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domenica 11 luglio 2021

Poche note conclusive (e due clip) sulla filmografia di Hitchcock

Più volte mi è sorto il dubbio che Hitchcock fosse un po’ misogino … o, almeno, reputasse che per lo più le donne fossero stupide o prive di senso pratico. In tanti suoi film, anche quando presenta personaggi femminili intraprendenti, (apparentemente) geniali, con volontà di risolvere problemi e/o aiutare il loro compagno, nella maggior parte dei casi i problemi e i pericoli che creano sono maggiori dei vantaggi. Per non parlare delle donne intriganti e insopportabili, sia per pertinacia o insulsaggine, di solito appartenenti all’alta borghesia, classe che evidentemente non teneva in gran considerazione. Infatti, nobili, ricchi o arricchiti che fossero, uomini o donne, vengono messi quasi sempre in cattiva luce e quindi diventano facile bersaglio di satira e critica, peraltro non troppo velata. Altra situazione presente nella maggior parte dei sui film è il precario rapporto di coppia (coniugi, fidanzati e innamorati), pur essendo lui felicemente spostato e grande estimatore di sua moglie che lo affiancò fino alla morte, non solo come sposa ma anche come fidata consigliera e collaboratrice (soprattutto per le sceneggiature).

Come già sottolineato, Hitchcock amava molto l’ironia e ciò traspare chiaramente dall’arguzia di tanti dialoghi inseriti qui e là nei suoi film, spesso riferentesi ad argomenti non strettamente attinenti alla trama, sembrano piuttosto vere e proprie critiche sociali o del modo di vivere di alcune persone. Inoltre, in quasi tutti i film a sfondo politico (includo quelli bellici, su terrorismo e intrighi internazionali) inserisce invece brevi discorsi in merito alla democrazia, alla libertà e alla legalità, approfittando anche per mettere in pessima luce prima i tedeschi e successivamente i russi.

Venendo alla parte più tecnica, è assolutamente indubbia la sua abilità nel gestire i tempi, indirizzando prima gli spettatori a concentrarsi su determinati elementi per poi tenerli con il fiato sospeso finché non si saprà se il personaggio in scena scamperà il pericolo o si salverà. A tal fine, nei momenti topici, utilizza di solito un montaggio rapido, contando soprattutto su dettagli, primi piani e semplici trucchi per attirare l’attenzione, come quello di far brillare qualunque lama o quello, più ingegnoso e originale, di illuminare il bicchiere di latte dall’interno (Suspicion, 1941, video in basso).

In quest'altro ben montato video (prodotto da IMDb) potrete invece apprezzare vari elementi ricorrenti, ben noti agli appassionati, dalle notizie che si diffondono con i giornali alle note scritte, dalle scale alle ombre, dagli incontri in treno al voyeurismo, dagli innocenti accusati ingiustamente agli assassinii premeditati, dai luoghi famosi ai suoi cameo

Nell’arco della sua lunga carriera ha avuto modo di mettere in mostra la sua grande versatilità, con vari prodotti per lui unici nel genere, poche commedie pure (fra le quali The Farmer’s WifeThe Trouble with Harry, ma sono pochi i film che non includano almeno qualche scena satirica) e tante variazioni di film crime, spy, thriller nei quali ha indubbiamente dato il meglio di sé. Ufficialmente si sa che ha collaborato alla sceneggiatura di una dozzina dei suoi film (ma nella metà dei casi uncredited) e sua moglie, Alma Reville, ad un’altra dozzina; per concludere con le collaborazioni famigliari, c’è da segnalare che per tre volte Pat(ricia) Hitchcock, la figlia, ebbe un ruolo nei suoi film.

Infine, una considerazione che vale tutt’oggi per molti talentuosi registi: una volta che giungono ad una certa fama diventano spesso “schiavi” delle case di produzione, specialmente se il cast comprende grandi star. Per questo motivo preferisco tanti film del periodo inglese (qualcuno anche muto) a molti del periodo americano. Per esempio sia Pshyco che The Birds non contano su grandi nomi, il successo fu dovuto solo ed esclusivamente alla qualità del film. Fra gli attori famosi, sembra che James Stewart sia stato quello con il quale si trovò più in sintonia e quindi fra i migliori film del regista troviamo Rear WindowRope e Vertigo. Come già scritto, Cary Grant riuscì meglio nei ruoli drammatici (p.e. Notorius) che nelle commedie e degli altri attori famosi scritturati occasionalmente solo Henry Fonda finì in un buon film (The Wrong Man), mentre le apparizioni uniche di Gregory Peck (The Paradine Case, 1947), Sean Connery (Marnie, 1964) e Paul Newman (Torn Curtain, 1966) non si rivelano fruttuose.

Comunque sia, fra i 53 film oggi disponibili c’è tanto da guardare … con attenzione!

venerdì 9 luglio 2021

Micro-recensioni 146-150: uno dei migliori periodi di Hitchcock

Se non fosse per la presenza del poco convincente Marnie, questo gruppo sarebbe eccezionale. Gli altri quattro sono, giustamente, fra i più conosciuti e apprezzati anche dalla critica pur essendo, ancora una volta, di generi molto diversi: thriller psicologico, catastrofico, noir, spy story.

 
Psycho (1960)

Perfetto nel suo ruolo Anthony Perkins, ben supportato da Janet Leigh (Nomination non protagonista) e Vera Miles, già protagonista in The Wrong Man (1956) al fianco di Henry Fonda. Ottimo il montaggio in stile hitchcockiano, brevissime riprese di dettagli e primi piani che anticipano agli spettatori quello che presto (forse) accadrà e che poi in realtà non viene mostrato (p.e. la famosa scena dell’accoltellamento nella doccia). Appropriata la scelta di Hitchcock di utilizzare ancora il bianco e nero in pieno boom del colore e ciò in pratica gli fu riconosciuto con le altre 3 Nomination: regia, fotografia e scenografia. Essendo sicuro che tutti conosciate il film, penso sia inutile aggiungere altro se non suggerire di guardarlo di nuovo o visionarlo al più presto per la prima volta. Attualmente si trova al 38° posto nella classifica IMDb dei migliori film di sempre. 

The Birds (1963)

Unico nel suo genere nella filmografia di Hitchcock, è un film che ha fatto storia non solo per la sua qualità, ma anche per tante soluzioni tecniche ideate dal regista per far “recitare” le centinaia e centinaia di volatili, per i loro primi piani sia in volo che fermi (anche se spesso i trucchi sono evidenti), per le oltre 400 scene montate alla perfezione, per le sovraimpressioni, per le riprese aeree con elicottero anche se alcune scene dal cielo furono realizzate con lo sfondo di disegni di Bodega Bay vista dall’alto. In rete si trovano tanti articoli interessanti in merito agli artifici usati dal regista per la realizzazione di questo film e anche vari video esplicativi. Pur non essendo certo dello stesso livello, vale quanto scritto a proposito di Psycho, è un altro film che dovreste ri-guardare con attenzione, anche se già lo conoscete.

  
Vertigo (1958)

Seppur non si tratta di un vero e proprio noir, ha tutti gli elementi di tale genere: un detective ex poliziotto, un omicidio, un grande raggiro … e non posso dire altro. Quarta e ultima collaborazione di James Stewart con Hitchcock; in effetti era prevista anche una quinta in North by Northwest, ma gli fu preferito Cary Grant per il suo aspetto più giovanile, nonostante avesse 4 anni di più (in effetti c’era una grande differenza). Il discutibile titolo italiano è La donna che visse due volte. Attualmente si trova al 93° posto nella classifica IMDb dei migliori film di sempre; Nomination Oscar per scenografia e sonoro.

North by Northwest (1959)

Spy story / intrigo internazionale (questo il titolo italiano) ma di quelli nei quali cittadini comuni si trovano invischiati, loro malgrado, in situazioni estremamente pericolose avendo a che fare con criminali senza scrupoli. Pur avendo avuto in genere più successo con le commedie, in questo film Cary Grant offre una buona prova come nel precedente Notorius (1946); al contrario delle due altre collaborazioni con Hitchcock nelle quali è poco convincente, ma solo per colpa sua, piuttosto delle deboli sceneggiature a metà strada fra thriller e commedia.

Marnie (1964)

Come anticipato, questo thriller psicologico è veramente poco convincente e poco avvincente. Anche se Hitchcock riesce a inserire le sue solite buone scene di suspense, soprattutto basate sui tempi e l’imminente rischio del(la) protagonista di essere scoperto/a. In una brevissima scena verso la fine, nelle vesti del marinaio appare il quasi esordiente Bruce Dern, che sarà poi protagonista dell’ultimo film del regista Family Plot.

lunedì 21 settembre 2020

Micro-recensioni 311-315: messicani particolari, Henry Fonda commediante e un ottimo film d’animazione

Soddisfacente cinquina molto varia, con la sempre piacevole ri-visione di Belleville e l'assoluta sorpresa di un film messicano con una travagliata storia alle spalle. Completano il gruppo uno dei tanti discussi film di Ripsteinun moderno film di un esordiente messicano e una (almeno a me) sconosciuta commedia americana che vede protagonisti due attori di solito drammatici.

 

Les triplettes de Belleville (Sylvain Chomet, Fra, 2003)

Ingegnoso film di animazione, praticamente senza dialoghi (solo un paio di battute, simili, in apertura e chiusura) ma con buona colonna sonora e significativi rumori d’ambiente. La storia si sviluppa fra gli ambienti del ciclismo (fino al Tour de France) e quello dei gangster americani con mille riferimenti al cinema e alla musica. Infatti, la maggior parte dei personaggi sono caricature di star e chi osserva con attenzione i fondali scoprirà titoli, locandine, foto certamente non inserite a caso e tanti altri particolari significativi che per lo più danno un tocco di dark humor, più facilmente apprezzabile dagli adulti. Qualcuno lo ha definito un film anti-Disney, certamente basato su tratti di tutt’altro stile e non pensato per il classico pubblico dei cartoni disneyani.

Da non perdere, specialmente per chi voglia gustare un’animazione arguta e diversa dalle solite banalità. 2 Nomination Oscar (animazione e canzone)

La mancha de sangre (Adolfo Best Maugard, Mex, 1937)

Interessantissima visione, ma solo per puri cinefili, meglio se anche conoscitori della Epoca de Oro del cinema messicano. Si tratta dell’unico lungometraggio di Adolfo Best Maugard, rinomato e poliedrico artista del circolo di Diego Rivera, Frida Kahlo, Orozco, Tamayo, Siqueiros, insomma tutti i migliori della prima metà del secolo scorso, acclamati internazionalmente. Di famiglia colta e danarosa da adolescente già studiava arte a Parigi dove strinse amicizia con Matisse, Cezanne e Gauguin. In quanto al cinema, frequentò Hollywood negli anni ’20 e lì lanciò Dolores del Rio; tornato in Messico fu designato quale supervisore di ¡Que viva México! (1931) di Eisenstein, il regista russo che tanto avrebbe influenzato i cineasti messicani. La sceneggiatura originale è di Miguel Ruiz Moncada (lo stesso di El prisionero 13, 1933, primo segmento della Trilogia della rivoluzione di Fernando de Fuentes) e nel ruolo di Camelia appare per la prima volta come protagonista Estela Inda, divenuta poi famosa per Los olvidados (1945) di Luis Buñuel.

La versione originale includeva molti nudi integrali (artistici) e per tal motivo, nonostante i numerosi tagli preventivi, fu proiettato solo per pochi giorni per poi riapparire in sala solo nel 1943, ma per poche settimane. Dato per perduto (divenne uno dei titoli più ricercati) riapparve solo 50 anni dopo ma con la sesta “pizza” senza sonoro e la nona e ultima senza immagini.

Come appare chiaro anche ai non cinefili, c’erano tutti gli elementi per giustificare il restauro del film e, dopo tanta attesa, proporlo al pubblico seppur mutilato, con una parte sottotitolata (dialoghi interpretati tramite lettura labiale) e con il finale solo sonoro (lo schermo appare grigio) nel quale si ascoltano poche frasi e numerosi spari. Nelle riprese si nota la visione artistica della composizione dell'immagine.

Infine, c’è da dire che La mancha de sangre viene spesso considerato come precursore e prototipo del genere cabaretera che tanto successo avrebbe avuto a partire dal decennio successivo e che comprende alcuni fra i più apprezzati film messicani quali i famosi Salón México (1949) e Víctimas del pecado (1951) di Emilio El Indio Fernández e Aventurera (1950) di Alberto Gout.

  

Principio y fin (Arturo Ripstein, Mex, 1993)

Come spesso accade nei film diretti da Ripstein, anche in questo regna lo squallore, il degrado. Una famiglia della media borghesia si trova ad affrontare seri problemi finanziari a seguito della prematura e improvvisa morte del capofamiglia. Fra madre quasi oppressiva, tre figli e una figlia, al di là dell’apparente sintonia e affetto, vengono fuori disonestà, bugie, gelosie fin quasi all’odio e la serie di eventi sembra quasi una gara a chi si comporti in modo più avventato se non stupido, spesso senza rispettare alcuna regola sociale o morale.

La storia è un adattamento del romanzo omonimo (1950) di Naguib Mahfouz, scrittore egiziano premio Nobel per la letteratura nel 1988. Simile trasposizione di un altro suo romanzo dal Cairo al Messico fu eseguita nel 1995 con El callejón de los milagros (diretto da Jorge Fons, Menzione Speciale e Nomination Orso d’Argento a Berlino) ma fate attenzione ai vari titoli riferiti a questa opera del 1947 e successivi adattamenti. Internazionalmente è conosciuto come Midaq Alley (trad. letterale), in spagnolo diventa El callejón de los milagros (Il vicolo dei miracoli), in italiano il romanzo si chiama Vicolo del mortaio, ma il film è Nel cuore della città. Avendo guardato entrambi i film, sono incuriosito dai romanzi originali per comprendere come siano stati adattati personaggi, culture e ambienti tanto diversi.

Classico Ripstein, non per tutti. IMDb 8,0, RT 89%p

Temporada de patos (Fernando Eimbcke, Mex, 2004)

In effetti somiglia più a una sit comedy che a un film; meravigliano i ranking, in particolare il 91% (su ben 76 recensioni) di RT. Ci sono alcune trovate apprezzabili ed è ben realizzato con un buon b/n, ma la sceneggiatura ha troppe pause, scene inutilmente stiracchiate e pochissima azione.

Primo lungometraggio di Eimbcke, che in precedenza aveva realizzato 8 corti e che con il film successivo (Lake Tahoe, 2008) si fece notare a Berlino vincendo due Premi e con la Nomination all’Orso d’Oro.

A una primissima impressione, direi che ha bisogno di migliorare le sceneggiature, alle quali collabora.

The Lady Eve (Preston Sturges, USA, 1941)

Credo sia la prima volta che vedo Henry Fonda in una commedia, abituato (come penso tutti) a conoscerlo come attore drammatico o di film d’azione; quasi lo stesso dicasi per Barbara Stanwyck. Seppur titubante, mi sono avventurato in questa visione incuriosito dalla Nomination Oscar per la sceneggiatura e dagli eccellenti rating (IMDb 7,8, RT 100% e Metascore 96). Purtroppo, i miei sospetti erano fondati … a tratti tendeva alla commedia romantica, altre volte allo slapstick, dialoghi e personaggi insulsi, frequenti rovinose cadute del protagonista degne delle peggiori commedie italiane. Veramente non capisco gli elogi … da evitare.

  

#cinegiovis #cinema #film

venerdì 5 giugno 2020

Micro-recensioni 196-200: tre commedie grottesche slave e …

Due film americani (che inseguivo da tempo) con tanti nomi altisonanti, ma non all’altezza delle potenzialità, e tre semisconosciute dark comedy slave.
Who's Singin' Over There? (Slobodan Sijan, Yug, 1980)
Road movie che narra di un viaggio su uno sgangherato bus di linea, lungo le strade sterrate della campagna iugoslava, nelle ore in cui le truppe tedesche occupavano Belgrado (6 aprile 1941). Loro malgrado, dovranno convivere una coppia di novelli sposi in fuga, un cacciatore, un filonazista, un sacerdote, un cantante, un anziano militare, due suonatori girovaghi “zingari”, padre e figlio che si alternano fra guida e assistenza passeggeri (preparando anche una grigliata) e tre maialini vivi. Succederà più o meno di tutto e le scene grottesche si alternano a dialoghi taglienti … il politically correct, per fortuna, non era stato ancora inventato. Personaggi ben descritti e interpretati e cast scelto alla perfezione ne fanno quasi un antesignano delle commedie di Kusturica, ma con protagonisti meno esagerati.

Cabaret Balkan (Goran Paskaljevic, Yug, 1998)
Anche in questo caso la linea temporale è molto limitata ed è “quasi” un road movie che si svolge in una lunga notte con tanti personaggi che vengono introdotti in scene diverse (per lo più violente o potenzialmente violente) e che poi, nel loro girovagare, si ritrovano in altre situazioni in altri luoghi. Goran Paskaljevic, che gode fama di essere fra i migliori registi serbi, riesce a dare continuità e suspense a scene al limite del surreale, con persone apparentemente “normali” che si devono confrontare con personaggi per lo più fuori di testa (almeno uno per ciascuna situazione). Si susseguono vorticosamente litigi, un tentato linciaggio, aggressioni sessuali, irragionevoli scontri che vanno da quelli semplicemente fisici, all’uso di bottiglie rotte, coltelli, armi da fuoco e perfino una bomba a mano. In vari punti mi ha ricordato molto Storie pazzesche (di Damián Szifron, 2014, Nomination Oscar). Penso di aver dato l’idea, riuscendo allo stesso tempo ad evitare spoiler.
Optimisti (Goran Paskaljevic, Ser, 2006)
Quest’altro film di Goran Paskaljevic è dichiaratamente diviso in 5 storie che non hanno niente a che vedere fra loro se non il vago concetto di ottimismo a tutti i costi; quello definito da Voltaire nel suo Candido, “… sostenere che tutto va bene quando tutto va male." Molto meno convincente rispetto a Cabaret Balkan, in questo caso protagonisti e situazioni tendono più alla stupidità che alla follia, tuttavia non mancano le scene violente che sembrano confermare lo stereotipo della perenne litigiosità delle etnie slave … innata o storica? Appena sufficiente nel complesso, solo in alcuni episodi ci sono situazioni notevoli, per il resto procede lentamente con pochi spunti arguti.

Rancho Notorius (Fritz Lang, USA, 1952)
Strano western diretto da Fritz Lang, con Marlene Dietrich (ad Hollywood nel 1930 sull’onda del successo in L’angelo azzurro, e Oscar l’anno seguente per Morocco, entrambi diretti da Josef von Sternberg) e Arthur Kennedy, che quell’anno ottenne la seconda delle sue 5 Nomination. Il soffre non solo di una debole sceneggiatura ma anche e soprattutto di scenografie di quart’ordine … completamente girato negli studios di Hollywood, con pessimi fondali. I classici campi lunghi, gli ampi panorami e le cavalcate sono del tutto assenti. Lo stimato regista fa quello che può ma non riesce a salvare Rancho Notorius.

The Fugitive (John Ford, USA, 1947)
Sorprendentemente, The Fugitive ha risultati ancora peggiori del suddetto film di Lang, nonostante la combinazione di tanti ottimi artisti (nei vari campi) che non ha prodotto che un film mediocre. La sceneggiatura è adattamento di uno di più celebrati romanzi di Graham Greene (The Power and the Glory), messa in scena da 2 registi di indiscussa fama (John Ford e Emilio “Indio” Fernández, il secondo uncredited), conta su tre star internazionali come protagonisti quali Henry Fonda, Dolores del Rio e Pedro Armendáriz e, come se non bastasse, la fotografia è affidata all’ottimo Gabriel Figueroa, un maestro del bianco e nero. In effetti l’unico all’altezza dei suoi trascorsi è quest’ultimo, anche se l’unico riconoscimento al film fu il Premio Internazionale attribuito a John Ford a Venezia. La croce di fuoco (questo il pessimo titolo italiano) è lento, basato su stereotipi, su poche scene prolungate, discontinuo e spesso illogico in quanto a tempi e luoghi, con il carattere del prete in fuga (Henry Fonda) proditoriamente stravolto rispetto al personaggio creato da Greene

martedì 17 marzo 2020

Micro-recensioni 61-70 del 2020: "The Big Red One" di Fuller è migliore di "1917"

Strana decina questa … molti buoni film, ma nessuna eccellenza e solo uno a mio parere scadente (Cotton Club) ma ormai è noto a tutti che Coppola ha i suoi alti e bassi.

   

Ci sono 3 americani degli anni ’80 e di genere molto diverso fra loro, ma tutti diretti da registi che hanno fatto storia, due quali emblemi del Nuovo Cinema Americano (Coppola e Spielberg, ancora sulla breccia) e da un anarchico (per il cinema) quale Samuel Fuller.
The Big Red One (Samuel Fuller, USA, 1980-2004)
The Cotton Club (Francis Ford Coppola, USA, 1984)
Empire of the Sun (Steven Spielberg, USA, 1987)
In quanto al primo c’è da precisare che l’edizione del 1980 giunse in sala drasticamente tagliata dalla produzione (1h53’) ma nel 2004 le riprese furono riassemblate in 2h42’, in base al progetto originale di Fuller (morto nel 1997). Inizialmente il regista aveva presentato un film di circa 4 ore, poi ridotte alla metà, ma la produzione lo estromise completamente e fecero di testa loro. The Big Red One reconstruction fu curato da Richard Schickel, assistito dal montatore Bryan McKenzie e da Peter Bogdanovich. Da questa opera di restauro e ricostruzione è stato prodotto anche un documentario di 5h16’. Non da ultimo, si deve sottolineare che Fuller partecipò attivamente alle campagne europee della WWII tanto da essere anche pluridecorato, mentre Lee Marvin (protagonista) partecipò come marine alle azioni nel Pacifico; varie esperienze reali sono state riprodotte in questo eccellente B-movie bellico. Come sottolineò un critico, le grandi produzioni si basano sulla guerra e le grandi manovre, i B-movie sui combattenti, ma non per questo sono di qualità inferiore. Nel complesso, lo giudico migliore e certamente più credibile dell’acclamatissimo 1917, pur essendo costato solo 4,5 milioni (equivalenti a 14 attuali) contro i 100 milioni del film di Sam Mendes.
Gli altri due sono ben noti e quindi scrivo solo poche parole. Il primo è limitato non solo da sceneggiatura scadente ma anche da un cast mal assortito, guidato dall’incapace Richard Gere; l’altro mi è sembrato un po’ troppo fuori dalla realtà, a tratti quasi onirico/allegorico ma si può riconoscere il merito a Spielberg di aver scoperto e lanciato Christian Bale, all’epoca 13enne.

 
Gli altri due di Hollywood sono western degli anni ’50 con registi e attori di grido:
Vera Cruz (Robert Aldrich, USA, 1954) 
Warlock (Edward Dmytryk, USA, 1959)
Entrambi sono singolari anche se il secondo ricalca la trama classica del pistolero-sceriffo con spalla. La sua singolarità consiste nell’essere un adattamento del romanzo di Oakley Hall che fece storia nel 1958 per essere fra i finalisti del Premio Pulitzer pur essendo del solitamente disprezzato genere “western”. Henry Fonda è il pistolero, Anthony Quinn la sua spalla, Richard Widmark il terzo incomodo. Ovviamente ottimamente interpretato, ben orchestrato e con una trama dai vari risvolti non proprio scontati.
Anche l’altro conta su due ottimi attori quali Gary Cooper e Burt Lancaster, soci ma anche in costante antagonismo, diretti dall’affidabile Aldrich, ma la storia ambientata in Messico fra rivoluzionari, austriaci di Massimiliano d’Asburgo Imperatore del Messico in fuga e avventurieri americani è ben poca cosa, di una banalità a volte sconcertante.
 
L’altra metà è composta da 2 giapponesi, 2 svedesi aventi in comune Hasse Ekman e un film d’animazione sulle conseguenze di un ipotetico attacco nucleare.
Children in the Wind (Hiroshi Shimizu, Jap, 1937)
Cash Calls Hell (Hideo Gosha, Jap, 1966)
Sete - Thirst (Ingmar Bergman, Swe, 1949)
Girl with Hyacinths (Hasse Ekman, Swe, 1950)
When the Wind Blows (Jimmy T. Murakami, UK, 1986)
Quello di Shimizu propone l’ennesimo spaccato della società giapponese degli anni ’30, girato con garbo e mano sicura pur senza contare su avvenimenti notevoli. L’altro giapponese è un buon noir, ben girato, ma con la pecca di avere varie lacune e banalità intercalate in una storia al contrario originale e con vari twist.
   
Interessanti e rigorosi i due svedesi, che sono in un certo senso collegati fra loro in quanto uno dei protagonisti del film di Bergman (allora ancora poco conosciuto) è il regista dell’altro.
L’ultimo è un film d’animazione inglese che si va ad aggiungere alla serie di produzioni che negli anni ’80 trattarono del rischio di guerra nucleare e delle ipotetiche conseguenze. Giustamente drammatico, certamente non per giovincelli, risulta un po’ limitato negli spazi e ripetitivo nei discorsi e azioni della coppia di anziani (un po’ svagati) che vivono in una casa isolata di campagna.

sabato 19 gennaio 2019

5° gruppo di 5 micro-recensioni (21-25)

Ho iniziato e concluso questa quinta cinquina con due western classici degli anni ’40, entrambi ottimi, ma meno conosciuti e visti di tanti altri ben più noti, forse per essere in bianco e nero. Degli altri tre, il più famoso è finito all’ultimo posto, in quanto gli altri due, pur essendo poco incisivi, almeno hanno una sostanza ... mi dispiace per il giovane Sean Connery. Eccoli in ordine di mio gradimento.

   

  
21  The Ox-Bow Incident (William A. Wellman, USA, 1943) tit. it. “Alba fatale” * con Henry Fonda, Dana Andrews, Matt Briggs, Anthony Quinn * IMDb  8,0  RT 90% * Nomination Oscar come miglior film
Western all’antica, di quelli senza grandi sparatorie e senza indiani, senza infinite scazzottate e senza lunghissimi inseguimenti, pur essendoci ovviamente buoni e cattivi, mandriani, posse e sceriffi. Lo definirei un western “morale”, con una sua valenza che va ben al di là del periodo e dei luoghi. Infatti tratta, e molto bene, di verdetti affrettati e giustizia sommaria, frequenti allora e talvolta anche adesso, soprattutto in campo mediatico.
Alba fatale è quasi un film corale in quanto sono in tanti a confrontarsi e a discutere sul da farsi, padri contro figli, sceriffo contro il suo vice, un predicatore di colore, un giudice, un ubriacone rissoso e fra i più esaltati perfino una donna di una certa età che cavalca al lato degli altri, ben armata.
Un film poco relativamente poco conosciuto, che tuttavia è quasi un must per gli appassionati dei western e dei film di quell’epoca in generale.
 
25  My Darling Clementine (John Ford, USA, 1946) tit. it. “Sfida infernale” * con Henry Fonda, Linda Darnell, Victor Mature  *  IMDb  7,8  RT 100%
Altro western classico degli anni ’40, che stavolta si basa su un evento quasi mitico del West che vide protagonista uno dei più famosi sceriffi di sempre: Wyatt Earp. Il primo dei tanti western ad occuparsi di lui ed in particolare della sparatoria all’OK Corral (storicamente vera) fu Law and Order (1932, appena 3 anni dopo la morte di Earp); questo film di 14 anni dopo era già il quinto e altri 11 passarono prima di vedere la prima versione a colori, probabilmente quella più conosciuta: Gunfight at the O.K. Corral (1957, John Sturges) con Burt Lancaster and Kirk Douglas. Prima di fine secolo altri due film con grandi budget (e con grande rivalità) si occuparono della storia e uscirono quasi contemporaneamente: Tombstone (1993) con Kurt Russell e Wyatt Earp (1994) con Kevin Costner.
Come Alba fatale, anche Sfida infernale è un western asciutto, essenziale, con una ottima fotografia b/n degli esterni (al contrario, i fondali dei set sono troppo evidentemente posticci) e con attori che, pur senza godere di grandissima fama, certo non sfigurano al fianco dell’indiscusso protagonista Henry Fonda. Molti vedono la performance di Victor Mature (“Doc” Holliday) come la sua migliore e fra gli si distingue, ovviamente, Walter Brennan (il “vecchietto” di tanti western) che stavolta è un cattivo ... cattivissimo.

      

22  Land and Freedom (Ken Loach, UK, 1995) tit. it. “Terra e libertà” * con Ian Hart, Rosana Pastor, Icíar Bollaín  *  IMDb  7,6  RT 80%
Tratta della Guerra Civile spagnola della fine degli anni ’30 e mette in risalto la partecipazione di volontari stranieri nei gruppi rivoluzionari e soprattutto gli scontri fra le varie fazioni che, probabilmente, contribuirono involontariamente ma colpevolmente alla vittoria dei militari e alla successiva ascesa al potere di Franco. Il protagonista è un comunista inglese che si trova a combattere fianco a fianco, oltre che con spagnoli, con italiani, tedeschi, francesi. Lui, forse più degli altri, si trova spiazzato dagli attriti che si vengono a creare fra Brigate Internazionali, sindacati, anarchici, comunisti, esercito popolare, esercito basco e altri che, in teoria, avrebbero dovuto fare fronte comune.
Non ho approfondito i dettagli ma, conoscendo la serietà di Loach su questi temi, sono certo che la quasi totalità di quanto mostrato è storicamente vero e le varie vicende collaterali plausibili.
Film molto interessante, soprattutto per questo mostra di eventi storici e politici poco conosciuti (parlo per me, ma sono convinto di non essere il solo a sapere poco).
A parte i contenuti, e cinematograficamente parlando, non è fra i migliori di Loach.

24  Factotum (Bent Hamer, USA, 2005) * con Matt Dillon, Lili Taylor, Marisa Tomei *  IMDb  6,6  RT 76% 
Uno dei vari film con che trattano del mondo di Bukowski... cominciò Marco Ferreri con Storie di ordinaria follia (1981, con Ben Gazzara) tratto dall’omonoma raccolta di short stories più o meno autobiografiche del discusso autore. Dopo vari altri lavori fra i quali Barfly (1987, con Mickey Rourke e Faye Dunaway) si giunge a questo Factotum che non è malvagio, ma certamente non coinvolge, lo definirei "ignavo". Si trascina stancamente e viene ravvivato solo da qualche citazione dai testi di Charles Bukowski che qui appare col nome Henry Chinaski (interpretato da Matt Dillon), pseudonimo che effettivamente utilizzava.  
A titolo di curiosità, sappiate che Factotum è stato il primo film al mondo ad essere proiettato con sistema digitale 4K (nel 2005, a Trondheim, Norvegia)

23  Goldfinger (Guy Hamilton, UK/USA, 1964) * con Sean Connery, Gert Fröbe, Honor Blackman  *  IMDb  7,7  RT 97%  *  Oscar per i migliori effetti speciali
Ho visto l’edizione speciale (restaurata e digitalizzata in 4k) di uno dei film più famosi di 007 e ho deciso di dargli una seconda opportunità (non sono amante del personaggio). Pur volendo concedere che molte pecche sono dovute agli oltre 50 anni di età, ho trovato la trama e il suo sviluppo veramente insulsi e scontati e le trovate originali e divertenti sono veramente limitate.
Ci sono film che reggono al passare degli anni, altri - come questo - che vanno bene solo per la loro epoca. Si deve però riconoscere che, a partire dalle varie interpretazioni di James Bond (casi nei quali si limitava ad apparire come il bel fusto di turno), Sean Connery ha fatto molto strada e si è dimostrato attore versatile e più che decente.

I film sono disposti in ordine di (mio) gradimento, il numero indica solo l'ordine di visione. In attesa di importarle nel mio sito, e finché Google+ rimarrà attivo, si può accedere a tutte le altre micro-recensioni cliccando sui poster in queste pagine