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mercoledì 27 dicembre 2017

Un ottimo Natale, seppur poco convenzionale

Niente pranzo natalizio (o meglio, niente pranzo!) ma solo un piccolo snack a metà della mia splendida camminata di 24km lungo i sentieri del Parque Nacional del Teide
La sera prima avevo molto ben mangiato, e in abbondanza, in piacevole e molto varia compagnia familiare a Casa Tata (la tasca a un metro dalla mia “residenza”). Il menù prevedeva una gran varietà di piatti fra i quali, oltre a quelli classici di mare a gamberoni, gulas, polpo, cozze, (ma mancavano le navajas) c’erano anche un assortimento di formaggi accompagnati da pomodori secchi sott'olio, uova sode con ensaladillail classico brazo gitano di spinaci, patate,  insalata e poi è anche arrivata dell’ottima e tenera carne (al sangue) e salsa di funghi. C’erano anche vari dolci dei quali, come mio solito, ho fatto a meno senza alcun rimpianto.
Visto che le previsioni meteo per il 25 erano pressoché perfette per i miei programmi sono andato a dormire relativamente presto e di buon mattino, dopo un’adeguata colazione, mi sono avviato a prendere la guagua che mi avrebbe portato ai piedi di Montaña Blanca. In cielo non c’era l’ombra di nuvole l’aria era fresca e solo a tratti c’era un po’ di vento ma, avendo previdentemente scelto un percorso interamente al sole, ho potuto camminare quasi tutto il tempo a maniche corte, e ovviamente con i miei soliti short da trekking. L’ascesa fino ai 2.748 m della vetta è stata la parte più “trafficata” in quanto, trattandosi di una pista sterrata poco ripida, è praticamente alla portata di tutti anche se comunque fra andata e ritorno si percorrono 11km.
   
Giunto in cima, i panorami erano affascinanti in qualunque direzione guardassi, come si può notare dalle foto (chiaramente le due a sud e a est quasi in controluce ma ad occhio nudo erano tutt'altra cosa ...). In alto, e con buona luce, ci sono il Teide (ovest) e la Fortaleza e El Cabezon alle spalle del Llano de las Brujas (la piana delle streghe) con il mare sullo sfondo (nord); in basso buona parte de las Siete Cañadas e le pareti orientali della caldera con la sagoma dell'isola di Gran Canaria alle spalle (est) e Los Roques de García con il Llano de Ucanca e le pareti meridionali della caldera (sud).
   
Ai lati della sterrata che con una decina di tornanti porta in cima Montaña Blanca si possono ammirare una quantità di enormi e originali pietre nere di forma quasi sferica, conosciute come Piedras Negras o anche Huevos del Teide, che si formano similmente alla palle di neve. Bombe vulcaniche o pezzi di lava incandescenti cadono su un pendio di materiale minuto (lapilli, ceneri, pomici) e rotolano verso valle "assorbendoli" e assumendo il loro aspetto rotondeggiante, con il diametro che cresce fin quando la loro temperatura abbastanza elevata. 
   
Approfittando delle ottime condizioni meteo ed essendo in anticipo sulla mia tabella di marcia, invece di dirigermi subito verso El Portillo ho fatto una deviazione di un paio di km per salire in cima a Montaña Rajada , a mio parere affascinante e con ottime viste, ma fuori delle destinazioni abituali in quanto non ha nessun percorso ufficiale e segnato, pur avendo una comoda pista di accesso. Un misto di nere rocce "affilate" che sporgono da un mare di lapilli o, meglio, una montagna di lava dalle forme estremamente irregolari parzialmente coperta da una coltre di lapilli.  

Dalla cima altri panorami pressoché unici, come quello delle Minas de San José (sotto a sx) e le pareti orientali della caldera del Teide, e lungo l'ascesa singolari viste dei pendii di lapilli, quasi rosacei.
   
Dirigendomi poi verso El Portillo i panorami sono cambiati per l'ennesima volta con la presenza di numerosi arbusti a differenza dei terreni quasi del tutto  desertici attraversati fino a quel momento. Alla mia sinistra ho ammirato ancora una volta la Montaña de los Tomillos (foto a destra) dove prima o poi andrò.
   
Arrivato con largo anticipo alla fermata della guagua, ho voluto aggiungere un giro attorno all'Alto de Guamaso, sapendo che dal versante nord, da quasi 2.100 metri di quota, avrei potuto approfittare dell'ottima visibilità per scattare una foto della valle di Orotava e della costa settentrionale dell'isola, da Puerto de la Cruz a Santa Ursula e oltre, a valle della distesa di pino canario del Parque Natural de Corona Forestal.

Oltre a queste poche foto proposte, limitandomi, ne ho scattate un altro paio di centinaia. La sera, dopo i 24 chilometri percorsi fra i 2.000 e i 2.748 metri nel Parco del Teide ed altri 3 in città, ho recuperato con un abbondante cena casalinga il "pranzo natalizio" volontariamente evitato. 

Un ottimo Natale "solitario", tranquillo ed estremamente soddisfacente! 
Spero di replicare il 1° gennaio, le previsioni al momento sono buone.

lunedì 11 dicembre 2017

Itinerario lineare, molto piacevole e vario, a sudest del Teide

Il sentiero 39 è stato di recente aperto con il preciso scopo di collegare la fitta rete di sentieri del settore a NE della cima del Teide con quelli del sud, evitando di dover camminare lungo la strada stretta e trafficata. Pertanto, alla prima occasione sono andato a verificarne la qualità (fondo, segnaletica, difficoltà e, soprattutto, bellezza e interesse) e ho aggiunto ai suoi circa 6 km una serie di altri percorsi che già conoscevo e che sapevo mi avrebbero consentito di raggiungere El Portillo in tempo per la guagua (bus) di ritorno a Puerto de la Cruz.

L’itinerario che propongo ha il vantaggio di poter essere portato a termine utilizzando i mezzi pubblici pur non essendo configurato ad anello, attraversa ambienti diversi, nella parte finale (abbastanza semplice) presenta varie alternative che consentono di ottimizzare i tempi (non rischiare di perdere la guagua e non aspettare troppo). Considerando che mediamente si riesce ad arrivare verso le 11.00 al Teleférico (l’unico bus, 348, parte da Puerto alle 9.30 di ogni giorno dell’anno) e  si deve essere a El Portillo prima delle 16.30 per il bus di ritorno, si può contare su 5 ore abbondanti per godersi la passeggiata.
Come è intuibile osservando la mappa in alto, la prima parte si sviluppa lungo la strada e l’unico interesse è il bel panorama di cui si gode, avvantaggiati dal trovarsi più in alto della caldera. Attraversata la strada principale TF-21 si percorre l’itinerario S-16 per 600 metri e si giunge all’effettivo inizio del nuovo S-39. Questo, oltre ai già citati meriti logistici, ha il pregio di attraversare un'area priva di altri sentieri, offrendo inconsuete ed ottime viste del Teide e Montaña Blanca a monte e una gran porzione della parte più bassa della caldera a valle, fino alla ripida parete alta mediamente 300-400 metri che la limita a sud.
altre foto della ruta S-39 (Teleférico- Minas de San José) 
Procedendo relativamente in costa fra i 2.200 e i 2.400m (ma con tanti saliscendi, anche ripidi) si attraversano microambenti che variano in continuazione, dalle sabbie vulcaniche ad aree pietrose, da zone pressoché desertiche ad altre coperte da una bassa e fitta macchia, fra nere rocce basaltiche o campi di lava quasi impassabili se non su questo sentiero. Dovendo superare trasversalmente colate e vallette relativamente profonde nel modo più conveniente, il percorso risulta molto tortuoso e con tanti cambi di pendenza, su fondo vario, inclusi varie scalinate in pietra. Dopo circa 3 km, metà del suo sviluppo, il sentiero risale fino al livello della strada in corrispondenza dell’inizio dell’itinerario S-7 Montaña Blanca (fermata guagua e parcheggio) per poi ridiscendere e infine risalire con qualche tratto ripido a Las Minas de San José.

altre foto de Las Minas de San Josè
Qui ci si trova in una specie di deserto con lievissima pendenza dove il sentiero non è segnato in modo evidente, ma per andare a imboccare l’itinerario S-30 Los Valles (5 km) basta percorrere qualche centinaio di metri verso destra e verso la strada (NNE) e si vedranno subito i segnavia. Questo sentiero è più semplice e meno faticoso del precedente scendendo più o meno costantemente e dolcemente dai 2300m delle Minas de San José ai 2060m della Cañada de las Pilas, dove si immette sul percorso S-4 Siete Cañadas nelle vicinanze di Risco Verde
altre foto della ruta S-30 Los Valles 
Si procede quindi verso nord sulla larga strada di servizio sterrata Portillo - Parador (S-4), con dislivelli quasi inesistenti, per circa 4km fino all’inizio di una diramazione recentemente tracciata (4.1 - Ramal de Siete Cañadas; come i sentieri dal 38 al 41 non si trova sulle mappe dell’anno scorso), circa mezzo km dopo dopo aver superato l'inizio di S-2 Arenas Negras (a dx).
A questo punto, calcolate quanto tempo vi resta per non perdere la guagua, considerate le vostre forze, osservate la situazione meteo e decidete cosa fare sapendo che sostanzialmente avete 3 scelte:
  • guagua a Portillo Alto raggiungendo la fermata via 4.1 (500m)
  • guagua a El Portillo proseguendo lungo il 4 fino al Centro de Visitantes (1,2km) e per 300m lungo la strada
  • guagua a El Portillo raggiungendo il Centro de Visitantes da nord percorrendo i sentieri 4.1-24-(6)-1 e poi 300m lungo la strada (4 km totali)
salendo lungo S-24 verso Roque del Peral si avrà La Fortaleza di fronte
Chiaramente l’ultima soluzione è quella più soddisfacente e interessante ... ma calcolate bene i vostri tempi!
L’itinerario che ho seguito, con grande soddisfazione e quindi lo suggerisco, è così riassumibile: Teleférico - Minas de San José - Los Valles - Risco Verde - Portillo Alto - Roque del Peral - El Portillo, percorrendo circa 20 km lungo i sentieri 16 - 39 - 30 - 4 - 4.1 - 24 - 1 (tutti ben segnalati)

Nota: all’inizio del 16 si può effettuare una breve deviazione a dx salendo in cima a Montaña Majúa per apprezzare un bel panorama verso Sanatorio, Parador, Guajara, Ucanca, ...

sabato 9 dicembre 2017

Ritorno a Punta Brava e cibo tinerfeño (canario)

In meno di una settimana mi sono perfettamente ri-allineato ai miei ritmi di Puerto de la Cruz (Tenerife), ho ripreso a frequentare la biblioteca Iriarte (che concede in prestito gratuito dvd di tanti buoni film internazionali, recenti e d’epoca), gli incontri culturali promossi dall’Instituto de Estudios Hispánicos de Canarias, mi sono adattato alla media dei 20km giornalieri e sono riuscito già a sistemare una parte determinante della mia cartografia del Parque Nacional del Teide andando a verificare un nuovo sentiero, ho ritrovato i “compagni di chiacchiere” che passano tanto tempo nel bar/cantina Tasca Casa Tata, che frequento assiduamente per apprezzarne la cucina (vi mangio quasi ogni giorno) e dove spesso mi fermo, se trovo compagnia, per un caffè o un bicchiere di vino tanto per non essere l'unico a non bere. In genere attorno al bancone (barra), appollaiati sui classici alti scanni, ci sono sempre almeno un paio di persone che discutono, soprattutto e spesso animatamente, di politica e di calcio; interessante il primo argomento (in particolare ora con la crisi catalana e le imminenti elezioni dei 21 dicembre), divertente il secondo in quanto se non mi interessa il calcio nostrano, figurarsi quello spagnolo, ma ormai conosco i tipi e posso punzecchiare i più "sensibili", avendo l’appoggio dei loro oppositori.

Ma il motivo più importante e soddisfacente per il quale bazzico in Casa Tata è il ripasso generale della cucina tradizionale canaria, in particolare di quella tinerfeña, che mi porta a scegliere ogni giorno piatti diversi, alternando carne e pesce, e all’occasione non disdegnando un escaldon, rancho, sopa o semplice tapa che sia.
La sera del mio arrivo cominciai (ovviamente) con carne cabra, nei giorni successivi seguita da cherne encebollado, costillas fritas (con tanto aglio e cilantro - foto in alto), chicharros fritos, carne fiesta, bacalao canario, carne con papas (secondo la ricetta canaria), cherne a la plancha (foto in basso, notate le dimensioni del trancio, alto quasi 2cm, confrontandolo con la forchetta) e attendo con ansia il turno del coniglio (en salmorejo e frito), tollos  e, quando sarà il loro momento, potas, doradas, cochinillo, ...

Discorso a parte meritano i contorni dei piatti forti che qui consistono per lo più in patate (cotte in vari modi, dalle classiche papas arrugadas alle papas negras con gli onnipresenti mojos rojo e verde) e insalate miste che (almeno da Tata) combinano in modo originale verdure, ortaggi e frutta locale e di stagione (qualcuno le propone come ensalada tropical). Per esempio quella di oggi includeva carota, cipolla, cetriolo, peperone, pomodoro, lattuga e, per la frutta, papaya, kiwi e guayaba (nella parte in alto della foto qui su, possono sembrare pomodori ma sono piccole guava gialle locali) oltre ad una papa negra con mojo verde, mentre un paio di giorni fa c'era anche la barbabietola rossa e, al posto di guayaba e kiwi, c’erano avocado e banana (ovviamente canaria, piccola e maturata naturalmente, non certo nei frigoriferi come quelle che arrivano in Italia). 
Non so come facciano tanti vacanzieri, in un posto come questo (ma il discorso è valido in generale), a rimanere radicati alle loro abitudini alimentari senza minimamente sognarsi di provare qualcosa di nuovo e di “fresco” come i pesci e carni locali, ortaggi e frutta che non trovano nei loro paesi se non - forse - in pochi periodi dell’anno o disponibili solo conservati, congelati, surgelati ...
Si vedono gli inglesi con i loro English breakfast, i tedeschi con wurstel e boccali di birra già alle 11 di mattina (nel collage qui su eccoli al mercato all’aperto del sabato) e gli italiani che riempiono le pizzerie o si attardano a leggere nei menù i vari tipi di pasta proposti, con gli onnipresenti espaguetti boloñesa in cima alla lista, per poi lamentarsi dicendo che pizza o pasta non erano un granché.
Devo però dire, in tutta onestà, che ci sono anche quelli che sanno apprezzare il cibo locale come potete vedere in questo paio di foto della marisqueria al primo piano del mercato, scattate subito dopo quelle di birra e wurstel, dove si mangiano crostacei e pesci in vari modi e, oltre alla birra, si può bere anche il vino.
Dopo il mercato e prima di pubblicare, ho aggiunto jamoncitos con papas alla lista dei piatti di carne.

Perché in tanti si rifiutano di provare qualcosa di nuovo???

sabato 7 gennaio 2017

Los Reyes a Puerto de la Cruz (cfr post precedente)


Giovedì sera sono andato ad appostarmi per tempo nei pressi del Castillo de San Felipe, dove il corteo si sarebbe formato e quindi partito alla volta del centro di Puerto.
La sfilata era aperta da due ragazze vestite da comete e una mezza dozzina da angeli, tutte distribuivano stelle di carta dorata su bastoncini e corone di cartoncino adatte a tutti, dai poppanti agli adulti, in quanto regolabili al momento di montarle. Sono state all’opera, e ben indaffarate, già mezz'ora prima che il il primo carro (ovviamente quello con la cometa) iniziasse la sua lenta marcia.
   
Altro elemento che non poteva mancare (vedi post precedente) era la scarpa che era seguita a ruota da uno dei gruppi e carri con altri temi, una notevole zucca-carrozza di Cenerentola al fianco della quale si vedeva anche una Biancaneve.
 
Ma, essendo tuttavia la vigilia, c'era ancora tempo per richieste last minute e così sfilavano anche tre buche postali nelle quali le postine imbucavano le lettere raccolte dalle mani dei bambini, di solito destinate ad un determinato Re.
 
Seguiva un’indispensabile banda di arzilli giovanotti (anche loro in costumi orientaleggianti) e subito dopo arrivava un treno a vapore ... perché? Nel tender trasportava ovviamente tanto carbone (dolce) ben guardato da un gruppo di macchinisti con la faccia sporca di fuliggine.
   
Ogni Re aveva un nutrito proprio seguito con i suoi colori (azzurro per Melchor, verde per Baltasar e rosso per Gaspar) e il suo dono era trasportato su un grande cuscino da 4 paggi, seguiti da un cammello e un carro carichi di doni in enormi pacchi con il nome dei destinatari. 
Ciò provocava strilli di gioia da parte dei più piccoli che leggevano il proprio nome e di quelli ancora più piccoli quando fratelli maggiori o genitori (incautamente) dicevano loro che il pacco era per loro ... (notate il dito nella foto sotto a sinistra).
   
I bambini,  gridavano il nome di ciascun Re al suo passaggio, appoggiati e incitati dai genitori con il risultato di un tifo da stadio e venivano ricompensati con lanci di una quantità impressionante di caramelle (quindi ho capito il motivo delle tante buste di plastica, spesso rette dai genitori in modo che i bambini avessero entrambe le mani libere).
   

mercoledì 30 novembre 2016

Feste molto rumorose al suono di "cacharros"

* Fiesta de los cacharros (Valle de La Orotava, Tenerife, Canarias) 
* Arrastre de latas (Algeciras, Andalucia)

Due feste infantili simili, di origini incerte e comunque diverse, legate a due località molto distanti fra loro.
La prima si celebra (almeno nella versione attuale) la sera del 29 novembre, vigilia della festa di Sant'Andrea, patrono di Icod de los VinosQui e in altri centri del Valle c'è la tradizione di mettere insieme una quantità di latte, lattine e scatole di banda stagnata creando soprattutto "serpenti" più o meno lunghi, ma i più creativi le uniscono nelle forme più strane. 
Cacharro significa piccolo recipiente, ma anche coccio o una cosa vecchia in genere. Ragazzi e bambini nei giorni precedenti si procurano non solo barattoli e latte ma addirittura bagnarole e piccoli elettrodomestici, insomma qualunque cosa che, trascinata per strada, faccia rumore.
L’origine, come detto, non è certa. Oltre ad una teoria che la lega al mettere in fuga le streghe con il gran fracasso, tutte le altre sono connesse con Sant’Adrea e il vino. Una leggenda vuole che San Andrés zoppicasse, ma non si sa se per malformazione o per essere ubriaco e comunque los cacharros gli sarebbero stati legati ai vestiti da bambini impertinenti. Più o meno simile quella che narra che i bambini svegliano il santo al suono di cacharros per non farlo arrivare tardi alla sua festa, qui legata al vino (apertura delle cantine) che viene accompagnato da castagne arrostite nelle classiche "fornacelle" tronco-coniche. Oltre un paio di settimane di ritardo rispetto all’italica tradizione secondo la quale "a San Martino ogni mosto è vino" (11 novembre), ma qui siamo alle Canarie.
   
Il 29 era anche il giorno in cui si usava andare in riva al mare a lavare botti e barili con acqua salata prima di travasare il vino e a ciò è connessa una ulteriore ipotesi cioè che i padroni delle cantine, andando a lavare i fusti e le botti in riva al mare trascinavano cacharros per annunciare che il vino era pronto..
«Hoy es día 29,/ víspera de San Andrés./ Las castañas están al fuego,/ el vino ya está en el jarro/ y en el Puerto de la Cruz/ todos ruedan el cacharro».
Oggi è 29, vigilia di Sant’Andrea. Le castagne sono sul fuoco, il vino nel boccale  a Puerto de la Cruz tutti “ruedan el cacharro”.
Fino agli anni ’80 è stata una gran festa, poi cadde quasi nell’oblio per poi tornare di moda nei luoghi di produzione (La Orotava, Icod de los Vinos, ecc.) e a Puerto de la Cruz dove venivano lavati i barili.
   
La seconda, detta anche Cabalgata de las latas, è invece connessa con l'epifania, festa molto sentita in tutta la Spagna in quanto è allora che i bambini ricevono i loro regali più importanti. Alla festività ci si riferisce come Los Reyes "("I Re", ovviamente Magi).
Anche in questo caso le ipotesi in merito all'origine e significato sono molteplici. I bambini il 5 gennaio devono farsi sentire dai Magi poiché il malvagio " gigante de Botafuego" in quel giorno crea una coltre di nubi o fumo che oscura le luci della città e di conseguenza Los Reyes passano oltre senza lasciare alcun dono. Più semplicemente altri sostengono che anticamente i bambini univano tutti i giocattoli rotti o vecchi (un tempo per lo più di latta) per ricordare ai Magi che avevano bisogno di riceverne di nuovi.
   
Pur essendo caratteristica di Algeciras (alle cui spalle si trova Botafuego) , attualmente feste simili si svolgono anche a Tarifa e Cadice entrambe a pochi km di distanza, lungo la costa della parte più meridionale della penisola iberica. La sfilata rientra nella ben più importante Cabalgata de los Reyes.
Il termine cabalgata non significa solo “cavalcata” (sebbene sia l'origine della parola), ma una sfilata in genere, con o senza cavalli, spesso con carri, persone in costume, ecc. 

giovedì 14 gennaio 2016

Cibo canario che raramente si trova nei menù dei ristoranti

Nel corso del mio recente soggiorno canario, più precisamente tinerfeño, la delusione iniziale causata dal trovare la mia tasca (trattoria) preferita non ancora aperta, è stata ampiamente ripagata dall'inaugurazione della sua nuova sede dopo una decina di giorni e frequentazione pressoché quotidiana per oltre un mese. Chi ha letto qualche precedente post o Tweet sa che sto parlando di Casa Tata e Punta Brava.
Nel dizionario RAE (testo di riferimento per lo spagnolo) il termine “tasca” viene riportato come sinonimo di taberna e quindi definito: "esercizio pubblico, di carattere popolare, nel quale si servono e si vendono bevande e, talvolta, si serve cibo". Divagazione: giunto a questo lemma, ho scoperto un altro dei tanti modi di dire che mi affascinano:
Difunto de taberna: m. coloq. Borracho privado de sentido
Anche se non dovrebbe essere necessaria, ecco la traduzione: Defunto di taverna: colloquiale - Ubriaco che ha perso i sensi.
Cercherò di riassumere alcune delle esperienze gastronomiche e antropologiche che differenziano posti così dai tanti ristoranti e cafeterias di Puerto de la Cruz dove (forse) il 10% dei ristoranti includono nel menù conejo (coniglio, fritto o in salmorejo), o carne de cabra o garbanzas e ancora meno puchero canario, tollos o escaldón. La presenza di uno più di questi piatti nel menu del dia è indicativo di una certa attenzione alla cucina locale e tradizionale ed in questo post tratterò rapidamente solo dei suddetti piatti con minime eccezioni. Come esempio ecco un tipico menu' di Casa Tata, chiaramente giornaliero e di stagione (a sinistra). Ci sono piatti, minestre e le onnipresenti tapas (p.e. queso asado, pimientos del padrón, croquetas).
Di ciò già discettai quasi un anno fa nel post Gastronomia, dalle Canarie al resto del mondo che vi invito a leggere (se la gastronomia vi interessa).
Non potrei non cominciare dal pesce simbolo dell’isola: Trachurus trachurus, (sugarello, in napoletano sauriello), chicharro alle Canarie, carapau  in Portogallo (ne parlerò fra una decina di giorni). Si tratta storicamente del più comune e più economico delle Canarie tanto che gli abitanti della prima capitale di Tenerife (San Cristobal de la Laguna) chiamavano in termini sprezzanti chicharreros i poveri pescatori di Santa Cruz, che si nutrivano quasi solo di chicharros e vendevano i pesci più pregiati. Le cose sono molto cambiate e, quasi come rivincita, gli abitanti di Santa Cruz, attualmente capitale dell’isola, si fregiano di quel loro soprannome dispregiativo che oggi viene attribuito anche a tutti gli altri abitanti dell’isola diventando così sinonimo di tinerfeño

 La sua “morte” è fritto (foto sopra) e se le dimensioni non sono eccessive e l’olio è alla temperatura giusta (alta) giunge a tavola con testa, pelle e coda croccante e carni umide eppure cotte alla perfezione e quindi quelli come me non lasciano assolutamente niente. Similmente vengono anche fritte le sardinas ma queste, a parità di dimensioni, hanno spine molto più dure ... che restano nel piatto.
A Casa Tata ogni giorno viene proposto una minestra (potaje, caldo o sopa, che non sono esatti sinonimi e indicano la “brodosità” e la prevalenza di ingredienti) e mi limiterò a citarne un paio. Garbanzas è senz’altro la più comune e infatti viene proposta come primo anche in molti menù a prezzo fisso nei locali del centro, insieme con il rancho canario e sopa de pescado. Chi mastica (verbo appropriato considerato l’argomento) un po’ di spagnolo non si meravigli del genere femminile: garbanzos sono i ceci, il legume in sé e per sé, garbanzas è la zuppa molto ricca che include tanti altri ingredienti fra i quali pezzetti di vari tipi di carne (chorizo, costilla, piedini di maiale, pancetta, ...) oltre ai soliti aglio, cipolla, pomodoro, peperone ...
Una decina di giorni fa ho provato la sopa de berro (Nasturtium officinale , crescione d'acqua) che, come quasi tutti i primi canari, conta una gran quantità e varietà di ingredienti ovviamente in piccole quantità: patate, ceci, cipolle, aglio, costillas, peperoni.
Altri piatti molto, ma molto, tipici sono: Tollos Cazón. Si tratta dello stesso pesce (canesca, piccolo squalo molto abbondante nelle acque delle Canarie) ma con una grande differenza: tollos sono i filetti di cazón seccati al sole e quindi conservati. Si trovano in tutti i mercati e, se arrivate abbastanza presto, troverete il pescivendolo che pazientemente sta spellando quelli freschi. 
Fu proprio la ricerca di un posto dove poter mangiare un piatto di tollos che mi portò fino da Tata. Ad avvalorare quanto detto in apertura di post, posso dire che pur passeggiando per oltre 20km al giorno e percorrendo ogni strada e vicolo di Puerto de la Cruz, ho trovato solo un altro cartello che indicava la presenza di tollos. Personalmente preferisco il Cazón en adobo, quindi la versione “fresca” (foto a destra).
Una tasca si riconosce subito al semplice osservare il rapporto locali/turisti di solito maggiore di 4, vale a dire che almeno l’80% degli avventori, del genere popolar/familiare, di ogni generazione. Con l’avvicinarsi dell’orario di chiusura, fra quartas (di vino), cervezas, caffè e qualche chupito aumenta l’allegria in un ambiente molto amichevole e ottimo per poter affrontare qualunque argomento (ma i principali restano sempre calcio, politica e carenza di danaro). In occasioni particolari c'è anche chi, come José el Gitano, comincia a cantare ben prima ... ma era la vigilia di Natale.

Molte tascas, al contrario dei ristoranti, possono essere insignite (in senso figurato) delle famose 3 B spagnole: Bueno, Bonito, Barato (primi due aggettivi ovvi, il terzo = economico).
Sto preparando una raccolta di foto di vari piatti provati a Casa Tata e nei commenti aggiungerò, oltre al nome che permetterà alle buone forchette di fare ricerche più approfondite in rete, gli ingredienti principali e qualche mia impressione. Sarà online a breve.