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martedì 5 luglio 2022

Microrecensioni 191-195: pietre miliari del cinema …

… per vari motivi, di diverse nazioni e periodi (dal 1922 al 1992). Dopo il corto sci-fi di Méliès, considerato il primo del genere, mi sono imbattuto in quello che è considerato il primo etno-documentario lungo; i due indiani sono il più grande colossal di sempre, campione di incassi, e uno dei film più rappresentativi del Parallel Cinema; completano il gruppo un lodatissimo, per quanto discusso, film rumeno dell’immediato dopo-Ceausescu e un cult demenziale della New Hollywood. Non a caso i rating medi dei 5 sono 7,8 su IMDb e 94% su RT.


Mughal-e-Azam
(K. Asif, Ind, 1960)

Dalla prima idea messa nero su bianco nel 1944, ci vollero oltre 15 anni per arrivare nelle sale, ma indubbiamente ne valse la pena. Fu la più grande produzione di sempre, uno dei più ricchi colossal al mondo, sia per budget che per impegno di manodopera e per persone impiegate. La costruzione del ricchissimo palazzo del Sultano impegnò oltre 150 carpentieri e decoratori per vari mesi, per le scene del campo di battaglia furono impiegati elefanti, 2.000 cammelli, 4.000 cavalli e 8.000 veri soldati dell’esercito indiano, una sola canzone delle 8 inserite nel film costò più di un intero film standard, la statua di Krishna era di vero oro, all’uscita del film i biglietti furono venduti a mercato nero a prezzi spropositati, la vendita fu presto sospesa per 3 settimane dopo aver esaurito in pochissimo tempo i biglietti, le cronache dell’epoca riportano assembramenti iniziali di 100.000 persone con molti di loro che rimasero i fila per 4 o 5 giorni per comprare i biglietti, il famoso teatro Maratha Mandir di Mumbai (1.100 posti) oltre che per la prima fece registrare il tutto esaurito per molti mesi e rimase in circolazione per 13 anni! Un cast eccezionale e la storia d’amore (fra leggenda e realtà storica), con lo scontro fra il Sultano e suo figlio innamorato di una semplice danzatrice fece gran presa sul pubblico; oltretutto nel film non mancavano belle canzoni composte all’uopo (con testi significativi) e battaglie campali, entrambe molto amate dagli spettatori. Come complessità e grandiosità, nonché durata, non ha niente da invidiare ai contemporanei hollywoodiani Ben Hur (1959, William Wyler) e Spartacus (1960, Stanley Kubrick) e al Guerra e pace di Sergey Bondarchuk (1965, URSS), seppur di culture ed epoche completamente differenti.

 

Nanook of the North (Robert J. Flaherty, Fra/USA, 1922)

Il regista visse con la famiglia di Nanook per vari mesi, girò una buona quantità di immagini nella penisola di Ungava, nel Canada nordorientale, ma non riuscì ad assemblare un documentario. Tornò con maggiore organizzazione e mise insieme questo straordinario doc-verité che mostra la vita di una famiglia Inuit semi-nomade, dalle scene di caccia alla costruzione di un igloo (in solo un’ora), dalla pesca al commercio delle pelli, dalla manutenzione del kayak alla manipolazione del cibo.

Atanka (Terror) (Tapan Sinha, Ind, 1986)

L’indiscusso trio di punta del Parallel Cinema indiano era composto da Tapan Sinha con Mrinal Sen e Satyajit Ray, essendo però solo quest’ultimo acclamato a livello mondiale. Interessante il tema, molto ben sviluppato, il drammatico dilemma di un padre che deve decidere fra coscienza e famiglia. Un maestro assiste ad un omicidio perpetrato da un suo ex-alunno e la sua gang, protetta da un politico e da poliziotti corrotti. Tarda a denunciare il fatto per proteggere i suoi due giovani figli, che comunque vengono aggrediti. Come quasi tutti i soggetti del Parallel Cinema, anche questo affronta temi scabrosi, dei quali all’epoca era difficile parlare.

 
Animal House (John Landis, UK, 1978)

Cult diretto da John Landis (regista ai massimi livelli in questo genere) che precede di 2 anni il suo ancor più famoso The Blues Brothers. Vi rimando al post che scrissi qualche anno fa.

Balanta (The Oak) (Lucian Pintilie, Rum, 1992)

Commedia grottesca che affronta l’argomento della diffusissima corruzione nel regime dittatoriale di Ceausescu, dal modus operandi della famigerata Securitate (la polizia politica) al sistema sanitario e alle esercitazioni militari. L’ho trovato un po’ troppo altalenante fra satira politica (di un recentissimo passato) e scene veramente demenziali. Comunque interessante, a tratti divertente per le imprese dei due protagonisti, una ribelle che deve seppellire le ceneri del padre e un medico praticamente anarchico, in totale contrasto con la società e ancor di più con il regime.

sabato 19 marzo 2022

Microrec. 76-80 del 2022: ottimi bianco e nero, media 7,7 e 94%

Cinquina con una prima (per me) del secolo scorso e quattro film già visti di pochi anni fa (2009-2017), che senza dubbio hanno meritato le nuove visioni. Il più noto al grande pubblico, e ufficialmente acclamato, è quello in merito al quale nutro qualche riserva; gli altri probabilmente li inserirò di nuovo in cartellone fra qualche anno.

1945 (Ferenc Török, 2017, Ung)

Che bel film!!! Che bella storia, che bella fotografia (inquadrature e bianco e nero), che bel commento sonoro! Gli ungheresi vantano una solida e storica tradizione cinematografica e sanno produrre bei film, di cinematografia pura, senza dover ricorrere a grandi star né a grandi investimenti. Questo 1945 pare sia costato meno di 1,5 milioni di euro e conta su un ottimo cast di veri attori e non un fritto misto di bellocci incapaci e procaci ma insipide fanciulle. In questa breve storia che si sviluppa nelle ore diurne di un sol giorno dell’immediato dopoguerra, si assiste all’arrivo in treno di due misteriosi uomini con due grandi casse che caricano su un carretto, per poi avviarsi verso il paese dove tutto è pronto per un matrimonio. A tratti fa pensare a Bodas de sangre di García Lorca, in altri momenti a Cronaca di una morte annunciata di García Marquez. Dal momento in cui si sparge la voce dell’arrivo dei due sconosciuti, nel paese niente va più nel verso giusto. Mentre la tensione sale, si assiste a scontri violenti negli ambiti familiari, a ripicche, rimorsi, minacce e pentimenti; per la maggior parte del tempo con un occhio a sorvegliare i due uomini che seguono a piedi il carretto con le casse.  

In questo trailer HD, che consiglio di guardare a schermo intero e almeno a 720p, si può notare molto di quello che mi è piaciuto (tutto), vale a dire angoli di ripresa, montaggio, fotografia, tempi, costumi, recitazione, scenografia, storia, commento sonoro e regia. Assolutamente consigliato, da non perdere!

 

Blancanieves
(Pablo Berger, 2012, Spa)

Film di grandissimo pregio che però, purtroppo, non è riuscito ad avere una buona distribuzione, probabilmente limitato dai preconcetti che tanti hanno nei confronti del bianco e nero. Per dare un’idea del suo pregio, basti ricordare che ebbe 18 Nomination ai Premi Goya (i più importanti per i film in spagnolo) guadagnandosi ben 10 premi. Ha ottenuto altri 38 premi e oltre 50 nomination in Festival di tutto il mondo. Pochi ne avranno sentito parlare e ancor di meno avranno visto questo film spagnolo del 2012 che, similmente a The Artist (2011), è in bianco e nero e con solo commento sonoro più cartelli ma che ha ben poco a che vedere con il suo più famoso e acclamato collega. La trama, che solo vagamente segue la storia della Biancaneve dei Grimm, viene ambientata nell’Andalusia degli anni ’20 ed è infarcita di citazioni cinematografiche - p.e. Freaks (1932, Tod Browning) e Faust (1926, F. W. Murnau) - e di riferimenti ad altre favole (p.e. Pinocchio e Cenerentola). Fotografia e montaggio assolutamente superlativi, e non solo secondo me. Precisa e nitida ricostruzione di un’epoca e di alcuni ambienti sia attraverso ritratti di semplici comparse (complimenti anche a chi ha diretto il casting) sia soffermandosi su ambienti, oggetti e, ovviamente sui rituali e superstizioni legate alla corrida. Anche la colonna sonora è stata molto apprezzata ed ha conseguito numerosi premi, in particolare per la canzone originale No te puedo encontrar (Silvia Pérez Cruz, voce, Juan Gómez Chicuelo, chitarra). La trama ha vari sviluppi inaspettati, fino al termine ... e le scene di suspense in stile classico con lunghi primi piani sfociano spesso in un montaggio frenetico che non sempre descrive ciò che ci si aspetta. Anche se non fedele alla storia originale, sono presenti e ben descritti tutti gli elementi sostanziali di una favola classica: innocenza, ingenuità, bontà e coraggio avversate da perfidia, invidia, gelosia e avidità.

The White Ribbon (Michael Haneke, 2009, Ger)

Questo film confermò l’impressione che ebbi di Haneke dopo aver guardato Caché (2005): ottimo regista, tempi perfetti, belle inquadrature. Con Il nastro bianco (tit. it.) dimostra che senza dubbio tratta magnificamente anche il bianco e nero, confermando anche la capacità di gestire al meglio soggetto e sceneggiatura. La misteriosa storia viene narrata da un testimone diretto degli strani eventi che si svolsero durante l’anno precedente l’inizio della I Guerra Mondiale, in una piccola comunità rurale austriaca nella quale tutti al servizio di un Barone. Questa volta il Haneke fornisce più indizi per indirizzare lo spettatore alla ricerca di chi sia a provocare i misteriosi incidenti e chi sia l’autore di vere e proprie aggressioni. Oltretutto, non essendo palese che si tratti sempre della stessa persona, si resta liberi di pensare che gli avvenimenti non siano connessi tra loro, o che dietro tutto ciò ci sia un gruppo di persone che agiscono seguendo un preciso schema. Senz’altro ne consiglio la visione; non a caso ottenne due Nomination agli Oscar (fotografia e miglior film straniero), vinse un Golden Globe, ben 4 premi a Cannes oltre ad un’altra cinquantina di successi. Da non perdere!

 

The Artist (Michel Hazanavicius, 2011, Fra)

Come anticipato, di questo gruppo è quello con meno carattere; sembra più un omaggio ai tempi d’oro del cinema muto hollywoodiano (fine anni ’20) e al triste (per alcuni) passaggio al sonoro, che sconvolse la vita di tanti cineasti che non riuscirono ad adattarsi e riciclarsi velocemente alle nuove tecnologie. Nonostante l’Oscar, Jean Dujardin nelle vesti del protagonista George Valentin non offre una grande prova, ma probabilmente non è tutto demerito suo ma di chi ha voluto creare un personaggio con un perenne falso sorriso; il film ottenne altri 4 Oscar e 5 Nomination. Certamente più convincenti sono l’allora semisconosciuta Bérénice Bejo, il solito John Goodman e anche Uggie (il cane)! Comunque si tratta di dettagli e di opinioni personali; anche questo film merita senz’altro una visione.

Subarnarekha (Ritwik Ghatak, 1965, Ind)

Il regista (ma anche sceneggiatore e autore teatrale) Ritwik Ghatak fu uno degli elementi di spicco del Parallel Cinema indiano, movimento ispirato al neorealismo italiano che, precedendo la Nouvelle Vague francese e la Japanese New Wave, rivoluzionò gli stili e i contenuti di quella cinematografia, insieme con altri registi apprezzati in tutto il mondo a cominciare da Satyajit Ray e Mrinal Sen. I riferimenti storici e sociali in Il fiume Subarna (tit. it.) sono relativi agli anni immediatamente successivi alla divisione dell’India coloniale (1947), i rifugiati, la condizione femminile e la separazione delle caste. Ma al di là di tali temi ben trattati, ancorché superficialmente, del film si apprezzano fotografia, inquadrature e prospettive, con tanto uso di grandangoli e riprese dal basso. Quelli che pensano che la cinematografia indiana sia solo il più o meno moderno stile Bollywood, dovrebbero guardare qualcuno dei film del Parallel Cinema, per lo più in idioma bengali e non in hindu.

venerdì 10 dicembre 2021

Micro-recensioni 356-360: Indian Parallel Cinema e drammi europei

L'India è qui rappresentata da 3 film di Shyam Benegal, uno dei più rappresentativi registi del Parallel Cinema, che ha spaziato in vari generi mettendo quasi sempre al centro della narrazione storie inusuali per lo standard delle produzioni nel suo paese e soprattutto storie di donne, con ruoli spesso affidati alle sue attrici preferite, come la arcinota Smita Patil, femminista attivista nella quale ho già parlato in occasione di Mirch Masala e Shabana Azmi che con lui esordì (già come protagonista) in Ankur (1974). Benegal lanciò anche molti nuovi attori cinematografici attingendo alle scuole teatrali e quindi potette contare quasi sempre su ottimi cast; vari di loro (come per esempio Naseeruddin Shah e Amrish Puri) negli anni successivi diventarono poi vere e proprie star partecipando sia a produzioni internazionali (p.e. Ghandi) che a film in stile Bollywood. Gli altri due film sono una un dramma rumeno, al quale sono arrivato per avere come protagonista Luminita Gheorghiu, già apprezzata in Il caso Kerenes, e un film danese vincitore di Oscar.

 

Bhumika - The Role
(Shyam Benegal, 1977, Ind)

La protagonista che dà nome al film è una giovane donna impulsiva, quasi irrazionale, spesso autolesionista, ma anche remissiva, in cerca di indipendenza, ruolo che calza a pennello a Smila Patil femminista anche nella vita reale e icona del Parallel Cinema indiano. La storia è in parte ispirata a quella di una famosa star teatrale e cinematografica degli anni ’40, Hansa Wadkar, che condusse una vita relativamente sregolata, certamente non convenzionale per la sua epoca. Inserito nella programmazione del recente Festival di Bologna Il cinema ritrovato 2021.

Mandi - Market Place (Shyam Benegal, 1983, Ind)

Singolare commedia drammatica quasi tutta al femminile visto che le protagoniste sono le donne che vivono in un grande caseggiato-bordello, in parte mascherato come casa dove si esibiscono ballerine e cantanti classiche indiane. Gli uomini sono invece coprotagonisti e fra loro si contano avventori, il poliziotto corrotto, un fotografo in continuo caccia di foto osé e non solo, il tuttofare del bordello perennemente ubriaco, ricchi imprenditori e politicanti. Unica donna esterna alla casa è una moralizzatrice che fa di tutto per cacciare le prostitute dal paese e chiudere il locale. Non mancano storie e fughe d’amore e preparativi per un matrimonio in questo film ben bilanciato per quasi tutta la durata circa 2 ore e mezza che però si perde un poco nel finale. Si lascia comunque guardare molto piacevolmente per la buona sceneggiatura e un cast di ottimo livello. Una volta fatto l'orecchio allo stile di canto tipico indiano, con voci femminili molto acute, anche le numerose canzoni spesso accompagnate da balli risultano ben inserite nel contesto generale.

  
The Seventh Horse of the Sun (Shyam Benegal, 1992, Ind)

Tratto dall’omonimo romanzo di Dharmavir Bharati, vinse il premio come miglior film dell’anno e su IMDb vanta un significativo 8.0. Si seguono in successione le storie intrecciate di tre giovani donne che ebbero in comune una parte di vita, raccontate da un coetaneo che ebbe a che fare con loro e che le descrive a tre amici, uno dei quali è poi il vero narratore dell’intero intreccio. Molto interessante la costruzione non lineare ed il ritrovare di volta in volta gli stessi personaggi nelle stesse situazioni approcciate però da percorsi e punti di vista diversi. Ancora una volta sono le donne le protagoniste dei film di Benegal, in ruoli molto diversi e rappresentanti classi sociali altrettanto diverse. Anche questo merita la visione.  

The Death of Mr. Lazarescu (Cristi Puiu, 2005, Rom)

In alcuni punti, se non trattasse di situazioni estremamente drammatiche di malasanità, potrebbe quasi sembrare una commedia … eppure, a quanto si legge spesso, sono cose che capitano in molti sistemi sanitari pubblici. Protagonista del film è un anziano bevitore, già operato di ulcera, che chiede l'intervento di un'ambulanza accusando vari preoccupanti disturbi. Dopo aver ottenuto (con non poche difficoltà) di essere prelevato da un furgone adattato ad ambulanza con sola infermiera a bordo oltre all’autista, inizia una peregrinazione notturna fra pronto soccorso, ospedali senza disponibilità di letti o specialisti, diagnosi contrastanti. Le buone volontà di taluni si scontrano con la saccenteria di medici arroganti e il menefreghismo di altri, in una serie di situazioni quasi kafkiane nelle quali anche la burocrazia ha la sua parte. Ottimo dramma, forse più lungo del necessario, ben interpretato, tristemente realistico (anche se certamente rappresenta una minoranza di casi). Premio Un Certain Regard a Cannes.

In un mondo migliore (Susanne Bier, 2010, Den)

Ben realizzato e ben interpretato (anche dai due ragazzini) sembra però dimostrare la falsità dell'idea della perfetta vita sociale dei paesi scandinavi. Ancora una volta la storia gira attorno a violenze, problemi di relazione (qui manca l’alcolismo). Anche se si tratta di un caso forse estremo, si espone chiaramente il contrasto fra un benpensante medico volontario in Africa fra guerriglieri e rifugiati che si trova a fronteggiare in patria una violenza simile se non peggiore in quanto inaspettata e immotivata in un paese che si presuppone civile. A partire da avvenimenti routinari di bullismo scolastico si sviluppa una spirale di violenza e di esagerata e pericolosa rappresaglia che viene anticipata nel titolo originale danese Hævnen, C’è da sottolineare che la traduzione letteralmente sarebbe rivincita o vendetta, quindi un significato ben diverso, quasi completamente opposto, da quello del titolo internazionale. Non mi ha particolarmente entusiasmato, l’Oscar come miglior film straniero è forse giustificato dal non avere avuto valida concorrenza.

domenica 31 ottobre 2021

Micro-recensioni 311-315: gruppo indie a prevalenza asiatica

I tre film indiani sono ricordati soprattutto per i loro contenuti, non usuali nella cinematografia del loro paese, e anche per il modo in cui furono realizzati. Si inizia con una storia di introspezione di un integerrimo dirigente delle ferrovie, si passa al tema del maschilismo che si dovrà confrontare con una parziale ribellione dell’altro sesso e si finisce mettendo in luce il lato oscuro di Bollywood con i film illegali di exploitation softcore di serie C. Completano la cinquina un buon esordio coreano (quasi tutto al femminile) e un singolare film americano di tagliente critica sociale.

 

Lucky Chan-sil
(Cho-hee Kim, 2019, Kor)

Esordio alla regia e anche alla sceneggiatura della 44enne coreana Cho-hee Kim, dopo una decina di anni di attività come produttrice. C’è (probabilmente) tanto di autobiografico visto che la maggior parte dei personaggi principali lavorano o hanno lavorato nell’ambiente cinematografico. La protagonista Chan-sil (interpretata dall’esordiente Mal-Geum Kang, numerosi riconoscimenti per lei) è una produttrice 40enne che si trova improvvisamente senza lavoro, sua sorella è attrice, l’insegnante di francese di quest’ultima è un regista di corti e c’è anche il fantasma di un attore, già idolo di Chan-sil. L’ultimo personaggio importante del film (che non ha niente a che vedere con il cinema) è l’anziana padrona di casa, semianalfabeta e un po’ scorbutica, ma saggia. La passione per il cinema internazionale di qualità della regista (certamente una vera cinefila) traspare anche in vari dialoghi con citazioni di film del maestro giapponese Ozu (1953, Viaggio a Tokio), del tedesco Wenders (1987, Il cielo sopra Berlino) e del serbo Kusturica (1988, Il tempo dei gitani) … ma, per bocca della protagonista, si chiede come possano piacere i film di Christopher Nolan in confronto ai suddetti! Non meraviglia quindi che questo film tratti di tormenti personali, relazione con gli altri, solitudine, ricerca di stimoli per un futuro personale migliore. Senz’altro da consigliare, ma solo a chi piace Ozu.

Metropolitan (Whit Stillman, 1990, USA)

Commedia satirica molto apertamente critica di un certo ambiente newyorkese. I protagonisti sono un gruppo di studenti benestanti che si ritrovano nel periodo delle feste natalizie, passando da una casa all’altra, sbevazzando, (s)parlando di conoscenze comuni, facendo giochi sociali (quello della verità avrà immediate conseguenze), tentando raramente di elevare il livello degli argomenti. Il film inizia con l’incontro casuale della comitiva con tale Tom, certamente non del loro ambiente ma colto e dalle idee non banali, che si lascia convincere a partecipare alle loro serate/nottate. Chiaramente un indie (secondo IMDb budget di 230.000$), con attori quasi tutti senza grande esperienza (ma non malvagi) e che non hanno continuato la carriera seriamente, regista/sceneggiatore all’esordio (anche lui solo 5 film in quasi 30 anni) che tuttavia ottenne la Nomination Oscar per la sceneggiatura. Girato quasi tutto in interni (i vari salotti e qualche locale) si basa quindi sui dialoghi che mettono a confronto le varie personalità e idee, queste ultime spesso usate come provocazione e non per convinzione. Il quadro è abbastanza deprimente se si pensa che molti di quei giovani sarebbero diventati parte della classe dirigente, in posti di comando.

  

Mirch Masala
(Ketan Mehta, 1986, Ind)

Ambientato in un piccolo villaggio rurale nel quale l’unica occupazione sembra essere la produzione di peperoncino (colpiscono le riprese con rosse distese di spezie messe a seccare). Siamo nel periodo coloniale inglese e, come atteso, un giorno giunge un arrogante e prepotente esattore dei tributi, accompagnato da un manipolo di soldati. Subito si incapriccia di una donna che, dopo averlo platealmente respinto, si rifugia nel molino di spezie. Il militare pretende di averla e minaccia ritorsioni su tutto il paese in caso di rifiuto. Visto che il marito della donna ha appena abbandonato il villaggio la sua difesa resta a carico di pochi benpensanti mentre il resto vorrebbero che si consegnasse. Questo tema interessante viene ben esposto sullo schermo con dialoghi e piani ravvicinati ma, purtroppo, nelle scene in campo aperto il film cade nel sensazionalismo di basso livello fra slow motion, temi dilatati, punti di vista non congruenti, inseguimenti incredibili, chiaramente tutto per il gran pubblico. 

L’unica scena all’aperto interessante, molto ben girata e montata, la potete vedere in questo video nel quale, in occasione di una festa, si riuniscono un cantante e tante donne che ballano in circolo, mentre arrivano il capovillaggio e poi l’esattore, mentre due giovani organizzano la loro fuga d’amore. Anche senza dialoghi, tutto è ben chiaro! Interessante e originale, classico esempio del cinema indipendente indiano degli anni ’80, il cosiddetto Parallel Cinema, transizione fra i classici e i moderni Bollywood.

Bhuvan Shome (Mrinal Sen, 1969, Ind)

Un funzionario delle ferrovie di mezz’età va a caccia in un’area rurale e si confronta con una giovane donna (moglie di un ferroviere) che con la sua franchezza e ingenuità gli farà riconsiderare molte delle sue idee e gli aprirà la mente ad un diverso approccio con la vita. Ironica favoletta morale con personaggi un po’ caricaturali ma piacevolmente proposti.

Miss Lovely (Ashim Ahluwalia, 2012, Ind)

Come anticipato in apertura, ecco un altro film in ambiente cinematografico, ma in questo caso quello più deteriore, dove di arte se ne vede ben poca e il tutto è gestito da criminali con pochi scrupoli, fra sfruttamento delle ragazze, prodotti censurabili, distribuzione illegale e via discorrendo. Tuttavia, la trama si sviluppa seguendo le storie di 2 fratelli produttori/distributori che si intrecciano quella di un’attricetta bugiarda. Nomination a Cannes nella sezione Un Certain Regard. Ci sono dei buoni momenti, ma certamente non è un granché.

venerdì 10 settembre 2021

Micro-recensioni 241-245: World Movies … Kazakistan, Colombia, Cina e India

Un interessantissimo documentario colombiano è accompagnato da un film sulla gioventù di Gengis Khan, una detective story cinese con intrighi di palazzo e altri 2 film dell’Indian Parallel Cinema.

 

Ciro y yo 
(Miguel Salazar, 2018, Col)

Il protagonista è Ciro Galindo (classe 1952), che interpreta sé stesso. Narra la incredibile e sventurata storia costellata di morti, arruolamenti forzati di bambini soldato, FARC, truppe paramilitari, servizi segreti poco affidabili; una vita passata a tentare di sfuggire alla violenza, non a caso diventa emblematica la frase: “dovunque andasse, la guerra lo trovava”. Il regista e direttore della fotografia Miguel Salazar, decise di realizzare questo documentario dopo 20 anni di amicizia con Ciro e con la sua famiglia i cui unici sopravvissuti sono lui e suo figlio Esneider. Attualmente vanta un ottimo e giustificato 8,3 su IMDb.

Detective Dee: the Phantom Flame (Hark Tsui, 2011, Cina)

Film spettacolare che ho recuperato dopo averlo visto al cinema una decina di anni fa. Ambientato alla fine del VII secolo, all’epoca dell’incoronazione dell’unica Imperatrice cinese della storia: Wu Zetian. I preparativi per la cerimonia sono turbati da inspiegabili incidenti … persone che vanno a fuoco ed in pochi minuti si inceneriscono. Agli intrighi mirati a sabotare la celebrazione, nei quali tanti sono i sospetti per i più svariati motivi, si alternano i classici combattimenti e movimenti di masse di soldati. Toccherà al Detective Dee (Andy Lau) risalire alla causa delle misteriose fiammate e smascherare chi trama contro l’Imperatrice. L’ottima fotografia, la ricca scenografia e i colorati e sfarzosi costumi sono predominanti sulla trama che comunque è intricata e piena di sorprese fino all’ultimo. Molto piacevole e, quindi, consigliato.

  

Mongol (Sergey Bodrov, 2007, Kaz)

Candidato Oscar come miglior film non in lingua inglese è uno dei pochi prodotti dal Kazakistan. Scorrendo velocemente l’ascesa al potere del giovane Temudjin (il futuro Gengis Khan), il regista russo approfitta spudoratamente (ma bene) degli spettacolari paesaggi dell’Asia più interna, fra Kazkistan, Mongolia e Cina. Abbastanza fedele ai fatti storici riesce a mantenere viva l’attenzione dello spettatore anche se, chiaramente, alcuni eventi sono molto romanzati. Senz’altro vale la pena guardarlo, almeno per godere della vista di deserti e steppe infinite, nonché per conoscere qualcosa della vita da nomadi dei mongoli, con le yurta (le loro caratteristiche tende), gli originali abiti e gli animali al seguito.

  • Bazaar (Sagar Sarhadi, 1982, Ind)
  • Gaman (Muzaffar Ali, 1978, Ind)

Questi sono gli unici altri due film dell’Indian Parallel Cinema che sono riuscito a recuperare con sottotitoli inglesi, dopo aver visto Ankur (1974, Shyam Benegal) la settimana scorsa. Se Bazaar si è rivelato molto interessante per approfondire l’argomento dei matrimoni combinati (fra adulti, non spose bambine) Gaman è risultato molto deludente. Nel primo la protagonista è Smita Patil, reputata una delle migliori attrici indiane di sempre, impegnata politicamente, quasi icona del Parallel Cinema, con ben 80 film all’attivo nonostante il debutto a 20 anni e la prematura morte a 31. In poche parole, se ne avrete l’occasione, guardate Bazaar ed evitate Gaman.

domenica 5 settembre 2021

Micro-recensioni 236-240: cinema asiatico fra classici e originalità

Altra cinquina tutta recuperata su MUBI, ma stavolta ci spostiamo in Asia, con 3 film indiani, uno dello Sri Lanka (assolutamente niente male) e un deludente ma interessante sino/americano modernissimo. Come gli esami (Eduardo De Filippo), le sorprese non finiscono mai.
  

Ankur (Shyam Benegal, 1974, Ind)

Uno dei cult dell’Indian Parallel Cinema, al quale il Festival Cinema Ritrovato di Bologna di quest’anno ha dedicato una sezione; avendo apprezzato questo mi sono messo alla ricerca di altri e ne ho trovati due che inserirò nella prossima cinquina. In rete potrete trovare molti articoli sul genere che dal resto non differisce molto nello stile, ma nei contenuti, puntando spesso ad una rivalutazione dei ruoli femminili e affrontando i problemi derivanti dalle relazioni fra le caste. Nel film tutti i protagonisti sono in un modo o nell’altro deprecabili anche se ognuno, in qualche momento, ha qualche momento di sano orgoglio e buonsenso. Senz’altro meritevole di una visione.

The Wasps are Here (Darmasena Pathiraja, 1978, LKA)

Anche se in questo caso i problemi fra i protagonisti derivano più da questioni sentimentali e sociali che da quelle economiche, questo non può non riportare alla mente altri ottimi film con soggetto pesca tradizionale e contrasti della comunità dei pescatori con i commercianti o armatori come due ottimi film messicani quali Redes (1936, esordio, seppur in co-regia, di Fred Zinnemann) e Janitzio (1935, Carlos Navarro, con Emilio El Indio Fernández) per non parlare di La terra trema (1948, Rossellini) ispirato dai Malavoglia di Verga e ambientato ad Acitrezza, Sicilia. Tutti e tre i film citati non solo sono ottimamente girati e interpretati (pur contando su molti interpreti non professionisti) ma sono di grande valore antropologico. Volendo trovare una pecca in questo mio primo film dello Sri Lanka, certamente il discorso politico del socialista appare un po’ fuori luogo anche se non sembra aver gran presa sugli astanti. Ben filmato e interpretato, nonché restaurato pochi anni fa, include parte documentaristica breve ma significativa. Consigliato.

  
The Chess Players (Satyajit Ray, 1977, Ind)

Inaspettatamente ci si trova davanti ad una commedia, certo non il genere solito di Ray, e si apprende che fu anche l’unico suo film parlato in hindi e non in bengali come tutti gli altri. Una parte del cast è inglese e, nelle vesti del General James Outram, c’è nientemeno che Richard Attenborough. La parte storica (date, luoghi e nomi) è vera, il resto è ovviamente romanzato se non di pura fantasia. Ma i veri indiscussi protagonisti sono i due amici appassionati di scacchi che, per una partita, dimenticano mogli, casa e perfino i gravi subbugli politici in corso. Adattamento di un romanzo di Tagore (Nobel per la letteratura nel 1913), il film mette in evidenza sia l’arroganza, la sostanziale ignoranza e l’avidità degli inglesi, sia la generale apatia e indifferenza degli indiani nei confronti della politica.

The Home and the World (Satyajit Ray, 1984, Ind)

Dramma a sfondo storico che fa conoscere gli ideali Swadeshi, movimento nazionalista indiano di inizio secolo scorso. Un leader del movimento si insedia in casa di un suo vecchio amico di studi (di idee certamente diverse) e riesce a coinvolgerne la moglie, che si lascia facilmente influenzare. Il concetto di libertà intellettuale si dimostrerà perdente rispetto alla vanagloria del dirigente politico disposto a trascurare i contrasti religiosi, sociali ed economici. Come per The Chess Players, pur cimentandosi in generi per lui non usuali, Satyajit Ray riesce a produrre film consistenti e tecnicamente pregevoli fornendo a noi occidentali nuove chiavi di lettura e spunti di riflessione in merito alla società indiana.

Dead Pigs (Cathy Yan, 2018, Cina/USA)

Commedia quasi dark che comincia bene presentando i vari personaggi principali (molto diversi fra loro) che poi si dimostreranno avere legami. Uno sguardo sulla Cina moderna, con tanti ricchi che vorrebbero vivere all’occidentale imitandone (male) lo stile. Il titolo si riferisce ad un vero fatto di cronaca, il ritrovamento di migliaia di maiali morti in un fiume alle porte di Shanghai ed alla storia si aggiunge la resistenza della proprietaria di una casa che si rifiuta di abbandonare, bloccando di fatto la costruzione del totalmente nuovo insediamento con replica della Sagrada Familia di Barcellona ma si pensa anche ad uno con Arco di Trionfo e Torre Eiffel più grandi delle reali strutture parigine! Fra un eccesso e l’altro il film perde di verve e di interesse, fino a scadere molto nel finale con karaoke (gli spettatori cinesi in sala avranno cantato?) e conclusione poco plausibile. Ai protagonisti appartenenti a vari settori dell’attuale Cina si aggiunge un giovane architetto americano, tutti palesemente esagerati; il sotterfugio del ragazzo per racimolare la somma del quale il padre ha bisogno, appare come una citazione/copia di Shônen (aka Boy, aka Il bambino, di Nagisa Oshima, 1969, Jap); il marketing ultracolorato con balletti e refrain demenziali è assolutamente kitsch; lasciano perplessi le tante scene di strade incredibilmente deserte (a Shanghai???) che fanno sparire milioni di cinesi dallo schermo. Guardabile per curiosità verso la Cina moderna, assumendo che buona parte di quanto mostrato sia vero.