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sabato 4 giugno 2022

Microrecensioni 156-160: film 2021 misconosciuti e dittico cult di Brooklyn

Ci sono tre film dell’anno scorso prodotti in Giappone, Germania e Georgia, tutti con la quasi totalità di recensioni positive e due produzioni indipendenti del 1995 strettamente collegate fra di loro, per alcuni uno sequel dell’altro (anche se non è proprio così), il primo apprezzati dalla critica, il secondo snobbato, comunque per molti diventati cult.

 

Wheel of Fortune and Fantasy
(Ryusuke Hamaguchi, 2021, Jap)

Nel 2021 Ryusuke Hamaguchi (regista e sceneggiatore di tutti i suoi soli 9 film) è balzato alla ribalta internazionale con due film: questo e Drive My Car (Oscar film straniero e 3 Nomination di cui due personali per regia e sceneggiatura, oltre ad una 70ina di altri Premi di cui 3 a Cannes). Se, complessivamente, possono sembrare molto diversi, entrambi sono centrati sui rapporti umani e sui trascorsi dei protagonisti; in particolare Wheel of Fortune and Fantasy utilizza interminabili pregnanti dialoghi, riservando minimo spazio all’azione e movimenti di camera, preferendo spesso lunghe inquadrature fisse. Ciò ne fa un lavoro quasi teatrale in tre atti essendo in effetti il film composto da 3 brevi racconti proposti cinematograficamente, con personaggi e situazioni completamente diversi fra loro. Come ogni short story che si rispetti, ognuna sfrutta al meglio le coincidenze e i twist, con quello conclusivo obbligatorio e spiazzante. Orso d’Argento per la regia e nomination Orso d’Oro a Berlino.

Ich bin dein Mensch (I'm Your Man) (Maria Schrader, 2021, Ger)

A leggere la sintesi della trama, qualcuno potrebbe pensare che si tratti di una delle tante storie o commedie su umanoidi, robot, replicanti ecc., più o meno buoni (di solido abbastanza insensati, se non ridicoli). Al contrario, questo ha alcuni aspetti drammatici e altri degni di una commedia ma, in sostanza, affronta molto seriamente l’ipotesi della sostituzione di umani con macchine, seppur perfette. Si potrebbe dire che il discorso generale è da bioetica, ma nel dettaglio analizza solitudine, ambizioni, fallimenti, relazioni umane e ricordi personali che non possono in alcun modo essere sostituiti da un computer eccezionalmente potente e nonostante la quasi infinita quantità di dati statistici possa contenere la sua memoria. Alla fine si potrà propendere per una o un’altra soluzione ma senz’altro lo si farà tenendo conto dei vantaggi e delle carenze messi in evidenza dai turbolenti rapporti fra i protagonisti. Orso d’Argento a Maren Eggert come migliore e nomination Orso d’Oro a Berlino.

  
Wet Sand (Elene Naveriani, 2021, Geo)

Ennesimo interessante film prodotto in Georgia, una delle poche ex repubbliche sovietiche (se non l’unica) ad avere lunga tradizione cinematografica prima e dopo il regime e ad aver mantenuto il proprio idioma. Intrigante la trama che sviluppa a partire da un funerale in una piccolissima comunità sulle sponde del Mar Nero. La protagonista, nipote del deceduto, vi ritorna dopo molti anni proprio per prendersi cura della cosa, essendo l’unica parente. Pian piano scoprirà che il nonno non era esattamente ben visto dai più, intreccerà amicizie ma fomenterà anche l’odio verso la sua famiglia, fino a sfociare in atti violenti. Al centro della storia pone il tema dell’omosessualità che, evidentemente ritenuto scabroso dagli abitanti, non viene apertamente discusso né chi lo disprezza né da chi lo tollera. Ben girato e interpretato, vale la visione; Gia Agumava (la protagonista) migliore attrice a Locarno.

Smoke (Wayne Wang, 1995, USA)

“Piccolo grande” film indipendente, girato per lo più in un negozio di tabacchi e giornali (e poche altre cose) situato all’angolo di un trafficato incrocio di Brooklyn, NY. Non solo è quasi un passaggio obbligato per tanti residenti, ma anche punto d’incontro per fare quattro chiacchiere, filosofeggiare, prendersi in giro, quasi con un vecchio bar di paese. Il cast è composto da un bel gruppo di amici, ai quali regista e sceneggiatori lasciarono ampio spazio per l’improvvisazione. Comprende pochi attori di successo (Harvey Keitel, William Hurt e Forest Whitaker) e tanti caratteristi dai volti più che noti ma dai nomi sconosciuti ai più; eccone alcuni, habitué dei film ambientati a Little Italy o nel mondo della criminalità newyorkese. Le storie si intrecciano in modo inaspettato e, per la parte nella quale compare Forest Whitaker portano i protagonisti anche al di fuori di Brooklyn. Attenzione ai titoli di coda! Non interrompete la visione poiché, con un ottimo flashback in bianco e nero, si mostra che storia narrata in precedenza di cui è protagonista Harvey Keitel, con l’azzeccatissimo sottofondo di Innocent when you dream, di Tom Waits, interpretata dallo stesso cantautore. Orso d’Argento per la regia a Wayne Wang.

Blue in the Face (Wayne Wang, Paul Auster, 1995, USA)

Quasi un sequel di Smoke, riprese durate appena 5 giorni, poi montate con alcune scene non utilizzate nel suddetto film. Questo è diretto e sceneggiato insieme da Wayne Wang e Paul Auster, il primo solo regista e il secondo solo sceneggiatore del precedente. Non vi appaiono William Hurt e Forest Whitaker (impegnati in altri progetti), ma accanto al resto del cast sono inseriti tanti cameo di amici famosi, anche se non tutti attori a tempo pieno. Ci sono Lou Reed, Madonna, Jim Jarmusch, John Lurie, ma anche star di Hollywood come Mira Sorvino, Lily Tomlin e Michael J. Fox, seppur in brevissime parti. Ciò detto, è facile immaginare come il film appaia caotico, come una serie di sketches di personaggi che si confrontano nelle situazioni più diverse e quasi assurde con i protagonisti. Surreali anche i tentativi (supportati da dati statistici) di classificare gli abitanti di Brooklyn quasi come etnia a parte. Nel complesso fu abbastanza mal accolto da critica e pubblico (almeno a giudicare dai rating 6.6 su IMDb e 46% su RT), ma ha anche tanti estimatori (me compreso) fra quelli che ne apprezzano la creatività, la spontaneità e le situazioni fra il grottesco e il paradossale. 

mercoledì 2 febbraio 2022

Microrec. 36-40 del 2022: varie produzioni molto inusuali

Fra i film presenti su MUBI e con un po' di ricerca sono tornato a girovagare fra cinematografie e film poco comuni. I tre più soddisfacenti sono legati in un modo o nell'altro all'Unione Sovietica, i due occidentali (benché premiati) sono stati molto deludenti.

 
Contest (Sostyazaniye) (Bulat Mansurov, 1964, Tkm/URSS)

Tratta di una famosa disfida musicale tenutasi un paio di secoli fa fra il virtuoso turkmeno Shukur Bakhshy e il musicista della corte persiana Ghulam Bakhshy (bakhshy = suonatore di dutar); il dutar è un liuto con manico sottile e con sole due corde (di seta), lungo da 1 a 2 metri, diffuso con nomi diversi in tutto il medio oriente, strumento nazionale dei turkmeni, kirghisi e kazaki. L’incontro è motivato da nobilissimi motivi che, nel film, vengono svelati sono nel finale. Ad alcuni potrebbe sembrare lento ma, tenendo conto dei contenuti (morali e filosofici), dell’epoca, dell’ambiente e, non ultima, della musica che richiama quella sufi, il ritmo è perfetto per questo lavoro fra lo storico e l’etnoantropologico. Fu il primo film prodotto in Turkmenistan (allora parte dell’Unione Sovietica) ad avere apprezzamenti internazionali.

Eisenstein in Guanajuato (Peter Greenaway, 2015, Mex/Net)

A partire dal documentato breve soggiorno (una decina di giorni) del regista russo nella splendida cittadina di Guanajuato, il regista-provocatore Greenaway costruisce una storia basata su un’ipotetica, assolutamente non confermata, omosessualità del creatore dei caposaldi del montaggio cinematografico, validi ancora oggi. Purtroppo, a fronte delle magnifiche immagini del Teatro Juarez (interni ed esterni) con grande utilizzo di grandangoli e fisheye, delle riprese nei peculiari passaggi sotterranei, dei primi piani delle famose mummie (cadaveri disseccati), delle panoramiche sui coloratissimi edifici, delle bi- e tri-partizioni dello schermo con inserimento di immagini di repertorio e talvolta spezzoni dei film di Eisenstein sullo sfondo, ci sono lunghe pause di tipo teatrale o erotico con dialoghi poco convincenti e recitazione esageratamente sopra le righe. Vale assolutamente la pena adi guardarlo per la fotografia e montaggio, da evitare per la sceneggiatura. Certamente più godibile per chi ha familiarità con la filmografia del regista russo e con nomi e volti di rivoluzionari e artisti messicani (tutti dovrebbero almeno riconoscere Frida Kahlo).

  
The Dazzling Light of Sunset (Salomé Jashi, 2016, Geo)

Fra documentario e cinéma-vérité, girato in una piccola comunità rurale della Georgia. Produttore e giornalista dell’unica emittente locale informano costantemente e dettagliatamente la cittadinanza di piccoli avvenimenti come il ritrovamento di un gufo, elezioni con litigi, spettacoli musicali, improponibili sfilate di moda e si occupano anche di necrologi. Tutto più che credibile e realistico, ma con una evidente vena di ironia e humor nero. Alcune situazioni non sembrano molto diverse da quelle che si vivono in altri paesi. Socialmente interessante, ma niente di più.

First Cow (Kelly Reichardt, 2019, USA)

Gode di buona critica (miglior film dell’anno per Cahiers du Cinéma e Nomination Orso d’Oro a Berlino) ed è certamente un western di pionieri (in Oregon) originale, ma la storia, le interpretazioni e la narrazione lasciano molto a desiderare. La statistica di 25 riconoscimenti e 154 nomination suggerisce che è stato presentato dappertutto ma senza grande successo. Manca la continuità, spesso i dialoghi sono fra persone fuori campo e procedono anche se cambia la scena, molti avvenimenti appaiono come poco plausibili o irrazionali; la prima decina di minuti è assolutamente inutile e neanche la location convince. Consiglio di non perderci tempo.

L'enfant d'en haut - Sister (Ursula Meier, 2012, Swi)

Inspiegabilmente (a mio modesto parere) premiato con l’Orso d’Argento (premio speciale … perché?) e Nomination Orso d’Oro a Berlino; è stata anche la candidatura svizzera per gli Oscar. Dramma sulla relazione molto particolare dei soli due giovani componenti di una famiglia che vive in un appartamento di case popolari, in una valle ai piedi di rinomata località sciistica in Svizzera. Vivono soprattutto dei proventi dei furti perpetrati dal ragazzino, ma senza alcuna organizzazione né logica e tantomeno morale. Bah …

mercoledì 15 settembre 2021

Micro-recensioni 251-255 - World Cinema: 2 URSS anni ’30, Svezia, India e Georgia

Da MUBI altri recuperi molto interessanti: due commedie drammatiche russe dei primi anni ’30, con velata propaganda stalinista, la seconda e più moderna muta e quasi surreale; una commedia (proprio così) sorprendentemente diretta da Bergman; un ennesimo dramma (leggero) del regista indiano Ray (quasi unanimemente considerato fra i migliori di sempre, in tutto il mondo) ed un sorprendente e affascinante biopic di un artista georgiano.

Pirosmani (Giorgi Shengelaia, 1969, Geo)

Ancora una volta dalla Georgia arriva un film che conferma la tradizionale qualità del cinema della ormai ex repubblica sovietica, che vanta antica propria cultura, lingua e scrittura. Pirosmani è il nome con il quale è comunemente conosciuto il pittore primitivista georgiano Nikoloz Aslanis Dze Pirosmanashvili (1862-1918), notissimo in patria, molto meno in Europa e oltreoceano se non fra gli esperti del settore. Artista autodidatta veramente originale per le sue scelte di vita (da vagabondo), in linea di massima non interessato al denaro, praticamente senza legami anche se benvoluto da tutti. Spesso regalava i suoi quadri o riceveva in cambio cibo e bevande (vino e vodka) dipingendo in loco e ciò spiega l’abbondanza di soggetti come tavolate, cantine, trattorie e feste all’aperto, ma dimostra anche grande interesse verso animali domestici e non. Ma non solo le opere mostrate sono affascinanti, anche il film è molto ben realizzato con ottima scelta di ambienti e attività tradizionali, lavorative e ricreative. Anche la scelta dei colori è singolare (dipinti e film) con molto nero con il quale contrastano tinte brillanti e a ciò si aggiungono le particolari tonalità della pellicola probabilmente prodotta nei paesi dell’est. Il film (consigliato) si trova anche su YouTube e per invogliarvi a guardarlo e a scoprire lo stile dell’artista georgiano aggiungo foto di qualcuno dei suoi quadri.






 
The Coward (Kapurush) (Satyajit Ray, 1965, Ind)

Dramma basato sull’incontro del tutto casuale di due ex fidanzati, lei ora sposata con un coltivatore di tè, lui sceneggiatore. Nel corso dei pochi giorni passati dal giovane in casa della coppia è evidente la tensione fra i due, ma per lui si tratta di un risveglio della passione, per lei una ostentata indifferenza (sincera?). Un dovuto flashback mostra gli eventi passati e quindi giustifica gli atteggiamenti di Karuna (la padrona di casa) e Amitabha (l’inatteso ospite). Solita ottima regia di Satyajit Ray con le interpretazioni di Madhabi Mukherjee e Soumitra Chatterjee (già apprezzati insieme in Charulata, 1964) che non sono da meno. Nomination Leone d’Oro a Venezia per la regia.

Smiles of a Summer Night (Ingmar Bergman, 1955, Swe)

Chi fosse convinto che Bergman abbia diretto solo mattoni (a prescindere dalla qualità) si dovrà ricredere poiché qui si tratta di una commedia romantica, come esplicitamente messo in evidenza nei titoli di testa. I personaggi sono un affermato avvocato con una moglie molto giovane (apparentemente illibata) della quale è invaghito il figlio di lui, un’avvenente e navigata attrice contesa fra l’avvocato e un ufficiale di cavalleria pronto a sfidare a duello chicchessia, anche lui con giovane moglie, amica della moglie dell’avvocato; ma c’è anche una giovane, avvenente e intraprendente cameriera sempre pronta a provocare gli uomini che le stanno attorno. La commedia si concluderà nella ricca residenza della madre dell’attrice, donna di grande esperienza (in tutti i sensi, almeno a quanto lascia intendere) che dispensa saggi consigli (non sempre morali) a tutti i suoi ospiti. Certamente differente da qualunque film di Bergman abbiate visto!

 
  • Outskirts (Okraina) (Boris Barnet, 1933, URSS)
  • Happiness (Schaste) (Aleksandr Medvedkin, 1935, URSS)

Questi due film, come anticipato, alludono alla situazione della vita nelle campagne sovietiche con riferimenti ai dogmi rivoluzionari. Nel primo l’azione si svolge in una cittadina di confine nella quale la principale produzione sembra essere quella delle calzature; lì convivevano pacificamente russi e tedeschi ma con la guerra i rapporti cambiano e il giovane tedesco protagonista della storia viene aggredito da alcuni, protetto e difeso da altri, fra i quali una sua pretendente.

Nel secondo, muto pur essendo del 1935, si assiste invece ad una commedia grottesca dai risvolti talvolta surreali o semplicemente caricaturali. Ambientato all’epoca dell’Impero Russo, prima della rivoluzione d’ottobre, c’è l’avido prete, il pigro cavallo (a pois), il granaio portato in giro a spalla. C’era anche un’altra particolarità, purtroppo andata persa: la sequenza iniziale fu la prima filmata a colori dalla Mosfilm.

mercoledì 9 dicembre 2020

micro-recensioni 411-415: kolossal muto italiano e 4 georgiani

Cinquina quasi monotematica con film georgiani del periodo in cui il  paese faceva ancora parte dell’URSS ai quali ho aggiunto Cabiria, pietra miliare del cinema italiano, ancorché sconosciuto alla gran parte del pubblico (non ha niente a che vedere con le Notti di Cabiria, 1957, di Federico Fellini, Oscar miglior film straniero).

 

Cabiria (Giovanni Pastrone, Ita, 1914)

Fu il primo vero kolossal italiano e fece storia nel mondo intero, ispirando i successivi lavori di Cecil B. DeMille e D. W. Griffith; a detta di Scorsese, Pastrone fu il vero creatore del kolossal epico.  In effetti, l’anno prima Enrico Guazzoni aveva diretto Quo vadis?, anch’esso ovviamente storico e primo in Italia a servirsi di centinaia di comparse, ma niente a che vedere con Cabiria. Il soggetto e sceneggiatura sono basati su testi di Tito Livio e sul romanzo di Salgari Cartagine in fiamme e vi collaborò lo stesso Pastrone, mentre Gabriele D’Annunzio (al quale spesso tutti i meriti) fu solo l’autore dei numerosi aulici cartelli nonché dei personaggi e dei loro nomi. Fu proprio lui il creatore di Maciste, qui interpretato da Bartolomeo Pagano, uno scaricatore del porto di Genova, che così diventò una star del cinema interpretando lo stesso personaggio in un’altra quindicina di film; nella prima metà degli anni ’60 il buon forzuto tornò in gran voga come protagonista di oltre 20 film, interpretati però da attori diversi.

Anche se il concetto di carrellata già esisteva, Pastrone ideò e brevettò il macchinario e lo utilizzò in numerose scene di Cabiria. Al contrario dei film dell’epoca fece anche ampio uso di montaggio e tutti i vari metodi di ripresa allora disponibili. Volle una colonna sonora composta specificamente per il film che sottolineasse le scene più drammatiche. Grande fu anche il successo internazionale, il film restò in cartellone per sei mesi a Parigi e per quasi un anno a New York. Con tutti i limiti di un film di oltre un secolo fa, Cabiria è comunque affascinante contando su scenografie spesso grandiose, una gran varietà di costumi ed una recitazione senza troppi esagerati sbracciamenti, tipici dei muti, né eccessivi primi piani. Le scene d’azione sono molto ben realizzate, dai sacrifici al Moloch, all’eruzione dell’Etna, all’assalto alle mura.  

Nel 2006 è stata realizzata una versione restaurata con aggiunta di scene per molti anni non disponibili, raggiungendo una durata di circa 3 ore. Fu presentata l'anno successivo al Festival di Berlino. Certamente un must per cinefili, ma apprezzabile anche da tanti altri amanti delle arti visive. Consigliato!

Blue Mountains (Eldar Shengelaya, Geo, 1983)

Seppur un po’ ripetitiva, la satira socio-politica che domina in questo film dalla prima all’ultima scena risulta più che divertente e arguta, proponendo un gran numero di personaggi che “lavorano” in una delle tante strutture dell’apparato statale sovietico. Nessuno si prende responsabilità, demandandole ad altri, ci sono sempre firme che mancano sui documenti, molti sono i perditempo, i perennemente assenti e quelli che giocano a scacchi, ma tutti aspirano ad aumenti e bonus. Le copie del manoscritto del protagonista passano di mano in mano, si perdono, riappaiono ma nessuno le legge e nonostante ciò tutti esprimono opinioni e commentano. Le dichiarazioni nel corso della riunione finale evidenziano questa linea, mentre l’intera struttura (metaforicamente e praticamente) mostra le sue crepe e sta per crollare. Una commedia dell’assurdo, basata sull’impotenza del cittadino di fronte alla cieca burocrazia, in puro stile kafkiano. Da non perdere.

  

Trilogia di Tengiz Abuladze (in ordine di mio gradimento)

The Wishing Tree (Tengiz Abuladze, Geo, 1976)

Nell’ambito della trilogia, questo è il mio preferito per essere confuso e creativo al punto giusto, anche se nell’ultima parte passa da essere divertente commedia stracolma di personaggi peculiari, degni dei film di Kusturica o di Fellini, ad un tono prettamente drammatico. Numerose storie si intrecciano nella trama, alcune più indipendenti, altre meglio connesse al contesto sociale del piccolo paesino di campagna; i tanti brevi eventi/episodi (ho letto che sono 23) sono incatenati in sequenza per avere almeno un protagonista in comune, e molti sono i personaggi appaiono in più occasioni. Nel 1979 vinse il David di Donatello come miglior film straniero, presentato con titolo L’albero dei desideri. Consigliato.

Repentance (Tengiz Abuladze, Geo, 1984)

Si inizia con la morte del protagonista, un personaggio politico caricaturale frutto di una combinazione delle caratteristiche di Hitler, Mussolini, Stalin e il suo fido Beria (per oltre 20 anni a capo della polizia segreta e politico). A causa delle poco velate allusioni agli ultimi due (entrambe georgiani) il film fu bloccato per 3 anni e solo nel 1987, grazie alla glasnost di Gorbaciov, fu messo in circolazione in Unione Sovietica e anche all’estero. Divenne candidato all’Oscar per il suo paese (ma non fu incluso nel gruppo finale) e vinse il Golden Globe miglior film straniero e 3 Premi a Cannes, fra i quali il Gran Premio della Giuria assegnato all’unanimità. Ovviamente gran parte del film è composto da flashback, ma c’è anche una parte al limite del surreale con il cadavere che, dopo essere stato sepolto, riappare più volte. Quindi una dark comedy a tema politico, con vari spunti fantastici.

The Plea (Tengiz Abuladze, Geo, 1967)

Decisamente un film “troppo” artistico, con dialoghi sostituiti da versi, spesso ripetuti più volte, del poeta georgiano Vaja-Pshavela, vissuto nell’ultimo periodo dell’Impero Russo. Pur trattando temi interessanti che spaziano dalla faida all’ostracismo e dall’intoccabilità dell’ospite alla vendetta, la poca azione e la voce non sincronizzata rendono la visione impegnativa. Notevole senz’altro la fotografia (b/n) e la regia. Certamente di genere ben diverso dagli altri due e non destinato al grande pubblico.

mercoledì 13 novembre 2019

69° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (341-345)

Ancora 3 su 5 sono film di quest’anno, visti all’HIFF, ma anche Edmond (2018) si può considerare del 2019 in quanto è giunto nelle sale a gennaio. Completa il gruppo l’immancabile giapponese. Non è stato facile metterli in ordine di gradimento in quanto tutti i primi 4 mi sono piaciuti e tre di essi sono stati una vera sorpresa. Ho voluto mettere in testa le due commedie leggere (entrambe ben proposte, anche se il tunisino ha i suoi chiari limiti) e a seguire i due film drammatici, quindi più una scelta di genere che di reale valore. Arab Blues e And Then We Danced hanno dalla loro anche il fatto di offrire uno spaccato di società delle quali probabilmente sappiamo poco.

     

345  Edmond (Alexis Michalik, Fra/Bel, 2018) tit. it. “Cyrano mon amour” * con Thomas Solivérès, Olivier Gourmet, Mathilde Seigner * IMDb 7,4 RT 85%
Quasi tutti lo paragonano, in un certo senso a ragion veduta, a Shakespeare in Love in quanto se in quel caso il giovane autore del ‘600 doveva creare in poco tempo un lavoro già promesso e venduto e con teatro affittato per una certa data, qui la situazione è replicata in Francia a fine ‘800, Shakespeare diventa Rostand e invece di Giulietta e Romeo si deve mettere in scena Cyrano. In effetti trovai il film di Madden (1998) abbastanza noiosetto e pretenzioso senza lasciarmi impressionare dai 7 Oscar e 6 Nomination (in gran parte immeritati e non solo secondo me), questo è invece una commedia leggera molto più scoppiettante, piena di sorprese, divertenti personaggi ben caratterizzati, con bei costumi e bella ambientazione generale. Alexis Michalik non è solo il regista di Edmond, ma anche colui che nel 2016 ha scritto l’omonimo lavoro teatrale e poi ne ha curato sceneggiatura, dialoghi e adattamento per il grande schermo.
Fra i tanti personaggi estremamente singolari spiccano i due impresari/mafiosi corsi, il buttafuori (quel Dominique Pinon protagonista di Delicatessen e Amelie) e il singolare gestore del Café di fronte al teatro, uomo di colore e di gran cultura e generosità. Vengono anche inclusi artisti e scrittori dell’epoca quali Sarah Bernhardt, Checov e Georges Feydeau, interpretato dallo stesso Michalik.
Il film risulta essere uscito in Italia in aprile il che significa che dovrebbe essere facile recuperarlo, ma probabilmente difficile da trovarlo in sala. Comunque sia, lo consiglio … come al solito, meglio in versione originale francese.

342  Arab Blues (Manele Labidi Labbé, Tun/Fra, 2019) * con Golshifteh Farahani, Majd Mastoura, Aïsha Ben Miled * IMDb  6,8 RT 80%
Piacevole commedia, in parte drammatica, sui moderni scontri culturali in Tunisia, fra stereotipi, tante verità e argute prese in giro, sempre sotto l’ombra della sudditanza psicologica nei confronti della Francia. Una giovane psicoterapeuta tunisina rientra in patria dopo aver completato i suoi studi a Parigi. Si "scontrerà" con un ambiente pieno di pregiudizi e farà tante singolari e variegate conoscenze; inoltre dovrà gestire i suoi rapporti – non sempre facili – con gli zii e la loro figlia, con i quali condivide la grande casa, e dovrà avere a che fare con un onnipresente ligio poliziotto e con la burocrazia. Sul suo divano si accomoderanno tanti personaggi, alcuni per pochi secondi, altri diventeranno clienti abituali e ce ne sono di tutti i tipi.
Nonostante i forse troppi vuoti nella seconda parte, il film scorre bene, senza risparmiare nessuno nella sua rappresentazione sarcastica di questo spaccato di società tunisina, neanche la protagonista che giunge quasi sull'orlo dell'esaurimento. I difetti, fisime e fissazioni di ognuno dei personaggi vengono mostrati bonariamente, essendo tutti normali casi umani.
Nel suo piccolo, più che sufficiente. La protagonista di origine iraniana (Golshifteh Farahani) l'avrete forse notata in About Elly e Paterson (dove interpreta l'aspirante artista moglie di Adam Driver). Singolare trovare due canzoni di Mina nella colonna sonora, Città vuota in testa e Io sono quel che sono in coda.
Ottimo per passare un’ora e mezza spensierata, avendo un assaggio di un mondo poco presente nel cinema.

        

344  Sorry we missed you (Ken Loach, Ire/UK, 2019) * con Kris Hitchen, Debbie Honeywood, Nikki Marshall * IMDb  7,8  RT 77%
Ennesimo dramma proposto da Loach, questa volta, più che sociale, famigliare. Ancora una volta è Paul Laverty (autore fra l'altro di It's a Free World ..., Route Irish, The Wind that Shakes the Barley e del recente I, Daniel Blake) a fornirgli la sceneggiatura e quindi conoscendo il binomio, già si sa che tutto quello che può andare storto andrà storto; da questo punto di vista nessuna sorpresa. Più che buone le interpretazioni dei protagonisti, una coppia di onesti e volenterosi lavoratori che tuttavia non riescono a gestire a dovere la propria vita, né la loro routine famigliare e tantomeno il figlio adolescente a dir poco ribelle. Completano il quadro il dirigente (un po’ despota ma chiaro, assolutamente inflessibile)  della ditta di consegne pacchi per la quale lavora il protagonista e ed altri autisti, nonché le persone assistite dalla moglie.
Dopo il lento ma continuo crescendo di tensione si giunge ad un finale un po' incerto, sia per un improvviso e radicale cambiamento di atteggiamento (credibile? durerà?) sia per non proporre una conclusione chiara.
Questo è Loach ... impeccabile per raccontare drammi più o meno deprimenti, purtroppo basati su situazioni tutti i giorni sotto i nostri occhi, stavolta molto didascalico e quindi meno incisivo.
Consigliato se si sta nel giusto stato d’animo.


343  And Then We Danced (Levan Akin, Geo/Sve, 2019) * con Levan Gelbakhiani, Bachi Valishvili, Ana Javakishvili * IMDb  8,3 RT 92% * Candidato alla Queer Palm al festival di Cannes.
Delle tante repubbliche costituitesi a seguito dello smembramento dell'URSS, la Georgia è quella che sembra essere la più attiva o, quantomeno, quella che, con una certa regolarità, produce buoni film poi apprezzati in vari importanti Festival.
Questo di Akin è uno dei quelli, certamente ben realizzato sotto ogni punto di vista anche se c'è da dire che la sceneggiatura è basata su tanti rapporti al limite del credibile, non se presi singolarmente, ma nella combinazione proposta sì. In un triangolo amoroso con risvolti omosessuali, i protagonisti (allievi della accademia nazionale di danza) sembra che agiscano in preda alla passione senza minimamente curarsi delle conseguenze e dei danni che sono sempre dietro l'angolo, per pura stoltezza. Alcuni familiari e i maestri di ballo fungono da personaggi di contorno, ma certamente ognuno di loro, anche per le parti più brevi, è significativo nel contesto generale.
Buone nel complesso le interpretazioni e ottima la descrizione dell’ambiente, sia dentro che fuori l’accademia; coinvolgenti e ammirevoli le danze tradizionali georgiane e le musiche che le accompagnano.
Merita senz’altro una visione.

341  Storm Over the Pacific (Shūe Matsubayashi, Jap, 1960) aka "I Bombed Pearl Harbor" * con Toshiro Mifune, Yosuke Natsuki * IMDb  6,4
L’attacco a Pearl Harbor e la battaglia aereonavale di Midway, fondamentale svolta della WWII, viste da parte dei vinti. Questo secondo episodio è stato trattato da numerose pellicole, la più recente delle quali, diretta da Roland Emmerich, è arrivata pochi giorni fa nelle sale di mezzo mondo, in Italia è annunciata per il 27 novembre.
Questo film è storico anche per gli effetti speciali cinematografici in quanto per l’occasione i Toho Studios costruirono la loro enorme piscina (poi utilizzata per oltre 40 anni, fino ai Godzilla del XXI secolo) nella quale si creavano onde e si facevano navigare i modelli di navi.
Il film, come dicevo, è diviso in due parti ben distinte visto che i due eventi avvennero a distanza di 6 mesi. Gli effettivi scontri a fuoco sono relativamente pochi, Matsubayashi focalizza l’attenzione soprattutto sulle emozioni dei protagonisti giapponesi: comandanti, piloti, equipaggi delle navi.
Al di là di quanto detto, il film in sé non è particolarmente avvincente, anche se è da apprezzare il mea culpa dei nipponici che pur esaltano il valore e il coraggio dei propri combattenti.

Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire dal 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate su questo blog.