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mercoledì 7 settembre 2022

Microrecensioni 261-265: fra i migliori neo noir (anni 1996-2001)

Seconda delle tre cinquine di neo noir, anche in questo caso quasi tutti i film vantano ottimi rating e tanti premi, candidature Oscar e un paio si trovano nella classifica dei migliori film di tutti i tempi.

 
Memento (Christopher Nolan, USA, 2000)

Senz’altro il migliore del gruppo, ottimo in assoluto, assolutamente originale come storia e, soprattutto, come montaggio. Certo ci si deve scervellare un poco per ricostruire gli avvenimenti, mettere idealmente le scene nel gusto ordine e capire chi è chi. Quello che sembra un caos di scene e flashback, con alternanza di bianco e nero e colore per niente casuale, segue un preciso schema difficile da decifrare ad una prima visione. Il protagonista (un ottimo Guy Pearce) dice di ricordare di essere un perito assicurativo e che sua moglie ha subito violenza ed è stata uccisa. Dall’omicidio non riesce a memorizzare più niente se non per pochissimo tempo e quindi vive fra appunti, foto con annotazioni, nomi e numeri e addirittura alcune informazioni se le tatua. Nella sua ricerca dell’assassino della moglie viene aiutato (o ostacolato?) da vari personaggi alcuni dei quali sembra però sfruttino la sua voglia di vendetta per scopi personali, non sempre leciti. 

Come anticipato, il montaggio (candidato Oscar così come la sceneggiatura) ha un suo metodo, ben spiegato in questo video dal regista Christopher Nolan, che è anche coautore della sceneggiatura insieme con suo fratello Jonathan il quale ha contribuito pure ad altri 4 suoi film di successo quali The Prestige (2006), The Dark Knight (2008), The Dark Knight Rises (2012) e Interstellar (2014). Attualmente il film è al 54° posto nella classifica IMDb dei migliori film di tutti i tempi.

The Big Lebowski (Joel Coen, USA, 1998)

Ufficialmente è diretto dal solo Joel, mentre il fratello Ethan appare quale produttore. Cast variegato con tanti buoni attori e caratteristi fra i quali spiccano, oltre ai protagonisti Jeff Bridges e John Goodman, Philip Seymour Hoffman, Julianne Moore e un paio di regular dei cast dei Coen quali John Turturro, Steve Buscemi. Da un semplice scambio di persona causa omonimia si scatenano una serie di eventi prossimi al surreale sia per le bizzarre coincidenze, sia per i personaggi assolutamente fuori dal comune. Così vengono a contatto naziskin, aspiranti artisti, piccoli criminali, presunti milionari, nullafacenti professionisti, produttori di film porno e giocatori di bowling, uno spumeggiante melting pot nel quale ovviamente sguazzano i fratelli Coen, autori della sceneggiatura. Attualmente al 203° posto nella classifica IMDb dei migliori film di tutti i tempi.

  
Bound (Lana & Lilly Wachowski, USA, 1996)

Nati Larry e Andy e anteriormente conosciuti con Wachowski Brothers, sono poi rispettivamente diventati Lana & Lilly e quindi le attuali Wachowski Sisters. Questo è il loro film di esordio, con il quale si fecero subito notare, e appena 3 anni più tardi il loro secondo lungometraggio (The Matrix, 1999) li consacrò definitivamente. Questo è uno di quelli che non avevo mai visto e mi ha piacevolmente sorpreso, sia per la elegante messa in scena, sia per la dinamica sceneggiatura (firmata dagli stessi registi) che tocca vari generi quali crime, black comedy e thriller, con un po’ di splatter e un po’ di erotismo. Notevole il trio di semisconosciuti protagonisti Jennifer Tilly, Gina Gershon, Joe Pantoliano, oltre ai quali c’è da segnalare la presenza di Richard C. Sarafian, regista del cult Vanishing Point (1971, tit. it. Punto zero) con il famoso protagonista Kowalski e la mitica Dodge Challenger R/T del 1970 che guidava. Bound – Torbido inganno (questo il titolo italiano) merita senz’altro una visione

A Simple Plan (Sam Raimi, USA, 1998)

Due anni dopo aver vinto il suo Oscar per la sceneggiatura con Sling Blade (1996) e la Nomination come protagonista, Billy Bob Thornton con questo noir / black comedy ottenne la sua seconda Nomination (non protagonista); candidatura Oscar anche per la sceneggiatura adattata da un romanzo di Scott B. Smith. Protagonisti sono tre amici dai caratteri molto particolari che, per fortuna (o sfortuna?) vengono in possesso di una grossa somma di dubbia provenienza e ciò, ovviamente, scatenerà una serie di litigi e sospetti. L’insulsaggine di alcuni personaggi è forse esagerata, ma in questo genere di film è senz’altro consentita e quindi non disturba.  

The Man Who Wasn't There (Ethan e Joel Coen, USA, 2001)

Buon film realizzato con la solita cura dai fratelli Coen, uno dei meno conosciuti, senz’altro non fra i loro migliori. Filmato in un bel bianco e nero in stile d’epoca, fra noir degli anni ’40-’50 e un po’ di espressionismo tedesco degli anni ’20, con fasci di luce che rompono l’oscurità proiettando lunghissime ombre. Il cast, oltre a Billy Bob Thornton e Frances McDormand (all’epoca ancora non affermata) non includeva grandi nomi, ma se alcuni come Michael Badalucco e Tony Shalhoub forniscono eccellenti interpretazioni, gli altri sono un po’ spenti. La più famosa (oggi) è Scarlett Johansson, ma allora (17enne) era ancora agli inizi della carriera e solo due anni dopo sarebbe giunta la fama con Lost in Translation e Girl with a Pearl Earring. Ho trovato pesante e quindi eccessiva la narrazione con voce fuori campo che, pur essendo una modalità molto utilizzata anche nei noir classici, qui occupa troppo tempo. La sceneggiatura (ovviamente anch’essa curata dai fratelli Coen) è più che buona e, pur sviluppandosi lentamente, riserva molti originali colpi di scena. Consigliato, ma a chi non conosce i Coen, consiglio di cominciare da qualche altro film, questo non fornisce a pieno l’idea del loro talento. Nomination Oscar per la fotografia.

martedì 30 agosto 2022

Microrecensioni 251-255: neonoirs, 4 di David Lynch

Cineasta apparentemente poco prolifico, con appena 12 lungometraggi (10 con sua sceneggiatura) dal ’77 ad oggi, ma al contrario non lo è assolutamente se si aggiungono una trentina di corti e le tante serie televisive, la più nota delle quali è Twin Peaks e la più recente Weather Report (ben 152 episodi), ma è anche annunciata Unrecorded Night della quale sono già pronte 13 puntate. Caratteristiche di David Lynch sono le sempre ottime colonne sonore, di vario genere, ma con pezzi sempre molto ben scelti, la fotografia molto curata con gran prevalenza di sfondi scuri, non disdegna certo parti erotico-sensuali, il montaggio molto meticoloso che riesce a mettere insieme le storie principali con vari sub-plot che talvolta, a prima percezione, sembrano aver ben poco a che fare con i protagonisti. In quanto a violenza, humor nero e spargimenti di sangue talvolta viene accostato a Quentin Tarantino ma rispetto a questo è certamente molto più elegante e raffinato. Certamente differenti per struttura e (sottilmente) genere, tutti e 4 i film di Lynch meritano la visione.

 
Mulholland drive (David Lynch, USA, 2001)

Comunemente riconosciuto come miglior film di Lynch, per quanto enigmatico e criptico possa essere … Nomination Oscar per la regia, miglior film dell’anno e del decennio per Cahiers du Cinéma, miglior regia (alla pari con The Man Who Wasn't There di Joel Coen) e Nomination Palma d’Oro a Cannes e un’altra 50ina di Premi e altrettante nomination. Cinematografia molto raffinata per una storia che ha fatto scervellare parecchi spettatori nel tentativo di mettere insieme i vari pezzi della storia, i particolari e personaggi sparsi qua e là, che apparentemente scompaiono e poi riappaiono, a volte con altri nomi e differenti ruoli. Non a caso in rete si trovano tante pagine dedicate specificamente all’interpretazione del film, ma non mancano voci discordanti … certamente una sceneggiatura molto interessante ma che lascia perplessi, specialmente alla prima visione. Un film da non perdere, ma per apprezzarlo lo si deve guardare con grande attenzione altrimenti veramente non si capisce niente!

Blue Velvet (David Lynch, USA, 1986)

Indagine personale di un intraprendente (aggiungerei molto imprudente) giovane che coinvolge nella sua fissazione per la ricerca della verità la figlia di un detective e si trova a doversi confrontare con pericolosi criminali. La parte investigativa avvicina il film al genere crime anche se il coinvolgimento della polizia è marginale. Sceneggiatura come al solito sorprendente, nella quale si inseriscono personaggi molto particolari, interpretati brillantemente da Isabella Rossellini, Dennis Hopper e Dean Stockwell. Nomination Oscar per la regia

   
Wild at Heart (David Lynch, USA, 1990)

Questo è più vicino al genere dark comedy che vero e proprio neo noir. Essendo popolato da personaggi a dir poco grotteschi a cominciare da quello del sempre bravo Willem Dafoe. Il cast comprende anche Diane Ladd (Nomination Oscar non protagonista), Harry Dean Stanton, di nuovo Isabella Rossellini e Laura Dern (che anche qui non convince) e Nicolas Cage (interpretazione veramente scadente, come spesso gli accade). Due giovani amanti vengono perseguitati dalla madre di lei, assolutamente contraria al rapporto, apparentemente solo per mancanza di stima ma pian piano nel corso del film verranno alla luce ben altri motivi. Palma d’Oro a Cannes

Lost Highway (David Lynch, USA, 1997)

Incentrato su storie parallele, vale a dire classico caso di doppelganger o sosia (entrambe interpretate da Rosanna Arquette). Al limite del surreale e fantasy, fra i piccoli ma fondamentali ruoli cari a Lynch troviamo un misteriosissimo personaggio interpretato dal piccoletto Robert Blake che ebbe il suo breve periodo di gloria una cinquantina di anni fa come protagonista del primo adattamento del noto lavoro di Truman Capote In Cold Blood (1967, Richard Brooks, 4 Nomination Oscar) e poi con Electra Glide (1973, James William Guercio, Palma d’Oro a Cannes). Il film si sviluppa quindi quasi con due cast differenti e storie apparentemente ben distinte se non fosse per la straordinaria somiglianza delle due giovani donne e il “personaggio misterioso”. Terzo miglior film dell’anno per Cahiers du Cinéma.

To live and die in L.A. (William Friedkin, USA, 1985)

Questo è stato il primo della cinquina, l’avevo visto vari decenni fa e avevo curiosità di guardarlo di nuovo, ma alla fine sono rimasto deluso, lo ricordavo migliore. William Friedkin non è certo regista da poco avendo diretto The French Connection (aka Il braccio violento della legge, 1971, 5 Oscar e 3 Nomination) e The Exorcist (1973, 2 Oscar e 8 Nomination), ottenendo l’Oscar nel primo caso ma solo la Nomination nel secondo. Questo poliziesco si presenta però come un’americanata con inseguimenti impossibili nel famoso L. A. River (attualmente un grande canale cementato, visto in tanti film) e lungo le autostrade di Los Angeles, anche contromano nonostante il traffico. I detective protagonisti si comportano spesso in modo insulso e vista la loro incapacità ci si meraviglia come siano ancora vivi, visto che hanno a che fare con criminali senza scrupoli della peggior specie. Si può evitare la visione.

domenica 6 febbraio 2022

Microrec. 41-45 del 2022: 2 molto probabili Oscar e altro

In campo Oscar c’è il film dato per unico vero contendente di Encanto nel gruppo animazione, nonché uno indicato come pluripremiato che potrebbe ottenere risultati simili a quelli di Parasite 2 anni fa. Li affiancano un classico Rohmer e due produzioni molto originali di paesi freddi: Norvegia e Islanda.

 
Drive My Car (Ryûsuke Hamaguchi, 2021, Jap)

Della ventina scarsa di film potenzialmente candidati agli Oscar fin qui guardati, questo è senza alcun dubbio il migliore, con un’ottima sceneggiatura ancorché molti la troverann0 un po’ criptica. Dramma psicologico che, essendo oltretutto lungo (3 ore) e colto (senza grande azione, che comunque non manca), molti troveranno noioso, ma i contenuti, intervallati da originali twist nelle relazioni personali fra i protagonisti, lo rendono particolarmente interessante. A chi volesse guardarlo consiglio di leggere prima un seppur breve riassunta della trama di Zio Vanja di Cechov. Oltre alla qualità generale, è da apprezzare la scena conclusiva che lascia agli spettatori la scelta per la sua interpretazione. Finora 3 Premi e Nomination Palma d’Oro a Cannes, 3 Nomination BAFTA (si assegneranno il 13 marzo) e altri 54 premi (per ora). Consigliato agli amanti del buon cinema.

Conte d'hiver (Éric Rohmer, 1992, Fra)

Classica commedia drammatica, secondo dei 4 Racconti delle quattro stagioni; di gran qualità come al solito. La protagonista è una ragazza madre irrequieta e molto indecisa, che passa da un compagno all’altro continuando a sognare di ritrovare il suo unico e grande amore, padre di sua figlia. Interessanti e ben caratterizzati i protagonisti, dalla nonna alla nipotina. La narrazione, pur priva di grandi eventi, è fluida e piacevole, come di consueto. Premio FIPRESCI a Berlino, miglior film dell’anno per Cahiers du Cinéma. Consigliato.

  
Echo (Rúnar Rúnarsson, 2019, Isl)

Film molto particolare, un collage di una cinquantina di scene riprese (con camera fissa) durante le feste natalizia, fra la Vigilia e il Capodanno. Molte sono ironiche, alcune caustiche, altre drammatiche o triste. Le situazioni sono molto varie, dal funerale di un bambino ad un parto, da feste familiari a problemi di coppia, da scuse per bullismo passato a volontà di disintossicazione. Buone le riprese che riescono ad includere tutta l’attività dei protagonisti, cosi come i brevi dialoghi ridotti a volte solo a un paio di battute. Con tutto l’apparente ordine e perfezione dei paesi nordici, appare che i problemi sociali siano uguali in tutto il mondo occidentale e non sembra che la vita lì sia tanto migliore di quella dei paesi mediterranei (se non altro per il clima). Originale e in fondo divertente.

Flee (Jonas Poher Rasmussen, 2021, Den+)

Ha la particolarità (rara per i film d’animazione) di poter concorrere anche in altre categorie che non siano le solite musiche e canzoni; infatti, sembra avere buone chance di Nomination sia come miglior film straniero che documentario, ma potrebbe essere presa in considerazione la sceneggiatura. Produzione molto variegata Den/Swe/Nor/Fra/USA/ Spa/Ita/UK. La storia vera spunto alla sua base è la fuga dall’Afghanistan di una intera famiglia, dopo che il padre viene arrestato. Saranno rifugiati in vari paesi e tenteranno di passare frontiere clandestinamente pagando fior di quattrini. La storia è narrata dal più piccolo della famiglia 8ormai adulto) che si trova separato dal resto della famiglia. Animazione poco fluida, disegni essenziali ma buoni (scenografia migliore dai disegni dei protagonisti), bisognerà vedere che peso daranno i giurati ai drammatici contenuti.

Kraftidioten (Hans Petter Moland, 2021, Nor) tit. it. In ordine di sparizione

Dark comedy con tante morti violente; data l’ambientazione nei paesaggi innevati, molti lo hanno definito il Fargo (1996, f.lli Coen) norvegese, ma forse è più vicino ai film di Guy Ritchie. Per una serie di casualità viene ucciso un innocente e ciò dà la stura ad una serie di vendette e di freddi e spietati omicidi. Rimanendo all’inizio misteriosi, causano l’inizio di una sanguinosa guerra fra le due bande criminali che si dividono gli affari dell’area: i locali e una famiglia di serbi. Stellan Skarsgård veste i panni del protagonista (un operatore di spalaneve) mentre i due boss sono interpretati da Pål Sverre Hagen (il Conte) e dal solito ottimo Bruno Ganz (Papa, il capofamiglia serbo). Originale, nel suo genere non è niente male.

lunedì 10 gennaio 2022

Microrec. 11-15 del 2022: altri 5 probabili Nomination Oscar

Continuando a cercare fra i titoli probabili candidati Oscar come miglio film, eccone altri cinque, quattro dati praticamente per sicuri, uno di seconda fascia. Su tali ipotesi non sono del tutto d’accordo. Per aggiornarvi i siti di solito più affidabili (Variety e Indiewire) coincidono per 9/10 nella lista dei favoriti (in ordine alfabetico): Belfast, CODA, Dune, King Richard, Licorice Pizza, No Time to Die, The Power of the Dog, The Tragedy of Macbeth, West Side Story. In quanto al decimo, Indiewire punta su Nightmare Alley mentre Variety preferisce Tick, Tick … Boom!, spostando l’altro fra quelli di seconda fascia, nella quale entrambi pongono: Being the Ricardos, Don’t Look Up, Parallel Mothers. Colpisce il fatto che Joel Coen abbandoni le dark comedy per Shakespeare, contemporaneamente a Branagh (shakespeariano per eccellenza) che si cimenta in una commedia. Ciò detto, per quanto possano valere le previsioni, ecco le 5 micro-recensioni, nelle quali fornirò qualche opinione anche in merito a candidature in altre categorie.

 
The Tragedy of Macbeth (Joel Coen, 2021, USA)

Primo film tutto di Joel Coen che quindi si sgancia dal fratello Ethan e propone un testo teatrale assolutamente classico. Un ottimo cast interpreta il dramma shakespeariano che si sviluppa in scenografie minimaliste e quasi moderne. Protagonista principale è un ottimo Denzel Washington (dato per favorito per l’Oscar) mentre la moglie è interpretata dalla solita altrettanto brava Frances McDormand (nella vita reale moglie di Joel). L’ottima fotografia esalta il bianco e nero con immagini nitide e forti contasti, tanto che i neri spesso prevalgono sui grigi (vedi trailer). Purtroppo, temo che questo ottimo lavoro non otterrà grande successo di pubblico per essere oggettivamente “pesante”, per essere parlato in inglese arcaico e per essere in bianco e nero; anche se sembra che finalmente questo sia meglio accettato negli ultimi anni e non viene più visto come un limite (vedi The Artist e Roma), esiste ancora una grossa fetta di pubblico che lo rifiuta a priori. Nomination Golden Globe per Denzel Washington protagonista.

Belfast (Kenneth Branagh, 2021, UK)

Commedia drammatica che descrive la vita di una onesta famiglia protestante irlandese in un’area popolata anche da cattolici e si trova nel bel mezzo dei violenti scontri del 1969. La piccola comunità bi-religiosa tenta di rimanere neutrale mentre viene praticamente relegata nella sua strada, ma non è cosa facile. Il vero protagonista è Buddy, vivace ragazzino di una decina di anni, molto ben interpretato dal piccolo Jude Hill. Girato (quasi tutto) in un piacevole bianco e nero che ritrae scenografie molto nitide con esterni evidentemente posticci. La madre di Buddy, personaggio ben delineato e interpretato da Caitriona Balfe, pur presentandosi come amorevole e premurosa appare a dir poco irritante e mancante di senso pratico. Se guardate la versione originale avrete modo di apprezzare un po’ di accento irlandese.

PS - Poche ore fa è stato assegnato il Golden Globe a Kenneth Branagh per la sceneggiatura, era in lizza anche per altri 6 (miglior film, regia, Caitriona Balfe, Jamie Dornan e Ciarán Hinds non protagonisti, canzone)

  
Don't Look Up (Adam McKay, 2021, USA)

Commedia, quindi storia da non prendere troppo sul serio, che affronta però vari temi abbastanza scottanti. In breve, una ricercatrice astronoma (Jennifer Lawrence) scopre che una cometa si sta dirigendo verso la terra e (se non succederà niente) la colpirà dopo qualche mese. Insieme con il suo capo (Leonardo DiCaprio), che conferma i dati, inizieranno una peregrinazione per cercare di informare politici, scienziati, stampa e quindi la popolazione di tale prospettiva, ma presto si rendono conto di avere di fronte tanti potenti della politica, economia, comunicazione, scienze e chi più ne ha più ne metta, che, per interesse, scetticismo o ignoranza, li ostacolano apertamente. Certo alcuni personaggi sono un po’ troppo caricaturali (come la Presidentessa USA, Meryl Streep), ma penso fosse l’unica via per non associare in modo evidente i protagonisti dell’incredibile storia a personaggi reali. Suppongo che la fredda accoglienza da parte della critica derivi proprio dal fatto di ironizzare troppo sulla politica americana, sulle collusioni con industriali/finanzieri e il cattivo uso degli enti di difesa e sicurezza. A mio modesto parere, tuttavia, è commedia molto più sagace, ironica e divertente di Licorice Pizza che vanta rating migliori. Nomination Golden Globe per miglior commedia o musical, sceneggiatura e Jennifer Lawrence e Leonardo DiCaprio protagonisti.

The Power of the Dog (Jane Campion, 2021, Aus)

Quasi tutti lo danno come favoritissimo per l’Oscar assoluto, miglior film. Certamente è un dramma ben girato in un’ambientazione poco frequente … praticamente un western degli anni ’20 in un grande allevamento in Montana. Quattro personaggi caratterizzati in modo preciso e di indole molto diversa creano una perenne tensione che spesso fa temere sviluppi imprevedibili. Ben girato alternando i campi lunghi degli esterni per lo più semidesertici (riprese effettuate in Nuova Zelanda) a quelli descrittivi degli interni dell’enorme magione tutta in legno, ampia e confortevole, per quanto spartana. Jane Campion (Oscar per Lezioni di piano, 1993) sembra prediligere storie tormentate fra personaggi che vivono in luoghi isolati, al limite della civiltà. Pur essendo un film più che buono, non è certo al livello degli Oscar di anni fa, ma per l’attuale tendenza di discendente qualità potrebbe anche vincere. Comunque, a giudicare dai rating, pare che sia stato apprezzato molto più dalla critica (95% su RT) che dal pubblico (solo 7,0 su IMDb, il peggiore di questa cinquina).

PS - Poche ore fa ha vinto 3 Golden Globes (miglior film, regia e Kodi Smit-McPhee non protagonista); era in lizza anche per altri 4 (Benedict Cumberbatch protagonista, Kirsten Dunst non protagonista, sceneggiatura e commento musicale)

CODA (Sian Heder 2021, USA)

Commedia buonista, remake del francese La famille Bélier (2014, Éric Lartigau), ma cambia l’ambientazione da una azienda agricola ad una peschiera; inoltre, la protagonista è qui sorella minore, mentre nel film francese il fratellino era il più piccolo. Entrambe le ragazze scoprono di essere dotate per il canto e si trovano a dover scegliere fra la loro vita (potenzialmente di successo in campo artistico) e il continuare ad essere interpreti per la famiglia. Curioso apprendere che l’utilizzo di normodotati nel film francese scatenò grandi polemiche … in CODA i produttori sono corsi ai ripari e sia i genitori che il fratello della protagonista sono effettivamente sordomuti. CODA è acronimo di Child of Deaf Adults = figlio di sordi. Nomination Golden Globe per miglior film drammatico e Troy Kotsur non protagonista.

lunedì 27 dicembre 2021

Micro-recensioni 376-380: noir, crime e dark comedy di qualità

Tre sono diretti dai fratelli Joel e Ethan Coen (maestri del genere) terzo, quarto e sesto della loro ventina di film, anche se il nome di Ethan (il più giovane dei due) spesso non appare e quindi, come regista, viene solo citato uncredited ma è ufficialmente sceneggiatore e produttore. Completano la cinquina un ottimo crime spagnolo di pochi anni fa, che solo per essere tale non ha ottenuto il successo internazionale che avrebbe meritato, e il singolare terzo lungometraggio di Polanski.

 
La Isla Mínima (Alberto Rodríguez, 2014, USA)

Comincio con la presentazione della location, che fornisce anche il titolo. In effetti è solo una piccola parte emersa delle Marismas del Guadalquivir, che comprendono una vastissima area naturale di paludi ai lati del fiume, a sud di Siviglia e fino alla costa, estendendosi anche nelle province di Cadice e Huelva (nel Parque Nacional de Doñana). Viste aeree di esse sono state utilizzate come affascinante sfondo per i titoli di testa (vedi sotto). 

La Isla Mínima è relativamente giovane in quanto un canale (Corta de los Jeronimos, costruito circa 150 anni fa per facilitare la navigazione) la divise dall’isola alla quale apparteneva: Isla Menor (ovviamente, nei dintorni esiste anche la Isla Mayor). A parte questa particolare ambientazione naturale nella quale appaiono spesso tanti uccelli acquatici, risultano interessanti anche il tessuto sociale e le varie attività peculiari dell’area. Venendo alla trama, si tratta di una investigazione su un duplice feroce omicidio, resa particolarmente difficile non solo dall’omertà generale ma anche dal tentativo di nascondere altre attività illecite. Aggiungo anche che i due investigatori, mandati appositamente dalla capitale, non sono proprio degli stinchi di santo. Partecipò a pochi Festival al di fuori di quelli di lingua ispanica, ma dovunque fu presentato fece incetta di riconoscimenti: 60 premi e 43 nomination. Consigliato.

Cul-de-sac (Roman Polanski, 1966, UK) 

Singolare commedia grottesca, con pochi attori e completamente ambientata sulla Holy Island di Lindisfarne, collina collegata alla terraferma con la bassa marea, con l’alta diventa isola. Tre sono i personaggi principali: un rapinatore ferito (Lionel Stander), il proprietario dell’antico castello (Donald Pleasance) e la sua giovane moglie (Françoise Dorléac, sorella maggiore di Catherine Deneuve). Fra l’instabilità dei 3, la particolare location isolata dal resto del mondo, la quantità di volatili sempre presente e le varie visite inaspettate di personaggi altrettanto singolari, le situazioni sono spesso pressoché surreali. Polanski (anche co-sceneggiatore) riesce a rendere scorrevole e pieno di sorprese questo originale film, certamente di non facile gestione. Orso d’Oro a Berlino.

  
Fargo (J. Coen & E. Coen, 1996, USA)

Dopo lo straordinario successo della dark comedy di esordio (Blood Simple, 1984) i fratelli Coen tornano all’eccellenza con questa storia quasi pulp, trasposizione caricaturale di eventi tragici e violenti, in realtà non veri al contrario di quanto affermato nei titoli di testa. In effetti nel film pare ci sia solo una eliminazione di cadavere avvenne realmente in modo simile, ma evito lo spoiler. Abbondano i morti (con varie vittime assolutamente casuali) e non si lesina neanche il sangue, ma chiaramente finto, come quello di Tarantino. Personaggi caricaturali abbastanza fuori di testa, in particolare i due criminali da strapazzo (Steve Buscemi - ripetutamente descritto da testimoni come funny looking guy … e come dar loro torto? - e lo svedese Peter Stormare) assoldati da un inetto rivenditore di auto (William H. Macy) che troveranno però sulla loro strada la serafica l’incittissima poliziotta Frances McDormand che così ottenne primo dei suoi 4 Oscar. Il film ottenne l’Oscar per la sceneggiatura e 5 Nomination (miglior film, regia, fotografia, William H. Macy non protagonista e montaggio); attualmente si trova al i176° nella classifica IMDb dei migliori di sempre.

Barton Fink (Joel Coen, 1991, USA)

Più interessante e più satirico del precedente Miller's Crossing con un minor numero di personaggi e quindi con più possibilità di caratterizzarli. Qui John Turturro, dopo la striminzita parte nel film precedente, ha ruolo di vero protagonista, ma è il co-protagonista John Goodman a prendersi la scena. C’è molta satira in merito all’ambiente hollywoodiano, con produttori, registi, manager e soprattutto sceneggiatori assolutamente ridicolizzati.

Miller's Crossing (J. Coen & E. Coen, 1990, USA)

Troppo parlato e troppo confuso … tutti tradiscono tutti, sindaco e capo della polizia ridicolizzati come inetti yes-man nei confronti di chi è più potente in quel momento, doppiogiochisti, bugiardi e traditori hanno vita facile fin quando qualcuno non li uccide. Non fra i migliori prodotti dei fratelli.

lunedì 22 novembre 2021

Micro-recensioni 336-340: cinquina assortita del 1984

Avendo iniziato per caso con due film dell’84, ho deciso di continuare con produzioni dello stesso anno di buona qualità, o almeno fama. Ne è risultato un mix molto vario con commedie di generi molto diversi (romantica, drammatica, fantasy demenziale), un noir e uno con struttura tipo western adattato all’ambiente del rock e delle biker gang.

 
Blood simple (Joel Coen, 1984, USA)

Esordio alla regia per Joel, su sceneggiatura scritta a quattro mani con suo fratello Ethan. Questo cult dei fratelli Coen segnò anche l’esordio di Frances McDormand (vincitrice di 4 Oscar) che sarebbe stata poi una presenza ricorrente nei loro film. Gli ormai famosi e apprezzati fratelli già dai primi passi dimostrarono di saper scegliere gli interpreti dei loro prodotti, puntando sulla qualità e su volti interessanti e non per forza belli. Ciò vale anche per i personaggi di contorno, in questo caso M. Emmet Walsh e Dan Hedaya. La storia procede fra noir e dark comedy, con vari omicidi tentati, presunti e portati a termine. La innegabile lentezza di alcune scene è perfetta per creare suspense … secondo me uno dei migliori film dei Coen, nonostante qualche falla. Consigliato.

Ghostbusters (Ivan Reitman, 1984, USA)

Cercando fra i film del 1984 mi sono reso conto che non l’avevo mai più guardato dopo gli anni ’80 e, dopo attenta visione, devo dire che mi ha di nuovo divertito. Certo la maggior parte del merito è da attribuire agli sceneggiatori/protagonisti Dan Aykroyd e Harold Ramis, ma pare anche Rick Moranis (uncredited), e agli scenografi (inclusi i responsabili delle apparizioni degli originalissimi ectoplasmi). Tutto funziona, dalla storia ai vari personaggi grotteschi, esagerazioni di stereotipi newyorchesi del tempo; i dialoghi e i nomi di esseri diabolici e i loro ruoli evidenziano una creatività non comune; le citazioni da Metropolis a King Kong. Ai giovani che guardano solo le moderne serie di alieni e Co. consiglio di dare uno sguardo a Ghostbusters … se hanno un minimo senso dell’ironia si accorgeranno delle baggianate che continuano a tenerli incollati allo schermo. A chi, come me, piacque allora consiglio di guardarlo di nuovo; anche se conoscono la storia sono certo che passeranno oltre un’ora e mezza di relax e, probabilmente, apprezzeranno qualcosa che sfuggì loro durante la prima visione. Nomination Oscar per effetti e musica.

  

Stranger Than Paradise
(Jim Jarmusch, 1984, USA)

Secondo lungometraggio di Jarmusch che l’anno precedente ne aveva proposto la prima parte come corto. Molto slegato, tante interruzioni con pezzi di storia divisi da classiche lunghe dissolvenze al nero (talvolta con parlato), praticamente tre soli attori più la breve apparizione dell’impagabile zia ungherese del protagonista (il solito John Lurie). Con lui ci sono Eszter Balint (la cugina inaspettatamente arrivata dall’Ungheria) e l’ineffabile Richard Edson che in alcuni atteggiamenti somiglia tanto al giovane De Niro con le sue smorfie derisorie e indisponenti viste in Mean Streets (1973) e Taxi Driver (1976). Come detto soffre della poca continuità (in stile di alcune sitcom) e di un finale vago e confuso oltre che (sembra) affrettato. Comunque caratteristico, non inquadrabile facilmente in un preciso genere; Golden Camera a Cannes.

Les nuits de la pleine lune (Éric Rohmer, 1984, Fra)

Dopo Le rayon verte, ho voluto vedere il precedente elemento del sestetto Commedie e Proverbi, dai più giudicato fra i migliori di Rohmer, ma per me non del tutto soddisfacente, forse per i caratteri dei tre insopportabili personaggi principali: la ragazza, il suo compagno ufficiale, il suo amico/corteggiatore. Per la prestigiosa rivista francese Cahiers du Cinéma fu il miglior film dell’anno; Pascale Ogier fu giudicata miglior attrice a Venezia dove Rohmer ebbe nomination Leone d’Oro. Comunque, è un buon classico con tutte le caratteristiche tipiche dello stile narrativo del regista.

Streets of Fire (Walter Hill, 1984, USA)

Film talmente scadente e sopra le righe da diventare un cult (ma penso solo oltreoceano). Una storia sostanzialmente da western adattata nella seconda metà del secolo scorso, in epoca vagamente definita, comunque fra gli anni ’50 e gli ’80. Protagonista è il belloccio sconosciuto Michael Paré (che per fortuna ebbe breve carriera) nei panni del buon giustiziere invincibile. Si nota invece la presenza di Rick Moranis (che nello stesso anno ebbe il ruolo più importante della sua vita in Ghostbusters) e il giovane e allora sconosciuto Willem Dafoe (all’inizio della sua carriera, al 6° di 121 film … finora). Si inizia con il rapimento in palcoscenico di una cantante star del rock e si finisce con una classica chiusura western con tanto di sfida in strada fra la banda di cattivi (i bikers capitanati da Willem Dafoe) e il buono che viene appoggiato dai bravi cittadini.

domenica 31 maggio 2020

Micro-recensioni 191-195: altre 5 commedie del XX secolo

Quasi tutte poco conosciute, eppure mediamente più che buone soprattutto quelle graffianti, fra grottesco e humor nero. Due francesi, due americane e una spagnola, prodotte fra 1962 e il 1997. La commedia forse più nota, dei generalmente apprezzati fratelli Coen, è senz’altro la più deludente.
Familia (Fernando León de Aranoa, Spa, 1996)
Si tratta una commedia grottesca più che buona, della quale nel 2012 fu realizzato un remake (Una famiglia perfetta) diretto da Paolo Genovese, con Sergio Castellitto nelle vesti di protagonista, ma anche in questo caso il remake non vale l’originale.
Familia segna l’esordio di Fernando León de Aranoa, regista molto poco prolifico, solo 8 film in una trentina di anni, il più recente dei quali è il discusso Loving Pablo (2017), con Javier Bardem e Penélope Cruz. I primi, come Barrio (1998) e Los lunes al sol (2002), al contrario sono stati quelli più apprezzati da pubblico e critica. A dire il vero, non mi aspettavo molto, ma la messa in scena e le interpretazioni, tutte convincenti, mi hanno positivamente sorpreso e senz’altro lo consiglio, possibilmente in versione originale. In particolare quando un film si basa su rapporti fra amici e/o familiari, i dialoghi sono infarciti di modi di dire, frasi fatte e forme colloquiali, spesso intraducibili in altre lingue con pari effetto.

Wag the Dog (Barry Levinson, USA, 1997)
Distribuito in Italia con il titolo Sesso e potere, l’essenza del soggetto mi ha inevitabilmente ricordato La dictatura perfecta (2014, Mex, Luis Estrada), ma non è assolutamente un remake. Nel primo il fixer Robert deNiro è impegnato a distrarre l’attenzione mediatica da un possibile scandalo sessuale alla Casa Bianca, nel secondo viene creato di rapimento per coprire un lampante caso di corruzione con consegna di valigetta piena di contanti, registrata in video e trasmessa. In Wag the Dog l’operazione si conta sulla collaborazione di un produttore cinematografico (Dustin Hoffmann), nel film messicano è quasi tutto realizzato da uno studio televisivo. Le parti più divertenti e geniali (tristemente vere) sono quelle della creazione di set e immagini da propinare al pubblico, spesso con spiegazione dei motivi. Guardando questo film, molti sospetteranno che gran parte di quanto propinato dalle tv sono fake. Ottenne
2 Nomination Oscar (Dustin Hoffmann protagonista e sceneggiatura, nonché il Premio Speciale della Giuria a Barry Levinson a Berlino).
Piacevole sorpresa, merita una visione.
Cléo de 5 à 7 (Agnès Varda, Fra, 1962)
Secondo film della regista belga, l’unica donna del gruppo dei fondatori della Nouvelle Vague, autrice di 22 corti e solo 12 lungometraggi; questo è il suo secondo dopo La Pointe-Courte (1956). Si svolge in tempo quasi reale in un pomeriggio parigino, seguendo il girovagare di una nota cantante sull’orlo dell’ipocondria, in attesa dei risultati di analisi mediche. La storia è relativamente poco importante, ciò che dà valore al film è la tecnica, in assoluto stile Nouvelle Vague. Particolari sono le tante soggettive che ritraggono gente per strada che, ignara di cosa stia succedendo, guarda sorpresa l’operatore. Anche tempi e dialoghi sono studiati ad arte. Chi apprezza questo stile non rimarrà certamente deluso, mentre chi è abituato a strutture e tecniche più canoniche resterà probabilmente perplesso.

Les aventures de Rabbi Jacob (Gérard Oury, Fra, 1973)
La sceneggiatura è buona e scorre fluida fra mille equivoci, scambi di persone e ribaltamenti di situazioni, sullo sfondo di razzismo, antisemitismo, terrorismo, un matrimonio, un sequestro, e tanto altro.  Peccato per l’esagerata attuazione di Luis de Funès, ma si sa che il gesticolare e le tante smorfie furono la sua caratteristica comica dopo aver iniziato con film più seri e commedie più moderate come La traversata di Parigi (1956, di Claude Autant-Lara), al fianco di Jean Gabin e Bourvil. Sorprende la presenza di Renzo Montagnani in un ruolo non proprio secondario … ma all’epoca aveva appena iniziato la sua carriera da protagonista di commedie all’italiana.  
Pur essendo chiaramente insensato e grottesco, può valere la pena guardarlo per un’ora e mezza di distrazione.

Arizona Junior (Joel Coen, Ethan Coen, USA, 1987)
Uno dei più deludenti film dei fratelli Coen, che in generale apprezzo specialmente per il loro dark humor. In questo caso, alla sceneggiatura a dir poco scadente si aggiunge un cast traballante, con tante performance troppo sopra le righe, sequenze da cartoon, ogni occasione sembra buona per urlare, alla fine i migliori risultano essere gli interpreti del poppante Arizona Junior e suo padre naturale. Una giustificazione potrebbe essere che questo fu il loro secondo film, ma dopo quello d’esordio (l’ottimo Blood Simple) ci si sarebbe aspettato molto di più. 

lunedì 6 gennaio 2020

Consuntivo dei 409 film guardati nel 2019

Nella pagina con i link alle ultime micro-recensioni 2019 ci sono anche quelli alle pagine con i link a oltre 1.500 film visti dal 2016.

Come tutte le liste simili (non classifiche che sono impossibili da stilare) la scelta è sempre molto soggettiva e hanno gran peso le particolarità di determinati film, l’ambientazione (in particolare quelle in realtà più o meno sconosciute per motivi geografici o temporali). Nei vari gruppi che ho composto tengo anche conta dell’aspettativa, vale a dire rating per i film d’epoca, recensioni per i film attuali. In quest’ultimo settore comincio con quelli che si potrebbero definire deludenti, ma per niente scadenti, dopo averne sentito parlare tanto ed in termini entusiastici. Su tutti spiccano The Irishman (di Scorsese), Parasite (di Joon-ho Bong) e, a inizio anno Roma (Cuaron), Joker (di Todd Pkllips). E il disappunto è ancor maggiore se si considerano i budget per la produzione e quelli per la promozione (per Roma si spese di più per il lancio che per la realizzazione effettiva!)
A questi si possono aggiungere Shoplifters (di Hirokazu Koreeda), The Ballad of Buster Scruggs (dei Coen), BlacKkKlansman (Spike Lee), Burning (di Chang-dong Lee), ciascuno con qualche merito, fino al pessimo Knives Out (di Rian Johnson).
Al contrario, fra gli altri, alcuni dei quali molto discussi, quelli che mi hanno positivamente sorpreso (ma non per questo sempre migliori dei precedenti) ci sono Once Upon a Time in Hollywood (di Quentin Tarantino), Rocketman (di Dexter Fletcher), Dolor y Gloria (di Pedro Almodóvar), The Lighthouse (di Robert Eggers), The House That Jack Built (di Lars von Trier), Portrait de la jeune fille en feu (di Céline Sciamma).
 

Fra i recuperi di film del passato, per lo più a me sconosciuti, mi sono molto piaciuti I was born, but …  (di Yasujirô Ozu, 1932) un muto di gran qualità, Black River (1957) l’unico noir di Masaki Kobayashi, Elmer Gantry (di Richard Brooks, 1960) con un eccellente Burt Lancaster, nonostante sia una Ghost Story (titolo internazionale) in Kwaidan (1964) Kobayashi raggiunge vette altissime in quanto a immagini e colori, il coreano Chunhyang (di Kwon-taek Im, 2000) mi ha fatto conoscere una storia tradizionale, portata sullo schermo oltre 20 volte, nonché lo stile teatrale del pansori, infine Nebraska (di Alexander Payne, 2013) che cercavo da tempo.
Ciò per quanto riguarda le mie novità, ma anche quest’anno non ho trascurato le “indagini” andando a recuperare tutti i film di Andrei Tarkovsky che mi mancavano (e per fortuna in sala) quali Lo specchio (1975) e Stalker (1979) (altri due suoi capolavori). Restando oltrecortina, dopo la visione di Ray (Paradise, 2016) sono andato a recuperare altri film di Andrey Konchalovskiy come Siberiade (1979), The Postman's White Nights (2014) e un paio di acclamati classici degli anni ’60, tempi di guerra fredda: Il padre del soldato (1965, di Rezo Chkheidze) e La Commissaria (1967, di Aleksandr Askoldov). E, andando a ritroso, non ho trascurato i capolavori di Sergei Eisenstein dei decenni precedenti quali Alexander Nevsky (1938) e i 2 Ivan Groznyi (1944 e 1958), per finire a guardare il film eccezionale/sperimentale di Dziga Vertov (che non ero ancora riuscito a guardare per bene) L'uomo con la macchina da presa (1929).

 

Da questo a parlare di un paio di film che si potrebbero definire documentari ma non lo sono il passo è breve. Uno è Lumiere! (2016, di Thierry Frémaux), un’antologia commentata di oltre 100 film di 50” ciascuno dei famosi fratelli e Me llamaban King Tiger (2017, di Angel Estrada Soto) che illustra la storia di uno straordinario personaggio che, più o meno da solo, sfidò l’establishment USA, la giustizia, il Congresso, la CIA. 
E ciò mi dà lo spunto per passare a citare un buon gruppo di film “etnici” che, pur contando su pochi mezzi e budget limitati, mostrano aspetti di culture sconosciute e/o problemi politici e sociali e/o periodi storici dei quali si sa molto poco.
Non mi sono fatto mancare una approfondita ricerca con qualche nuova visione fra i muti espressionisti e quelli immediatamente successivi dei tanti registi mitteleuropei che poi si trasferirono oltreoceano facendo la fortuna di Hollywood; classici che non deludono mai, anzi sembrano migliorare con il passar del tempo anche per la pochezza di gran parte delle produzioni moderne, tutte effetti e poca sostanza cinematografica pura:
* Fritz Lang - i Nibelunghi (1924), Metropolis (1927, restauro del 2010 – ma si dovrebbe dire ricostruzione), M - il mostro di Dusseldorf (1931)
* Robert Wiene – nei cui film si apprezzano le migliori scenografie espressioniste in assoluto Il gabinetto del Dr. Caligari (1924, restaurato), Genuine: The Tragedy of a Vampire (1920) e Orlac's hands (1924)
* Josef von Sternberg – dagli ultimi muti europei quali The Last Command (1928) all’inizio della sua carriera americana con The Docks of New York (1928), Dishonored (1931), The Shangai Gesture (1941)
Rimanendo in tema muti Europei, G.W. Pabst con Joyless Street (1925, nel quale lanciò Greta Garbo), Diario di una donna perduta e Lulù (entrambi del 1929 e con la star americana dell’epoca Luise Brooks), L’opera da tre soldi (1931). 


 

Poi è venuto il turno dell’eccezionale film d’animazione in stile teatro delle ombre cinesi Le avventure del principe Achmed (1926, di Lotte Reiniger) e il kolossal Napoleon (1927, di Abel Gance), due assolute novità per me, ma tutti i film di questo gruppo d'epoca sono da visionare con attenzione.
Tralasciando di citare molti classici moderni ri-guardati con molto piacere e varie argute e divertenti commedie semi-demenziali (genere che mi diverte se di un certo livello e non volgare), chiudo segnalando 3 ottimi western che non avevo mai sentito nominare, dalla struttura molto anomala e originale: The Ox-Bow Incident (aka Alba fatale, 1943 di William A. Wellman) e due film di John Sturges, un maestro in questo campo: Bad Day at Black Rock (1955) e Last Train from Gun Hill (1959). 
   
Qualunque siano i vostri gusti e per quanti film possiate aver visto nel corso della vostra vita da cinefili, a ben cercare troverete sempre molti altri titoli sorprendenti.