Anahuacalli di Ciudad de México.
Sull'onda di questo entusiasmo generale Linares migliorò ulteriormente la tecnica tradizionale insegnatagli dal padre e la perfezionò utilizzando sia cartone che carta più sottile (per lo più di quotidiani), spesso su una struttura di fili e giunchi. Oggi Miguel Linares, Paula García, Blanca e Elsa Linares continuano a produrre alebrijes seguendo gli insegnamenti di Pedro.
Dal 2007 il Museo de Arte Popular di CDMX realizza una sfilata di alebrijes monumentali, conosciuta come Noche de los alebrijes.
   
A onor del vero esiste un’altra versione dell’origine di queste figure, secondo la quale il pittore messicano José Antonio Gómez Rosas, detto El Hotentote, chiese al cartonero di realizzare una nave e un alebrije. L’artigiano gli chiese come fare e lui rispose “prendi un pupazzo e aggiungi una coda e ali di pipistrello”. Nei dipinti di El Hotentote sono frequenti figure zoomorfe e fantastiche nelle quali si combinano parti di rettili, uccelli, anfibi, insetti e mammiferi di qualunque epoca e qualunque luogo.
Comunque siano andate le cose Pedro Linares è il “padre” di tutti gli alebrijes.