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venerdì 4 giugno 2021

Tutto Hitchcock … visione dei suoi 53 lungometraggi esistenti

Come anticipato nel precedente post, ricomincio a guardare film con la solita frequenza (mediamente almeno uno al giorno) e mi sono riproposto di affrontare l’intera filmografia di Alfred Hitchcock, già vista alla rinfusa negli anni passati, stavolta in rigoroso ordine cronologico. 

La farò però precedere dalla visione del documentario basato sullo “storico” confronto (non furono certo interviste nel vero senso della parola) fra il maestro della suspense e Truffaut; una settimana di scambi di idee sulla regia che furono la base del famoso libro del regista francese. Nel 2015 Kent Jones ha montato parte delle suddette discussioni, intercalandole con spezzoni di interviste a tanti altri famosi cineasti, da Paul Schrader a Martin Scorsese, da Wes Anderson a Peter Bogdanovich, da Kiyoshi Kurosawa a Richard Linklater, ed in immagini d’archivio appaiono anche Jean-Luc Godard, Claude Chabrol, Vera Miles (Psycho e The Wrong Man) e Anny Ondra (The Manxman and Blackmail, ultimo muto e primo sonoro). Ci sono vari interessantissimi stralci nei quali mostrano spezzoni di loro film e ne valutano l'approccio e la realizzazione. Il documentario originale (in inglese e francese, questo sottotitolato in inglese) è disponibile online su diversi siti, questo è un esempio di streaming.

Un altro sostanziale supporto a questa piacevole ed interessante impresa cinefila sarà fornita dal libro Alfred Hitchcock (2018, 450 pagg., Cineteca Nacional Mexico), compilato dal regista messicano Guillermo del Toro, altro suo grande ammiratore.
Scrivo “compilato” in quanto è una precisa raccolta di schede che, in ordine cronologico, trattano di tutti i film del maestro, complete di credits, dati tecnici, trama e commenti di lunghezza molto variabile a seconda della qualità e notorietà, curiosità e perfino indicazione della scena nella quale compare il regista (i cameo erano il suo noto marchio di fabbrica). Oltre a questi, divisi nelle tre classiche sezioni (UK silent, UK sound, USA), ce n'è anche una quarta che raccoglie i telefilm.
Le schede possono portare all'attenzione del lettore particolari facilmente che altrimenti non sarebbero notati e specifiche dichiarazioni dello stesso regista in merito alla sua valutazione dei risultati. A conclusione di numerose schede si trovano anche citazioni di rispettatissimi cineasti come André Bazin, Marlene Dietrich, Truffaut, Del Toro e dello stesso Hitchcock come, per esempio:
  • Forbici che non luccicano sono come asparagi senza condimento (Dial M for Murder, 1953)
  • Diciamo che la prima versione (1934, n.d.r.) è il lavoro di un talentuoso dilettante e la seconda è realizzata da un professionista (The Man Who Knew Too Much, 1955)

Nel prossimo post scriverò quindi della prima metà del gruppo dei muti - da The Pleasure Garden a Easy Virtue e del documentario di Kent Jones. Questi è l’elenco dei silent movies di Hitchcock, nel quale ho incluso anche il primo (incompiuto) e quello disperso.

  • 1922 Number 13 (incompiuto)
  • 1925 The Pleasure Garden (Il labirinto della passione)
  • 1926 The Mountain Eagle (Aquila della Montagna) (scomparso)
  • 1926 The Lodger - A Story of London Fog (L'inquilino)
  • 1927 Downhill - When a Boy Leave Home (Il declino)
  • 1927 Easy Virtue (Fragile virtù)
  • 1927 The Ring (Vinci per me!)
  • 1928 The Farmer's Wife (La moglie del fattore)
  • 1928 Champagne (Tabarin di lusso)
  • 1929 The Manxman (L'isola del peccato)

Se qualche altro cinefilo (oltre ai mio solito sparuto gruppo di sodali) volesse partecipare (via Skype) alle chiacchierate informali successive alle visioni mi può contattare via blog o via email.

PS - da notare che già negli anni '20 si praticava la traduzione selvaggia dei titoli!

mercoledì 2 giugno 2021

TOLOMEO 2021 e Cinema, il punto dopo la lunga pausa

Penso di non essermi mai concesso una pausa di 3 settimane senza aggiornare né sito né blog, quindi ricomincio trattando i temi che, ultimamente, mi stanno più a cuore: il progetto TOLOMEO 2021 e l’altro cinema (quello meno commerciale, spesso misconosciuto).

L’argomento più caldo è senz’altro il primo, considerato che siamo partiti di slancio a Sorrento, realizzando gran parte del lavoro nei primi tre mesi dell’anno, mentre al di qua dello Spartimiento (leggi Massa Lubrense) si è ancora titubanti fra approvazioni già ottenute, richieste di nuove approvazioni e tentate deleghe di responsabilità.

Per rendere edotti i tanti camminatori, escursionisti e operatori turistici che – di persona, via filo o email – continuano a chiedermi “A che punto state a Massa?” chiarisco che l’attuale situazione di stallo è conseguenza della lentezza nelle risoluzioni in merito ad alcuni tratti non transitabili. Ciò nonostante già nella sintesi allegata al preventivo, protocollato il 14 gennaio, avessi anticipato l’importanza della “prontezza con la quale i Comuni interessati confermeranno itinerari, sistema di segnatura e tipologia della segnaletica (tutto già verbalmente concordato)". Nella determinazione di conferimento incarico del 26 febbraio, oltre a qualche errore, riscontrai l’inserimento di una data di conclusione dei lavori non presente nella mia proposta. Pur avendolo fatto notare e ricordando che ancora non erano stati approvati i percorsi, non ricevetti alcun riscontro scritto, ma mi fu garantita (verbalmente) flessibilità in merito. Il 21 aprile tornai sul tema richiedendo di effettuare scelte in merito ad alcuni percorsi problematici e, non avendo ricevuto risposta, il 19 maggio inviai un sollecito. In precedenza, con D.G. del 9 aprile (ma pubblicata solo il 12 maggio ed in pari data inoltratami) veniva affidata a Penisolaverde S.p.A. “la pulizia e la segnatura dei sentieri su indicazioni del progettista incaricato” e, con mia sorpresa, dalla “RELAZIONE ILLUSTRATIVA” appresi anche che “solo successivamente alla consegna del progetto si potrà provvedere alla sua approvazione” … fino a quel punto, ingenuamente ed evidentemente sbagliando, avevo inteso che fosse già stato approvato. Di conseguenza, ho provveduto ad aggiornare la versione già in possesso dell'Amministrazione, integrandola con quanto già realizzato dal lato sorrentino e quanto concordato con l’Ass. alla Sentieristica e al Direttore Generale di Penisolaverde (verbalmente, in videoconferenza Skype) e a protocollarlo lunedì 31 maggio. A questo punto, logicamente, attenderò l’approvazione ufficiale del Progetto e solo dopo che me l’avranno comunicata potrò ricominciare ad effettuare sopralluoghi e programmare la segnatura e la posa di nuove mattonelle, se e dove ne sarà approvato l’uso.

Prevedo, e temo, che prima di poter procedere dovrò attendere un bel po’. …

Di tutt’altro tono il tema cinefilo … con la speranza di poter trattare e raccontare di tanti titoli sconosciuti ai più fra un paio di mesi!

Pur avendo sospeso del tutto le visioni nelle ultime tre settimane (il che spiega la mancata pubblicazione di micro-recensioni) ho continuato a ricercare film e a informarmi in merito a recuperi e restauri segnalati da Cineteca Nacional de Mexico, Filmoteca UNAM, Cinemateca Portuguesa, Filmoteca Española, Cineteca Madrid, Criterion, Janus Film, BFI, MUBI, ma la buona notizia è di diversa provenienza. Temevo di non poter andare neanche quest’anno al Festival di Bologna Il Cinema Ritrovato (20-27 luglio) in attesa della seconda dose di vaccino il 28 …, ma come tutti sanno un recente decreto stabilisce che già 15gg dopo la prima si ottiene la certificazione verde (aka green pass) e quindi non ci sarà necessità di tamponi ogni 48 ore o altro! Chi non conoscesse questo Festival sappia che è ben differente dalla maggior parte degli altri che presentano nuove pellicole, non sempre di gran qualità (trattandosi di manifestazione più o meno commerciali). Questo guarda più al passato, non include la pagliacciata del red carpet e ogni anno propone nuovi restauri (il laboratorio di Bologna è uno dei più apprezzati del mondo intero) oltre a varie sezioni dedicate a specifici registi, attori o sceneggiatori, alcune ai film di 100 anni prima e via discorrendo. In totale si proiettano varie centinaia di film, quasi tutti prodotti nel secolo scorso. 

Nel programma di quest’anno nella sezione Il Paradiso dei Cinefili ci sono:

  • Ritrovati e restaurati: 8 film recentemente restaurati, dalla rara commedia muta Erotikon (1920) a Watermelon Man (1970), passando per Vampyr (1932, C. Th. Dreyer) e Nightmare Alley (1947, di Edmund Goulding con Tyrone Power - foto sopra -, del quale è annunciato un remake diretto da Guillermo del Toro);
  • Romy, vita e romanzo (dedicato alla Schneider)
  • Qualcosa per cui vivere: il cinema di George Stevens
  • Omaggio ad Aldo Fabrizi
  • Herman Mankiewicz: un talento disperso
  • Super8 & 16mm – piccolo grande passo

Nella sezione La macchina dello spazio sono compresi 

  • I documentari della Iwanami
  • Contro ogni bandiera: Wolfgang Staudte (“il solo regista del dopoguerra il cui lavoro è stato importante per le culture cinematografiche di entrambe le repubbliche tedesche”), 
  • Poeti ribelli e spiriti rivoluzionari: il parallel cinema indiano (“con titoli rarissimi, quasi mai visti fuori dall’India”), 
  • Cinemalibero: femminile, plurale (10 film di esordio di registe di Angola, Cuba, Senegal, Venezuela, Ungheria, Bulgaria, Algeria, Portogallo, Polonia).

Nella sezione La macchina del tempo si trovano tanti muti del 1901, del 1921 (100 anni fa), film rari in prestito da una preziosa collezione privata giapponese, una selezione di film di Buster Keaton, documenti e documentari.

Capirete bene che un cinefilo incallito come me avrà solo il problema di dover scegliere fra tanto ottimo materiale, da guardare su schermo grande in buone sale (per fortuna non troppo distanti fra loro); senza dimenticare le proiezioni serali all’aperto in Piazza Maggiore! (foto sotto)

Per saperne di più: festival.ilcinemaritrovato.it

mercoledì 24 giugno 2020

Micro-recensioni 221-225: film di 5 generi diversi

Un noir, un drammatico, un horror, una commedia e un western, dal 1949 al 2001, registi classici e moderni (due dei tres amigos messicani a inizio carriera) con in mezzo uno scadente che dirige un attore sulla cresta dell’onda, poi diventato ottimo regista. La qualità dei due classici si stacca nettamente dalla mediocrità degli altri.
House of Strangers (Joseph L. Mankiewicz, USA, 1949)
Noir poco conosciuto e non del tutto allineato con i classici schemi di criminali o ingiustamente accusati in fuga, si tratta di un ottimo dramma all’interno di una famiglia di italoamericani a New York. Il capofamiglia (mirabilmente interpretato da Edward G. Robinson) ha creato una propria banca dal nulla, ma al limite dell’usura. I suoi 4 figli sono alle sue dipendenze, ma in posizioni molto diverse e il prediletto finirà in prigione. Gli scontri fra padre e figli, così come fra fratelli sono il tema conduttore di questo film nel quale anche le donne hanno la loro influenza sugli sviluppi del dramma. Chi guarderà la versione originale potrà apprezzare anche la rappresentazione realistica dell’ambiente, sottolineata da vari dialoghi in italiano e dall’accento italoamericano (vedi trailer). Consigliato.

Il grido (Michelangelo Antonioni, Ita, 1957)
Antonioni (anche soggettista e co-sceneggiatore) presenta una sequela di personaggi delusi, disillusi, pessimisti e disperati che si incontrano, si lasciano e si ritrovano nei paesini popolati da braccianti e operai nelle campagne fra Veneto e Romagna, mostrate quasi sempre sotto cieli grigi e con tanto fango.
Diretto con maestria, e non c’era da aspettarsi altro, descrive molto bene anche quei personaggi che hanno parti più brevi nella storia, ma non per questo meno significativi nel suo contesto.
Si sa bene che Antonioni non è per tutti ed anche in questo caso posso suggerirlo solo a chi lo sa comprendere e apprezzare.
Cronos (Guillermo del Toro, Mex, 1993)
Film d’esordio di Guillermo del Toro che tuttavia aveva già buona esperienza in campo cinematografico nel settore degli effetti speciali e trucco. Ben nota è la sua passione per i temi fantastici, horror e simili, coltivata fin da bambino … a 8 anni già produceva i suoi corti con la Super8 del padre. Non è certo al livello dei film che hanno reso famoso il regista, ma penso che Cronos sia sottovalutato (IMDb 6,7 RT 89%), specialmente se comparato con il suo amigo Cuarón che trovo assolutamente sopravvalutato, a partire dai suoi primi film … secondo me neanche Roma è la meraviglia che molti si ostinano ad osannare. Singolare il cast internazionale e i nomi attribuiti ai 3 protagonisti: l’argentino Federico Luppi è Jesus (Gesù), Claudio Brook (messicano, l’asceta di Simón del desierto di Buñuel, 1965) è il “cattivo” assistito dal nipote Angel De la Guardia (angel de la guarda = angelo custode) interpretato dall’americano Ron Perlman che dopo essersi fatto notare come Salvatore in Il nome della rosa (1986) era apparso in soli altri 2 film). La trama è abbastanza articolata e originale e conta su varie buone sorprese, nonché su una certa dose di humor nero; la direzione e più che buona così come gli effetti e il marchingegno creati dallo stesso Del Toro.  
Interessante, certamente da guardare per gli amanti del genere.

Y tu mamá también (Alfonso Cuarón, Mex, 2001)
Come anticipato, non ho gran stima per Alfonso Cuarón, la settimana scorsa ho guardato il suo deludente film d’esordio (Sólo con tu pareja, 1991), ho voluto dare una seconda chance a questo suo quarto film, già guardato una decina di anni fa, prima che vincesse i suoi Oscar con Gravity e Roma. La mia opinione non è cambiata, l’ho trovato di nuovo un insulso soft-porn (forse neanche tanto soft), per gran parte del film i protagonisti (due viziati idioti figli di papà) se non fanno sesso ne parlano, a loro si aggiunge la più esperta e di 10 anni più grande Luisa (Maribel Verdú) e ben presto si trovano in sintonia. Cambia un po' verso la fine e la rivelazione conclusiva salva solo parzialmente la storia. Noiosa anche la voce fuori campo che commenta alcuni eventi e informa su ciò che è avvenuto in passato o avverrà a vari personaggi. 
Trovo assolutamente esagerato il 7,6 di IMDb, il 92% di RT e ancor di più la Nomination Oscar per la sceneggiatura … sono sempre più convinto che il regista abbia “santi in paradiso”.

Hang 'em High (Ted Post, USA, 1968)
Poche parole per questo pretenzioso western, probabilmente prodotto pensando che bastasse la presenza di Clint Eastwood in quel momento sulla cresta dell’onda per aver appena concluso la trilogia di Sergio Leone. Senza molto senso, abbastanza mal girato, a metà strada fra western classico e spaghetti western. Molti lo ricorderanno con il titolo italiano Impiccalo più in alto. Da evitare.

sabato 23 maggio 2020

Micro-recensioni 176-180: stavolta 5 film del XXI secolo

Pur consapevole di non aver certo scelto il meglio dei decenni scorsi, mi sono ritrovato a rimpiangere le mie visioni di film sconosciuti del secolo scorso, talvolta mediocri ma quasi sempre ben realizzati ed interpretati. Fra questi 5 si distingue un film russo che sembra non sia mai stato distribuito in occidente.

Pop (The Priest) (Vladimir Khotinenko, Rus,  2009)
Basato su un personaggio reale, il pope (sacerdote ortodosso) Aleksandr Ionin che negli anni della guerra si trovò nella difficile condizione di cercare di limitare i danni per la sua comunità in Lettonia. Questa, occupata dai comunisti russi nel 1940 alla pari delle altre repubbliche baltiche, l’anno successivo fu invasa dai nazisti tedeschi rimanendo poi per vari anni terra di frontiera senza più una propria identità. Alcuni decisero di collaborare con i tedeschi altri divennero partigiani, non tanto pro-russi, ma contro entrambi gli aggressori. Gli ortodossi erano malvisti e talvolta perseguitati dai leninisti e quindi i tedeschi restituirono loro i luoghi di culto requisiti e trasformati dai russi, ma non è che i rapporti fossero proprio idilliaci.
Storicamente e socialmente interessante, tratta di situazioni storiche poco conosciute, con una buona sceneggiatura e notevole fotografia; regia e scenografia non sono da meno.
Merita una visione … lo trovate in rete con sottotitoli in inglese. 

Things We Lost in the Fire (Susanne Bier, USA, 2007)
Sostanzialmente ben sopra la sufficienza pur soffrendo di alcuni cali nella sceneggiatura e di una storia troppo “utilitaristica”. Buone le caratterizzazioni dei numerosi personaggi secondari, meno buono l’uso dei flashback. Ancora una volta è da apprezzare Benicio del Toro, stavolta in un ruolo per lui insolito, si difende bene Halle Berry, affidabile come sempre il caratterista John Carroll Lynch. Un po’ strappalacrime in più punti, si fa comunque guardare grazie anche alla buona regia della Bier.

La trinchera infinita (Aitor Arregi, Jon Garaño, Jose Mari Goenaga, Spa, 2019)
Ennesimo film relativo alla guerra civile spagnola e agli anni del franchismo, che in questo caso tratta di un di coloro che sopravvissero nascosti fino all’indulto emanato in occasione del trentennale (1969) della fine della guerra; storie bene o male viste e riviste. Pur contando su due buoni attori protagonisti come Antonio de la Torre e Belén Cuesta, il film non riesce a coinvolgere, anche perché è spezzettato in avvenimenti che si svolgono nell’arco di una trentina di anni. Momenti e scene cinematograficamente buoni si alternano a situazioni ripetitive e poco credibili. 

En la ciudad sin límites (Antonio Hernández, Spa/Arg, 2002)
Ottimo soggetto, sceneggiatura mediocre, pessima messa in scena. Salvando l’immarcescibile Fernando Fernán Gómez, il resto del cast offre prove scadenti a cominciare dai nomi più noti (almeno nel mondo ispanico) quali Leonardo Sbaraglia e Geraldine Chaplin (figlia di Charlie – Charlot). Dramma familiare fra tradimenti e finanza, con (ancora una volta) l’ombra della guerra civile spagnola. 

Intacto (Juan Carlos Fresnadillo, Spa, 2001)
Mi sono imbattuto di nuovo in Leonardo Sbaraglia, che mi sembra sempre più mediocre, meraviglia la presenza di un gran attore come Max von Sydow (ma si sa che a fine carriera anche molti mostri sacri si concedono a progetti scadenti o insulsi. Intacto si basa su un’ipotesi poco plausibile ma, ammesso e non concesso la si voglia accettare, restano incomprensibili le azioni delle persone coinvolte nel macabro gioco. Non lo consiglio, praticamente ridicolo. 

martedì 3 dicembre 2019

75° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (371-375)

Gruppo nel complesso sotto la media e nettamente fuori dei miei soliti standard visto che comprende ben 3 sci-fi.

   

371  Blade Runner final cut (Ridley Scott, USA, 1982-2007) * con Harrison Ford, Rutger Hauer, Sean Young * IMDb 8,1  RT 89%  *  2 Nomination Oscar (scenografia ed effetti speciali)  *  168° nella classifica IMDb dei migliori film di tutti i tempi
Nel mio continuo alternare generi, paesi e periodi, sono tornato alla fantascienza sci-fi (genere non fra i miei preferiti) in quanto ho avuto occasione di ri-guardare questo film nella sala dell’Honolulu Museum of Art nella versione final cut, proiettata la settimana scorsa con la scusa che l’azione del film si svolge ufficialmente nel novembre 2019.
Si conoscono 7 montaggi diversi di Blade Runner più una prima estesissima di circa 4 ore per i soli Studios, ma l'unica per la quale tutte le decisioni sono state prese da Ridley Scott è questa cosiddetta final cut che non si chiama director's cut perché il nome era stato già utilizzato per l’edizione del decennale.
In pratica, ci sono 3 versioni principali che avreste potuto vedere:
1) la più comune è quella standard del 1982, con voce fuori campo, con un happy ending voluto dalla produzione, che lasciò scontento il regista che desiderava maggiore ambiguità. La voce fuori campo serviva sia a chiarire alcuni aspetti del passato di Rick Deckard (Harrison Ford) sia a richiamare la struttura classica dei noir al quale questo sci-fi può esser in buona parte assimilato.
2) la cosiddetta director's cut del 1992 realizzata sulla base di appunti di appunti di Ridley Scott, che era in quel momento impegnato con le riprese di Thelma & Louise. Spariscono la voce fuori campo e l'happy ending lasciando vago il futuro di Deckard e Rachael e si pone anche il dilemma della natura del primo: è umano o replicante? In questa fu inserita la scena del sogno dell'unicorno.
3) in occasione del 25ennale la pellicola fu restaurata e fu montata la final cut (cioè la vera director’s cut) totalmente gestita dal solo Ridley Scott, senza interferenze. Furono integrate anche per gli USA le scene violente in precedenza incluse solo nelle versioni europee. In effetti i cambi fra le ultime due versioni sono pochi e per lo più non sostanziali; le vere differenze sono fra esse e la prima del 1982.
Dopo questi chiarimenti che forse spingeranno qualcuno a ri-guardare il film e confrontare le versioni non aggiungo altro dando per scontato che tutti ne conoscono i contenuti. Questo sci-fi segna un punto di svolta ed è per questo diventato un cult quasi come 2001 Odissea nello spazio e come quello rimane interessante tutt'oggi anche se le date sono ormai superate.

375  In Times of Fading Light (Matti Geschonneck, Ger, 2017) * con Bruno Ganz, Sylvester Groth, Alexander Fehling * IMDb 6,2  RT 100% 
I giudizi appena sufficienti su IMDb non mi hanno fatto desistere dalla visione di questo film che avevo adocchiato per la presenza di Bruno Ganz; oltretutto su Rotten Tomatoes le poche recensioni erano tutte positive. Si tratta di un film quasi politico che tratta della festa di compleanno (90°) di un noto e stimato membro del partito comunista della DDR (Deutsche Demokratische Republik = Germania est). Una didascalia informa che siamo nell’autunno del 1989, quindi pochi giorni prima del 9 novembre, giorno in cui ai residenti di Berlino est fu concesso di passare dall’altro lato del muro senza essere sparati; l’abbattimento del muro iniziò pochi mesi dopo, il 13 giugno 1990.
Il film si sviluppa con due storie parallele, una legata ai difficili rapporti famigliari e l’altra chiaramente sociale / politica. I personaggi che vanno a visitare l'anziano leader secondo protocollo sono presentati in modo significativo pur avendo solo poche battute, appare evidente la dipendenza dall'Unione Sovietica e si sottolinea la volontà dei giovani di scappare al di là del muro e il disprezzo mostrato nei loro confronti dagli appartenenti al Partito.
Ottimo come sempre Bruno Ganz, ma certamente molti degli altri membri del cast in ruoli di supporto offrono prove di tutto riguardo rispetto. Presentato nella sezione speciale della  Berlinale 2017.
Non comprendendo il basso rating su IMDb, posso solo supporre che la maggior parte di quelli che hanno fornito giudizi negativi sul film non sono europei o sono troppo giovani per aver potuto apprezzare i tanti riferimenti alle differenze fra le due Germanie, alla guerra fredda, alla WWII.
Consigliato, e non solo per la prova di Bruno Ganz.

      

372  Children of Men (Alfonso Cuarón, USA, 2006) * con Julianne Moore, Clive Owen, Chiwetel Ejiofor * IMDb 7,9  RT 92%  *  3 Nomination Oscar (sceneggiatura, fotografia e montaggio)
Ben 157 commenti (su circa 1.300) su IMDb sono assolutamente negativi (1 stella) e anche un
altro 20 rimane sotto la sufficienza, il che significa che nonostante il discutibile rating di 7,9 ad una notevole fascia di pubblico non è assolutamente piaciuto. Fra i cosiddetti Los tres Amigos (gli altri due sono Guillermo Del Toro e Alejandro G. Iñárritu) Alfonso Cuarón è senz'altro quello che apprezzo di meno e non è bastato il pluripremiato Roma (che comunque non mi ha del tutto convinto) a farmi cambiare opinione.
Pur considerando che si tratta di soggetto distopico, sembra che il film non abbia né capo né coda, con simboli e stereotipi affastellati alla rinfusa, scarsa e talvolta nulla plausibilità. I personaggi sono quasi tutti "estremi" e mal assortiti; singolare l'anziano capellone impersonato da Michael Caine (73 anni all’epoca).
Non penso di concedere una seconda visione e non lo consiglio, anche se sicuramente ci saranno tanti che lo considerano un capolavoro. Effettivamente apprezzabili fotografia e montaggio, non così la sceneggiatura.

374  The Judge (David Dobkin, USA, 2014) * con Robert Downey Jr., Robert Duvall, Vera Farmiga * IMDb 7,4  RT 48% 
Anche questo film si sviluppa su due binari, una parte drammatica mostra i difficili rapporti fra i componenti della famiglia, in particolare l’anziano giudice Palmer (Robert Duvall) e suo figlio Hank, avvocato di grido (Robert Downey Jr), nell’altra parte è un classico court movie.
Pochi i momenti buoni, con qualche colpo di scena ben inserito, meritata la candidatura Oscar non protagonista per Robert Duvall (sempre affidabile, avrebbe meritato di più nella sua carriera), pessimo Robert Downey Jr.
Senza infamia e senza lode.

373  Snowpiercer (Joon-ho Bong, Kor/Cze, 2013) * con Chris Evans, Jamie Bell, Ed Harris, Tilda Swinton, John Hurt * IMDb 7,1  RT 95% 
L’ho trovato insensato ed è risibile l’ipotetica lettura sociale del film, che vorrebbe assimilare la disposizione dei vagoni e dei loro “abitanti” ad una scala gerarchica, dai poveri (in coda al treno) ai più ricchi (nella parte anteriore) fino alla sala di comando dalla quale un folle dirige il tutto. Belle solo le riprese esterne degli affascinanti paesaggi innevati.

Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire dal 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate su questo blog. 

lunedì 22 luglio 2019

46° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (226-230)

Man mano che procedo in ordine cronologico nella visione dei Blu-ray facenti parte delle cofanetti che comprai tempo fa, mi sembra (e non è solo una mia sensazione visti anche rating e riconoscimenti) che il livello sia sempre più basso ... e certamente il peggio deve ancora venire.
Di conseguenza, il quasi demenziale Snatch (con i suoi semplici relativi meriti) riesce a prevalere senza problemi sugli altri 4 di questa cinquina, della quale fanno parte film con budget e promozioni ben più consistenti. Ecco le micro-recensioni ordinate secondo il mio gradimento.


   

229  Snatch (Guy Ritchie, UK, 2000) tit. it. “Lo Strappo”  * con Jason Statham, Brad Pitt, Benicio Del Toro * IMDb  8,3  RT 73%  *  Oscar fotografia e 2 Nomination (scenografia e sonoro)  *   al 105° posto nella classifica IMDb
Un cult che lanciò definitivamente sulla scena mondiale Guy Ritchie, alla sua seconda regia, dopo aver esordito due anni prima con Lock, Stock and Two Smoking Barrels (Lock & Stock - Pazzi scatenati), altro gran successo al botteghino, attualmente al 144° posto nella classifica IMDb. Lo stile e i contenuti dei due film si somigliano, con una miriade di personaggi dalle origini più svariate (ma tutti più o meno fuori di testa) che parlano uno slang difficilmente comprensibile senza sottotitoli (ma vale senz'altro la pena di guardarlo con audio originale), montaggio rapido, scene che si spostano rapidamente da un luogo all’altro, anche quando non tende allo splatter la violenza abbonda ma in chiaro stile dark humor, con alcune situazioni e sorprese veramente geniali.
Cast molto vario, ma ben scelto ... tanti bravi attori che si calano perfettamente nei panni dei personaggi interpretati.
Se non si ha assoluta idiosincrasia per tutto ciò, vale assolutamente la visione.

226  As Good as It Gets (James L. Brooks, USA, 1997) tit. it. “Qualcosa è cambiato”  * con Jack Nicholson, Helen Hunt e Greg Kinnear * IMDb  7,7  RT 85%  * 2 Oscar (Jack Nicholson protagonista e Helen Hunt non protagonista) e 5 Nomination (miglior film, Greg Kinnear non protagonista, sceneggiatura, montaggio e commento musicale)
Non mi attirava molto ma, facendo parte del cofanetto di 25 film Sony, l’ho guardato comunque e devo dire che non è tanto male. La sceneggiatura è in gran parte socialmente scorretta, ma ciò è ampiamente giustificato dal fatto che si tratta di una dark comedy che tira in ballo (oserei dire quasi con garbo) omosessualità, manie quasi da psicopatico, malattie, misantropia, rapporto/dipendenza da animali da compagnia (in questo caso un cane).
Jack Nicholson (Oscar) riesce ad essere quasi perfetto anche in questo film tutt’altro che drammatico ed è ben coadiuvato da Helen Hunt (Oscar) e Greg Kinnear (Nomination).
Tutto sommato abbastanza divertente e a tratti arguto da farsi guardare piacevolmente.

      

228  The Patriot (Roland Emmerich, USA, 2000) tit. it. “Il patriota”  * con Mel Gibson, Heath Ledger, Joely Richardson * IMDb  7,2  RT 61%  *  3 Nomination (scenografia, musica e sonoro)
Kolossal incentrato su un alcuni avvenimenti della guerra d’indipendenza (o rivoluzione, 1775-1783) americana, che portò alla costituzione degli Stati Uniti. Belli gli scenari, soprattutto gli esterni, esagerati e quindi poco credibili gli scontri fra i patrioti e i regolari britannici, vari buoni attori nel cast (a cominciare dal sempre bravo Tom Wilkinson) ma Mel Gibson si distingue per essere uno dei meno convincenti. Roland Emmerich conferma di essere regista non del tutto malvagio, ma certamente mediocre.
Da guardare solo se piace il genere.

227  Seven Years in Tibet (Jean-Jacques Annaud, USA, 1997) tit. it. “Sette anni in Tibet”  * con Brad Pitt, David Thewlis, BD Wong * IMDb  7,1  RT 60% 
Non fra i migliori film di Jean-Jacques Annaud, si fa guardare soprattutto per gli scenari naturali solo in minima parte tibetani, gli altri - e anche l’ambiente sociale e la popolazione - sanno troppo di artificioso. Delle riprese (non autorizzate) in Tibet Annaud parlò solo un paio di anni dopo l’uscita del film, che fu girato per lo più in Argentina, Canada e Nepal.
Basata sul libro di memorie del protagonista, la sceneggiatura non è fedelissima e la rappresentazione dei tibetani buoni e dei cinesi cattivi non fu per niente gradita da Pechino che, nell’immediato, proibì l’ingresso di Annaud, Brad Pitt e David Thewlis vita natural durante, ma in effetti il bando durò solo una quindicina di anni.
Senza infamia e senza lode.

230  Spider-Man (Sam Raimi, USA, 2002) * con Tobey Maguire, Kirsten Dunst, Willem Dafoe * IMDb  7,3  RT 90%  *  2 Nomination (effetti speciali e sonoro)
Una storia trita e ritrita, fra supereroe di turno, identità misteriosa, un amore impossibile, il cattivo cattivissimo, eccetera eccetera. Apprezzabili solo alcuni effetti speciali.
Valutazione da prendere con le pinze, qualcuno potrà dirmi che sono un po’ prevenuto nei confronti dei fantasy in genere e di quelli derivanti da comics, ma certamente non mi è piaciuto e trovo che altri film del genere siano nettamente migliori.

Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire dal 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate su questo blog. 

domenica 24 marzo 2019

20° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (96-100)

Cinquina di qualità che completa le mie prime 100 visioni 2019, estremamente eterogenea per stili, anni e paesi di produzione ... difficile scegliere i preferiti.
Un capolavoro di Buñuel, un misconosciuto eppure ottimo film di Minelli su Van Gogh, un Renoir incompiuto, il più recente Almodóvar (in sala da appena 2 giorni) e l’esordio di Del Toro!
   

97  L'âge d'or (Luis Buñuel, Fra, 1930) tit. it. “L’età dell’oro“ * con Gaston Modot, Lya Lys, Caridad de Laberdesque * IMDb  7,7  RT 92%
Definito osceno, scandaloso e blasfemo, per circa 50 anni fu bandito in quasi tutto il mondo. All’uscita a Parigi lo Studio 28, dove si proiettava, fu devastato e furono distrutte varie opere surrealiste lì esposte; dopo una settimana il visto di censura fu revocato e il film immediatamente ritirato dalla circolazione. Si dovrà attendere fino al 1979 per la première ufficiale oltreoceano al Roxie di San Francisco e solo due anni più tardi la Gaumont ottenne il permesso per mostrarlo di nuovo in Francia. Sembra di capire che, almeno ufficialmente, in Spagna resti tutt’oggi “censurato”.
Non so quanti abbiano familiarità con le prime due pellicole di Buñuel (l'altra è Un chien andalou, 1929, 16 min), veri manifesti del surrealismo, ed è quindi opportuno ricordare che entrambe le sceneggiature furono frutto della collaborazione con Salvador Dalí e che, da buoni surrealisti, il loro obiettivo era quello di provocare, sovvertire la “normalità”, scandalizzare. Da ciò si deduce che non si può riassumere né analizzare in breve un'opera come questa, che oltretutto include innumerevoli elementi freudiani oltre a quelli surrealisti. Essendo quindi inutile, in quanto impossibile, entrare nel merito dei contenuti, fornisco solo poche informazioni di carattere molto generale. Il film dura 62 minuti ed è sostanzialmente diviso in 6 parti, la prima delle quali (la più breve) è tratta da un documentario sugli scorpioni di vari anni prima. Nelle successive compare più volte una coppia di amanti che si ritrovano in situazioni ed ambienti molto diversi. La parte conclusiva (anche questa breve) fa chiaro riferimento a Le 120 giornate di Sodoma del marchese de Sade (tenuto in gran considerazione dai surrealisti) e il primo ad uscire dal castello appare essere Gesù (almeno per come è comunemente raffigurato).
Io sono fra quelli che sostiene che non si debba trovare una spiegazione a tutto in quanto, per loro stessa ammissione, gli autori proponevano cose senza senso. I riferimenti all’ordine, alla Chiesa, i politici e i militari sono tanti e chiari, altri simboli sono liberamente interpretabili (in modo relativamente facile ma senza riscontro), alcune immagini e vari eventi bisogna accettarli per quello che sono, come per esempio la giraffa buttata dalla finestra! (non ho trovato nessuna spiegazione convincente).
Raccomando assolutamente la visione di L'âge d'or ma, al contrario di quanto avviene normalmente, può essere opportuno documentarsi in precedenza. Comunque, a chi è interessato a comprendere e non fermarsi ad una prima superficiale percezione, saranno necessarie ulteriori letture e certamente gioverà qualche altra visione.

99  Lust for Life (Vincent Minelli, USA, 1956) tit. it. “Brama di vivere“ * con Kirk Douglas, Anthony Quinn, James Donald * IMDb  7,4  RT 100% * Oscar ad Anthony Quinn non protagonista e 3 Nomination (Kirk Douglas protagonista, sceneggiatura e scenografia)
Titolo mai sentito nominare, eppure un ottimo film, a prescindere dall’Oscar a Anthony Quinn (non protagontista) nei panni di Paul Gaugin e delle 3 Nomination, una delle quali fu l’ultima delle sole 3 per Kirk Douglas, tutte come protagonista, forse un po’ poche (l’Oscar fu assegnato a Yul Brinner per The King and I, ma fra i candidati c’erano anche James Dean e Rock Hudson per Giant). 
Tratta di un lungo periodo della vita dell’indiscusso genio della pittura Vincent Van Gogh che penso sia quello al quale sono stati dedicati il maggior numero di film (quasi una ventina), i più recenti dei quali sono stati l’originalissimo film d’animazione Loving Vincent (2017) e At Eternity's Gate uscito pochi mesi fa. Ne ho visti almeno la metà, ma questo è il primo che vedo affrontare anche il suo paio di anni da “predicatore” evangelista in un’area mineraria belga. Molto di quanto proposto non si trova negli altri lavori che si concentrano per lo più sull’ultimo periodo della sua vita, passato fra Arles e Parigi. La scelta di Kirk Douglas come interprete mi è sembrata ottima in quanto, oltre ad calarsi perfettamente nel personaggio nelle sue varie fasi, ha una straordinaria somiglianza con l’artista.
Il numero dei dipinti mostrati nel film rasenta l’incredibile, pur essendo assolutamente lontano dal taglio documentaristico. Fra i pregi di Lust for Life è quello di ricreare situazioni e non solo riprodurre ambienti o inserire personaggi divenuti soggetti dei dipinti più famosi. Per seguire al meglio i dialoghi di Vincent con suo fratello Theo (mercante d’arte) e con gli altri artisti, aiuta conoscere nomi e stili dei vari pittori dell’epoca amici/rivali, in particolare degli impressionisti.
In conclusione, non solo un pregevole film dal punto di vista strettamente cinematografico, ma anche un interessantissimo biopic. Più che consigliato.
      

96  Partie de campagne (Jean Renoir, Fra, 1936) tit. it. “Una gita in campagna“ * con Sylvia Bataille, Jane Marken, Georges D'Arnoux * IMDb  7,7  RT 100%
Aveva attirato la mia attenzione la regia di Jean Renoir, ma non trovavo il film in IMDb. Il motivo è che si tratta di un mediometraggio che, oltretutto, ha avuto circolazione limitata essendo stato montato solo dopo 10 anni, da altri. Lo stesso dvd non includeva la pellicola di 40' bensì il progetto portato avanti da Alain Fleischer per la Cinémathèque française nel 1994, utilizzando il materiale disponibile nei suoi archivi, consiste in una raccolta di riprese originali del 1936. Queste sono state ordinate, lasciando però varie riprese di una stessa scena, alcune ripetizioni da angolazioni diverse, sovrapposizioni di dialoghi e frequenti commenti dello stesso Renoir, per una durata complessiva di quasi un’ora e mezza. Proposto così, tale materiale può forse considerarsi addirittura più interessante del film in sé e per sé, fornendo una precisa idea della gestione di attori e riprese da parte del regista. Molti definiscono questo film quasi un omaggio al padre (il famoso pittore impressionista Auguste Renoir) come se volesse dare vita ad un suo dipinto.
Più che notevole il gruppo di collaboratori di Renoir che ebbe come assistenti alla regia Luchino Visconti e Jacques Becker (poi regista di Le trou, 1960, Il buco, 8,5 IMDb) e come secondo assistente il famoso fotografo Henri Cartier-Bresson, allora 28enne. Il figlio di Jean Renoir  interpreta il ragazzo che pesca, all’inizio del film. La sceneggiatura fu adattata dallo stesso Jean Renoir da un racconto di Guy De Maupassant del 1881.
Se avete la fortuna di recuperarlo, non ve lo perdete. Pur non essendo un film vero e proprio, né un documentario, è estremamente interessante ... tutto in presa diretta.

98  Dolor y gloria (Pedro Almodóvar, Spa, 2019) * con Antonio Banderas, Penélope Cruz, Asier Etxeandia, Leonardo Sbaraglia, Cecilia Roth, Julieta Serrano, Raúl Arévalo, Rosalia, Asier Flores
Niente male questo recentissimo lavoro del regista manchego, abbastanza diverso dai precedenti, ma con il solito (ottimo) stile in quanto a colori, dettagli e inquadrature. Particolarmente apprezzabile la sceneggiatura (dello stesso Almodóvar) che, seppur con un inizio un po’ lento e titubante con tanti salti temporali, prende rapidamente corpo e riesce ad incastrare alla perfezione ricordi, re-incontri e coincidenze fino alla (in)quadratura finale con la quale conclude questo film che molti pensano sia pieno di riferimenti autobiografici, a partire dal fatto che il protagonista Salvador è un regista cinematografico già di successo, ma oggi in crisi esistenziale. Il tutto è organizzato in modo creativo con vari flashback, fra l’infanzia in campagna e trasloco in una (affascinante) cueva e i tempi attuali, mentre molto di ciò che è nel mezzo viene solo narrato.
Oltre ai più che noti Antonio Banderas e Penélope Cruz (Salvador attuale e sua madre da giovane, quindi mai insieme) Almodóvar ha messo insieme un cast estremamente eterogeneo, con attori che interpretano personaggi che in distinti momenti avevano avuto un ruolo significativo nella vita del protagonista, alcuni compaiono in brevi cameo (p. e. Cecilia Roth e Rosalía), altri hanno più spazio, alcuni sono contemporanei, altri fanno parte dei ricordi. Purtroppo, non tutti sono convincenti, a cominciare da Penélope Cruz.
Fra i volti che molti potrebbero conoscere ci sono senz’altro la sempre affidabile Julieta Serrano (la madre anziana, una mezza dozzina di film con Pedro), Raúl Arévalo (protagonista de La isla minima e regista di Tarde para la ira), l’argentino Leonardo Sbaraglia (attivo per lo più in America Latina, quello che in Relatos salvajes guida l’auto nel memorabile episodio, vaga citazione di Duel di Spielberg), Cecilia Roth (vari film con Almodóvar, ma divenuta star in Argentina, oggi sembra pagare le conseguenze di una chirurgia mal riuscita ...), e infine la giovane cantante Rosalía, fenomeno musicale del momento, catalana che interpreta flamenco pop con stile unico e include nei video bandiere spagnole e toreo, 2 Grammy Award Latino. Interpreta, con Penélope Cruz, la famosa copla A tu vera, cavallo di battaglia della Lola Flores, nota come La Faraona. Da segnalare il buon esordio del giovanissimo Asier Flores (Salvador bambino) per il quale molti prevedono un roseo futuro nel cinema.
Concludo reiterando il mio apprezzamento per il gusto di Almodóvar nel proporre colori netti (ovviamente, i più frequenti sono quelli della gamma dei rossi), spesso contrastanti, abbinamenti inimmaginabili per altri, a partire dagli affascinanti sfondi dei titoli di testa, all’abbigliamento, all’arredamento, per non parlare anche della scelta di dipinti che coprono le pareti della casa di Salvador.
Un film dal sapore agrodolce, drammatico e “tenero”, fra droghe e passioni, certamente un po’ più godibile per i cinefili che sapranno apprezzare le tante citazioni (sia nei dialoghi che con poster e immagini) e per chi sa abbastanza di cultura spagnola e latina (vari i riferimenti a Chavela Vargas, l’icona del flamenco pop che canta una copla classica, ...).
Penso che, nel suo complesso, possa piacere anche all’estero e in paesi non di lingua ispanica, ma temo che nelle traduzioni (sottotitoli o doppiaggi che siano) si possa perdere parecchio.
Al momento sembra non essere annunciato in Italia.

100  Cronos (Guillermo Del Toro, Mex, 1993) * con Federico Luppi, Ron Perlman, Claudio Brooks * IMDb  6,7  RT 89%
Anche i più appassionati fan di Guillermo converranno che Cronos non è il suo miglior prodotto, ma ciò è più che giustificabile per essere il suo esordio alla regia di un vero film. Fin da piccolo si era divertito a produrre un'infinità di corti e cortissimi in Super8 fatti in casa e poi (professionalmente) era passato alla produzione di effetti speciali.
Cronos resta comunque un cult per essere il primo, anche se la sua gestazione fu quasi contemporanea a quella del suo terzo (El espinazo del diablo, uscito ben 8 anni più tardi) per essere le due sceneggiature il suo lavoro di tesi.
Tralasciando di approfondire l’originale rivisitazione e combinazione dei temi immortalità/vampirismo e di altri aspetti del film (fra i quali l’eterogeneo trio di interpreti) mi sembra interessante sottolineare un paio dei argomenti trattati nella lunga intervista (poco più di un’ora, riportata integralmente) inserita fra gli extra dell’edizione speciale (2dvd) in mio possesso. Nel raccontare dei suoi inizi, rende omaggio al genere horror - del quali si dichiara appassionato fin dall'infanzia - ed in particolare ai film italiani (citando più volte Mario Bava) e giapponesi. L'altra questione è quella della lingua. Una volta che un produttore americano interessato ad un remake di Cronos gli sottopose la traduzione della sceneggiatura, Del Toro (perfettamente bilingue) la rifiutò dicendo che l’avrebbe riscritta lui in inglese ... non è possibile tradurre bene i dialoghi pensati per una lingua in un’altra! Comunque, l’affare non andò in porto.

IMPORTANTE: vi ricordo che dal 2 aprile il mio GOOGLE+ sarà chiuso e che, di conseguenza, le raccolte degli anni 2016-2018 non saranno più accessibili. Tutte le 1.300 micro-recensioni sono ora organizzate in 26 pagine del mio sito www.giovis.com e facilmente rintracciabili grazie all’indice generaleIn detta pagina potrete effettuare ricerche per titolo, regista, interpreti principali, anno e paese di produzione e, utilizzando i link e i numeri d’ordine, giungere rapidamente a quella che vi interessa.