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martedì 25 ottobre 2022

Microrecensioni 301-305: cinquina di rarità

A uno storico film finlandese pieno di renne, seguono piccole protagoniste di etnie singolari, steppe mongole, tanta natura con spettacolari paesaggi e animali selvatici, un’area storico / religiosa afghana; chiude quello che è molto probabilmente il film meno conosciuto di Totò, ma leggete fino in fondo per sapere in compagnia di chi!

 

Buddha collapsed out of shame (Hana Makhmalbaf, Iran/Fra/Afg, 2007)

Figlia dell’apprezzato regista iraniano Mohsen Makhmalbaf (GabbehA Moment of InnocenceKandahar, …) è la più giovane regista di sempre in concorso al Festival di Venezia (a 14 anni), ma in precedenza, a 8 anni, aveva partecipato anche al Festival di Locarno con il suo primo corto. La protagonista è una fantastica bambina di 5 anni, serafica e imperturbabile ma soprattutto pertinace che vuole andare a scuola a ogni costo, cosa evidentemente difficile essendo della minoranza etnica hazara, da sempre osteggiata, se non perseguitata. La location è la valle di Bamiyan (Afghanistan) dove per ben 14 secoli (qualcuno dice 18) si sono potute ammirare due gigantesche statue di Buddha (alte rispettivamente 55 e 38 m, ricavate dalla viva roccia e quindi protette in una specie di nicchia) finché nel 2001 il Mullah Omar, sull’onda dell’iconoclastia talebana ne ordinò la distruzione. A causa della loro struttura (un solo pezzo di roccia) la cosa non fu per niente facile e ci vollero cannonate e cariche di dinamite per farle crollare. 


 

Il film è stato girato proprio di fronte alle enormi nicchie ormai vuote e nelle grotte scavate nei dintorni per accogliere monaci e pellegrini. Per dare un’idea della situazione (anche se non c’è alcuna reale violenza, neanche sottintesa, ma solo bullismo, anche da parte di alcune bambine) vi anticipo che i ragazzini giocano a fare i talebani che combattono contro gli americani e prendono in ostaggio le bambine che a volte vengono lapidate (sempre nel gioco, non vola neanche una pietra). Premiato a Berlino e a Roma.

The White Reindeer (Erik Blomberg, Fin, 1952)

Ambientato fra allevatori di renne, si tratta di un horror basato su una antica leggenda. Affascinanti distese innevate attraversate da innumerevoli renne e pochissimi umani, a volte sugli sci spingendosi con un solo bastone (stile telemark), a volte seduti in caratteristiche pulka, una specie di slittini a forma di barchetta con la prua rialzata e schienale diritto a poppa, trainate proprio da una renna. 

Storia lineare e semplice, ma ben narrata, che consente anche di apprezzare i fantastici paesaggi, le mandrie di renne, il modo di catturarle, la tecnica sciistica e quella di conduzione delle pulka, lo stile di vita di quella popolazione. Unico film finlandese ad essere stato premiato con un Golden Globe; pellicola originale restaurata e digitalizzata 4k. 

 

The Cave of the Yellow Dog (Byambasuren Davaa, Ger/Mon, 2007)

Visto che c’è una trama, si colloca fra fiction e documentario, ma i soli attori (non contando un paio di comparse e una solitaria anziana che ha un piccolo ruolo) sono i reali componenti della famiglia Batchuluun, pastori nomadi mongoli. Giovane coppia composta dai genitori, due figlie di 6 e 4 anni, un figlioletto di 2. 


Altro film di grande interesse etnografico, con esterni spettacolari nelle grandi pianure semidesertiche della Mongolia. La narrazione alterna momenti di vita familiare, dentro e fuori la classica yurta (che alla fine si vede anche come viene smontata per spostarsi in un'altra località), e scene di vita con gli animali. Il titolo si riferisce ad una leggenda raccontata dall’anziana che aveva accolto la ragazzina che, per cercare il cane che aveva adottato contro il parere del padre, era stata colta da un temporale. Veramente interessante, e in un certo senso divertente, il film porta lo spettatore nel fantastico ambiente rurale centro-asiatico. Ai vari Premi ottenuti dal film, si aggiunge quello a Cannes andato al cane Zochor.

Le dernier loup (Jean-Jacques Annaud, Chi/Fra, 2015)

Molto ben filmato come era lecito aspettarsi da Annaud, soffre di una sceneggiatura, nonostante sia tratta da un bestseller cinese, non evidenzia una direzione precisa, lasciando nel vago sia i rapporti uomo / animale e predatori / prede, sia le ragioni politiche e le ragioni economiche che si confrontano con la tradizione. Veramente ottime le singole riprese, ma chiaramente montate senza continuità; i lupi mongoli che si vedono nel film erano stati specificamente addestrati dallo staff di Annaud. Anche il commento sonoro è di ottimo livello, ma il film, nel complesso, resta tuttavia sufficiente e comunque nettamente inferiore ai precedenti tre sopra recensiti.

L'uomo, la bestia e la virtù (Steno, Ita, 1953)

Dulcis in fundo, ecco una vera rarità che però niente ha a che vedere von terre lontane, natura selvaggia e etnie poco conosciute, ma ha la particolarità di mettere insieme grandi nomi che nessuno si aspetterebbe di vedere accomunati. I protagonisti del film sono il più famoso commediante italiano del dopoguerra (Totò), un grande attore e regista di indiscussa fama mondiale (Orson Welles) e la star francese dell’epoca Viviane Romance (protagonista dell’eccellente Panique, 1946, di Julien Duvivier), diretti da un regista di valore come Steno, specializzato nel genere comico – popolare, che interpretano un adattamento di una commedia di Pirandello! Meraviglia quindi che pochissimi conoscano questo film ma c’è una ragione ben precisa: appena dopo l’uscita nel 1953, fu ritirato dalla circolazione poiché gli eredi di Pirandello ritennero che la sceneggiatura avesse stravolto il senso originale della commedia, rendendola troppo farsesca. Fu rimesso in circolazione dopo ben 40 anni (1993), ma da allora conta pochissimi passaggi in televisione, oltretutto nella versione b/n (l’originale era a colori), e praticamente non è mai arrivato nelle sale. Interessante anche l’ambientazione a Cetara, quando era ancora un piccolo approdo di pescatori della Costiera Amalfitana, non ancora assurto a fama mondiale con la sua colatura di alici DOP, peraltro prodotto storico con origini risalenti all’epoca romana. I protagonisti sono un professore (Totò, l'uomo), un comandante di nave sempre lontano da casa (Welles, la bestia) e la moglie di quest’ultimo (Romance, la virtù) ma anche amante (incinta) del primo.

venerdì 10 settembre 2021

Micro-recensioni 241-245: World Movies … Kazakistan, Colombia, Cina e India

Un interessantissimo documentario colombiano è accompagnato da un film sulla gioventù di Gengis Khan, una detective story cinese con intrighi di palazzo e altri 2 film dell’Indian Parallel Cinema.

 

Ciro y yo 
(Miguel Salazar, 2018, Col)

Il protagonista è Ciro Galindo (classe 1952), che interpreta sé stesso. Narra la incredibile e sventurata storia costellata di morti, arruolamenti forzati di bambini soldato, FARC, truppe paramilitari, servizi segreti poco affidabili; una vita passata a tentare di sfuggire alla violenza, non a caso diventa emblematica la frase: “dovunque andasse, la guerra lo trovava”. Il regista e direttore della fotografia Miguel Salazar, decise di realizzare questo documentario dopo 20 anni di amicizia con Ciro e con la sua famiglia i cui unici sopravvissuti sono lui e suo figlio Esneider. Attualmente vanta un ottimo e giustificato 8,3 su IMDb.

Detective Dee: the Phantom Flame (Hark Tsui, 2011, Cina)

Film spettacolare che ho recuperato dopo averlo visto al cinema una decina di anni fa. Ambientato alla fine del VII secolo, all’epoca dell’incoronazione dell’unica Imperatrice cinese della storia: Wu Zetian. I preparativi per la cerimonia sono turbati da inspiegabili incidenti … persone che vanno a fuoco ed in pochi minuti si inceneriscono. Agli intrighi mirati a sabotare la celebrazione, nei quali tanti sono i sospetti per i più svariati motivi, si alternano i classici combattimenti e movimenti di masse di soldati. Toccherà al Detective Dee (Andy Lau) risalire alla causa delle misteriose fiammate e smascherare chi trama contro l’Imperatrice. L’ottima fotografia, la ricca scenografia e i colorati e sfarzosi costumi sono predominanti sulla trama che comunque è intricata e piena di sorprese fino all’ultimo. Molto piacevole e, quindi, consigliato.

  

Mongol (Sergey Bodrov, 2007, Kaz)

Candidato Oscar come miglior film non in lingua inglese è uno dei pochi prodotti dal Kazakistan. Scorrendo velocemente l’ascesa al potere del giovane Temudjin (il futuro Gengis Khan), il regista russo approfitta spudoratamente (ma bene) degli spettacolari paesaggi dell’Asia più interna, fra Kazkistan, Mongolia e Cina. Abbastanza fedele ai fatti storici riesce a mantenere viva l’attenzione dello spettatore anche se, chiaramente, alcuni eventi sono molto romanzati. Senz’altro vale la pena guardarlo, almeno per godere della vista di deserti e steppe infinite, nonché per conoscere qualcosa della vita da nomadi dei mongoli, con le yurta (le loro caratteristiche tende), gli originali abiti e gli animali al seguito.

  • Bazaar (Sagar Sarhadi, 1982, Ind)
  • Gaman (Muzaffar Ali, 1978, Ind)

Questi sono gli unici altri due film dell’Indian Parallel Cinema che sono riuscito a recuperare con sottotitoli inglesi, dopo aver visto Ankur (1974, Shyam Benegal) la settimana scorsa. Se Bazaar si è rivelato molto interessante per approfondire l’argomento dei matrimoni combinati (fra adulti, non spose bambine) Gaman è risultato molto deludente. Nel primo la protagonista è Smita Patil, reputata una delle migliori attrici indiane di sempre, impegnata politicamente, quasi icona del Parallel Cinema, con ben 80 film all’attivo nonostante il debutto a 20 anni e la prematura morte a 31. In poche parole, se ne avrete l’occasione, guardate Bazaar ed evitate Gaman.