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martedì 29 novembre 2022

Microrecensioni 326-330: ecco 5 neo noir

Cinquina apparentemente omogenea, ma con film molto diversi, sia come argomento che come co-genere, sia come qualità e paesi e anni di produzione.  

 
Dark City (Alex Proyas, Aus, 1998)

Mai sentito nominare e di genere misto neo noir e sci-fi (non il mio preferito), guardato fidandomi dei rating, liste di preferenze ed alcuni commenti, è quello che mi ha piacevolmente sorpreso e mi piaciuto non poco. La trama è senza dubbio originale e ben sviluppata, pur avendo vari punti in comune con tanti altri film, a cominciare dalla amnesia del protagonista. La scenografia e gli effetti speciali descrivono alla perfezione l’atmosfera pesante che opprima questa città che non vede mai il sole. La situazione ricorda molto Paris qui dort (Parigi che dorme) ottimo e originale mediometraggio muto diretto da René Clair nel 1923 (consigliato). Alex Proyas (nato in Egitto, da genitori greci e poi emigrato in Australia) è bravo regista ma con molti alti e bassi; senz’altro l’altro suo film di livello è The Crow (1994), a qualcuno potrebbe essere piaciuto anche I, Robot (2004). Singolare la composizione del cast nel quale, al lato del protagonista Rufus Sewell, compaiono star come William Hurt (che non ha bisogno di presentazioni), Jennifer Connelly (Oscar in A Beautiful Mind) e Richard O'Brien (il Riff-Raff del cult The Rocky Horror Picture Show, 1975), ma ci sono anche Ian Richardson e Kiefer Sutherland. Consigliato.

Memories of Murder (Bong Joon-ho, Kor, 2003)

Questo è il più conosciuto e apprezzato della cinquina, addirittura al 196° posto nella classifica IMDb dei migliori film di tutti i tempi, direi abbastanza sopravvalutato. La sceneggiatura (tratta da un lavoro teatrale) è più che buona ma viene rovinata dall’esagerazione dei comportamenti dei poliziotti, dal commissario ai due detective e al poliziotto violento. Anche la fotografia e il montaggio meritano, come è lecito aspettarsi da Bong Joon-ho, co-autore della sceneggiatura. Vi ricordo che il regista coreano nel 2020 ha ottenuto ben 4 Oscar con Parasite (miglior film, film straniero, regia e sceneggiatura) e 34° posto nella classifica IMDb, assolutamente esagerato.

   
Body Heat (Lawrence Kasdan, USA, 1981)

Noir quasi classico, con una torbida storia passionale con la vista e rivista pianificazione dell’omicidio di un uomo, perpetrato dalla moglie insoddisfatta e dal suo amante. L’ambiente è quello della ricca borghesia di una cittadina sulla costa della Florida, con un taglio decisamente erotico (soft). I personaggi principali sono interpretati da William Hurt e Kathleen Turner, nel suo primo ruolo da protagonista. Non un gran film, ma ben messo in scena; forse riducendo il numero delle scene passionali sarebbe stato più scorrevole, ma è inutile negare che tali riprese attirano il pubblico, ergo …

Devil in a Blue Dress (Carl Franklin, USA, 1995)

Non un granché ... ha l’originalità di un noir moderno (seppur ambientato nel 1948, in California) di matrice afroamericana. La trama, un po’ troppo densa di avvenimenti (e morti), pone quasi tutti i “neri” dalla parte dei più o meno buoni e i bianchi da quella dei cattivi. Aggiungete quelli che stanno a metà strada, politici che concorrono alla carica di sindaco, pedofili, persone dal grilletto molto facile, storie d’amore, ricatti incrociati e il protagonista (Denzel Washington) che i guai se li va a cercare e concorderete che per un’ora e mezza di film è un carico eccessivo. Mi ha inoltre lasciato perplesso, in un film nel quale si tratta più volte il tema del razzismo, la rappresentazione della comunità afroamericana che vive tranquillamente e pacificamente in un ordinatissimo quartiere con strade larghe adornate con palme, aiuole perfettamente tenute davanti alle moderne case, macchine moderne e splendenti e via discorrendo. Qualche merito glielo riconosco, soprattutto per la fotografia e la caratterizzazione di alcuni personaggi (altri, come quello di Don Cheadle, sono quasi ridicoli), ma in linea di massima è appena sufficiente.

Brick (Rian Johnson, USA, 2005)

Film fra un’indagine indipendente di un giovane e intraprendente studente sulla misteriosa morte violenta di una sua ex e una guerra fra giovani spacciatori di droga. La trama sembra tanto una variante studentesca di Per un pugno di dollari, con il protagonista che, pur essendo regolarmente e pesantemente malmenato, riesce a infiltrarsi fra i probabili assassini e, facendo il doppio gioco, riesce a mettere gli uni contro gli altri. Film evidentemente prodotto a basso budget con scene quasi sempre ridicolmente deserte (strade, scuole, campi sportivi, …) e con cast molto poco convincente.

lunedì 9 maggio 2022

Microrecensioni 126-130: 10 Asian-American movies (1-5)

Le famiglie asiatiche protagoniste (con le loro culture) di questo gruppo sono cinesi (per i due film di Wayne Wang), indiane (2 di Mira Nair) e afghane (in questo caso regista americano ma sceneggiatura “afghana”). I migliori della cinquina, che su IMDb ha rating medi 7,3 e 91% su RT, sono senz'altro The Joy Luck Club The Big Sick, sotto ogni punto di vista, e per questo ne consiglio la visione.

 
Chan is Missing (Wayne Wang, 1982, USA)

Si tratta di film indipendente, con minimo budget e per questo girato a 16mm, solo successivamente ingrandito a 35mm per le sale. Si tratta del primo lungometraggio diretto dal solo Wang e tratta di due amici tassisti che vorrebbero recuperare una certa somma dal Chan del titolo. Le discussioni fra i due sono a volte esilaranti, specialmente quando tentano di giustificare e spiegare i modi di pensare e di agire dei loro compaesani che popolano la Chinatown di San Francisco. Col passare degli anni, è diventato un cult.

The Joy Luck Club (Wayne Wang, 1993, USA)

Molto articolato e ben più lungo di Chan is Missing, vanta un ricco cast di ottimo livello, narrando le storie di quattro amiche cinesi (nate e cresciute in Asia) e delle loro figlie nate in America. Le prime conservano molto della mentalità cinese e sono ancora condizionate dagli eventi sofferti prima di emigrare, che comprendono anche infanticidi, suicidi, abbandoni, divorzi e matrimoni combinati. Questi loro trascorsi vissuti in Cina, per lo più tragici anche se spesso in famiglie più che abbienti, sono narrati in flashback con belle scenografie e costumi. Le loro esperienze in un modo o nell’altro condizionano i rapporti talvolta quasi morbosi con le figlie che, essendo quasi del tutto americanizzate, vivono situazioni di amore/odio con le proprie madri. Nel corso di tutto il film si apprezzano (oltre alle solite appetitosissime tavole imbandite con una gran varietà di pietanze) le nette differenze di accento fra gli adulti (immigrati) e i giovani che si sentono americani a tutti gli effetti.

  
The Big Sick (Michael Showalter, 2017, USA)

Curiosa la storia di questo film, quasi autobiografico per Kumail Nanjiani, sceneggiatore che ricopre anche il ruolo di protagonista (praticamente sé stesso): un comedian afghano, ma nato in USA. Figlio di uno psichiatra, è quasi oppresso dalla madre che vorrebbe che sposasse una brava afghana di famiglia tradizionale e di comprovata fede e per questo invita regolarmente a cena possibili spose. Ovviamente le cose non vanno come i genitori vorrebbero e il flirt con una ragazza americana avrà sviluppi del tutto imprevisti (sostanzialmente veri). Questa commedia ha i suoi momenti migliori nei rapporti del protagonista sia con i suoi familiari che con i genitori della ragazza, che da soli valgono la visione, mentre le parti strettamente romantiche e gli stralci degli spettacoli (comici?) sono di media banalità ma non proprio malvagie. Proprio per le argute e credibili (anche se apparentemente incredibili) scene familiari, ottenne la Nomination Oscar per la sceneggiatura originale.

The Namesake (Mira Nair, 2006, USA)

Non lo inserirei fra i migliori della regista indiana che si fece conoscere con il drammatico Salaam Bombay! (1988, Nomination Oscar, premiato a Cannes) e poi ottenne grande successo di pubblico con la dramedy Monsoon Wedding (2001, premiato a Venezia). Tuttavia, il film ha i suoi meriti nonostante una storia che si sviluppa nell’arco di vari decenni fra India e Stati Uniti. Come quasi sempre accade, le nuove generazioni nate in USA non la pensano come i genitori e i contrasti sorgono per modi di vita, aspirazioni e compagnie.

Mississippi Masala (Mira Nair, 1991, USA)

Secondo film di Mira Nair, il primo girato in USA. Si differenzia dal resto perché aggiunge ai soliti problemi di integrazione degli immigrati asiatici, quelli dei rapporti con gli afroamericani discendenti degli schiavi portati a forza dall’Africa. Per complicare le cose, i membri della famiglia di etnia indiana (ma nati in Uganda) giungono in Mississippi dopo essere stati costretti a lasciare il paese dal dittatore Amin (1972, espulsione di tutti gli asiatici). Quindi, i contrasti familiari si sviluppano fra gli afroamericani (che certo non hanno avuto vita facile negli stati del sud) e asiatici cacciati dall’Africa secondo la teoria di Amin che quel continente dovesse essere solo per i Black Africans. A nulla valgono le idee di fratellanza portate avanti da qualche protagonista che sostiene che loro sono tutti in contrasto con i bianchi mentre loro, così come i gialli, sono tutti colored e quindi nella stessa barca. Argomenti interessanti, ma trattati troppo superficialmente in questa dramedy.

venerdì 11 ottobre 2019

60° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (296-300)

Oltre a non essere certo fra i migliori film di Scorsese, Gangs of New York è capitato in un girone di ferro e, giustamente, nonostante l’indubbia relativa qualità e le 10 Nomination (ma nessun Oscar) finisce all'ultimo posto in questa cinquina molto varia. Questa scelta è stata facile in quanto i due muti sono capolavori dell’espressionismo tedesco (che non mi stancherò mai di ri-guardare) e gli altri due sono molto particolari, completamente differenti per stile, produzione e generi, ma senz'altro degli ottimi cult.
Nessuno dei 5 è stato per me una novità, e le nuove visioni dei primi 4 mi hanno assolutamente soddisfatto per l'ennesima volta avendo potuto apprezzare ulteriori dettagli; in quanto all’ultimo l’ho trovato complessivamente ancor più deludente ed esagerato, pur riconoscendo delle che ci sono ottime soluzioni registiche e una pregevole interpretazione di Daniel Day-Lewis.
Comincio con i due muti.

   

297  Metropolis (Fritz Lang, Ger, 1927, restauro 2010) * con Brigitte Helm, Alfred Abel, Gustav Fröhlich * IMDb  8,3  RT  100%  * 108° nella classifica IMDb dei migliori film di tutti i tempi
Nei dati ho ritenuto necessario aggiungere "restauro 2010" in quanto le versioni proposte al pubblico fino ad allora erano di qualità abbastanza scadente e, soprattutto, molto più corte. Nel 2008 fu trovata una pellicola (quasi) integrale in Argentina; a partire da questa e con varie integrazioni derivanti dagli altri montaggi manipolati e accorciati, la più che benemerita Murnau Foundation di Wiesbaden ha messo insieme questa versione alla quale dovrebbero mancare ormai solo poche scene rispetto all'originale. 
Le immagini e la sceneggiatura sono estremamente attuali e sfido qualunque appassionato dei film sci-fi e/o distopici a non riconoscerei quante scene, riprese e scenografie di film di tali generi sono riprese o citazioni di Metropolis. Decine sono le rappresentazioni di una città futuristica a sviluppo verticale, con tanti grattacieli, strade sopraelevate, megafabbriche, videocontrollo e via discorrendo.
Ciò che fa la differenza e deve essere presa per quella che è, è la recitazione, classica del muto ed in particolare dell'espressionismo tedesco. 
Meraviglia pensare che questa produzione è di quasi un secolo fa, realizzata nei primi decenni della storia del cinema e senza sonoro!
Assolutamente imperdibile, anche per quelli che non sopportano né i muti, né il bianco e nero. 

296  Nosferatu (F. W. Murnau, Ger, 1922) * con Max Schreck, Greta Schröder, Ruth Landshoff * IMDb  8,0  RT  100%  nella classifica IMDb dei migliori film di tutti i tempi
A differenza di Metropolis (un vero e proprio kolossal per l'epoca) questo è molto più contenuto, senza grandi scenografie, senza scene di massa, prodotto con un budget molto più ridotto. Eppure ha fatto scuola, rimanendo uno dei più famosi film del genere vampiresco, forse il capostipite, insieme con la pellicola dello stesso regista Phantom (1922, F. W. Murnau) e con il successivo Vampyr (1932, Carl Th. Dreyer). Inoltre, si tratta del film del quale nel 1979 Werner Herzog mise in scena un remake molto fedele, quasi un omaggio all'originale, con Klaus Kinski, Bruno Ganz e Isabelle Adjani come protagonisti. I giochi d'ombra, ombre che diventano protagoniste, atmosfere tetre e angoscianti, tengono con il fiato sospeso anche lo spettatore dei giorni nostri, immaginatevi quelli di un secolo fa. 
Altro film da guardare con attenzione, anche se tutti sanno come va a finire. 


   

300  Paris, Texas (Wim Wenders, Ger/Fra, 1984) * con Harry Dean Stanton, Natasha Kinski, Dean Stockwell * IMDb  8,1  RT  100%  * 244°
Uno dei migliori film di Wim Wenders fra quelli successivi al suo periodo prettamente tedesco, quello dell'innovatico stile Film und Drang dei vari Herzog, Schlondorff, von Trotta, Fassbinder, ecc.
Conta non solo sull'ottima sceneggiatura di Sam Shepard (lo stesso che una quindicina di anni prima aveva firmato quella di Zabriskie Point, 1970, Michelangelo Antonioni), ma anche e soprattutto sull'incredibile interpretazione di un attore che, forse per le sue caratteristiche, non ha mai avuto i giusti riconoscimenti a Hollywood, vale a dire Harry Dean Stanton.
In particolare la prima parte del film, che si svolge nel Mojave Desert (in California, confine con Nevada e Arizona) è affascinante per i paesaggi spettacolari e l'atmosfera surreale, egregiamente commentata dalla peculiare musica di Ry Cooder
Un film certamente drammatico, ma carico di umanità, con il rapporto fra i fratelli, il bambino con "due padri", e tutti gli altri protagonisti "di contorno" ma fondamentali nel contesto della storia.
Film da non perdere.

298  Así en el cielo como en la tierra  (José Luis Cuerda, Spa, 1995) * con Fernando Fernán Gómez, Luis Ciges, Francisco Rabal, Jesús Bonilla * IMDb  6,8  RT  89%p 
Commedia arguta a sfondo religioso, apprezzabile anche ad una lettura minimalista e superficiale, ancor più geniale se si conoscono un po' le Sacre Scritture (in particolare l'Apocalisse), i personaggi del Vangelo, agiografia e struttura della Chiesa. 
Cuerda, già autore di Amanece, que no es poco (1989, altro cult surreale) non risparmia nessuno, ma non si mostra mai né acido né irriverente, riuscendo a prendere in giro un po' tutti, sollevando problemi irrisolvibili, riproponendo domande alle quali nessuno può rispondere con chiarezza, creando nuove situazioni ancor più complicate, tendenti al paradosso, in quanto puramente surreali.
Non ne cito nessuna per evitare spoiler, ma aggiungo che, chi ha dimestichezza con la lingua di Cervantes, si delizierà anche nell'ascoltare una caterva di espressioni popolari e modi di dire. In quanto agli assurdi quesiti proposti, c'è da dire che potrebbero essere ottimi spunti per disquisizioni e speculazioni filosofiche, basate sulla logica, pur essendo assolutamente non plausibili ... in effetti lo schema di qualunque religione ...
Notevole anche il cast, che comprende i migliori attori e caratteristi spagnoli dell'epoca.
Anche questo imperdibile, purtroppo penso che non si trovi in italiano ... peccato per tanti!


299  Gangs of New York (Martin Scorsese, USA, 2002) * con Leonardo DiCaprio, Cameron Diaz, Daniel Day-Lewis * IMDb  7,5  RT  75%   *  10 Nomination (miglior film, regia, Daniel Day-Lewis protagonista, sceneggiatura, fotografia, scenografia, montaggio, costumi, sonoro, canzone originale)
Come già sottolineato in apertura nonostante il cast, la sapiente regia di Scorsese, alcune ottime interpretazioni, scenografia di grande impatto, costumi certamente originali, questo film non riesce a convincere, soprattutto per una sceneggiatura troppo esagerata, poco credibile e l'eccessiva violenza che lo portano ad essere quasi uno splatter
Il personaggio di Cameron Diaz mi è sembrato assolutamente forzato e fuori luogo, molti altri sono poco credibili, il soggetto (sotto alcuni aspetti corrispondente a eventi reali) è stato troppo esagerato a fini chiaramente scenografici e di impatto sul pubblico.
Visto ai tempi dell'uscita nelle sale, ho concesso al film una nuova chance ma al termine resto dell'idea che i buoni registi dovrebbero sempre lavorare con budget limitati e concentrarsi sull'aspetto strettamente cinematografico, che non ha bisogno né di grandi nomi né di cifre esagerate (100 milioni di dollari nel 2002 erano veramente tanti!).

Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire dal 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate su questo blog. 

domenica 29 settembre 2019

58° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (286-290)

Cinquina con netta prevalenza di film dei primi anni ’30, tre giapponesi ed un capolavoro di Fritz Lang del suo periodo tedesco ... M - il mostro di Dusseldorf. Completa il gruppo un “intruso”, un film di Spike Lee, peraltro un po’ fuori diverso dal suo stile. I film giapponesi, pur essendo nel pieno della rivoluzione portata dall’avvento del sonoro, sono muti e diretti da due registi poi divenuti più che rispettati: Ozu e Naruse.

   

290  M - Il mostro di Dusseldorf (Fritz Lang, Jap, 1931) tit. or. “Eine Stadt sucht einen Mörder” * con Peter Lorre, Ellen Widmann, Inge Landgut * IMDb  8,3  RT  100% *  all’85° posto nella clasifica IMDb di tutti i tempi
Uno degli indimenticabili film di Fritz Lang, il primo sonoro dopo i grandi Mabuse (1922), I Nibelunghi (1924) e Metropolis (1927) e parecchi altri meno conosciuti ma sempre più che buoni, senz’altro il suo periodo migliore.
Si potrebbe scrivere molto in merito ai meriti di questo film, le particolari inquadrature dall’alto e dal basso, la voce fuori campo che descrive le azioni intraprese per catturare il killer, i dettagli che spiegano eloquentemente ciò che accade pur senza mostrarlo palesemente, l’ottima interpretazione di Peter Lorre (che a questo film deve molto della sua fama), protagonista al suo terzo film e nel primo fu uncredited.
Avendo trovato il dvd della versione restaurata, l’ho guardato con attenzione e con enorme piacere, pur essendo la mia ennesima visione. Si sappia che per molti non ottenne il visto della censura e giunse nelle sale italiane solo nel 1960.
Assolutamente da non perdere, non vi fate condizionare dallo stupido preconcetto, purtroppo diffuso, “film d'epoca e in bianco e nero = noioso e soporifero” ... niente di tutto ciò.
    
286  I was born, but ... (Yasujirô Ozu, Jap, 1932) tit. or. “Otona no miru ehon” * con Tatsuo Saitô, Tomio Aoki, Mitsuko Yoshikawa, Takeshi Sakamoto * IMDb  8,0  RT  100% 
Non ricordo esattamente cosa come sono giunto a recuperare questo muto di Ozu (e il successivo  Passing Fancy) ma sono molto contento di averli guardati, pur sapendone ben poco. Si tratta di due originali commedie i cui protagonisti sono dei vivaci ragazzini. L’ineffabile Tomio Aoki, 9 anni all’epoca, ma già con una quindicina di film alle spalle, è uno dei due fratellini che, essendosi trasferiti in un nuovo quartiere, devono avere a che fare con un gruppetto di coetanei, fra un po’ di inevitabile solito bullismo e giochi vari. Fra di loro c’è anche il figlio del proprietario dell’azienda in cui lavora loro padre. A quell’età le cose cambiano velocemente sia nei rapporti fra ragazzi, sia in quelli genitori-figli.
Storia molto ben narrato da Ozu che si distingue anche in questa commedia giovanile leggera, cogliendo l'occasione per fornire anche una visione critica del sistema della scala gerarchica nell’ambiente lavorativo giapponese dell’epoca ... e non mancano i suoi classici panni stesi ad asciugare, infilati sulle canne.
Molto piacevole e divertente, assolutamente consigliato.

      

288  Inside man (Spike Lee, USA, 2006) * con Denzel Washington, Clive Owen, Jodie Foster, Christopher Plummer * IMDb  7,6  RT  88% 
Come anticipato nel cappello, in questo lavoro di Spike Lee la componente razziale è meno marcata che nella maggior parte degli altri suoi film, eppure non manca. Pur essendo una cronaca quasi in tempo reale di una rapina molto particolare, ci sono comunque tante battute riferite a varie etnie, all’intolleranza razziale e al non rispetto delle religioni altrui.
Storia intricata che parte come una qualunque rapina in banca, ma man mano si comincia a capire che non è proprio così. Clive Owen è la mente dell’audace assalto alla banca, Denzel Washington è l’ispettore che tenta di trattare con lui anche in considerazione della presenza di varie decine di ostaggi, Jodie Foster è un’ambigua fixer che agisce per conto dell’equivoco presidente della banca, interpretato da Christopher Plummer.
Pochi sono i veri colpi di scena in quanto quasi tutto è abbastanza prevedile (probabilmente volutamente) per i tanti indizi forniti e qualche flashforward. Buone le interpretazioni tranne quella di Jodie Foster che comunque, secondo me, grande attrice non è mai stata e deve la sua notorietà solo al suo fortuito e fortunato esordio nel ruolo della giovanissima prostituta Iris in Taxi Driver (1975, Martin Scorsese).
Film in ogni modo sufficiente, anche se certamente meno incisivo della maggior parte dei film di Spike Lee.

287  Passing Fancy  (Yasujirô Ozu, Jap, 1933) tit. or. “Dekigokoro  ” * con Takeshi Sakamoto, Tomio Aoki, Nobuko Fushimi, Den Ohinata * IMDb  7,4  RT  72%p 
Ritroviamo l’ineffabile Tomio Aoki di I was born, but ..., ma stavolta non ha a che fare con un gruppo di suoi coetanei, bensì con adulti. Anche questo film è una commedia ma i protagonisti sono un male assortito trio, composto da due colleghi di lavoro (uno dei quali padre single del bambino) ed una giovane ragazza spuntata più o meno dal nulla. Tomio Aoki e il vicinato forniscono un variopinto contorno umano in un ambiente al limite della povertà.
Piacevole, ma certamente non all’altezza di I Was Born, but ... dell’anno precedente.

289  Flunky, Work Hard  (Mikio Naruse, Jap, 1931) tit. or. “Koshiben ganbare” * con Shizue Akiyama, Seiichi Katô, Tomoko Naniwa * IMDb  6,8 
Per concludere la mia incursione nel periodo finale del muto giapponese e fra i primi passi du registi poi divenuti famosi anche a livello internazionale nel dopoguerra, ho recuperato questo corto (28’) di Mikio Naruse.
Commedia passabile, ma niente di più.
  
Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire dal 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate su questo blog. 

venerdì 2 agosto 2019

48° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (236-240)

Con questa cinquina giungo alla fine delle visioni dei Blu-ray attualmente in mio possesso e quindi ci sono i film più recenti (2014) avendoli guardati in ordine cronologico. Nel complesso confermo la mia idea (derivante dalla visione di varie migliaia di film) che la qualità strettamente cinematografica negli anni è andata a diminuire, così come la qualità media degli attori. I grandi avanzamenti sono solo nel campo della tecnologia e degli effetti speciali ... che non mi appassionano o entusiasmano più di tanto.
Il gruppo ha un dominatore assoluto ed è Django Unchained , gli altri avrei potuto anche classificarli a coppie, pur essendo assolutamente diversi fra loro; Fury e The Social Network fra meriti e critiche più o meno si equivalgono, gli altri due sono oggettivamente scadenti sotto quasi ogni punto di vista, nonostante i nomi di cartello.

   

238  Django Unchained  (Quentin Tarantino, USA, 2012) * con Jamie Foxx, Christoph Waltz, Leonardo DiCaprio, Samuel L. Jackson * IMDb  8,4  RT 86%  *  2 Oscar (sceneggiatura e Christoph Waltz protagonista) e 2 Nomination (miglior film, fotografia e sonoro) * 62°
Un altro gran bel film dello spesso criticato Tarantino, snobbato da molti, ma oggettivamente uno che sa dirigere (attori e operatori), concepisce storie al limite dell’incredibile e le sviluppa in sceneggiature sorrette da dark humor, suspense e dialoghi per lo più ottimi, le scene splatter sono tanto esagerate da strappare più sorrisi che provocare orrore. Per concludere questo breve panegirico, c’è da sottolineare che nelle sue numerose brevi e ben calibrate apparizioni nei suoi film si dimostra un rispettabile attore, riuscendo ad essere più che convincente.
Tornando a Django Unchained, a tutti i meriti appena attribuiti a Tarantino, si aggiungono scenografie spettacolari esaltate dall’ottimo uso che il regista fa del formato 2.39:1 (Cinescope o CinemaScope, con lenti anamorfiche). I formati “larghi” sono una mania e un merito del regista che nel successivo The Hateful Eight, si cimentò (con gran successo) nell’ancora più spinto 2,76:1 (Ultra Panavision, 70mm). Non da meno sono la precisa fotografia, l’uso appropriato del ralenti, i costumi tendenti al barocco e la scelta degli oggetti e arredamenti tendenti al kitsch ... ottime le performance del cast intero.
Ovviamente, anche per questo film Tarantino ha attirato su di sé le ire di benpensanti e comunità di afroamericani, è stato criticato per il linguaggio (in particolare il troppo frequente uso di nigger, ma chi può pensare che all’epoca fossero tutti politically correct?), gli “storici” hanno sottolineato incongruenze ed errori, tutti sembrano dimenticare che si tratta di un film di finzione e non di un documentario.
Un film da non perdere, anzi, da guardare più di una volta.

239  Fury (David Ayer, USA, 2014) * con Brad Pitt, Shia LaBeouf, Logan Lerman * IMDb  7,6  RT 77% 
Sarebbe stato un film a soggetto bellico più che buono senza l’intermezzo della breve storia dell’incontro con le due cugine, ma si sa che ai fini del gradimento del pubblico in generale le storie d’amore, e ancor più i colpi di fulmine, rendono bene.
Sceneggiatura abbastanza originale, anche se un po’ esagerata, interpretata da buoni attori. Molta violenza ad effetto sullo sfondo di buone riprese esterne con ottima scelta delle location e ricostruzioni per lo più credibili. 
Film interessante per gli amanti del genere (e per le ammiratrici di Brad Pitt) ma certamente non per tutti.

      


237  The Social Network (David Fincher, USA, 2010) * con Jesse Eisenberg, Andrew Garfield, Justin Timberlake * IMDb  7,7  RT 95%  *  3 Oscar (miglior sceneggiatura, montaggio e commento musicale) e 5 Nomination (miglior film, regia, Jesse Eisenberg protagonista, fotografia e montaggio sonoro)
Non è che mi sia piaciuto più di tanto, ma a questo film riconosco il merito di fornire un descrizione di Mark Zuckerberg non univoca, presentandolo a turno come sociopatico, arrivista, geniale, non attaccato al denaro, sfrontato, tanto che alla fine riesce quasi simpatico (anche se per me non lo è nella vita reale, per quanto ne sappia) per avere a che fare con tanti personaggi avidi, della peggiore specie, che fanno il possibile per sfruttare le sua capacità e le sue idee. In questo caso la sceneggiatura “troppo parlata” (come quasi tutte quelle scritte da Aaron Sorkin) è probabilmente necessaria e quindi sopportabile.
Da quanto ho letto, la maggior parte degli avvenimenti riproposti nel film sono effettivamente accaduti, più o meno come sono rappresentati.
Interessante, guardabile.

236  Angels & Demons (Ron Howard, USA, 2009) tit. it. “Angeli e Demoni”  * con Tom Hanks, Ewan McGregor, Ayelet Zurer * IMDb  6,7  RT 37% 
Leggermente migliore del Codice Da Vinci, ma più o meno la stessa solfa. L’ambientazione passa da Parigi a Roma e nella Città del Vaticano, l’insulsaggine della trama è di pari livello ma almeno più lineare avvicinandosi più a un comune thriller. Tom Hanks resta sempre imbambolato, a volte sembra un attore ma solo per incapacità dei suoi colleghi.
Non è ultimo di questo gruppo esclusivamente grazie a The Equalizer che, nonostante la presenza di Denzel Washington che è attore, certamente molto migliore di Tom Hanks, è talmente mal pensato e costruito che è difficile fare peggio.
Lasciate perdere.

240  The Equalizer (Antoine Fuqua, USA, 2014) tit. it. “Il Vendicatore”  * con Denzel Washington, Marton Csokas, Chloë Grace Moretz * IMDb  7,2  RT 60% 
In questo film il personaggio interpretato da Denzel Washington è più infallibile, indistruttibile e letale di un supereroe, compare e scompare (pur essendo privo di superpoteri) a suo piacimento, supertecnologico e geniale ... i cattivi cattivissimi non hanno scampo! The Equalizer è una baggianata colossale e per lo più scontata, non è rigoroso e il protagonista nemmeno un po’ plausibile come il personaggio di Charles Bronson nella serie di film Death Wish (aka Il giustiziere della notte), né - parlando di ex-agenti a riposo - la sceneggiatura è lontanamente paragonabile al divertente RED (2010), oltretutto forte di un cast di qualità che include Bruce Willis, John Malkovich, Hellen Mirren, Morgan Freeman e Ernest Borgnine.
Assolutamente sconsigliato.

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