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lunedì 15 agosto 2022

Microrecensioni 236-240: misto a buona prevalenza francese

Anche se il titolo non è chiarissimo, intendo dire che i tre francesi (tutti del secolo scorso) sono i migliori del gruppo, graditi come il vino … il più vecchio è anche il migliore in assoluto. Nel complesso, del cult horror giapponese avevo appreso da Twitter, l’americano era proposto da MUBI e raccomandato da RT (92%) ma è stato molto deludente, come anticipai ho voluto ri-guardare Le corbeau dopo averne visto il remake americano (The 13th Letter), ho aggiunto uno dei migliori film di Melville (altro regista francese di oltre mezzo secolo fa, poco conosciuto) e ho concluso con un terzo francese che non conoscevo, ma ho trovato su raccomandazione di BFI e Criterion Collection, nonché della Palma d’Argento per la regia a Cannes, 100% su RT e 237° posto nella classifica migliori film di tutti i tempi di IMDb.

 
Le corbeau (Henri-Georges Clouzot, Fra, 1943)

Guardato vari anni fa, non ne ricordavo ogni particolare, ma certamente la qualità. A pochi giorni di distanza dall’aver visto il remake americano, ho potuto notare che tante scene (compresi i dialoghi) sono riproposte pedissequamente, ma anche che vari dettagli mancano e che il finale è proposto in modo diverso, pur mantenendo i contenuti. Questo mystery drammatico si basa sulla ricerca di un misterioso corvo che con le sue tante lettere anonime indirizzate a persone diverse riesce ad avvelenare i rapporti in un'intera cittadina di provincia creando scompiglio nelle famiglie e fra amanti, facendo sorgere sospetti in tutti, causando un suicidio, infinite gelosie e tentativi di aggressioni. Fino all'ultima scena, nonostante in vari momenti possa sembrare che tutti gli indizi puntino in una chiara direzione, il corvo riuscirà a non farsi scoprire. Ottima regia da classico noir francese, supportata da un ampio e variegato cast, con tanti attori poco noti che tuttavia interpretano perfettamente i rispettivi ruoli. Una menzione particolare la merita anche il direttore della fotografia Nicolas Hayer. Da non perdere!

Le samouraï (Jean-Pierre Melville, Fra, 1972)

Disavventure di un killer professionista parigino (un Alain Delon dal volto impassibile e impenetrabile ma non per questo inespressivo), un lupo solitario che nonostante tutte le precauzioni viene visto chiaramente subito dopo un omicidio. Anche se lo zelante commissario nutre forti sospetti su di lui, la testimone nega di riconoscerlo e così, dopo un lungo interrogatorio è costretto a rilasciarlo. Qui comincia un lungo gioco di gatto e topo, complicato dal fatto che il killer vuole avere un confronto con i misteriosi mandanti dell’assassinio. Ritmo lento, implacabile, con lunghi inseguimenti nella metro parigina, furti d’auto e qualche altro scontro a fuoco. Tutti gli attori si calano perfettamente nei rispettivi personaggi. Tempi rigorosi, riprese interessanti e giusto ritmo tengono sempre viva l’attenzione dello spettatore fino al singolare finale. Ma anche la scena iniziale è assolutamente notevole con un’inquadratura fissa di una stanza apparentemente vuota e avvolta nella semioscurità finché non appare un fil di fumo che distoglie l’attenzione da un ritmico cinguettio. Pochissimi i dialoghi, chi si sente di più è l’uccellino in gabbia, nella stanza del killer, la cui salute segue di pari passo la situazione sempre più critica nella quale si trova il Samurai.

  
La haine (Mathieu Kassovitz, Fra, 1995) tit. it L'odio

La storia si sviluppa in 24 ore e i protagonisti sono tre balordi della banlieue parigina, tre amici nonostante le diverse etnie: un ebreo, un arabo e un giovane di colore. Quest’ultimo è l’unico che sembra di avere un po’ più di buonsenso, ma spesso si lascia trascinare dagli altri due sempre pronti alla rissa o almeno alla violenza verbale. Dopo una delle tante tante giornate di scontri con la polizia, un loro amico si trova in ospedale, in fin di vita. Vinz (Vincent Cassel, alla sua prima interpretazione di successo) recupera una pistola e giura di uccidere un poliziotto nel caso il suo amico non sopravviva. Nel corso della notte affronteranno naziskin, molesteranno persone, tenteranno un furto, saranno fermati dalla polizia, insomma succede un po’ di tutto prima del drammatico finale. Secondo lungometraggio del regista/sceneggiatore Kassovitz, girato in buon bianco e nero, con tanta macchina a spalla.  

House (Nobuhiko Ôbayashi, Jap, 1977)

Primo lungometraggio di Ôbayashi che fino a quel momento si era dedicato solo a short e pubblicità. La tecnica è mista in quanto nel film sono inseriti molti disegni ed effetti speciali palesemente posticci e amatoriali, ma ciò è voluto e costituisce gran parte dell’originalità del film. Anche la sceneggiatura (basata su un soggetto di sua figlia di 10 anni) è al di fuori degli schemi convenzionali e forse rispecchia parte delle paure e incubi dei giovani giapponesi dell’epoca. Singolari sono le interazioni fra le sette ragazze protagoniste e gi oggetti della casa nella quale sono ospitate, di proprietà della zia di una di loro. Originali montaggio e fotografia che contano su tanti singolari fondali e i già gitati numerosi effetti speciali. Come tutti i cult unici nel loro genere, ha pro e contro, pregi e difetti m a certamente intrigherà gli appassionati del genere horror/fantasy.

The Humans (Stephen Karam, USA, 2021)

Tutto si svolge nelle poche ore di una, a dir poco triste, cena famigliare di Thanksgiving, in un vecchio appartamento molto poco arredato (ancora non hanno effettuato il trasloco) e con pochissima luce (come se non bastasse si fulminano anche varie lampadine) il che limita fortemente la fotografia. Sono riunite tre generazioni di una famiglia nella quale sembra che quasi nessuno vada d’accordo con gli altri. Ovviamente (classico in questo tipo di film) si faranno confessioni e qualcuno esprimerà risentimento nei confronti di questo o quello ma, purtroppo, i dialoghi non sono un granché. Di chiara derivazione teatrale, si tratta dell’adattamento dell’omonimo atto unico dello stesso regista del 2015, finalista del Premio Pulitzer l’anno successivo. L’ho trovato troppo americano, pieno di discorsi convenzionali per lo più deprimenti intervallati dai soliti stucchevoli Oh, my God e I’m sorry. Suggerisco di evitarlo.

martedì 30 novembre 2021

Micro-recensioni 346-350: noir giapponesi degli anni ’50-‘60

Pur avendo altra morale, differente tipo di criminalità e di codici rispetto agli americani, i noir giapponesi non sono da sottovalutare assolutamente, anche se in alcune situazioni mostrano segni di emulazione (plagio o omaggio?) nei confronti dei classici hollywoodiani dei decenni precedenti. Questa cinquina compone anche una collezione prodotta Eclipse e commercializzata da Criterion con l’elemento comune ben esplicitato nel titolo: Nikkatsu Noir. Di due film è protagonista la star dell'epoca Jô Shishido, riconoscibilissimo per le sue guance prominenti (chirurgicamente modificate), oltre 200 film al suo attivo interpretando per lo più gangster, yakuza e noir, ma a fine carriera partecipò anche a film erotici (i famosi roman porno), diventato estremamente famoso nel 1967 per il suo ruolo in Branded to Kill (diretto da Seijun Suzuki, tit. it. La farfalla sul mirino). 

Segnalo queste due interessanti pagine (in inglese) nelle quali si trovano succinte trame e recensioni dei film inclusi nel cofanetto.

Presentazione dei film del cofanetto su criterion.com

Dettagliate recensioni dal sito dvdbeaver.com

 

I Am Waiting (Koreyoshi Kurahara, 1957, Jap)

Senza dubbio il mio preferito fra i cinque, l’ho trovato veramente interessante, sia per la realizzazione che per la buona trama che si arricchisce di nuovi elementi man mano che si procede, fra il passato dei vari protagonisti che viene lentamente alla luce e gli sviluppi che ne conseguono.

Rusty Knife (Toshio Masuda, 1958, Jap)

Altro film con trama originale che si basa su avvenimenti degli anni precedenti che risultano poi essere la connessione fra il protagonista e la figlia di un ufficialmente suicida, invece assassinato. In sostanza si tratta di un giovane che vorrebbe cancellare il suo violento passato e cambiar vita, ma la riqualificazione, si sa, non è mai troppo semplice.

  

Cruel Gun Story
(Takumi Furukawa, 1964, Jap)

Costanti scontri a fuoco producono una vera strage, eppure il film non è splatter; si può scommettere che è fra quelli apprezzatissimi da Quentin Tarantino e Takeshi Kitano, che non hanno mai fatto mistero della loro ammirazione per questo genere. Un carcerato viene fatto evadere per collaborare ad un grosso colpo, un attacco ad un furgone blindato, pieno di milioni di yen, in banconote non rintracciabili visto che si tratta dell’incasso delle scommesse di un ippodromo. La spartizione del bottino non si rivelerà così semplice.

A Colt Is My Passport (Takashi Nomura, 1967, Jap)

In questo caso si tratta di un killer professionista che, dopo aver portato a termine il suo contratto in modo assolutamente professionale, si ritrova alle calcagna non solo gli scagnozzi della vittima, ma anche quelli del mandante. Dovrà cercare di salvarsi, insieme con il suo giovane assistente e questo legame d’onore costituisce parte fondamentale dell’intero film. Ben realizzato sotto tutti gli aspetti, fin dall’inizio colpisce anche il commento musicale di tipo western, anche con tanti fischiettii e trombe in stile Morricone / Leone.

Aim at the Police Van (Seijun Suzuki, 1958, Jap)

Questo è stato quello meno convincente, sia per la sceneggiatura che per la realizzazione. La storia è inutilmente intricata e il buono, pur non essendo un professionista, procede troppo facilmente e si destreggia fra una serie di tradimenti e personaggi misteriosi. Nel complesso risulta poco credibile, a tratti stucchevole e per lo più scontato.