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domenica 7 novembre 2021

Micro-recensioni 321-325: docu-film iraniano, classico macabro americano e 3 comedias negras spagnole uniche

Pur appartenendo a generi spesso sottostimati, tutti e cinque sono stati generalmente apprezzati e ricordati dal grande pubblico anche grazie alle buone regie e alle partecipazioni di noti e bravi attori.

 

Dah (10)
(Abbas Kiarostami, 2002, Iran)

Ancora una volta Kiarostami propone personaggi molto realistici che rappresentano determinati atteggiamenti della vita e umanità iraniana. Ennesimo suo film prodotto con minimo budget, in questo caso gli sono bastate due piccole telecamere montate nell’abitacolo di un’auto, una puntata sulla donna alla guida e l’altra sul passeggero/a. Il titolo si riferisce al numero di percorsi della donna, 4 con il figlio capriccioso ed indisponente, 2 con una giovane sconosciuta abbandonata a pochi giorni dal matrimonio e altrettanti con una devotissima anziana, e poi con la sorella e con un’allegra prostituta soddisfatta e quasi fiera della sua attività. La protagonista è divorziata ed ha un rapporto molto conflittuale con il pestifero figlio, nei discorsi che le altre donne si affrontano temi quali religione, matrimonio, indipendenza delle donne, sessualità. In particolare nei discorsi con il bambino, risalta un modo di discutere che (a giudicare dai film) sembra essere comune fra i mediorientali: ognuno ripete lo stesso concetto sempre più ad alta voce, senza alcuna discussione effettiva. Molto interessante, da questo prese chiaramente ispirazione Jafar Panahi per il suo Taxi Teheran (2011).

The Body Snatcher (Robert Wise, 1945, USA)

Qui troviamo Boris Karloff e Bela Lugosi, due icone dell’horror, a confronto, anche se il vero protagonista del film è interpretato da Henry Daniell, che comunque all’epoca aveva di solito ruoli di villain. Non è un vero e proprio horror, bensì un crime/noir sulla pratica (sembra) relativamente diffusa in secoli passati di dissotterrare cadaveri freschi per fornirli a medici di pochi scrupoli e pseudo-scienziati; adattamento di un racconto di Stevenson, proprio quello di Dr. Jeckill e Mr. Hyde e L’isola del tesoro. Certamente si distingue per qualità dalla massa di film di generi simili, sia per la regia di Robert Wise (vincitore di 4 Oscar) regista di West Side Story e Sound of Music fra gli altri, montatore di Citizen Kane, nonché per l’ottima interpretazione di Boris Karloff.

  

La vaquilla (Luis Berlanga, 1985, Spa)

Questa commedia grottesca diretta da Berlanga e scritta dallo stesso in collaborazione con il genio di tale genere Rafael Azcona, dovette aspettare quasi 40 anni per essere portata sullo schermo; prima bloccata dalla censura franchista e poi anche nel dopo-Franco perché trattava dei troppi temi ancora scottanti come quello della guerra civile nonché del ruolo del clero, dei militari e dei latifondisti in modo troppo caricaturale, pur senza prendere posizione per uno o l’altro bando. Vale la pena spendere qualche parola in merito all’attività di Rafael Azcona (oltre 100 sceneggiature) che iniziò la sua carriera con Marco Ferreri (primi film per entrambi El pisito e El cochecito) con il quale continuò a collaborare in un’altra quindicina di film fra i quali L’ape regina (1963), L’udienza (1971), La grande abbuffata (1973), Non toccare la donna bianca (1974), L’ultima donna (1976), Ciao Maschio (1978), e notevoli furono anche una dozzina di collaborazioni con Berlanga prima di questo, fra le quali i ben noti Placido e El verdugo. Da dire che, purtroppo, La vaquilla è veramente godibile solo in versione originale e con una seppur minima conoscenza della storia e cultura spagnola.

Amanece, que no es poco (José Luis Cuerda, 1989, Spa)

Commedia surreale cult, tanto da meritarsi un’annuale rappresentazione storica nei luoghi nei quali fu girato, dove sono stati preservati i set originali e aggiunte varie statue commemorative. Vi rimando al post che pubblicai nel 2015, nel quale sono incluse anche alcune foto e vari link interessanti.

El dia de la bestia (Alex de la Iglesia, 1995, Spa)

Con questo film (il suo secondo) Alex della Iglesia ottenne grande successo commerciale e conquistò immediata notorietà e consolidò la sua fama di regista/sceneggiatore specializzato nel filone dark humor con i successivi La comunidad (2000, Intrigo all'ultimo piano), Crimen ferpecto (2004, Finché morte non li separi) e il recente El bar (2017). La folle trama di questo film mette insieme un sacerdote fissato con l’Apocalisse e l’Anticristo, un volenteroso metallaro satanista (penso si dica così) e un ciarlatano televisivo cooptato a forza. La violenza (chiaramente finta) insensata ed esagerata e presente quasi in ogni scena ma non disturba proprio per la sua manifesta implausibilità. Divertente e sorprendente a patto che si accettino i suddetti presupposti.

domenica 28 giugno 2020

Micro-recensioni 226-230: sorprese di generi molto diversi

Non mi stancherò mai di ripetere che, a ben cercare, si troveranno sempre tanti film assolutamente sorprendenti.

The Color of Pomegranates - Sayat Nova
(Sergei Parajanov, URSS, 1969)
Per questo gruppo, mi riferisco in particolare a Sergei Parajanov, regista sovietico (di origine armena, nato in Georgia, lavorò in Ucraina) di gran livello artistico, ma ostacolato, boicottato e anche imprigionato dal regime. Fu grande amico di Tarkovsky con il quale condivideva molte idee in contrasto con lo stile realistico, all’epoca quasi imposto dai censori. Sayat Nova fu un famoso poeta-musicista-trovatore georgiano del XVIII secolo ed il film segue vagamente gli eventi principali della sua vita. Non essendo stato approvato dalla censura per non essere una biografia fedele, il titolo fu cambiato in The Color of Pomegranates (Il colore del melograno).
In effetti si tratta di un’opera nella quale si miscelano il surrealismo e lo sperimentale, in quanto è costituita da una serie di inquadrature fisse nelle quali appaiono attori (fra i quali Sofiko Chiaureli, la sua musa, che interpreta 6 personaggi diversi, di entrambe i sessi), numerosi animali e tanti simboli, per lo più religiosi. Girato in vari siti storici armeni, fra i quali molti edifici religiosi quasi in rovina, non include dialoghi, ma solo pochi versi recitati. Pur essendo affascinante anche a prima vista, si può essere certi che la conoscenza della liturgia e delle tradizioni armene faciliterebbe la comprensione delle immagini. 
Per dare un’idea del film, ecco un breve trailer:

Per Cahiers du Cinéma fu il quinto miglior film dell'anno. Restaurato nel 2014 da The Film Foundation (World Cinema Project) di Martin Scorsese.
Dalle Repubbliche Caucasiche ex-sovietiche all’Iran il passo è breve e ci sono arrivato con altri due film di Abbas Kiarostami che, anche stavolta, propone storie molto “umane” in ambienti sociali relativamente poveri, in piccole comunità rurali che si raggiungono percorrendo interminabili, tortuose e polverose strade sterrate. In entrambe i film (dai soggetti molto originali) si sottolinea il contrasto fra l’uomo di città e la cultura locale, con i differenti ritmi di vita e soprattutto diverse valutazioni.

Taste of Cherry (Abbas Kiarostami, Iran, 1997)
The Wind Will Carry Us (Abbas Kiarostami, Iran, 1999)
In Taste of Cherry il protagonista, a bordo del suo fuoristrada, si aggira alla ricerca di una persona che lo seppellisca visto che è sua intenzione suicidarsi in aperta campagna. Incontrerà varie persone di origini, età e professioni diverse ed ognuno gli offrirà la propria visione della vita … a seconda dei casi poetica, religiosa, di buon senso.
Palma d’Oro a Cannes, per Cahiers du Cinéma fu il sesto miglior film dell’anno.

The Wind Will Carry Us è molto più vario e movimentato ed è incentrato su un’altra storia al limite del surreale, con un giornalista che, spacciandosi per un ingegnere accompagnato da alcuni colleghi (che non si vedranno mai), con la scusa di un fantomatico lavoro va in un piccolo villaggio del Kurdistan a documentare la morte di un’anziana. Tuttavia, questa tarda a morire e il giornalista ha occasione di incontrare tanti personaggi peculiari, giovani e anziani, donne, uomini e bambini e con ognuno ha modo di discutere. In particolare, stringerà amicizia con il ragazzino che al suo arrivo lo attendeva all’ingresso del villaggio e che successivamente gli fa da guida.  
Per Cahiers du Cinéma fu il secondo miglior film dell’anno, a Venezia ottenne 3 Premi e Nomination Leone d’Oro.
Completano la cinquina due film anglofoni di metà secolo scorso, entrambi di più che buona qualità.
A Hatful of Rain (Fred Zinneman, USA, 1957)
Tratto da un lavoro teatrale di successo che nel 1955 debuttò a Broadway interpretato da Shelley Winters e Ben Gazzara, poi sostituito da Anthony Franciosa che, per la sua interpretazione in questo film ottenne la Nomination come miglior protagonista. Pur soffrendo un po’ della sua sceneggiatura palesemente teatrale, è senz’altro un ottimo film sia per la qualità delle prestazioni degli attori (tutti …) sia per il soggetto che oltretutto all’epoca era quasi tabù: la dipendenza dalla droga.

They Made Me a Fugitive (Alberto Cavalcanti, UK, 1947)
Uno dei tanti onesti noir inglesi che senz’altro avrebbero avuto maggior successo e notorietà se fossero stati prodotti dall’altro lato dell’oceano. La storia non è del tutto banale, le interpretazioni sono buone, trovo però che gli eventi finali siano mal proposti, con scontri molto mal rappresentati. Comunque una piacevole visione.

#cinegiovis #cinema #film 

mercoledì 29 aprile 2020

Micro-recensioni 141-145: mix di arretrati asiatici … Iran, Jap, Kor e Taiwan

Avendo organizzato la visione delle precedenti cinquine asiatiche in modo abbastanza omogeneo, mi erano rimasti vari scampoli. Nonostante la generale buona fama dei titoli, vari di essi mi sono sembrati deludenti, certamente al di sotto delle mie aspettative. Quello che ho gradito di più è il più "povero".

A moment of Innocence (Mohsen Makhmalbaf, Iran, 1996) IMDb 7,9 RT 89%
Ancora una volta un film in un film iraniano, come quelli della trilogia di Koker di Kiarostami in uno dei quali Makhmalbaf interpretava sé stesso e si basava su un altro singolare evento della sua movimentata vita. Qui il regista dirige e interpreta di nuovo sé stesso e, da regista/sceneggiatore (anche nel film), mostra la produzione di un film che dovrebbe duplicare un episodio avvenuto 20 anni prima quando, da studente 17enne, pugnalò un poliziotto nel tentativo di disarmarlo … e dopo si fece anche 4 anni di carcere. Si comincia dal casting con l’aiuto del poliziotto accoltellato (non più in servizio, entusiasta per partecipare alle riprese, ma piuttosto riottoso) ognuno si deve scegliere, e quindi istruire, il suo interprete da giovane. Quindi ognuno ha un suo doppio, le scene vengono ripetute, così come i dialoghi, sia nella finzione che nella realtà della preparazione alle riprese.
Con una sceneggiatura sottile e brillante, cast striminzito composto da non professionisti, con regista e operatore spesso in campo (ma in questo caso giustificatamente), suppongo un budget ridicolo, Makhmalbaf realizzò un altro piccolo capolavoro di cinema minimalista ed essenziale.
Geniale e con un perfetto finale da short story.

The Housemaid (Ki-young Kim, Kor, 1960)  IMDb 7,3
Girato in modo egregio in bianco e nero e quasi tutto in interni, purtroppo si basa su una sceneggiatura (dello stesso Ki-young Kim) molto poco convincente ed un finale ridicolo. In particolare le riprese nella casa a due piani (che ha il suo elemento centrale nelle scale inquadrate da angolazioni sempre diverse) con alternanza di primi piani e riprese attraverso finestre e spiragli di porte, rendono molto bene un’atmosfera da dramma-thriller. Peccato però che i comportamenti dei protagonisti sono insulsi e poco credibili e le interpretazioni a dir poco scadenti, a cominciare dal primo attore veramente pessimo. Andando a cercare i motivi che giustificassero le buone critiche, ho visto che molti commenti concordano in linea massima con la mia opinione e ho anche scoperto due trivia interessanti: il ridicolo e completamente fuori tono finale fu aggiunto in postproduzione in quanto la vera conclusione fu reputata troppo scioccante e all’esordiente attrice che interpretò la squilibrata cameriera non furono più proposti altri ruoli (in effetti comparve in altri due film minori) si dice a causa del ruolo ricoperto in The Housemaid, ma penso anche perché non valeva un granché. Il film (restaurato grazie alla World Cinema Foundation di Martin Scorsese) si trova su YouTube a 720p e vale la pena guardalo per regia, fotografia e riprese, ma sappiate che molto probabilmente sarete delusi da sceneggiatura e interpretazioni.
Yi Yi (Edward Yang, Taiwan, 2000)  IMDb 8,1 RT 96%
Troppo lungo, lento e con troppa carne a cuocere, di conseguenza risulta discontinuo e dispersivo. Presenta una famiglia che comprende tre generazioni, con i problemi dei più giovani e di coppie evidentemente mal assortite anche a causa di vecchi amori che ritornano (non sempre graditi). Inoltre, finanza, malattia, religione, matrimoni e nascite si combinano – male – in questo film nel quale tutti sembrano scontenti e insoddisfatti mentre recriminano per il loro passato e per le loro azioni … e il regista/sceneggiatore Yang non riesce neanche a dargli la consistenza di un film corale. Nonostante sia stato premiato a Cannes per la miglior regia e in corsa per la Palma d’Oro, penso che sia ampiamente sopravvalutato e certamente le 3 ore di durata sono troppe per un film descrittivo. Anche questo è disponibile su YouTube a 720p.

Afraid To Die (Yasuzô Masumura, Jap, 1960)
Di Masumura ho parlato (bene) già varie volte ed anche il questo caso si conferma ottimo artigiano in grado di affrontare con successo qualsiasi genere, con solide messe in scena. Non ricordo suoi film eccezionali, ma non ce n’è uno che non sia ben realizzato.
In Afraid To Die si cimenta in un crime thriller in ambiente yakuza. Il protagonista Takeo, interpretato dallo scrittore Yukio Mishima (preso in considerazione per il Nobel, sui suoi lavori sono basati oltre 30 film), sa che appena uscito di prigione i suoi rivali tenteranno di ucciderlo. Un film ben congegnato, lineare ma non banale, con vari colpi di scena. Buon film di genere.

Mattone e specchio (Ebrahim Golestan, Iran, 1965)
Per quanto abbia apprezzato tanti film mediorientali, ho notato che vari di essi si basano su liti continue, discussioni senza fine e spesso senza senso, ripetitive e prevedibilmente prive di soluzioni (vedi i vari Farhadi, ma anche L’insulto), lasciando pensare che questo è il carattere di quelle popolazioni (ma non mi risulta). Sarà questo il loro modo di sviluppare una trama drammatica? La considerazione, già latente in mente mia, viene riportata in ballo per questo film, secondo me sopravvalutato, i cui dialoghi sono una litania di battibecchi, “consigli” scambiati aspramente fra sconosciuti, critiche filosofeggianti, accuse e ripicche. Inoltre, al contrario dell’appena citato The Housemaid, non è neanche particolarmente interessate dal punto di vista cinematografico.
Non comprendo la buona critica di cui gode … forse perché è l’antesignano del genere “litigioso”?

lunedì 20 aprile 2020

Micro-recensioni 126-130: cinema thailandese e ritorno in Iran

Sono rimasto nel sudest asiatico per altri tre film del più famoso regista thailandese di questo secolo, forse di sempre, dal nome difficile perfino da leggere (Apichatpong Weerasethakul), Palma d’Oro nel 2010 e Gran Prix della Giuria nel 2006 a Cannes, e poi sono tornato in Iran per completare la triolgia di Koker del regista Abbas Kiarostami.
Sostanzialmente deludente il tanto acclamato regista thailandese, che già divise critica e pubblico dopo la Palma d’Oro vinta per Uncle Boonmee, molto migliori si sono rivelati i film iraniani girati con pochissimo, fra realismo e documentarismo, praticamente cinéma vérité.
Where is the Friend’s Home? (Abbas Kiarostami, Iran, 1987)
Life, and Nothing More (Abbas Kiarostami, Iran, 1992)

Dopo aver guardato Through the Olive Trees la settimana scorsa, scoprii che era l’ultimo elemento di una trilogia, detta di Koker che è il villaggio nel nord dell’Iran nei quali si svolgono i fatti. Lo stesso regista deve spesso ripetere che non era sua intenzione produrre tale trilogia in quanto, pur essendo tutti legati l’uno all’altro, i secondi due film sono indissolubilmente connessi con il terremoto del 1990, evento certamente non prevedibile nel 1987 quando fu girato il primo dei tre, Where is the Friend’s Home?
In breve ecco le semplici storie e i loro punti in comune. Si comincia con una specie di road movie … ma a piedi. Il piccolo Ahmed (8 anni) aiuta un suo compagno di classe a rialzarsi dopo una caduta e distrattamente mette il suo quaderno nella propria cartella. Se ne accorge solo a casa e, memore delle minacce del professore di espellere chi non avesse fatto i compiti sul quaderno, vaga fra il suo villaggio (Koker) e il vicino Toshen cercando la casa del suo amico per restituirgli il quaderno, incontrando personaggi di vario tipo e interagendo soprattutto con anziani ognuno dei quali ha una sua filosofia di vita.

Al contrario, il secondo è un vero e proprio road movie visto che narra del complicato viaggio del regista (impersonato da un attore) e suo figlio da Teheran a Koker, fra strade polverose di montagna e (veri) paesini in macerie dopo il terremoto. Fra finzione e documentario, Kiarostami descrive personaggi anonimi ma molto reali, che cercano di recuperare le loro poche cose e di sopravvivere in qualche modo. Stupisce la seraficità, la tranquillità e la rassegnazione (ma non disperazione) dei sopravvissuti al terremoto, una lezione di filosofia di vita. Il motivo del viaggio è quello di andare a cercare i bambini che erano stati gli interpreti di Where is the Friend’s Home?. Verso la metà del film c’è poi una scena che avevo già visto ripetuta pressoché identica nel successivo Through the Olive Trees, interpretata dallo stesso attore, davanti alla stessa casa. Tuttavia, nel secondo caso interpreta un attore che sta girando un film, mentre qui interpreta sé stesso, moglie e uomo seduto davanti alla casa invece cambiano.
I tre film hanno in comune dei perfetti e significativi campi lunghi con inquadrature fisse, della durata di vari minuti, che ben descrivono il “viaggio” dei protagonisti … nel primo il ragazzino che corre sul sentiero zigzagante da un paese a l’altro (vedi poster), nel secondo la Renault 5 che avanza, si ferma, torna indietro lungo i tornanti di una ripida strada sterrata, nel terzo la scena finale del pretendente che segue la ragazza e corre fra i campi al di là degli ulivi.
Mi sento di condividere assolutamente il consiglio letto in un commento relativo a Through the Olive Trees, di guardare gli altri due della trilogia per comprendere appieno la storia e i suoi personaggi.
Tropical Malady (Apichatpong Weerasethakul, Thai, 2004)
Sindromes and a Century (Apichatpong Weerasethakul, Thai, 2006)
Uncle Boonmee (Apichatpong Weerasethakul, Thai, 2010)

Come anticipato, lo stile e i contenuti di Apichatpong Weerasethakul non mi hanno per niente convinto e quindi mi associo senza dubbio ai tanti che lo hanno criticato, anche aspramente, dopo aver vinto la Palma d’Oro. I tre film che ho guardato, oltre a ottenere premi a Cannes e ad altri Festival, furono anche inseriti fra i migliori 10 dell’anno dalla prestigiosa rivista Cahiers du Cinéma.
Temi in comune e ricorrenti sono spiriti, reincarnazione, buddismo e militari. Già nel primo si nomina Uncle Boonmee che ricorda le sue vite precedenti, fino a 200 anni prima, proprio come il personaggio che dà il titolo al suo film più famoso. Tropical Malady ha una struttura a dir poco anomala in quanto unisce due storie ben distinte (una infatuazione gay e un soldato disperso nella foresta) che però hanno la stessa coppia di interpreti principali, ma non nei panni degli stessi personaggi. Il regista contesta il titolo internazionale in quanto la traduzione letterale sarebbe "Strange Animal".
Il secondo è ispirato alla vita dei genitori del regista, con molte scene ripetute ma in luoghi differenti e con alcuni personaggi diversi … ma non è certo il Buñuel di L’angelo sterminatore. Anche questo scorre lentamente, senza nulla di veramente interessante anche se i dialoghi non sono proprio malvagi.
Il terzo, Palma d’Oro nel 2010, miglio film dell’anno, quarto dell’intero decennio secondo Cahiers du Cinéma tratta non solo del tema della reincarnazione (richiamato nel titolo) ma anche degli spiriti dei parenti morti (nella fattispecie moglie e figlio del protagonista). Il regista dimostra una buona abilità nel filmare nella foresta e in ambiente naturale, ma non convince come sceneggiatore non tanto per i dialoghi ma la nel complesso.

domenica 12 aprile 2020

Micro-recensioni 116-120: film turchi pluriremiati, 4 di Nuri Bilge Ceylan

Resto in Medio Oriente spostandomi di poco, dall'Iran alla confinante Turchia. Questa nazione ha una lunga tradizione cinematografica, ma molto altalenante e solo raramente ha prodotto film che superano i confini nazionali, come tutti i 5 appena visti. Infatti, solo a partire dal 1997 il cinema turco ha ottenuto vera visibilità nel mondo del cinema d'élite, con l'esplosione del fenomeno Nuri Bilge Ceylan (noto anche con l'acronimo NBC).

Dry Summer (Metin Erksan, Tur, 1963)
Dramma rurale per una classica disputa sull’utilizzo dell’acqua di una sorgente, soggetto che ha fornito spunto per tanti western. In questo caso si tratta di due fratelli (di caratteri molto diversi fra loro) che, andando incontro alla siccità estiva, bloccano il flusso d’acqua verso valle. Ovviamente, tutti gli altri contadini a valle protestano, si comincia con le minacce, poi si passa a un po’ di violenza e si procede per vie legali, finché non ci scappa il morto e il dramma precipita anche all’interno della famiglia dei proprietari della sorgente. Molto ben realizzato, in stile realistico, con un’ottima fotografia b/n. Nel 1964 vinse sia l’Orso d’Oro a Berlino che il premio della Biennale di Venezia, non a caso si trova nella Criterion Collection ed è sponsorizzato da Martin Scorsese.

Kasaba (Nuri Bilge Ceylan, Tur, 1997)
Uzak (Nuri Bilge Ceylan, Tur, 2002)
Once Upon a Time in Anatolia (Nuri Bilge Ceylan, Tur, 2011)
Winter Sleep (Nuri Bilge Ceylan, Tur, 2014)

Dopo Dry Summer, ho guardato 4 film di Nuri Bilge Ceylan, stella indiscussa degli ultimi 20 anni. Con soli 8 lungometraggi ha ottenuto ben 96 premi, fra i quali Premio Caligari per Kasaba (1997) e Orso d'oro per Clouds of May (1999) a Berlino, poi è diventato ospite quasi fisso a Cannes guadagnandosi il Grand Prix per Uzak (2002) e Once Upon a Time in Anatolia (2011), premio FIPRESCI per Climates (2006), miglior regia per Three Monkeys (2008), Palma d'oro e FIPRESCI per Winter Sleep (2014), tutti anche candidati alla Palma d’oro compreso il suo più recente The Wild Pear Tree (2018). Di tutti i suoi film è sceneggiatore o cosceneggiatore insieme con sua moglie Ebru Ceylan.
Man mano che procedevo nella visione di questi suoi 4 film, notavo sempre più somiglianze (ispirazioni) con stili e tecniche di Tarkovski, Ozu e Bergman e, a conferma di ciò, ho trovato la lista dei suoi 10 film preferiti che contiene – guarda caso – 2 film di ognuno dei suddetti registi e altri due ciascuno di Antonioni e Bresson. Se deciderete di guardare i suoi film, ora sapete cosa vi aspetta.
Vengo ora ai 4 visti, che si vanno a sommare a Clouds of May guardato ad aprile scorso.
Pur essendo sempre focalizzati sui personaggi, sui loro problemi esistenziali e di relazione con familiari ed estranei, i film sono di genere molto diverso; tutti hanno comunque altri tratti comuni come l’attenzione alla natura, agli animali e alla fotografia (NBC è anche un fotografo).
In Kasaba (1997), suo primo lungometraggio, l’unico in b/n, descrive la vita di una intera famiglia, che abbraccia 3 generazioni, in un’area rurale dell’interno, fra i ricordi e la saggezza degli anziani, le indecisioni di un giovane che dovrebbe iniziare una vita indipendente, la pacatezza di una ragazza adolescente e l’irrequietezza di un ragazzino. Lo si potrebbe definire un film bucolico.

Ben diverso è Uzak (2002), l’unico che si svolge a Istanbul ma si basa sul confronto fra due cugini nati e cresciuti in un paesino di campagna. Uno vive già da anni nella capitale ed ha un lavoro stabile come fotografo e ospita l’altro venuto in città in cerca di lavoro. Li unisce solo l’insoddisfazione, e i loro caratteri diversi non troveranno un punto d’incontro.
Un crime al limite della dark comedy è invece Once Upon a Time in Anatolia (2011) che come filo conduttore ha un assassinio con un reo confesso … ma il cadavere non si trova. Diventa quindi quasi un road movie con la piccola carovana di due auto e una jeep militare che si muove (per lo più di notte) alla ricerca del luogo in cui è stato sepolto il cadavere. L’assassino continua a indicare luoghi sbagliati e le tensioni con e fra poliziotti, magistrato, medico legale, operai (che dovrebbero dissotterrare la salma) e militari cresce ad ogni nuova sosta a vuota. C’è tanta interazione e i dialoghi vanno dalle banalità fra colleghi a confessioni di fatti personali e a considerazioni filosofiche.

Ancora diversi sono i tipi di rapporti fra i protagonisti del lunghissimo (3h16’) Winter Sleep (2014, Palma d’Oro a Cannes), ambientato nel caratteristico ambiente delle caratteristiche abitazioni rupestri della Cappadocia. Molto interessanti e profondi alcuni discorsi fra il proprietario dell’hotel ricavato in tali cavità, con un passato da attore teatrale, ora scrittore, sua sorella e sua moglie, nonché con altri personaggi secondari (ma solo per presenza in scena), eppure importanti. Molto ben fotografati sia gli interni che i paesaggi innevati. Senz’altro un ottimo film (attualmente 248° nella classifica IMDb dei migliori film di sempre), ma può mettere a dura prova la resistenza di molti, certamente di quelli che non apprezzano i vari Tarkovski, Bergman e gli altri succitati registi.

Avendo apprezzato (chi più e chi meno) i 5 film di NBC fin qui visti, ora mi metterò alla ricerca degli altri 3: Climates (2006), Three Monkeys (2008) e The Wild Pear Tree (2018).

venerdì 10 aprile 2020

Micro-recensioni 111-115: 5 film iraniani

Torno temporaneamente alle cinquine in quanto sia questa che le prossime saranno monografiche di cinematografie poco distribuite in occidente. Comincio con l’Iran, seguirà la Turchia.
Le sceneggiature dei primi due di questi cinque film, entrambi di Abbas Kiarostami, sono indissolubilmente legate alla cinematografia e al centro del primo c’è la figura del regista del terzo, che ivi compare, seppur brevemente, come sé stesso. Ma andiamo per ordine.

Close-Up (Abbas Kiarostami, Iran, 1990)
Abbas Kiarostami è l'autore (regia e sceneggiatura) di questo film strano per quanto geniale, fra documentario e cinema verità, basato su eventi reali e con molti dei veri protagonisti degli eventi narrati. Hossain Sabzian è un giovane più o meno senza ne arte né parte, appassionato di cinema, che viene spesso scambiato per il regista Mohsen Makhmalbaf, che l'anno precedente era diventato famoso in tutto il paese con il suo film Il ciclista. Su un autobus, risponde affermativamente ad una signora che gli chiede se fosse proprio il regista. Presentato alla famiglia, finge di voler utilizzare la casa come location di un suo prossimo film. Ma gli altri familiari, marito e due figli adulti, cominciano ad avere qualche sospetto, coinvolgono un giornalista e il millantatore viene arrestato e mandato a processo. Non è mia abitudine focalizzarmi sulla trama, ma in questo caso è necessario per evidenziare la particolarità del film e comunque ho trattato solo la prima metà della storia.
Delle riprese in tribunale, i primi piani (close-up) dell’imputato e dei querelanti sono quelli veri, solo il giudice (in controcampo) è interpretato da un attore. Questa parte è quindi documentaristica e molto interessante psicologicamente in quanto il finto regista spiega sinceramente le sue sensazioni sentendosi qualcuno ed essendo rispettato e creduto. E si pone la domanda: nel corso delle sue visite alla famiglia, discutendo del futuro film, era regista o attore.? Film scarno, essenziale ma portato avanti molto bene con tanti non professionisti che, avendo il vantaggio di interpretare sé stessi, sono assolutamente credibili. C’è anche lo spazio per il dettaglio cult della bomboletta che rotola.

Through the Olive Trees (Abbas Kiarostami, Iran, 1994)
Il secondo film, anche questo diretto da Kiarostami, si sviluppa secondo due vicende quasi parallele su un set cinematografico. Nel corso delle riprese di un film realistico, con attori scelti fra gli abitanti di in un paesino quasi completamente distrutto da un recente terremoto, i due giovani protagonisti sono sposati ma nella realtà hanno un rapporto molto difficile. Lui la corteggia insistentemente ma con poco successo, lei lo ignora, anche spinta da sua nonna che è nettamente contraria. Ben realizzato, interessanti i rapporti non solo fra i giovani ma anche con il resto della troupe e con gli abitanti. Notevole l’interminabile campo lungo conclusivo. Ennesimo buon film realizzato con quasi niente. IMDb 7,8 * RT 80%, Nomination Palma d’Oro a Cannes.
The Silence (Mohsen Makhmalbaf, Iran, 1998)
Ho poi guardato Il silenzio anche spinto da curiosità per aver apprezzato il precedente Gabbhe (1996) dello stesso regista (quello con il sosia in Close-up). Questo mi ha deluso per avere una sceneggiatura senza né capo né coda e poco plausibile, ma devo riconoscere che la fotografia, i colori e la composizione delle inquadrature sono ottime. Continuo a preferire Gabbhe.

Killing Mad Dogs (Bahram Beizai, Iran, 2001)
Un crime drammatico che non ti aspetti, che vede come protagonista una donna che da sola affronta delinquenti di vario genere per cercare di salvare il marito dalla bancarotta. Succede di tutto e di più in una sequela di inganni, minacce, violenza, pedinamenti e qualche colpo di pistola, fino ai colpi di scena finali. Ritmo serrato, con sorprese e tensione, visto che parte delle trappole tese e degli inganni vengono anticipati allo spettatore ma non sono a conoscenza della ignara protagonista. 

Fireworks Wednesday (Asghar Farhadi, Iran, 2006)
Infine Farhadi, probabilmente il regista più noto e acclamato in occidente, che con About Elly (2009), Una separazione (2011) e Il cliente (2016) ha vinto tanti premi fra i quali vari a Cannes e Berlino, nonché un Oscar e una Nomination per la sceneggiatura.
Chi sperava che prima di questi avesse scritto e diretto film non con le sue solite, ripetitive situazioni di accese controversie coniugali, ma con temi diversi, sappia che non è così. Terza delle sue sole 8 regie, Fireworks Wednesday è un litigio quasi continuo, di una solita coppia della media  borghesia, nella quale si trova coinvolta una ragazza chiamata tramite agenzia per le pulizie, tanto onesta e volenterosa quanto sprovveduta intrigante e bugiarda. Come negli altri film, viene sempre evidenziata l'eterna insoddisfazione di chi vive in modo agiato, opposta alla semplicità dei meno abbienti, più sereni nonostante i loro maggiori problemi, e il contrasto fra chi vive in modo più "occidentale" e quelli che rispettano di più religione e tradizioni. Nessuno dei protagonisti attira su di sé simpatie, né i coniugi che agiscono quasi sempre in preda alla rabbia, fra sospetti, accuse, ripicche e bugie, né la giovane ragazza che, pur avendo più di un’occasione per defilarsi elegantemente, resta al centro della scena peggiorando spesso la situazione. 
Come per gli altri succitati film, si può affermare che si tratta di un buon pezzo teatrale con ottime interpretazioni, ma a questo punto sembra che, visto un Farhadi, li hai visti tutti. 

sabato 13 aprile 2019

25° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (121-125)

Dopo le commedie leggere del gruppo precedente, propongo una cinquina estremamente varia e certamente di migliore qualità, con film di nazionalità ed epoche diverse (dal 1920 al 2008). In quanto alle mie preferenze (l’ordine nel quale li commento) non avuto dubbi in merito ai primi due, gli altri 3 li vedo a pari merito considerando nel complesso i pregi e le indubbie insufficienze. 
   

122  Das Cabinet des Dr. Caligari (Robert Wiene, Ger, 1920) tit. it. “Il gabinetto del Dr. Caligari”  * con Werner Krauss, Conrad Veidt, Friedrich Feher * IMDb  8,1  RT 100%
Uno dei film più significativi dell’epoca del muto, pietra miliare della storia del cinema, finalmente ammirato in sala in versione restaurata 4k. Pur avendolo guardato numerose volte, continuano ad affascinarmi le scene, le ombre e fondali nei quali è difficilissimo trovare elementi verticali o simmetrici, essendo tutto distorto ad arte, puro Espressionismo. 
   
Il programma degli Incontri Internazionali del Cinema di Sorrento lo aveva inserito fra gli eventi speciali e lo annunciava con “sonorizzazione dal vivo”. Avevo immaginato di trovare un solo artista (al piano o al violino, per esempio) o al massimo un trio, un po’ in disparte, e non due membri dell’Edison Studio sul palco, dietro a due laptop. Ho trovato questa sonorizzazione troppo invadente per l’eccessivo utilizzo del sintetizzatore, l’aggiunta di “parlato” ad un film muto assolutamente fuori luogo, con la voce di Caligari tanto gracchiante (volutamente, altre erano quasi normali) da somigliante a quella di un robot di scadente qualità.
In conclusione, eccezionale la qualità del restauro con immagini ben definite e di tanti “colori” (virate al seppia, ocra, tonalità di grigio, verdine, ...) ma la combinazione con questa “sonorizzazione” l’ho trovata un assoluto disastro.

125  Fados (Carlos Saura, Por, 2007) * con Camané, Carlos do Carmo, Mariza, Carminho * IMDb  7,2  RT 96%
Buona scelta di pezzi di fado, messi insieme nel solito sapiente stile di Saura. Conoscendo abbastanza il genere musicale, ed essendo appassionato di quello tradizionale o quasi, non ho particolarmente gradito l’intrusione di stranieri che lo rivisitano in stile troppo estemporaneo. Al contrario, la combinazione di cantanti portoghesi di fado castizo (dal 70enne Carlos do Carmo alle nuove leve come Carminho (classe ‘84), alle immagini d’archivio di Amália Rodrigues (1920-1999) e dell’inconfondibile Alfredo Marceneiro (morto nell’82 a 91 anni), è più che buona anche se, ovviamente, lungi dall’essere esaustiva.
Non c’entra con lo stile con il quale è stato realizzato il film ma, da aficionado, avrei preferito che Saura avesse approfondito il lato amatoriale invece che le cover. Esiste un mondo estremamente variegato di fadisti che si esibiscono in piccoli locali, in piccoli paesi, spesso senza neanche essere pagati. Inoltre, ogni anno si svolgono innumerevoli concorsi di Fado amador (amatoriale) che coinvolgono un gran numero di interpreti ed attirano un folto pubblico estremamente competente. Ad Alfama (Lisbona), al lato dell’ingresso di una Casa de Fado fa bella mostra di sé la l’azulejo qui al lato nel quale si afferma che “è fadista sia chi lo canta che chi lo sa ascoltare”.  
Per gli appassionati Fados è imperdibile, per gli altri è un eccellente maniera per avvicinarsi a questo tipo di musica tradizionale.
  
      

121  A Lustful Man (Yasuzô Masumura, Jap, 1961) tit. or. “Koshoku ichidai otoko”  * con Raizô Ichikawa, Ayako Wakao, Tamao Nakamura, Michiko Ai * IMDb  6,7 
Ennesima originale messa in scena di Masumura, che in questo caso tratta di un donnaiolo impenitente, disposto a tutto per le donne, dal mettere a rischio la propria vita al dilapidare l’immensa fortuna di famiglia.
Solito piacevole ritmo estremamente rapido, con una serie di scene composte di riprese brevi e concise. Una “commedia erotica” molto soft, assolutamente non di cattivo gusto, niente a che vedere con le “commedie sexy” italiane che imperversavano qualche decennio fa o con i cinepanettoni.
Masumura, del quale parlai più volte a ottobre dell’anno scorso in occasione di una retrospettiva a lui dedicata dalla Filmoteca Española, si è cimentato in film dei generi più diversi, tutti abbastanza buoni e congruenti con le sue idee, dirigendo ben 50 film in 15 anni.

123  Teorema (Pier Paolo Pasolini, Ita, 1968) * con Silvana Mangano, Terence Stamp, Massimo Girotti, Anne Wiazemsky, Anne Wiazemsky, Laura Belli * IMDb  7,3  RT 90%
Vidi il film qualche anno dopo l’uscita e non lo capii più di tanto. Dopo quasi 50 anni ho voluto guardarlo di nuovo, ho colto (forse) qualche significato in più, ma resto con il dubbio di quale sia l’enunciato del “teorema” e non ne capisco la “dimostrazione”.  Non sono riuscito ad entrare in sintonia con i protagonisti e quindi non comprendo molte delle loro reazioni.
Tuttavia, rinunciando al voler trovare una logica, Teorema ha comunque degli aspetti positivi, soprattutto per la costruzione non lineare. In quanto a ciò, mi ha colpito il monologo di Pietro (il figlio) in merito alla sua analoga visione dell’arte astratta, casuale e irripetibile. La figlia Odetta è interpretata da Anne Wiazemsky che appena due anni prima aveva acquisito una buona notorietà al suo esordio, come protagonista di Au hasard Balthazar (1966, Robert Bresson). Anche in questo caso bisogna sorbirsi la presenza dell’incapace Ninetto Davoli, oltretutto in un ruolo insignificante, ovviamente per i suoi noti legami con il regista.
Come scrissi il mese scorso commentando Uccellacci e uccellini, fra i film di PPP i miei preferiti restano Accattone (secondo me il migliore in assoluto), Edipo Re e Il Vangelo secondo Matteo (tutti rivisti con piacere negli ultimi mesi).
Vale la pena di guardare Teorema più che altro per avere una visione esaustiva dei lungometraggi di Pasolini, compito relativamente facile trattandosi di soli 13 film.

124  Two-legged Horse (Samira Makhmalbaf, Iran, 2008) tit. or. “Asbe du-pa”  * con Ziya Mirza Mohamad, Haron Ahad, Gol-Ghotai * IMDb  7,1 
Pur essendo interessante dal punto di vista sociale ed antropologico, come altri film simili ambientati nel pressoché sconosciuto Medioriente, Two-legged Horse non mi ha convinto. L’ho trovato ripetitivo, mal montato, eccessivo nel ricorrente indugiare sul puledro neonato, le gare fra i ragazzini in groppa alle loro “cavalcature” (tutti asini tranne il “cavallo a due zampe”) sono realizzate in modo molto approssimativo, la piccola mendicante è troppo poco credibile. C’è da dire che la sceneggiatura ed il montaggio sono opera del padre, il regista Mohsen Makhmalbaf (Gabbeh, Kandahar, Il silenzio, ...), produttore di film come Osama (Golden Globe, pluripremiato a Cannes), genitore anche di Hana (di 8 anni più giovane di Samira) che nel 2007 diresse il suo secondo e - al momento - ultimo film: Sotto le rovine del Buddha (2 premi a Berlino). L’interesse di questa famiglia di cineasti sembra essere indirizzato quasi esclusivamente alle aree rurali più povere dell’Afghanistan.
Samira aveva precedentemente ricevuto numerosi riconoscimenti a Cannes per i suoi primi 3 lungometraggi - Sib (1998, La mela), Takhté siah (2000, Lavagne) e Panj é asr (2003, Alle 5 della sera) - ma questo Two-legged Horse sembra che non sia stato egualmente apprezzato e, non so se è solo un caso, è stato l’ultimo dei suoi quattro. Tuttavia, si deve sottolineare che nel 2002 le fu affidata la realizzazione del primo degli 11 corti che compongono il film 11 settembre 2001, presentato e premiato a Venezia, e guardate in che ottima compagnia si trovava: Claude Lelouch, Youssef Chahine, Alejandro González Iñárritu, Ken Loach, Amos Gitai, Mira Nair, Shōhei Imamura, Sean Penn, Danis Tanović e Idrissa Ouédraogo.
Mi riprometto di cercare altri film diretti dai membri di questa famiglia (oltre a quelli già visti) e guardare quanto riuscirò a recuperare.

Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire da gennaio 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate, in gruppi di 5, su questo blog. 

domenica 19 febbraio 2017

“Sonita” (Rokhsareh Ghaem Maghami, Ger, 2015)

Sonita (Rokhsareh Ghaem Maghami, Germania-Svizzera-IRAN, 2015) 
con Sonita Alizadeh, Latifah Alizadeh, Fadia Alizadeh 
IMDb  7,9   RT 100%
  
Secondo film di oggi nell’ambito della rassegna Women in Film, un biopic-documentario sulla vita (più che altro adolescenza visto che oggi ha 20 anni) della rapper afghana (proprio così) Sonita Alizadeh il cui caso fece clamore, destò interesse in alcuni membri di associazioni no-profit di difesa dei dritti civili ed in particolare la Strongheart Group che le assegnò una borsa di studio.
Non si può chiamare documentario (non c'è commento esterno) né biopic per riferirsi solo ad un brevissimo periodo della vita di Sonita che grazie alle strofe di Daughters for Sale (vedi video) da profuga afghana rifugiata in IRAN non solo è riuscita a sfuggire alla "vendita" come sposa. ma è arrivata al successo internazionale coronando il suo sogno.
Per questo film, invece dell'usuale micro-recensione accompagnata da poster e qualche foto, allego il video del pezzo più rappresentativo composto, come gli altri del film, dalla stessa Sonita che oggi ha 18 anni e vive negli Stati Uniti. Leggete con attenzione i sottotitoli, un ottimo testo scritto da una sedicenne.
La piccola troupe iraniana che la segue nella scuola per ragazzi di strada, orfani e rifugiati continua seguirla quando diventa un caso emblematico ed interessante. Senza documenti, vive con una sorella mentre il resto della famiglia si trova ancora a Herat (Afghanistan) , chiaramente non vuole essere venduta e al contrario di tante altre fa il possibile per opporsi, la scuola l'appoggia ma non può intervenire, né può assecondarla più di tanto nella sua passione poiché, ufficialmente, neanche in IRAN le donne possono cantare in pubblico né incidere dischi.
Il film mette il dito in parecchie piaghe oltre la già citata tratta delle giovani spose. Gli stessi familiari (anche madre e sorelle) non hanno alcuna considerazione per la ragazza e ad aggravare il giudizio su questa “consuetudine” si scopre che il ricavato non serve per il sostentamento della famiglia (come in un primo momento dice la madre) ma per comprare una sposa al fratello maggiore ... si vende una figlia per comprare una nuora! 
Al di là di ogni altra considerazione, una vera follia! 
   
Oltre a ciò si sottolineano, e si vedono, le differenze culturali fra IRAN e Afghanistan, paesi nei quali il film è stato effettivamente girato.
Questo buon prodotto cinematografico (ma non certamente eccelso) è senz'altro molto più interessante per i contenuti e ha ottenuto 2 premi al Sundance e un’altra quindicina di vittorie; in Italia ha partecipato nel 2016 al Biografilm Festival dove è stato premiato come miglior film d’esordio.
   
A chi è interessato alla storia di Sonita suggerisco di leggere questo post, seppur breve è interessante ed abbastanza esaustivo