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sabato 31 dicembre 2022

Microrecensioni 361-365: intrattenimento con commedie, sci-fi e buona musica

Come intermezzo, prima di chiudere l’anno con altri film di qualità, ho messo insieme tre   commedie grottesche abbastanza originali spesso al limite del demenziale e certamente non superlative, uno sci-fi di oltre 20 anni fa che sembra anticipare l’attualissimo metaverso e un dvd musicale (fra biografia e spettacolo) di un cantaora di flamenco appartenente a una grande famiglia di artisti.

 
eXistenZ (David Cronenberg, Can/UK, 1999)

Non fu tanto ben accolto da critica e pubblico questo sci-fi scritto e diretto da David Cronenberg, eppure mi piacque (pur non essendo il mio genere) e l’ho guardato di nuovo con piacere. Si sviluppa quasi completamente nella realtà virtuale e in una ulteriore realtà virtuale a partire da questa. Tante situazioni futuristiche (poco reali) e personaggi dal comportamento molto strano costituiscono l’ambiente che vede contrapposti i produttori di giochi in ambienti virtuali e i loro feroci oppositori che vogliono solo la realtà; tutti pronti ad eliminare gli avversari in maniera violenta. Alcune scene possono risultare sgradite per chi è di stomaco debole, ma nel complesso hanno una loro giustificazione per la funzionalità della contorta e sorprendente trama. Oltre ai protagonisti Jude LawJennifer Jason Leigh, si apprezzano anche Ian HolmWillem Dafoe in parti secondarie. Orso d’Argento a Berlino, 4° miglior film dell’anno per Cahiers du Cinéma.

Casacueva y Escenario (Morente, Spa, 2008)

Ottimo dvd che raccoglie tre diverse esibizioni di Estrella Morente, per una durata totale di oltre 2 ore. Quasi la metà è montaggio dei pezzi interpretati nel corso di un concerto tenutosi nel Patio del Aljibe De La Alhambra di Granada nel 2004; le altre due parti sono invece informali, praticamente riunioni familiari con pochi amici intimi, ovviamente tutti artisti del flamenco. Pezzi estemporanei e qualche passo di danza oltre alla protagonista vedono impegnati noti chitarristi come Juan Habichuela e Miguel Carmona, varie cantaoras fra le quali spicca l’ineffabile Isabel la Golondrina. Queste due parti furono registrate in una cueva originale del Sacromonte di Granada (abitazione rupestri del quartiere tipicamente gitano) e nella casa del padre di Estrella, il famoso Enrique Morente, regista del dvd. Partecipano anche i germani di Estrella (Soleá e Kiki), nonché Aurora Carbonell, madre dei tre, già bailaora conosciuta come la Pelota. Tutto si svolge quindi in una atmosfera rilassata, cordiale e scherzosa, palesemente genuina.  

  
Be Cool (F. Gary Gary, USA, 2005)

Commedia crime grottesca, realizzata da un eclettico regista/produttore, che è riuscito anche in questo caso a coinvolgere tanti volti noti di Hollywood (attori e commedianti bravi e meno bravi) in un progetto confuso, satirico e a volte divertente includendo ridicole morti e violenze fra numerosi stereotipi del mondo delle produzioni cinematografiche e musicali, fra usurai, mafiosi russi, aspiranti attori, bande di ipermuscolosi afroamericani che vanno in giro con potenti Hummer, grosse pistole ben in evidenza e musica a tutto volume. Vale la pena di citare almeno i più conosciuti elementi del cast che si sono prestati a questo pastiche: John Travolta, Uma Thurman, Harvey Keitel, The Rock, Danny DeVito, James Woods, Steven Tyler, Vince Vaughn. In quanto a F. Gary Gary, ha iniziato dirigendo video musicali pluripremiati e di grande successo, solo successivamente si è cimentato in vari film d’azione (e di cassetta) fra i quali The Negotiator (1998), The Italian Job (2003) e Straight Outta Compton (2015), il suo più quotato, Nomination Oscar per la sceneggiatura. Be Cool fu stroncato dalla critica americana e ha ancora rating bassi, tuttavia ha incassato il doppio di quanto speso per la produzione.

Rocknrolla (Guy Ritchie, UK, 2008)

Terzo film a tema malavita londinese, fra balordi e mafia russa, con tanta violenza, truffe e spargimenti di sangue, dopo Lock Stock (che fece conoscere Guy Ritchie e lanciò Jason Statham) e Snatch con Brad Pitt e Benicio del Toro. Non vale gli altri due che almeno erano una novità; la violenza (per quanto palesemente finta) è esagerata e le vicende dei due russi indistruttibili a metà film è del tutto ridicola. Peccato perché l’intricata struttura di minacce, collusioni e tradimenti poteva essere sceneggiata molto meglio.

Promettilo (Zavet) (Emir Kusturica, Ser, 2007)

Altro film al di sotto degli standard del regista. Qui Kusturica non riesce ad incidere, storia troppo surreale anche se alcune trovate possono essere viste come geniali e divertenti, passi che diventino una specie di tormentone. La musica balcanica è piacevole come al solito e la brass band commenta tutto in modo appropriato l’intero film. Come scritto nel preambolo, anche questa è una commedia leggera, senza pretese, adatta per il clima festivo di questo periodo. Guardabile.

venerdì 23 dicembre 2022

Microrecensioni 346-350: ottime commedie surreali e cult + un dramma USA/cileno

In questo gruppo i primi 4 sono tutti surreali e cult, in maniere e proporzioni diverse. Unisco il commento dei due spagnoli, entrambi diretti dal geniale e creativo Javier Fesser, non per niente proveniente dal settore pubblicitario di livello internazionale. In merito a uno dei cult ho già pubblicato post specifico, l’altro è stata una piacevole sorpresa, facente parte di quella serie di film assolutamente originali prodotti in Cecoslovacchia (parliamo degli anni ’60) nell’ambito della Czech New Wave, fra i cui leader c’era Milos Forman poi emigrato in USA nel 1968 dove avrebbe diretto One Flew Over the Cuckoo's Nest (1975, Oscar per la regia + altri 4), Ragtime (1981) e Amadeus (1984, Oscar per la regia + altri 7).

  
  • El secdleto de la tlompeta (Javier Fesser, Spa, 1995) corto, 17’
  • El milagro de P. Tinto (Javier Fesser, Spa, 1998)

Finalmente ho trovato online il film in HD e colto l’occasione per godermi di nuovo questa originalissima commedia semi-demenziale, eppure arguta, piena di dark humor e, soprattutto, di surrealismo. La prima visione mi era “capitata” in volo e quindi, sul piccolissimo schermo, avevo potuto apprezzare solo parte delle tante scritte e dettagli, nessuno dei quali casuali. In breve, ed evitando spoiler, tratta di una coppia molto particolare seguendola dai tempi delle elementari fino ad età avanzata. Con la loro storia si intrecciano quelle di tanti altri personaggi ancor più singolari (extraterrestri, evasi da un manicomio, operaio tuttofare ultranazionalista e razzista, prete despota, …) il tutto in modo quasi romantico nonostante il gran numero di incidenti e morti violente. Uno dei protagonisti va in giro con una bombola di gas, interpretato dallo stesso attore che nel precedente corto El secdleto de la tlompeta fuggiva dalla Guardia Civil con 2 bombole, e ciò ricorda tanto Javier Bardem in No Country for Old Men (2007).
Le riprese variano dal bianco e nero dei flashback in un non meglio identificato paese dell’est Europa (almeno a giudicare dal singolare idioma, sottotitolato anche se, essendo fasullo, è in gran parte comprensibile) ai colori sparati, brillanti e molto contrastati in pieno stile pubblicitario. Il film è un susseguirsi di eventi geniali, mai tirati troppo per le lunghe, qualcuno ripetuto a mo’ di tormentone, ma sempre in situazioni diverse. Sono inclusi miracoli (o presunti tali), un intervento della NASA, treni che passano ogni 25 anni, viaggi nel tempo e chi più ne ha più ne metta. Non da ultimo, si deve apprezzare la composizione del cast nel quale, fra fisionomia e trucco, non c’è una sola persona comune o volto banale. Secondo me sono assolutamente imperdibili, almeno il film.

The Cassandra Cat (Vojtech Jasný, Cze, 1963)

Film apparentemente per famiglie e bambini, ma con non tanto velata critica politica e sociale. Al seguito di artisti girovaghi viaggia un gatto con gli occhiali che, quando gli sono sottratti, mette in mostra le vere personalità dei presenti facendoli apparire completamente viola (ipocriti), gialli (infedeli), grigi (disonesti) o rossi (quelli che amano). Ciò porta scompiglio nella piccola cittadina, dato che molti tentano di nascondere il proprio colore e quindi la loro vera indole, ma c’è anche aperto contrasto fra il direttore della scuola (uomo del regime) con i suoi accoliti che vorrebbero eliminare il gatto e tutti i bambini e gran parte degli abitanti che vorrebbero salvarlo. Tranne la scena centrale con danza delle persone colorate (un po’ più lunga del necessario) è una piacevole commedia che sfrutta anche la location della spettacolare piazza di Telc (Rep. Ceca), quella poi utilizzata anche da Herzog per alcune scene Nosferatu (1979) e quasi tutto Woyzeck (1979). Premio speciale della Giuria a Cannes. Segnalo altro film della Czech New Wave, ancora più folle di questo; mi riferisco a Happy End (1967, Oldrich Lipský), film interamente montato con scene proiettate temporalmente al contrario!

 

En este pueblo no hay ladrones
(Alberto Isaac, Mex, 1964)

Ne ho ampiamente parlato nel post precedente

Gloria Bell (Sebastián Lelio, USA, 2018)

Come vari registi sudamericani che dopo uno o due successi internazionali si fanno irretire dalle case produttrici occidentali, ma non riescono più a mantenere la qualità inziale. Sebastián Lelio che deve la sua notorietà internazionale soprattutto a Una mujer fantástica (Oscar + 3 Premi a Berlino) dopo essersi fatto conoscere con Gloria (2013, altri 3 Premi a Berlino). Ha diretto il suo primo film in inglese nel 2017 (Disobedience) seguito da questo Gloria Bell, che altro non è che il remake americano del suo stesso Gloria cileno. Nonostante le buone performance dei due protagonisti Julianne Moore e John Turturro, i rispettativi personaggi sembrano un po’ fuori dalla realtà e il film non convince più di tanto. Remake praticamente inutile, come la maggior parte dei remake.

domenica 18 dicembre 2022

Microrecensioni 341-345: gruppo fra noir e commedia, con un docu-film

Due noir di Clouzot, uno dei vari ottimi registi francesi di età secolo scorso stimati dai conoscitori ma poco noti al grande pubblico al di fuori della Francia, come per esempio Melville. Noir che però hanno anche una buona parte di commedia; certamente non sono dark e seri come Le corbeau (1943) e Les diaboliques (1955) che sono i suoi più apprezzati lavori del genere. Completano il gruppo un buon docu-film familiare-naturalistico, un’altra Ealing comedy e il noir messicano del quale ho già scritto.

 

Quai des Orfèvres (Henri-Georges Clouzot, Fra, 1942)

Tratto da un romanzo di Stanislas-André Steeman, con sceneggiatura e dialoghi (pertinenti e credibili) dello stesso Clouzot. Sono ottime anche fotografia e interpretazioni, fra le quali spicca quella di un relativamente giovane Bertrand Blier (30enne), ma sono bravissime anche le due prime donne Suzy Delair e Simone Renant, nonché Louis Jouvet (l’ispettore di polizia) e Charles Dullin nei panni del viscido e inquietante Brignon. Film interessantissimo e di ritmo rapido che non consente distrazioni da parte del pubblico; quasi in ogni scena c’è qualche elemento che può essere visto come un indizio, una trascuratezza dell’assassino, un rischio di rivelare una bugia. A metà strada fra un dramma della gelosia ossessiva e un noir con mille risvolti e colpi di scena; situazioni facilitate dalle continue bugie raccontante anche quando non sono necessarie. Tempi e dettagli sono tutti ben studiati e posizionati alla perfezione nella scaletta. Premo internazionale per la regia e Nomination per il Gran Premo internazionale a Venezia.

L'assassin habite ... au 21 (Henri-Georges Clouzot, Fra, 1942)

Per un crime (in effetti commedia thriller) l’asserzione del titolo (assolutamente vera) può apparire come un controsenso, ma non è così in quanto l’indirizzo è quello di una pensione nella quale alloggiano molti tipi strani e sospetti. Sotto falsa identità l’ispettore si introduce nella comunità travestito da sacerdote e alternando scene da thriller e da commedia si seguono gli sviluppi delle sue indagini, piene di colpi di scena e sorprese. Come in Quai des Orfèvres, l’elemento di disturbo è il personaggio di Suzy Delair (l’intrigante moglie dell’ispettore) che si presenta a sorpresa e sotto mentite spoglie. Molti paragonano Clouzot a Hitchcock per il suo far vedere senza mostrare e per il senso dell’umorismo. Piacevole, ben diretto e ben interpretato.

  

Alamar (Pedro González-Rubio, Mex, 2009)

Si potrebbe definire un documentario familiare in quanto i protagonisti sono quasi esclusivamente un padre messicano (pescatore indigeno) e suo figlio di 4 anni che normalmente vive a Roma con la madre, ma temporaneamente sta con lui su una palafitta presso la Costa Maya. Pesca responsabile e giusto approccio con la natura sono quindi il tema del film, nel quale ognuno interpreta sé stesso. A parte qualche altro pescatore locale, riveste un ruolo importante uno più anziano ed esperto che vive nella stessa essenziale capanna e fa da mentore al padre e figlio. Brevi apparizioni all’inizio e alla fine del film sono riservate alla madre del fortunato ragazzino, che certamente non avrà dimenticato l’esperienza del repentino passaggio da una moderna città europea ad una casa di legno circondata dal mare, praticamente senza niente, dalla quale parte ogni mattina alla scoperta della barriera corallina, imparando a sommozzare, a pescare, a pulire il pesce che poi mangeranno. Ci sono anche escursioni a terra ed il tentativo di addomesticare un guardabuoi (un tipo di airone). Film d’apertura Generation Kplus a Berlino.

The Ladykillers (Alexander Mackendrick, UK, 1955)

Alle 3 Ealing Comedies guardate di recente ho voluto aggiungere questa, la più famosa, ma non direi la migliore in assoluto. Rispetto alle altre è troppo grottesca e ciò sminuisce la qualità complessiva, nonostante la buona sceneggiatura che ottenne la Nomination Oscar. Oltretutto Alec Guinness è meno brillante del solito e anche Peter Sellers, nel suo primo ruolo di una certa importanza in un film, è ben lontano dall’attore che poi diventerà. Ne è stato prodotto un remake nel 2004 con protagonista Tom Hanks e sceneggiatura dei fratelli Coen … nonostante ciò è stato un flop come la maggior parte dei remake.

Después de la tormenta (Roberto Gavaldón, Mex, 1955)

Di questo ho già trattato, seppur concisamente, nel post precedente, allargando il discorso ad altri buoni film e scritti su temi simili cioè sostituzioni di persona e false identità. 

lunedì 17 ottobre 2022

Microrecensioni 296-300: due commedie romantiche e 3 splatter

Avevo cominciato con l’ultimo dei Contes des quatre saisons di Rohmer che ho abbinato ad una commedia muta di un altro maestro del genere: Ernst Lubitsch. Su MUBI è poi apparso un horror giapponese diventato subito un cult per aver incassato 1.000 volte la somma investita per la produzione. La mente è quindi andata ad un altro cult a bassissimo budget che ho voluto guardare di nuovo e ho completato la cinquina con uno splatter molto dark di Tim Burton.

One Cut of the Dead (Shinichirô Ueda, Jap, 2017) tit. it. Zombie contro zombie

La traduzione letterale del titolo originale è: Non fermare la ripresa! e si riferisce ovviamente al piano sequenza iniziale di 37 minuti realizzato per un programma televisivo in diretta. In effetti il film si può dividere in due parti ben distinte pur essendo sostanzialmente molto simili. Il tecnicamente molto pregevole (ancorché quasi amatoriale) piano sequenza con il quale si apre il film viene proposto come un programma in diretta sul tema zombie. Appena terminato, inizia un flashback che farà scoprire agli spettatori le origini dell’idea, il reclutamento del cast e infine come si è riusciti a portare a termine il lavoro nonostante i mille imprevisti che, ovviamente, non svelo. Di conseguenza, la prima parte si presenta veramente come un B-horror sgangherato, mentre la seconda appare molto più creativa e divertente svelando trucchi, improvvisazioni e incidenti … fino alla fine. Sostanzialmente è un’operazione perfettamente riuscita (100% di recensioni positive su RT, e sono 95, non due o tre) per questo gruppo composto per lo più da esordienti che hanno pagato loro stessi per produrre il film che è costato 25.000 $ e ne ha incassati 25 milioni! Un simile successo basato sull’idea di mostrare le riprese di un film amatoriale nel film fu The Blair Witch Project (1969) con 248 milioni incassati a fronte di 60.000$ investiti, anche se dopo l’enorme successo al Sundance fu sottoposto ad un gran lavoro di post-produzione raggiungendo il ½ milione). Fra gli altri film a ridottissimo budget diventi cult posso ricordare il geniale Tangerine (2015, di Sean Baker, girato con 3 iPhone) e El Mariachi (1992, esordio di Robert Rodriguez), che per tal motivo ho inserito in questa cinquina.

 
Conte d'automne (Éric Rohmer, Fra, 1998)

Ultimo dei Contes des quatre saisons che, a differenza degli altri, vede come protagonisti personaggi di mezza età, trattando solo marginalmente gli amori giovanili. Ambientato nelle campagne della valle del Rodano, propone un intreccio di relazioni amorose; varie amiche (ognuna senza dir niente alle altre) tentano di trovare un compagno ad una vedova che vive semi-isolata prendendosi cura del suo vigneto nell’Ardeche. Equivoci, casualità, discorsi accademici sull’amore e vita di coppia, aspirazioni, corteggiamenti e matrimoni, non fanno certo annoiare gli spettatori. Abbastanza più vario rispetto agli altri del ciclo.


El Mariachi (Robert Rodriguez, Mex/USA, 1992)

Primo lungometraggio di Robert Rodriguez, che diede seguito alla storia con Desperado (1995) nel quale inserì un cameo di Quentin Tarantino e da allora i due divennero collaboratori a tutti gli effetti. Infatti seguirono Dal tramonto all’alba (1996, sceneggiatura di Tarantino), l’ottimo Sin City (2005, co-diretto con Frank Miller e Quentin Tarantino come special guest director), Grindhouse (2007) doppio spettacolo con Planet Terror diretto da Rodriguez e Death Proof da Tarantino. Il regista aveva cominciato da piccolo a produrre short casalinghi e grazie a tale esperienza riuscì a girare questo film spendendo solo 7.000 dollari fungendo da produttore, regista, sceneggiatore, responsabile degli effetti speciali e operatore. La storia si basa su un classico scambio di persona: un mariachi itinerante con la sua chitarra e un pericoloso criminale che in una custodia simile nasconde un arsenale. Recitazione molto scadente ma per questo tipo di operazione, e a questi costi, tutto è giustificato. Premio del pubblico al Sundance.

 
The Marriage Circle (Ernst Lubitsch, USA, 1924)

Regista berlinese già applaudito in patria, nel 1923 iniziò la sua carriera hollywoodiana con Rosita (con Mary Pickford) e questa commedia sofisticata fu il suo secondo successo. Un intreccio di tentati corteggiamenti, speranze di divorzi, pedinamenti, quasi scambi di mogli e amicizie tradite nell’ambiente dell’alta società. Rispetto a molti film della stessa epoca, si distingue la moderazione nella recitazione, senza attori che si agitano in modo esagerato, controllo dei tempi e giusta quantità di cartelli. Non per niente Lubitsch fu un modello per tanti, ottenendo 3 Nomination Oscar e infine insignito dell’Oscar alla carriera nel 1947. Fra i suoi film più noti Ninotchka (1939), Il cielo può attendere (1943) Vogliamo vivere (1942, 228° miglior film di tutti i tempi).

Sweeney Todd (Tim Burton, USA/UK, 2007)

Penso che se Tim Burton avesse rinunciato proporlo in chiave musical, il film avrebbe potuto ottenere miglior successo. Troppe sono le canzoni e per niente avvincenti; a qualcuno probabilmente ha dato anche fastidio l’eccessivo spargimento di sangue conseguenza dei tanti sgozzamenti e lo “stile della cucina”. La sceneggiatura, comunque molto dark e con vari twist, è al contrario interessante e avvincente, con vari personaggi grotteschi interpretati da bravi attori, il tutto inquadrato nelle ottime scenografie completate da arredamenti e costumi di qualità.  Oscar per le scenografie a Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo, Nomination per i costumi e a Johnny Depp protagonista.

lunedì 11 luglio 2022

Microrecensioni 196-200: iconico curry western e 4 Cantinflas

Restando in tema pietre miliari del cinema indiano, ai precedenti 2 ho aggiunto Sholay, film cult e di cassetta, ma certamente di valore artistico inferiore agli altri. Mi sono poi imbattuto in una raccolta di commedie di Cantinflas fra le quali ne ho scovate 4 non ancora viste, alcune in HD e con rating medi 7,1 su IMDb, e così ho completato il secondo centinaio di film del 2022!

Sholay (Ramesh Sippy, Ind, 1975)

Oltre a dare la stura al genere del cosiddetto curry western (film indiani, ambientati in India, in stile spaghetti western) questo fu quello che dopo ben 15 anni superò il primato di Mughal-e-Azam al botteghino, anche perché il prezzo dei biglietti era ovviamente aumentato. C’è uno spietato villain che, con la sua banda, taglieggia gli abitanti di un villaggio, c’è un ex poliziotto in cerca di rivincita nei suoi confronti, due criminali ingaggiati da quest’ultimo per catturare il cattivo e, ovviamente, un paio di conne per due storie d’amore. Come in ogni Bollywood classico sono aggiunti intermezzi musicali e da commedia. Queste ultime sono la pecca, anche perché inutilmente stiracchiate in un film di 3h30’ … ma evidentemente avevano ragione i produttori visto che hanno avuto tanto successo.

 
Come già scritto in una precedente occasione, penso sia necessario ripetere che Cantinflas è stato il più amato comico messicano con un suo attivo una cinquantina di film; ha lavorato anche a Hollywood e a sua più famosa interpretazione internazionale (per la quale vinse il Golden Globe come miglior attore) è quella nei panni di Passepartout in Il giro del mondo in 80 giorni (1956, di Michael Anderson, 5 Oscar e 3 Nomination) al fianco di David NivenNella maggior parte dei casi ha interpretato personaggi popolari di buon cuore, sempre abbastanza illetterato da poter avere la possibilità di esibirsi nel suo eloquio contorto e inconcludente, pieno di errori grammaticali e sintattici, interpretando le parole con il significato che più gli convenisse. Molti dei suoi discorsi sono quindi intraducibili in altri idiomi e per questo i suoi film vengono talvolta associati a quelli dei fratelli Marx. Questa particolarità ha addirittura a generato una serie di vocaboli poi accreditati perfino dalla Real Academia Española; nel dizionario ufficiale sono quindi inseriti il sostantivo cantinflas (“persona che agisce o parla come Cantinflas, in modo insensato e incongruente senza dire niente di concreto”) e vari derivati fra i quali il sostantivo cantinfleo e il verbo cantinflear. Sta sempre dalla parte dei poveri degli sfortunati e di quelli comunque oppressi da potenti e malavitosi o dal sistema in generale. Charlie Chaplin affermò disse di considerare Cantinflas il più bravo comico vivente.

 
¡Así es mi tierra! (Arcady Boytler, Mex, 1937)

Secondo suo film, quindi non ancora vero protagonista pur risaltando nel cast; la sua strepitosa carriera sarebbe iniziata 3 anni dopo con Ahí está el detalle, diretta da Miguel M. Delgado con il quale poi collaborò in altri 32 casi. Il film non fu molto apprezzato avendo molti alti e bassi nella sceneggiatura, nonostante il cast con tanti affermati caratteristi e la buona regia di Arcady Boytler, uno dei russi immigrati in Messico, noto soprattutto per La mujer del puerto (1934).

Un día con el diablo (Miguel M. Delgado, Mex, 1945)

Cantinflas viene incastrato con una sostituzione di persona; viene arruolato di forza, vola al cielo e dopo essere stato accettato da San Pietro ha anche un incontro con il diavolo. Non fra i migliori, troppo surreale rispetto alle più apprezzate farse in stile quasi neorealistico.

El bombero atómico (Miguel M. Delgado, Mex, 1952)

Nei suoi film Cantinflas ha interpretato quasi ogni tipo di professionista (perfino deputato, medico, sacerdote e ambasciatore) e lavoratore (spazzino, fotografo, charro o semplicemente un analfabeta o profugo). A volte la bontà dei suoi personaggi si rifletteva anche nella vita reale come nel caso della produzione di questo film; dopo essersi reso conto del pessimo stato della caserma dei pompieri e della mancanza di automezzi decenti, ne comprò di nuovi e fece ricostruire la caserma donando poi il tutto alla città. In effetti interpreta un pompiere solo in parte del film in quanto inizia come strillone per poi diventare pompiere e infine ispettore di polizia. Nonostante i disastri che combina, riesce sempre a far carriera e infine a sgominare una pericolosa banda di criminali.

El portero (Miguel M. Delgado, Mex, 1953)

L’essere portiere tuttofare in un condominio popolare e molto movimentato, pone Cantinflas al centro di questo mondo fra feste in cortile, corteggiamenti, morti, prepotenze, gelosie e chi più ne ha più ne metta.

E questo è un esempio dell'eloquio di Cantinflas nella lunga scena del tribunale in Ahí está el detalle, nella quale, alla fine, anche gli avvocati di accusa e difesa nonché il giudice vengono contagiati e cominciano a cantinflear.

giovedì 28 aprile 2022

Microrecensioni 116-120: il cinema di Johnnie To (HK)

Con oltre una cinquantina di film diretti e ancor più prodotti, Johnnie To è da decenni rispettato e apprezzato non solo nella natia Hong Kong ma anche in tutto l’Oriente, avendo oltretutto avuto successo in vari generi. Cominciò con la TV, nel 1980 passò al cinema con film wuxia e commedie, verso la fine del secolo fondò con Wai Ka-Fai la Milkyway Image con un nuovo stile di noir e crime, nei primi anni del 2000 tornò alle commedie per poi arrivare ad un successo mondiale partecipando a grandi Festival internazionali come Cannes, Venezia e Berlino. I suoi film che hanno avuto maggior diffusione in occidente sono comunque quelli del genere noir/crime e fra questi ci sono Breaking News, Election e Triad Election (visioni previste nella prossima cinquina). Completa la cinquina una commedia grottesca diretta e interpretata da Robert Carlyle (Begbie in Trainspotting). 

 

PTU
(Johnnie To, 2003, HK) 

Storia concentrata in poche ore notturne, alla ricerca della pistola di ordinanza persa da un ispettore di polizia. I membri della squadra speciale PTU (Police Tactical Unit) si danno un termine per cercare di recuperare l’arma e far passare l’incidente sotto silenzio, levando cosi dai guai il collega. Ben girato, con una ottima fotografia notturna delle strade, palazzi e vicoli semi-illuminati, con il gruppo di agenti che si muove lentamente in assoluto silenzio. Nel poco tempo della ricerca c’è comunque spazio per vari eventi, incontri inaspettati, twist, elementi di disturbo e sorprese (fino all’ultima scena). La pecca mi è sembrata quella dello scontro a fuoco conclusivo, molto ben costruito in stile shootout da western, ma in effetti mal realizzato.

The Mission (Johnnie To, 1999, HK)

Similmente a PTU, Johnnie To costruisce lentamente la storia, presentando i protagonisti e mostrando le loro relazioni e rivalità, per poi arrivare al sorprendente confronto finale. Anche se è molto apprezzato da Quentin Tarantino, sappiate che è ben lontano dalla violenza fine a sé stessa e certamente non ha niente di splatter. Gli spettatori, specialmente quelli occidentali, si rendono ben presto conto conto che, seppur con molte somiglianze, i poteri sono diversi così come, il rispetto per i capi e le punizioni inflitte a chi non rispetta le regole. I metodi dei cinque guardaspalle del boss e il loro confronto finale sono senz'altro ben messi in scena.

  

My Left Eye Sees Ghosts
 (Johnnie To, 2002, HK)

Si tratta di una delle commedie più note di To, con una trama che riesce ad essere originale e piena di sorprese, pur sfruttando il tema del fantasma/angelo custode, visto e rivisto in innumerevoli commedie classiche americane ed europee del secolo scorso. Simpatica l’ambientazione nella vita della ricchissima classe dirigenziale (di un’azienda diretta da solo donne, tutte parenti o quasi) nella quale piomba la giovanissima vedova, dichiaratamente interessata esclusivamente al denaro. Singolari anche le caratterizzazioni dei vari fantasmi che interagiscono con i viventi, nonché quelle degli esorcisti e esperti dell’aldilà. Descritto così può sembrare uno stupido guazzabuglio, ma in effetti è molto ben congegnato e, pur non essendo certo un capolavoro, si può tranquillamente definire una buona commedia romantica fantasy.

Throw Down (Johnnie To, 2004, HK)

Questo film, proposto su MUBI, mi ha fatto scoprire Johnnie To del quale, sinceramente, non avevo mai sentito parlare (questo è il bello del cinema, non si finisce mai di scoprire …). Si tratta di un dichiarato omaggio ad Akira Kurosawa ed in particolare al suo film di esordio Sanshiro Sugata (1943) che aveva temi simili e, a differenza di tanti altri film del regista giapponese pieni di combattimenti con varie arti marziali, qui si pratica solo judo. Inoltre il simpatico e socievole figlio ritardato di un boss si presenta sempre agli altri dicendo “Io sarò Sanshiro Sugata e tu Higaki”, i due protagonisti del film di Kurosawa. Un po’ noir, un po’ commedia, scorre con molti combattimenti, ma tutti di brevissima durata. Nel complesso si evidenzia il grande rispetto per quell’arte e il costante rispetto delle regole. Buono, ma non fra i migliori, con un passo lento ci fa conoscere un certo ambiente notturno, popolato da piccoli malviventi agli ordini di improbabili boss, avventori occasionali, bevitori e giocatori d’azzardo. Stranamente, le strade nelle quali si svolge parte dell’azione, sono quasi sempre semideserte e silenziose, illuminate ma non troppo, e, complice un originale commento musicale, forniscono una suggestiva atmosfera di Hong Kong. La premiere mondiale coincise con la proiezione fuori concorso a Venezia nel 2004.

Barney Thomson (Robert Carlyle, 2015, UK)

Prima e unica regia di Robert Carlyle che, certamente, sarà ricordato più come attore essendo stato protagonista di film che hanno fatto storia come Trainspotting (1996) e The Full Monty (1997). Si fa notare Emma Thompson (molto invecchiata grazie al trucco) nei panni della stravagante madre del protagonista interpretato dallo stesso regista. I personaggi sono ben caratterizzati in modo molto ironico, ma la storia è proposta in troppo esagerata, anche se in essa sono ben inseriti alcuni originali twist. Nel complesso risulta appena sufficiente, può andare bene per una visione a tempo perso …

domenica 14 novembre 2021

Micro-recensioni 331-335: interessanti film su condizionamenti sociali molto vari

Film di provenienza molto diversa (5 paesi diversi, di 3 continenti), ognuno con una sua storia particolare sostanzialmente semplice ma condizionata da modi di pensare, tradizioni, convenzioni. Si passa dagli indigeni dell’Amazzonia brasiliana a chi scappa dai guerriglieri narcos colombiani, dagli uomini d’onore mafiosi a chi tenta di isolarsi nella Turchia asiatica interiore; completa il gruppo la storia di una ragazza vittima delle convenzioni sociali degli anni ’80. Essendo tutti interessanti e più che sufficienti, procedo in ordine cronologico.

 
Mafioso (Alberto Lattuada, 1962, Ita)

Ci sono arrivato per mia curiosità dopo aver notato che i grandi amici Rafael Azcona e Marco Ferreri (dei quali ho parlato nel post che includeva La vaquilla) avevano collaborato alla sceneggiatura di questa commedia grottesca. Un siciliano trapiantato con successo a Milano torna al paesino natio dopo vari anni per due settimane di vacanza e per far conoscere ai genitori sua moglie (bionda e settentrionale) e le due figlie. Non solo il culture clash sarà al centro di tutto, ma si scopre anche un passato di picciotto d’onore del protagonista (Alberto Sordi) al quale vengono ricordati privilegi e oneri del suo ruolo. L’idea (di Bruno Caruso) era più che interessante, ma penso che la scelta dell’interprete (come quasi sempre sopra le righe) non mi sembra che fu la più felice. Chiaramente si sguazza fra i tanti stereotipi e luoghi comuni relativi ai siciliani, specialmente quelli di metà secolo scorso.

Le rayon vert (Éric Rohmer, 1986, Fra)

Ottimo classico rohmeriano, quinto dei sei che compongono la serie Commedie e proverbi che era stata preceduta dai Sei racconti morali e fu seguita dai Racconti delle quattro stagioni. A Venezia vinse il Leone d’Oro e altri 3 premi (Golden Ciak, FIPRESCI, Marie Rivière miglior attrice) e miglior film dell’anno per Cahiers du Cinéma. Marie Rivière, che aveva esordito proprio con Rohmer in Perceval le Gallois (1978), in questo film oltre ad interpretare la protagonista ebbe un ruolo fondamentale nella stesura della sceneggiatura conoscendo alla perfezione quella generazione di giovani irrequieti, spesso indecisi e volubili. Commedia romantica che segue per qualche settimana la vita movimentata (ma solo per i km percorsi) della 30enne Delphine che deve riorganizzare le sue vacanze estive dopo che salta un viaggio in Grecia con amici. Da Parigi (dove ritorna quasi ogni volta) andrà in campagna, a Cherbourg, La Hague, Biarritz, Saint-Jean-de-Luz.


Watchtower
(Pelin Esmer, 2012, Tur)

Doppio dramma umano diretto da una giovane regista turca, già apprezzata per i suoi precedenti lavori. Casualmente si incrociano le vite dei due protagonisti che tentano di isolarsi da famiglia e resto del mondo, uno cercando di sfuggire ai suoi sensi di colpa accetta di buon grado una vita quasi da eremita in una isolata torretta di avvistamento antincendi, l’altra fugge da una vergogna che non sente ma che sa le verrebbe addebitata dalla chiusa mentalità arretrata e imperante nella provincia turca. Buone le interpretazioni e il modo in cui la regista svela il passato dei due poco alla volta. Certamente è il personaggio della ragazza quello più sfaccettato, che a volte diventa un po’ disturbante quando esplicita quello che sembra essere un odio generalizzato, per il mondo intero, anche verso chi tenta di aiutarla.

La sirga (The Towrope) (William Vega, 2012, Col)

Ambientazione minimalista in una capanna sulle rive di un lago andino della Colombia meridionale. Dopo che il suo villaggio è stato dato alle fiamme e la sua famiglia sterminata (ma niente di ciò viene mostrato), una ragazza si presenta a casa dell’unico parente conosciuto, tale Oscar, pescatore e proprietario di una improbabile guesthouse molto malandata. Pochi personaggi, ognuno con i propri problemi che si vanno ad aggiungere a quelli della totale insicurezza dovuta alla guerriglia. Le cose si complicano ulteriormente con il ritorno a casa del figlio di Oscar e gli avvenimenti diventano ancor più misteriosi, volutamente accennati e lasciati all’intuizione dello spettatore. Bella fotografia molto naturale che si avvantaggia degli scenari lacustri; buone anche le interpretazioni degli attori non professionisti (a tutt’oggi unico film per loro), due Nomination a Cannes.

Chuva é cantoria na aldeia dos mortos (The Dead and the Others) (Renée Nader Messora, João Salaviza, 2018, Bra)

Primo film in lingua (comune a molti indigeni dell’Amazzonia) con la maggior parte degli interpreti (compresi tutti i protagonisti) appartenenti all’etnia Krahô; secondo Wikipedia l’intera popolazione censita non raggiunge i 3.000 individui. Tranne i pochi bianchi che compaiono nella seconda parte quando il protagonista si reca nella cittadina di riferimento, tutti gli altri interpreti appartengono allo stesso villaggio e nei titoli si può notare che oltre la metà dei loro nomi terminano con Krahô, evidentemente secondo cognome che identifica l’etnia. Considerato che si segue molto la vita del villaggio, quotidiana e religiosa (animista), con rito dei morti e sciamani, il film risulta essere in buona parte documentaristico, il che aggiunge interesse e non sminuisce certo la qualità. Bravi i registi per le riprese in quella parte dell’Amazzonia (fra le foreste della parte alta e le savane di quella bassa) e per gestire alla perfezione gli attori non professionisti, sia i pochi protagonisti sia le numerose comparse fra i quali tanti bambini e anziani, quasi tutti spesso seminudi (o nudi) che per loro è la normalità.

mercoledì 15 settembre 2021

Micro-recensioni 251-255 - World Cinema: 2 URSS anni ’30, Svezia, India e Georgia

Da MUBI altri recuperi molto interessanti: due commedie drammatiche russe dei primi anni ’30, con velata propaganda stalinista, la seconda e più moderna muta e quasi surreale; una commedia (proprio così) sorprendentemente diretta da Bergman; un ennesimo dramma (leggero) del regista indiano Ray (quasi unanimemente considerato fra i migliori di sempre, in tutto il mondo) ed un sorprendente e affascinante biopic di un artista georgiano.

Pirosmani (Giorgi Shengelaia, 1969, Geo)

Ancora una volta dalla Georgia arriva un film che conferma la tradizionale qualità del cinema della ormai ex repubblica sovietica, che vanta antica propria cultura, lingua e scrittura. Pirosmani è il nome con il quale è comunemente conosciuto il pittore primitivista georgiano Nikoloz Aslanis Dze Pirosmanashvili (1862-1918), notissimo in patria, molto meno in Europa e oltreoceano se non fra gli esperti del settore. Artista autodidatta veramente originale per le sue scelte di vita (da vagabondo), in linea di massima non interessato al denaro, praticamente senza legami anche se benvoluto da tutti. Spesso regalava i suoi quadri o riceveva in cambio cibo e bevande (vino e vodka) dipingendo in loco e ciò spiega l’abbondanza di soggetti come tavolate, cantine, trattorie e feste all’aperto, ma dimostra anche grande interesse verso animali domestici e non. Ma non solo le opere mostrate sono affascinanti, anche il film è molto ben realizzato con ottima scelta di ambienti e attività tradizionali, lavorative e ricreative. Anche la scelta dei colori è singolare (dipinti e film) con molto nero con il quale contrastano tinte brillanti e a ciò si aggiungono le particolari tonalità della pellicola probabilmente prodotta nei paesi dell’est. Il film (consigliato) si trova anche su YouTube e per invogliarvi a guardarlo e a scoprire lo stile dell’artista georgiano aggiungo foto di qualcuno dei suoi quadri.






 
The Coward (Kapurush) (Satyajit Ray, 1965, Ind)

Dramma basato sull’incontro del tutto casuale di due ex fidanzati, lei ora sposata con un coltivatore di tè, lui sceneggiatore. Nel corso dei pochi giorni passati dal giovane in casa della coppia è evidente la tensione fra i due, ma per lui si tratta di un risveglio della passione, per lei una ostentata indifferenza (sincera?). Un dovuto flashback mostra gli eventi passati e quindi giustifica gli atteggiamenti di Karuna (la padrona di casa) e Amitabha (l’inatteso ospite). Solita ottima regia di Satyajit Ray con le interpretazioni di Madhabi Mukherjee e Soumitra Chatterjee (già apprezzati insieme in Charulata, 1964) che non sono da meno. Nomination Leone d’Oro a Venezia per la regia.

Smiles of a Summer Night (Ingmar Bergman, 1955, Swe)

Chi fosse convinto che Bergman abbia diretto solo mattoni (a prescindere dalla qualità) si dovrà ricredere poiché qui si tratta di una commedia romantica, come esplicitamente messo in evidenza nei titoli di testa. I personaggi sono un affermato avvocato con una moglie molto giovane (apparentemente illibata) della quale è invaghito il figlio di lui, un’avvenente e navigata attrice contesa fra l’avvocato e un ufficiale di cavalleria pronto a sfidare a duello chicchessia, anche lui con giovane moglie, amica della moglie dell’avvocato; ma c’è anche una giovane, avvenente e intraprendente cameriera sempre pronta a provocare gli uomini che le stanno attorno. La commedia si concluderà nella ricca residenza della madre dell’attrice, donna di grande esperienza (in tutti i sensi, almeno a quanto lascia intendere) che dispensa saggi consigli (non sempre morali) a tutti i suoi ospiti. Certamente differente da qualunque film di Bergman abbiate visto!

 
  • Outskirts (Okraina) (Boris Barnet, 1933, URSS)
  • Happiness (Schaste) (Aleksandr Medvedkin, 1935, URSS)

Questi due film, come anticipato, alludono alla situazione della vita nelle campagne sovietiche con riferimenti ai dogmi rivoluzionari. Nel primo l’azione si svolge in una cittadina di confine nella quale la principale produzione sembra essere quella delle calzature; lì convivevano pacificamente russi e tedeschi ma con la guerra i rapporti cambiano e il giovane tedesco protagonista della storia viene aggredito da alcuni, protetto e difeso da altri, fra i quali una sua pretendente.

Nel secondo, muto pur essendo del 1935, si assiste invece ad una commedia grottesca dai risvolti talvolta surreali o semplicemente caricaturali. Ambientato all’epoca dell’Impero Russo, prima della rivoluzione d’ottobre, c’è l’avido prete, il pigro cavallo (a pois), il granaio portato in giro a spalla. C’era anche un’altra particolarità, purtroppo andata persa: la sequenza iniziale fu la prima filmata a colori dalla Mosfilm.