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martedì 27 dicembre 2022

Microrecensioni 356-360: cult che non hanno quasi niente in comune

 Mettendo in ordine cronologico le ultime visioni programmate per il 2022, sono capitati insieme per puro caso. Paesi di produzione ben diversi, generi di molto differenti, solo le date ne accomunano tre (anni ’80). La cinquina è composta da un kolossal epico giapponese, una commedia grottesca che in Argentina tutti conoscono, un cult maledetto americano, una produzione internazionale tratta da un romanzo di Umberto Eco, il famoso film di Herzog girato fra Ande e Amazzonia. Media rating IMDb di questo gruppo: 7,8!

 
Freaks (Tod Browning, USA, 1932)

Tod Browning, dopo aver lasciato l’agiata famiglia a 16 anni per unirsi (per amore) ad una compagnia di circensi, entrò nel mondo del cinema come attore apparendo in una cinquantina di corti fra il 1913 e il 1915, ma la svolta ci fu con la partecipazione allo storico Intolerance (1916) di D. W. Griffith; lasciò definitivamente la recitazione per dedicarsi alla regia preferendo i generi crime, mistery e horror. I suoi pochi film muti che ebbero un vero successo furono quelli con il formidabile Lon Chaney (The Unholy Three, 1925, e The Unknown, 1927 – meritano entrambi una visione) e poi divenne famoso per il suo Dracula (1931, il primo americano su tale personaggio), con Bela Lugosi. Forte della fama ottenuta si imbarcò nel folle progetto di Freaks, in origine lungo 1h40’ ma quasi immediatamente ridotto a un’ora circa a seguito delle proteste e dello scandalo suscitato non solo per aver mostrato tanti deformi (che impersonavano i buoni) opposti alla bellezza e alla forza dei cattivi, ma anche per aver inserito torture e addirittura vivisezioni (nelle parti tagliate). Praticamente da allora sparì dalla circolazione lavorando pochissimo ed in incognito, così come del film se ne persero quasi le tracce fino alla riproposizione 30 anni più tardi. Nel 1962, infatti, cominciò a circolare di nuovo ricevendo soprattutto il plauso delle nuove correnti europee e diventando di fatto un cult.

Aguirre, furore di Dio (Werner Herzog, Ger, 1972)

Altro film diventato una pietra miliare, sia per l’ambientazione, che per qualità nonostante il ridottissimo budget, per come fu realizzato in ambiente naturale ostile con una troupe tecnica di sole 8 persone, per l’incontro/scontro fra il regista e Klaus Kinski … due geni fuori di testa che avrebbero lavorato insieme in vari altri film fuori della norma. L’essenza della trama è tratta da una relazione di metà ‘500 relativa alla ricerca del mitico El Dorado; Herzog elaborò la trama estrapolando solo la parte in cui Lope de Aguirre, nel 1561, decise di ribellarsi a Filippo II re di Spagna e conquistare gran parte dell’America meridionali per sé. Spettacolari le scene sulle Ande, nella foresta amazzonica e sulle zattere discendendo i corsi d’acqua, tutte più o meno improvvisate, adattandosi alle situazioni. Per fornire una minima idea della follia del progetto (brillantemente portato a termine, con buona dose di fortuna), sottolineo che il budget fu di appena 370.000 dollari, di cui un terzo era la paga di Kinski. La troupe dormiva sulle zattere o accampamenti di fortuna, il bagno era la piccola capanna che si vede nel film, non c’erano controfigure; per le riprese fu utilizzata la mitica cinepresa rubata da Herzog alla scuola di cinema di Monaco … altro che megaproduzioni e effetti speciali generati da CGI!

  
Il nome della rosa (J. Jacques Annaud, Ita/Fra, 1986)

Questa megaproduzione richiese 5 anni di preparazione, la costruzione di una replica dell’abbazia di Rocca Calascio su un colle presso Fiano Romano (il più grande set esterno dopo Cleopatra, 1963), lunghissime selezioni per il cast per cercare attori dai volti inquietanti. Gli interni furono invece girati in una vera abbazia fondata nel XII secolo, quella di Eberbach in Germania. Basato sul primo romanzo di Umberto Eco (l’unico ad avere un adattamento cinematografico) non soddisfece l’autore perché non riuscì a proporre tutti i complessi temi trattati nel libro, ma questo è quello che succede normalmente (e ovviamente) quando si tenta di concentrare in un paio d’ore i contenuti di centinaia di pagine che trattano argomenti vari, dal potere temporale della Chiesa alla persecuzione dei presunti eretici, fra filosofia e Inquisizione, senza dimenticare la ricerca degli autori di misteriosi omicidi. Film certamente intrigante, che certamente avvince la maggior parte del pubblico più per il lato crime che per quello puramente culturale.

Esperando la carroza (Alejandro Doria, Arg, 1985)

Commedia grottesca classica argentina che ruota attorno ad un’anziana signora che nessuno dei figli vuole in casa propria e le nuore ancora meno. La coppia che all’inizio del film la ospita è in ristrettezze finanziare e con una figlia di pochi mesi da accudire. In crisi isterica, Susana (che è la nuora più giovane) si precipita quindi a casa dei cognati che aspettano anche gli altri cognati per un pranzo domenicale per implorare (o costringere) una delle altre coppie a farsi carico della suocera e alle accesissime discussioni si aggiunge la comunicazione di una tragica notizia. Da apprezzare in lingua originale (castigliano rioplatense). Tratto da un lavoro teatrale di successo, non fu immediatamente ben accolto ma col passare degli anni è diventato un vero cult anche perché propone uno spaccato sociale degli anni ’70-’80. Continua ad essere proposto in tv e ci sono addirittura gruppi di fan che periodicamente si riuniscono per replicare i dialoghi del film, vestiti come i suoi personaggi, nei luoghi in cui fu girato.

Kagemusha (Akira Kurosawa, Jap, 1980)

Pur essendo grande estimatore di Kurosawa, devo dire che i suoi kolossal non valgono i suoi noir, né i suoi film di samurai, pur essendo comunque molto superiori alla media. Si perde un po’ nelle tante riprese delle masse di soldati in continuo movimento, sempre con i loro bravi vessilli attaccati sulle spalle. Certamente spettacolari sono i costumi ma, al contrario, sembra ci sia poca cura per gli interni e spesso il ritmo della narrazione rallenta a tal punto da considerare che forse le tre ore di durata non fossero strettamente necessarie. Nomination Oscar miglior film straniero e scenografia, Palma d’Oro a Cannes.

mercoledì 14 dicembre 2022

Sostituzioni di persona ... fra realtà, letteratura e cinema

Fra i tanti autori che nel corso dei secoli e in varie forme si sono cimentati in questo tipo di storie più o meno misteriose, talvolta reali e/o irrisolte, si trovano personaggi di tutto rispetto. La scintilla che mi ha spinto a scrivere questo post è stata la visione di un bel film che recentemente è stato riproposto in Messico.

Después de la tormenta (1955) fu diretto da Roberto Gavaldón, su un soggetto (El Otro Hermano) di Julio Alejandro, fra gli sceneggiatori preferiti di Buñuel avendo scritto Nazarín (1959), Viridiana (1961), Simón del desierto (1965), Tristana (1970). Questo inusuale noir ambientato sull’isola caraibica Isla de Lobos, Veracruz, narra di due gemelli che escono a pesca ma, a causa di una improvvisa tempesta, ne ritorna solo uno, che sembra essere Melchor, ma sostiene di essere Rafael, e ognuna delle spose pensa sia suo marito. Non a caso i due fratelli sono interpretati dallo stesso attore (Ramón Gay) mentre le due donne sono in effetti le star (Marga López e Lilia Prado).

Storia simile, ma a fini economici e non sentimentali e dal punto di vista femminile, con un’attrice che impersona entrambe le protagoniste, è un precedente noir diretto da Gavaldón, La otra (1946), un classico della Epoca de Oro del Cine Mexicano. La star con doppio ruolo è Dolores Del Rio, il co-protagonista, Victor Junco. Di questo nel 1964 fu prodotto un remake (Dead Ringer, diretto da Paul Henreid) con Bette Davis e Karl Malden. Il soggetto (dell’americano Rian James) narra due gemelle solo in apparenza identiche, ma di caratteri opposti; chiaramente la cattiva tenta di prendere il posto dell’altra.

 

Ma non finisco qui, queste storie mi hanno riportato alla mente anche Il ritorno di Martin Guerre (Nomination Oscar, 1982, Daniel Vigne, Fra) adattato da The Wife of Martin Guerre (1941) scritto dall’americana Janet Lewis sulla base degli atti di un famoso processo del 1560 per sospetto furto d'identità, reale caso trattato anche Alexandre Dumas nella sua serie Les Crimes célèbres, 1839–1840.

L’intrigante tema delle riapparizioni sospette fu affrontato perfino da Bram Stoker, autore di Dracula, un personaggio emblematico della letteratura gotica. Il suo poco noto racconto The Coming of Abel Behenna (1893), è incluso nella collezione Dracula's Guest And Other Weird Stories e, chi volesse, lo può leggere scaricandone qui il testo originale in pdf.

 

Infine, tornando al cinema e pur essendo di tema solo parzialmente attinente, reputo opportuno citare L'enigma di Kaspar Hauser (3 Premi a Cannes, 1974, scritto e diretto da Werner Herzog) nel quale si descrive l’apparizione del misterioso personaggio che fu realmente trovato nel 1828 a Norimberga, interpretato dall’ineffabile Bruno S. (vale la pena leggere qualcosa sulla vita di questo attore per caso). In questo caso il dilemma era: si trattava di un povero sventurato quasi incapace o di un astuto impostore?

Ovviamente, di film e storie di gemelli che fingono di essere l’altra/o, o di impostori che provano ad assumere l’identità di altri ne sono a centinaia, ma questi citati sono certamente fra quelli di miglior qualità. Consiglio di approfondire  il tema e guardare e/o leggere almeno qualcuno dei succitati titoli.

martedì 25 ottobre 2022

Microrecensioni 301-305: cinquina di rarità

A uno storico film finlandese pieno di renne, seguono piccole protagoniste di etnie singolari, steppe mongole, tanta natura con spettacolari paesaggi e animali selvatici, un’area storico / religiosa afghana; chiude quello che è molto probabilmente il film meno conosciuto di Totò, ma leggete fino in fondo per sapere in compagnia di chi!

 

Buddha collapsed out of shame (Hana Makhmalbaf, Iran/Fra/Afg, 2007)

Figlia dell’apprezzato regista iraniano Mohsen Makhmalbaf (GabbehA Moment of InnocenceKandahar, …) è la più giovane regista di sempre in concorso al Festival di Venezia (a 14 anni), ma in precedenza, a 8 anni, aveva partecipato anche al Festival di Locarno con il suo primo corto. La protagonista è una fantastica bambina di 5 anni, serafica e imperturbabile ma soprattutto pertinace che vuole andare a scuola a ogni costo, cosa evidentemente difficile essendo della minoranza etnica hazara, da sempre osteggiata, se non perseguitata. La location è la valle di Bamiyan (Afghanistan) dove per ben 14 secoli (qualcuno dice 18) si sono potute ammirare due gigantesche statue di Buddha (alte rispettivamente 55 e 38 m, ricavate dalla viva roccia e quindi protette in una specie di nicchia) finché nel 2001 il Mullah Omar, sull’onda dell’iconoclastia talebana ne ordinò la distruzione. A causa della loro struttura (un solo pezzo di roccia) la cosa non fu per niente facile e ci vollero cannonate e cariche di dinamite per farle crollare. 


 

Il film è stato girato proprio di fronte alle enormi nicchie ormai vuote e nelle grotte scavate nei dintorni per accogliere monaci e pellegrini. Per dare un’idea della situazione (anche se non c’è alcuna reale violenza, neanche sottintesa, ma solo bullismo, anche da parte di alcune bambine) vi anticipo che i ragazzini giocano a fare i talebani che combattono contro gli americani e prendono in ostaggio le bambine che a volte vengono lapidate (sempre nel gioco, non vola neanche una pietra). Premiato a Berlino e a Roma.

The White Reindeer (Erik Blomberg, Fin, 1952)

Ambientato fra allevatori di renne, si tratta di un horror basato su una antica leggenda. Affascinanti distese innevate attraversate da innumerevoli renne e pochissimi umani, a volte sugli sci spingendosi con un solo bastone (stile telemark), a volte seduti in caratteristiche pulka, una specie di slittini a forma di barchetta con la prua rialzata e schienale diritto a poppa, trainate proprio da una renna. 

Storia lineare e semplice, ma ben narrata, che consente anche di apprezzare i fantastici paesaggi, le mandrie di renne, il modo di catturarle, la tecnica sciistica e quella di conduzione delle pulka, lo stile di vita di quella popolazione. Unico film finlandese ad essere stato premiato con un Golden Globe; pellicola originale restaurata e digitalizzata 4k. 

 

The Cave of the Yellow Dog (Byambasuren Davaa, Ger/Mon, 2007)

Visto che c’è una trama, si colloca fra fiction e documentario, ma i soli attori (non contando un paio di comparse e una solitaria anziana che ha un piccolo ruolo) sono i reali componenti della famiglia Batchuluun, pastori nomadi mongoli. Giovane coppia composta dai genitori, due figlie di 6 e 4 anni, un figlioletto di 2. 


Altro film di grande interesse etnografico, con esterni spettacolari nelle grandi pianure semidesertiche della Mongolia. La narrazione alterna momenti di vita familiare, dentro e fuori la classica yurta (che alla fine si vede anche come viene smontata per spostarsi in un'altra località), e scene di vita con gli animali. Il titolo si riferisce ad una leggenda raccontata dall’anziana che aveva accolto la ragazzina che, per cercare il cane che aveva adottato contro il parere del padre, era stata colta da un temporale. Veramente interessante, e in un certo senso divertente, il film porta lo spettatore nel fantastico ambiente rurale centro-asiatico. Ai vari Premi ottenuti dal film, si aggiunge quello a Cannes andato al cane Zochor.

Le dernier loup (Jean-Jacques Annaud, Chi/Fra, 2015)

Molto ben filmato come era lecito aspettarsi da Annaud, soffre di una sceneggiatura, nonostante sia tratta da un bestseller cinese, non evidenzia una direzione precisa, lasciando nel vago sia i rapporti uomo / animale e predatori / prede, sia le ragioni politiche e le ragioni economiche che si confrontano con la tradizione. Veramente ottime le singole riprese, ma chiaramente montate senza continuità; i lupi mongoli che si vedono nel film erano stati specificamente addestrati dallo staff di Annaud. Anche il commento sonoro è di ottimo livello, ma il film, nel complesso, resta tuttavia sufficiente e comunque nettamente inferiore ai precedenti tre sopra recensiti.

L'uomo, la bestia e la virtù (Steno, Ita, 1953)

Dulcis in fundo, ecco una vera rarità che però niente ha a che vedere von terre lontane, natura selvaggia e etnie poco conosciute, ma ha la particolarità di mettere insieme grandi nomi che nessuno si aspetterebbe di vedere accomunati. I protagonisti del film sono il più famoso commediante italiano del dopoguerra (Totò), un grande attore e regista di indiscussa fama mondiale (Orson Welles) e la star francese dell’epoca Viviane Romance (protagonista dell’eccellente Panique, 1946, di Julien Duvivier), diretti da un regista di valore come Steno, specializzato nel genere comico – popolare, che interpretano un adattamento di una commedia di Pirandello! Meraviglia quindi che pochissimi conoscano questo film ma c’è una ragione ben precisa: appena dopo l’uscita nel 1953, fu ritirato dalla circolazione poiché gli eredi di Pirandello ritennero che la sceneggiatura avesse stravolto il senso originale della commedia, rendendola troppo farsesca. Fu rimesso in circolazione dopo ben 40 anni (1993), ma da allora conta pochissimi passaggi in televisione, oltretutto nella versione b/n (l’originale era a colori), e praticamente non è mai arrivato nelle sale. Interessante anche l’ambientazione a Cetara, quando era ancora un piccolo approdo di pescatori della Costiera Amalfitana, non ancora assurto a fama mondiale con la sua colatura di alici DOP, peraltro prodotto storico con origini risalenti all’epoca romana. I protagonisti sono un professore (Totò, l'uomo), un comandante di nave sempre lontano da casa (Welles, la bestia) e la moglie di quest’ultimo (Romance, la virtù) ma anche amante (incinta) del primo.

domenica 2 ottobre 2022

Microrecensioni 281-285: Orson Welles, attore e/o regista

I 5 film sono fra i meno conosciuti di Orson Welles, pur essendo alcuni di essi ottimi. Due sono ufficialmente diretti da Welles, ma uno è riassemblato da altri e uno è stato disconosciuto per i troppi tagli eseguiti dalla produzione senza autorizzazione. In uno dei suddetti è anche protagonista, nell’altro solo regista; negli altri 3 è solo attore.

 
Mr Arkadin (Orson Welles, USA, 1955) aka Confidential Report

Altro film di Orson Welles non certificato dal regista. Visto che è fra i meno conosciuti, eppure eccellente, è bene chiarire che del film non esiste alcun director’s cut. Lo stesso Welles raccontava a Peter Bogdanovich di non aver mai deciso come iniziare il film, né come concluderlo. La versione che ho visto, e che raccomando, è quella Criterion, montata nel 2006 da due giovani cineasti (Claude Bertemes, Cineteca di Lussemburgo, e Stefan Drössler, Munich Film Museum), con la collaborazione di Jonathan Rosenbaum e Peter Bogdanovich (prima che regista, storico e critico cinematografico). Il dvd contiene molti extra fra i quali un documentario di una ventina di minuti nel quale vengono spiegati chiaramente i criteri secondo i quali è stato ri-montato il film dopo aver analizzato le 5 diverse versioni conosciute, includendo tutte le scene e battute che compaiono in almeno una di esse, diventando quindi più lungo di qualunque altra versione. La storia è ambientata in una serie di luoghi ben distinti quali Napoli, Parigi, Londra, Amsterdam, Monaco, Costa Azzurra, Svizzera, numerose località spagnole e, fuori Europa, a Tangeri e Messico) e gli avvenimenti sono stati proposti talvolta in ordine diverso. Il marchio di fabbrica di Welles, le riprese dal basso, qui diventano spesso quasi verticali e ce ne sono anche dall’alto verso il basso; i suoi primi piani grazie non solo alla sua indiscussa bravura di attore, ma anche al lavoro del direttore della fotografia Jean Bourgoin (Oscar per il b/n nel 1963, The Longest Day) sono davvero inquietanti e rendono alla perfezione il personaggio nel gioco del gatto con il topo. L’uso delle luci e delle ombre come nelle scene iniziali nelle quali un uomo corre ma la sua ombra resta proiettata sulla stessa limitata superficie, dei tanti sguardi diretti nell’obiettivo e delle tante inquadrature con orizzonte inclinato sono senz’altro originali e talvolta innovative. In questo film c’è tanto del genio dell’ineffabile attore / soggettista / sceneggiatore / regista Orson Welles.

Compulsion (Richard Fleischer, USA, 1959) tit. it. Frenesia del delitto

Truccato da settantenne (all’epoca aveva solo 44 anni) Orson Welles appare nelle vesti dell’avvocato difensore dei due veri protagonisti solo ben oltre la metà del film e tuttavia si impone come interprete principale sui pur ottimi comprimari. L’arringa finale è un eccelso esempio di recitazione, ma le sue qualità di vero attore (sia teatrale che cinematografico) erano già ben note e non c’è critico che dissenta in merito alla sua bravura. Fleischer fa un ottimo lavoro alternando tempi e dettagli da thriller a discussioni filosofiche mediante le quali descrive la psiche disturbata della coppia di giovani criminali passando dalle scene di vita studentesca a quelle dell’aula di tribunale. Occhio alle inquadrature degli occhiali! Non mi dilungo a raccontare i particolari, in rete potrete trovare trame succinte e alcune analitiche, scena per scena. Mi preme segnalare che, oltre alla versione comune di 103minuti, se ne trova un’altra di 121’, alla quale manca solo The End (l’ultima battuta del film è compresa). Agli interessati consiglio certamente questa in quanto, anche se nella versione ridotta probabilmente sono state tagliate scene reputate di minore importanza, sono due ore di ottimo cinema che appassiona, con magistrali interpretazioni e una buona sceneggiatura che vagamente riprende un vero crimine del 1924 e successivo processo, con punti in comune anche ad uno italiano relativamente recente. Da non perdere!

  
Man in the Shadow (Jack Arnold, USA, 1957)

Molto poco conosciuto, è praticamente un western moderno, con tutta la struttura di quelli più classici ambientati un secolo prima. Orson Welles interpreta un ricchissimo proprietario terriero, allevatore con oltre 400 messicani ingaggiati più o meno illegalmente, certamente un despota che detta legge anche al di fuori del suo enorme ranch. Ma un giorno i suoi scagnozzi esagerano nel punire un ragazzo e lo uccidono. Un amico della vittima li vede e li denuncia allo sceriffo onesto che, contro il parere di quasi tutta i cittadini che in un modo o nell’altro dipendono economicamente dal latifondista, cerca di scoprire la verità, praticamente da solo, fra minacce, attentati e agguati. Il film non è male, a metà strada fra il genere crime e il western, certamente impreziosito dall’interpretazione di Welles, ma dalla trama piuttosto scontata.

The Long, Hot Summer (Martin Ritt, USA, 1958)

Basato su 3 diversi racconti di William Faulkner, premio Nobel per la letteratura nel 1947, per il contributo al moderno romanzo americano. Le sue storie sono ambientate per lo più nel profondo sud e, come in questo caso, in particolare nel Mississippi, stato nel quale passò gran parte della sua vita. Anche qui è truccato (male) da 61enne (all’epoca aveva solo 43 anni), Orson Welles non convince più di tanto, cosa che i più giustificano per il fatto di dover girare d’estate, con un caldo umido insopportabile. Perciò, stranamente, non fu la sua l’interpretazione più significativa del film come spesso accadeva, in quanto superata da quelle di Paul Newman (miglior attore a Cannes) e Joanne Woodward. Intrigante trama che vede un intraprendente avventuriero in fuga (Newman, accusato di incendio doloso) che riesce a inserirsi negli affari e nella famiglia del latifondista e proprietario di varie attività della cittadina (Welles), vedovo con due figli per lui alquanto problematici e assolutamente insoddisfacenti. Un finale poco convincente non rovina più di tanto il film.

The Magnificent Ambersons (Orson Welles, USA, 1942)

Un (quasi) film di Orson Welles, ufficialmente successivo a Citizen Kane (ma in mezzo c’è Journey into Fear, per il quale O. W. è uncredited). Ho scritto “quasi” in quanto anche questo secondo film con la RKO-Mercury ebbe i suoi problemi; il primo montaggio fu giudicato troppo lungo e così, approfittando dell’assenza di Welles (in Europa), la produzione tagliò molte scene accorciandolo di ¾ d’ora e cambiò il finale (ri-girato da Robert Wise), tanto che al suo ritorno il regista disconobbe il film. Le parti mancanti si conoscono solo dalla sceneggiatura definitiva, non esiste più alcuna immagine. Il film affronta vari temi simili a quelli di Citizen Kane, magioni esagerate, potere, presunzione e arroganza derivante da ricchezza che, anche in questo caso, non è sinonimo di vera felicità. Le ottime interpretazioni vengono esaltate dalla fotografia di Stanley Cortez (quello di The Night of the Hunter,1955) e dalle inquadrature scelte da Welles, poco convenzionali per l’epoca, dai piani sequenza alle riprese dal basso. Anche se si resta un po’ con l’amaro in bocca per non poter sapere come terminava la versione di Orson Welles, il film merita senz’altro un’attenta visione.  Singolare la scelta dei titoli di coda letti dallo stesso O.W., con il regista citato per ultimo (come si è soliti fare nei titoli di testa). 4 Nomination Oscar (miglior film, Agnes Moorehead non protagonista, fotografia e scenografia).

domenica 25 settembre 2022

Microrecensioni 276-280: comedias negras di Berlanga e drammi di J. A. Bardem

Come burlare la censura franchista … fra i maestri di questa attività, oltre ai due registi menzionati nel titolo del post è indispensabile citare Rafael Azcona, frequente collaboratore di Berlanga (fra quelli di questo gruppo per Placido e per El verdugo), ma anche di Marco Ferreri che proprio in Spagna diresse El pisito (1958) e El Cochecito (1960), scritti a quattro mani con lui. Una analisi di alcuni di questi film, ottimi esempi di come arguti e abili registi riuscirono a aggirare la censura del regime del Caudillo Francisco Franco barcamenandosi fra realismo e commedia, è ben esposta nel saggio Disidencia en el franquismo

 

Placido
(Luis Berlanga, Spa, 1961)

Secondo film spagnolo candidato Oscar fra gli stranieri, dopo il drammatico La venganza di Bardem (1959). Scoppiettante comedia negra che più negra non si può, quasi in tempo reale, nel senso che tutti gli eventi avvengono durante una concitata vigilia di Natale in una cittadina di provincia. Il protagonista, Placido, utilizza il suo motociclo a 3 ruote per qualunque lavoro, trasportando cose, persone e perfino un morto. Per questo giorno speciale il motocarro è abbellito con ghirlande per essere di appoggio ad una manifestazione di beneficenza che vede impegnate alcune attrici venute dalla capitale e messe all’asta per averle come ospiti per la cena della vigilia. Oltre ai soldi così raccolti per beneficenza, gli organizzatori hanno previsto che famiglie benestanti ospitassero un indigente (povero, senzatetto o anziano dell’ospizio). In questo ambito inizia, e prosegue fino al termine, il dramma di Placido che deve pagare una cambiale per non farsi pignorare il veicolo. In questa storia Berlanga e Azcona hanno dato libero sfogo alla loro geniale fantasia e satira creando tante situazioni diverse nelle quali appaiono una miriade di personaggi reali ma tendenti al grottesco, prendendo in giro (per quanto consentito dalla censura) le ipocrisie del perbenismo, della religione e della burocrazia nei confronti dei meno fortunati. Film da guardare e ascoltare con attenzione poiché ogni gesto, ogni sguardo e ogni parola è significativo. Nomination Palma d’Oro a Cannes.

El verdugo (Luis Berlanga, Spa, 1963) tit. it. La ballata del boia

Un film geniale realizzato alla perfezione, ancor più pregevole se si considerano ambiente e periodo storico, ma gran merito va senz’altro attribuito agli sceneggiatori (lo stesso Luis Berlanga e il sempre sorprendente Rafael Azcona, con la collaborazione ai dialoghi di Ennio Flaiano). Senza dire troppo della trama, voglio comunque accennare a questa storia di un necroforo (evitato dai più) che si innamora della figlia del boia (e per questo evitata da tutti). Queste sono le ottime premesse per un eccezionale comedia negra in puro stile latino. Per questioni familiari, economiche e sociali, l’anziano verdugo vuole che il genero (assolutamente contrario ad ogni forma di violenza) prenda il suo posto. Per amore José Luis Rodríguez (Nino Manfredi) arriverà, seppur controvoglia, alla sua prima esecuzione? Grazie a questa incertezza, la seconda parte del film diventa quasi un thriller. Fra i protagonisti si fanno notare anche l’ineffabile José Isbert, Emma Penella, l’onnipresente José Luis López Vázquez. Premio FIPRESCI e Nomination Leone d’Oro a Venezia.

  
Bienvenido Mr. Marshall (Luis Berlanga, Spa, 1953)

Questo è un film cult apprezzato anche oltreconfine per la furbizia e l’acume con i quali riuscì a rappresentare personaggi, mestieri, ambiente e i vari responsabili dei poteri senza incorrere in troppi ostacoli, che comunque ci furono. La cosa non era facile in quanto nel film compaiono il Delegado General (portavoce delle disposizioni della dittatura), l’alcalde, il parroco, l’hidalgo senza un soldo ed eterno bastian contrario; si parla anche (come intuibile dal titolo) del non sempre efficace Piano Marshall e quindi degli americani ... che protestarono per l’allusione di una bandiera portata via dalla corrente. Durante i primi 7 minuti la voce narrante di Fernando Rey mostra i vari ruoli dei protagonisti, ma descrive anche le attività di farmacista, maestra e allievi, autista della corriera, barbiere, impresario con cantante al seguito, banditore con l’immancabile trombetta e via discorrendo. L’ora e poco più del resto del film è pieno di battute sagaci ed equivoci, fino ad arrivare al mesto eppure significativo finale. L’unica parte secondo me discutibile è quella onirica, nella quale Berlanga mostra sogni e incubi dei vari protagonisti durante la notte prima dell’arrivo degli americani. Spunti geniali si alternano a idee banali e talvolta scontate. Bienvenido Mr. Marshall si rifà in parte al neorealismo, ma all’epoca non si poteva eccedere in quanto era assolutamente proibito di mostrare povertà e situazioni disdicevoli per il governo, ma c’è anche un evidente omaggio al cinema classico russo con un perfetto piano Pudovkin (folla di persone con cappelli, ripresi di spalle). 2 premi e Nomination al Gran Prix a Cannes.

Muerte de un ciclista (Juan Antonio Bardem, Spa, 1955) tit.it. Gli egoisti

Dramma psicologico che colpisce una coppia di amanti della ricca borghesia dopo che questi hanno investito e ucciso un ciclista, lasciandolo sul posto (non è uno spoiler, è la prima scena). Il rimorso e dubbi che li attanagliano, aggravati da un vago tentativo di ricatto di una comune conoscenza, li portano sull’orlo di una crisi di nervi. Molto ben girato, il film include una scena a mio parere esemplare dal punto di vista didattico: durante una festa il possibile ricattatore parla separatamente con il marito della donna, con questa e con il suo amante, ma non si percepisce una sola parola. Eppure le sensazioni sono perfettamente descritte con una serie di primi piani e sguardi che i 4 a turno si scambiano, comunicando preoccupazioni, minacce, dubbi, cenni di complicità. Essenza del cinema, altro che effetti speciali. Juan Antonio Bardem (nato in una famiglia di attori e cineasti, zio di Javier) ha diretto vari film notevoli, e ne ha sceneggiato molti altri, anche questi di buon livello.

Calle Mayor (Juan Antonio Bardem, Spa, 1956)

In questo dramma neorealista, più che la vena drammatica risalta quella amara in quanto niente di ciò che accade è ineludibile o dovuto a pura sfortuna, ma è conseguenza della superficialità, dei vincoli del conformismo e soprattutto della cattiveria umana e della mancanza di principi morali. Un tardivo ripensamento del protagonista non riuscirà a sanare la situazione, ormai spinta troppo all’estremo, e quindi qualunque “soluzione” lascerà conseguenze per niente piacevoli, forse disastrose. L’ambiente è quello di una cittadina qualunque, in una qualunque regione con differenti problemi sociali (come dice la voce narrante all’inizio del film); i vitelloni locali, nullafacenti, perditempo e privi di alcuna considerazione per gli altri (la scena iniziale è eloquente). Per prendere in giro una zitella, nei suoi confronti architettano un piano forse peggiore del bullismo, l'illudono per poi umiliarla ... situazione certo sfruttata anche in altri film, di solito conseguenza di stupide scommesse. Betsy Blair (Nomination Oscar per Marty, 1954) qui, stranamente, interpreta di nuovo la zitella di buona famiglia e sani principi, ma in questo caso, dopo essersi illusa di aver trovato l'amore della vita dovrà presto ricredersi. Ottima la sceneggiatura (dello stesso Bardem) che, oltre a rappresentare egregiamente un certo tipo di società piccolo-borghese di provincia, inserisce anche vari espliciti riferimenti alla censura spagnola e anche al famoso Hays Code americano. Per aver preso posizione contro la censura, Bardem fu arrestato proprio mentre girava Calle Mayor ... qualcuno dice che il fatto lo aiutò ad avere successo internazionale. Presentato al Festival di Venezia, ottenne 3 Premi e fu preso in seria considerazione per l’attribuzione del Leone d’Oro, che tuttavia quell’anno non fu assegnato.

sabato 3 settembre 2022

Microrecensioni 256-260: fra i migliori neo noir (anni 1986-95)

Dopo aver guardato i 4 neo noir di David Lynch, sono andato a scavare nelle liste di film dello stesso genere che si trovano in rete. Scartando quelli visti di recente e quelli che non mi convincevano sono comunque riuscito a estrapolare 15 titoli che ho cominciato a guardare in ordine cronologico. Quindi questa è la prima di tre cinquine di neo noir, quasi tutti i film vantano ottimi rating e tanti premi, fra i quali anche vari Oscar.

 
Se7en (David Fincher, USA, 1995)

David Fincher è uno di quei registi che produce poco (18 film in oltre 30 anni) e, nonostante tanti successi (Fight Club, Zodiac, The Game …) e 3 Nomination Oscar (Benjamin Button, The Social Network e Mank), è poco conosciuto. Questo film si trova addirittura al 19° posto della classifica IMDb dei migliori film di tutti i tempi. La sceneggiatura è ottima e, anche se spesso propone scene a dir poco raccapriccianti, mantiene sempre viva l’attenzione del pubblico con tanti twist e colpi di scena nonostante il passo apparentemente lento. Alla qualità complessiva del film contribuiscono, e non poco, le interpretazioni di Morgan Freeman e Brad Pitt (protagonisti) e quella di Kevin Spacey sebbene relegato in una breve parte nel finale. Un detective a pochi giorni dal pensionamento e uno appena arrivato (inizialmente in contrasto fra loro) uniscono le loro forze quando si rendono conto di avere a che fare con un sadico serial killer che agisce secondo un suo piano preciso. Bestiale il finale sia dal punto di vista cinematografico che da quello della perversa logica del criminale. Nomination Oscar per il montaggio. Film da non perdere, ma non per stomaci deboli.

Mona Lisa (Neil Jordan, UK, 1986)

Produzione inglese, con un ottimo cast autoctono che conta su star come Michael Caine e soprattutto Bob Hoskins (Nomination Oscar come protagonista, premiato come miglior attore anche a Cannes, BAFTA e Golden Globes), ma c’è anche il caratterista Robbie Coltrane, quello che ormai tutti conoscono come il Rubeus Hagrid di Harry Potter. Singolare trama che vede un tracagnotto uomo di mezza età appena uscito di galera diventare l’autista personale di una call girl di colore che frequenta ambienti ben diversi di quelli ai quali lui era abituato. Tante sono le cose che vengono fuori e George (Bob Hoskins, l’autista) avrà modo di dimostrare la sua devozione alla sua (non ufficialmente) protetta. A farne le spese saranno vari uomini che tenteranno di infastidirla o addirittura minacciarla. Un film che procede in crescendo, secondo uno schema per niente tradizionale. Interessante visione.

  
House of Games (David Mamet, USA, 1987)

Anche in questo film ci sono psicologi, ma stavolta hanno a che fare con truffatori professionisti invece che con i soliti assassini psicopatici. La psicologa di turno entra in contatto con un giocatore di poker al quale un suo paziente deve una cospicua somma. Visto il suo interesse professionale, il truffatore e i suoi complici le mostrano una serie di imbrogli, dai più semplici e diretti a quelli organizzati con messe in scena che necessitano più persone. Restando affascinata da quell’ambiente, si trova poi implicata in una frode mirata ad ottenere una grossa somma di denaro. Non si contano le sorprese e i rovesciamenti di situazioni, fino ai colpi di scena finali. Bravi i protagonisti, pochi dei quali sono attori noti al grande pubblico; 4 premi a Mamet a Venezia e Nomination Leone d’Oro

True Romance (Tony Scott, USA, 1993)

Film in tipico stile tarantiniano, sceneggiato dallo stesso Quentin Tarantino, ma lungi dall'essere a livello dei migliori diretti dai suoi adepti (p. e. vari di Rodriguez). Può essere interessante sapere che è parte di una sceneggiatura molto più lunga, l’altra parte è stata lo script di base per Natural Born Killers (1994). True Romance parte discretamente, si affloscia, si riprende con il duetto fra Dennis Hopper e Christopher Walken, per poi riperdersi prima di giungere allo scoppiettante finale splatter. All'epoca, Scott doveva essere un tipo molto apprezzato a Hollywood, almeno socialmente, per essere riuscito a coinvolgere tanti attori noti che certo hanno partecipato più o meno a titolo di amicizia. Oltre i due succitati, appaiono più o meno brevemente altri che certamente non avrebbe potuto permettersi con il suo budget: Brad Pitt, Gary Oldman, Samuel L. Jackson, Val Kilmer ...  Christian Slater e Patricia Arquette sono invece i protagonisti, ma non convincono. A tratti divertente e originale, guardabile ma secondo me sopravvalutato ... non vale il 7,9 di IMDb né il 93% di RottenTomatoes.

Manhunter (Michael Mann, USA, 1986)

Ancora detectives, psicologi e psicopatici in questo film, il primo basato sul romanzo Red Dragon (1981, di Thomas Harris), che solo dopo il successo di The Silence of the Lambs (1991, di Jonathan Demme, 5 Oscar), adattato dallo stesso libro, è stato parzialmente rivalutato dopo essere passato quasi inosservato all’uscita. Qui Hannibal Lektor è interpretato da Brian Cox che certo non può competere con la famosa performance di Anthony Hopkins nel 1991, nei panni di Hannibal Lecter. Effettivamente, chi li ha visti entrambi non potrà che preferire il secondo, sotto ogni punto di vista, ma oggettivamente Manhunter non è malvagio.

martedì 30 agosto 2022

Microrecensioni 251-255: neonoirs, 4 di David Lynch

Cineasta apparentemente poco prolifico, con appena 12 lungometraggi (10 con sua sceneggiatura) dal ’77 ad oggi, ma al contrario non lo è assolutamente se si aggiungono una trentina di corti e le tante serie televisive, la più nota delle quali è Twin Peaks e la più recente Weather Report (ben 152 episodi), ma è anche annunciata Unrecorded Night della quale sono già pronte 13 puntate. Caratteristiche di David Lynch sono le sempre ottime colonne sonore, di vario genere, ma con pezzi sempre molto ben scelti, la fotografia molto curata con gran prevalenza di sfondi scuri, non disdegna certo parti erotico-sensuali, il montaggio molto meticoloso che riesce a mettere insieme le storie principali con vari sub-plot che talvolta, a prima percezione, sembrano aver ben poco a che fare con i protagonisti. In quanto a violenza, humor nero e spargimenti di sangue talvolta viene accostato a Quentin Tarantino ma rispetto a questo è certamente molto più elegante e raffinato. Certamente differenti per struttura e (sottilmente) genere, tutti e 4 i film di Lynch meritano la visione.

 
Mulholland drive (David Lynch, USA, 2001)

Comunemente riconosciuto come miglior film di Lynch, per quanto enigmatico e criptico possa essere … Nomination Oscar per la regia, miglior film dell’anno e del decennio per Cahiers du Cinéma, miglior regia (alla pari con The Man Who Wasn't There di Joel Coen) e Nomination Palma d’Oro a Cannes e un’altra 50ina di Premi e altrettante nomination. Cinematografia molto raffinata per una storia che ha fatto scervellare parecchi spettatori nel tentativo di mettere insieme i vari pezzi della storia, i particolari e personaggi sparsi qua e là, che apparentemente scompaiono e poi riappaiono, a volte con altri nomi e differenti ruoli. Non a caso in rete si trovano tante pagine dedicate specificamente all’interpretazione del film, ma non mancano voci discordanti … certamente una sceneggiatura molto interessante ma che lascia perplessi, specialmente alla prima visione. Un film da non perdere, ma per apprezzarlo lo si deve guardare con grande attenzione altrimenti veramente non si capisce niente!

Blue Velvet (David Lynch, USA, 1986)

Indagine personale di un intraprendente (aggiungerei molto imprudente) giovane che coinvolge nella sua fissazione per la ricerca della verità la figlia di un detective e si trova a doversi confrontare con pericolosi criminali. La parte investigativa avvicina il film al genere crime anche se il coinvolgimento della polizia è marginale. Sceneggiatura come al solito sorprendente, nella quale si inseriscono personaggi molto particolari, interpretati brillantemente da Isabella Rossellini, Dennis Hopper e Dean Stockwell. Nomination Oscar per la regia

   
Wild at Heart (David Lynch, USA, 1990)

Questo è più vicino al genere dark comedy che vero e proprio neo noir. Essendo popolato da personaggi a dir poco grotteschi a cominciare da quello del sempre bravo Willem Dafoe. Il cast comprende anche Diane Ladd (Nomination Oscar non protagonista), Harry Dean Stanton, di nuovo Isabella Rossellini e Laura Dern (che anche qui non convince) e Nicolas Cage (interpretazione veramente scadente, come spesso gli accade). Due giovani amanti vengono perseguitati dalla madre di lei, assolutamente contraria al rapporto, apparentemente solo per mancanza di stima ma pian piano nel corso del film verranno alla luce ben altri motivi. Palma d’Oro a Cannes

Lost Highway (David Lynch, USA, 1997)

Incentrato su storie parallele, vale a dire classico caso di doppelganger o sosia (entrambe interpretate da Rosanna Arquette). Al limite del surreale e fantasy, fra i piccoli ma fondamentali ruoli cari a Lynch troviamo un misteriosissimo personaggio interpretato dal piccoletto Robert Blake che ebbe il suo breve periodo di gloria una cinquantina di anni fa come protagonista del primo adattamento del noto lavoro di Truman Capote In Cold Blood (1967, Richard Brooks, 4 Nomination Oscar) e poi con Electra Glide (1973, James William Guercio, Palma d’Oro a Cannes). Il film si sviluppa quindi quasi con due cast differenti e storie apparentemente ben distinte se non fosse per la straordinaria somiglianza delle due giovani donne e il “personaggio misterioso”. Terzo miglior film dell’anno per Cahiers du Cinéma.

To live and die in L.A. (William Friedkin, USA, 1985)

Questo è stato il primo della cinquina, l’avevo visto vari decenni fa e avevo curiosità di guardarlo di nuovo, ma alla fine sono rimasto deluso, lo ricordavo migliore. William Friedkin non è certo regista da poco avendo diretto The French Connection (aka Il braccio violento della legge, 1971, 5 Oscar e 3 Nomination) e The Exorcist (1973, 2 Oscar e 8 Nomination), ottenendo l’Oscar nel primo caso ma solo la Nomination nel secondo. Questo poliziesco si presenta però come un’americanata con inseguimenti impossibili nel famoso L. A. River (attualmente un grande canale cementato, visto in tanti film) e lungo le autostrade di Los Angeles, anche contromano nonostante il traffico. I detective protagonisti si comportano spesso in modo insulso e vista la loro incapacità ci si meraviglia come siano ancora vivi, visto che hanno a che fare con criminali senza scrupoli della peggior specie. Si può evitare la visione.

lunedì 15 agosto 2022

Microrecensioni 236-240: misto a buona prevalenza francese

Anche se il titolo non è chiarissimo, intendo dire che i tre francesi (tutti del secolo scorso) sono i migliori del gruppo, graditi come il vino … il più vecchio è anche il migliore in assoluto. Nel complesso, del cult horror giapponese avevo appreso da Twitter, l’americano era proposto da MUBI e raccomandato da RT (92%) ma è stato molto deludente, come anticipai ho voluto ri-guardare Le corbeau dopo averne visto il remake americano (The 13th Letter), ho aggiunto uno dei migliori film di Melville (altro regista francese di oltre mezzo secolo fa, poco conosciuto) e ho concluso con un terzo francese che non conoscevo, ma ho trovato su raccomandazione di BFI e Criterion Collection, nonché della Palma d’Argento per la regia a Cannes, 100% su RT e 237° posto nella classifica migliori film di tutti i tempi di IMDb.

 
Le corbeau (Henri-Georges Clouzot, Fra, 1943)

Guardato vari anni fa, non ne ricordavo ogni particolare, ma certamente la qualità. A pochi giorni di distanza dall’aver visto il remake americano, ho potuto notare che tante scene (compresi i dialoghi) sono riproposte pedissequamente, ma anche che vari dettagli mancano e che il finale è proposto in modo diverso, pur mantenendo i contenuti. Questo mystery drammatico si basa sulla ricerca di un misterioso corvo che con le sue tante lettere anonime indirizzate a persone diverse riesce ad avvelenare i rapporti in un'intera cittadina di provincia creando scompiglio nelle famiglie e fra amanti, facendo sorgere sospetti in tutti, causando un suicidio, infinite gelosie e tentativi di aggressioni. Fino all'ultima scena, nonostante in vari momenti possa sembrare che tutti gli indizi puntino in una chiara direzione, il corvo riuscirà a non farsi scoprire. Ottima regia da classico noir francese, supportata da un ampio e variegato cast, con tanti attori poco noti che tuttavia interpretano perfettamente i rispettivi ruoli. Una menzione particolare la merita anche il direttore della fotografia Nicolas Hayer. Da non perdere!

Le samouraï (Jean-Pierre Melville, Fra, 1972)

Disavventure di un killer professionista parigino (un Alain Delon dal volto impassibile e impenetrabile ma non per questo inespressivo), un lupo solitario che nonostante tutte le precauzioni viene visto chiaramente subito dopo un omicidio. Anche se lo zelante commissario nutre forti sospetti su di lui, la testimone nega di riconoscerlo e così, dopo un lungo interrogatorio è costretto a rilasciarlo. Qui comincia un lungo gioco di gatto e topo, complicato dal fatto che il killer vuole avere un confronto con i misteriosi mandanti dell’assassinio. Ritmo lento, implacabile, con lunghi inseguimenti nella metro parigina, furti d’auto e qualche altro scontro a fuoco. Tutti gli attori si calano perfettamente nei rispettivi personaggi. Tempi rigorosi, riprese interessanti e giusto ritmo tengono sempre viva l’attenzione dello spettatore fino al singolare finale. Ma anche la scena iniziale è assolutamente notevole con un’inquadratura fissa di una stanza apparentemente vuota e avvolta nella semioscurità finché non appare un fil di fumo che distoglie l’attenzione da un ritmico cinguettio. Pochissimi i dialoghi, chi si sente di più è l’uccellino in gabbia, nella stanza del killer, la cui salute segue di pari passo la situazione sempre più critica nella quale si trova il Samurai.

  
La haine (Mathieu Kassovitz, Fra, 1995) tit. it L'odio

La storia si sviluppa in 24 ore e i protagonisti sono tre balordi della banlieue parigina, tre amici nonostante le diverse etnie: un ebreo, un arabo e un giovane di colore. Quest’ultimo è l’unico che sembra di avere un po’ più di buonsenso, ma spesso si lascia trascinare dagli altri due sempre pronti alla rissa o almeno alla violenza verbale. Dopo una delle tante tante giornate di scontri con la polizia, un loro amico si trova in ospedale, in fin di vita. Vinz (Vincent Cassel, alla sua prima interpretazione di successo) recupera una pistola e giura di uccidere un poliziotto nel caso il suo amico non sopravviva. Nel corso della notte affronteranno naziskin, molesteranno persone, tenteranno un furto, saranno fermati dalla polizia, insomma succede un po’ di tutto prima del drammatico finale. Secondo lungometraggio del regista/sceneggiatore Kassovitz, girato in buon bianco e nero, con tanta macchina a spalla.  

House (Nobuhiko Ôbayashi, Jap, 1977)

Primo lungometraggio di Ôbayashi che fino a quel momento si era dedicato solo a short e pubblicità. La tecnica è mista in quanto nel film sono inseriti molti disegni ed effetti speciali palesemente posticci e amatoriali, ma ciò è voluto e costituisce gran parte dell’originalità del film. Anche la sceneggiatura (basata su un soggetto di sua figlia di 10 anni) è al di fuori degli schemi convenzionali e forse rispecchia parte delle paure e incubi dei giovani giapponesi dell’epoca. Singolari sono le interazioni fra le sette ragazze protagoniste e gi oggetti della casa nella quale sono ospitate, di proprietà della zia di una di loro. Originali montaggio e fotografia che contano su tanti singolari fondali e i già gitati numerosi effetti speciali. Come tutti i cult unici nel loro genere, ha pro e contro, pregi e difetti m a certamente intrigherà gli appassionati del genere horror/fantasy.

The Humans (Stephen Karam, USA, 2021)

Tutto si svolge nelle poche ore di una, a dir poco triste, cena famigliare di Thanksgiving, in un vecchio appartamento molto poco arredato (ancora non hanno effettuato il trasloco) e con pochissima luce (come se non bastasse si fulminano anche varie lampadine) il che limita fortemente la fotografia. Sono riunite tre generazioni di una famiglia nella quale sembra che quasi nessuno vada d’accordo con gli altri. Ovviamente (classico in questo tipo di film) si faranno confessioni e qualcuno esprimerà risentimento nei confronti di questo o quello ma, purtroppo, i dialoghi non sono un granché. Di chiara derivazione teatrale, si tratta dell’adattamento dell’omonimo atto unico dello stesso regista del 2015, finalista del Premio Pulitzer l’anno successivo. L’ho trovato troppo americano, pieno di discorsi convenzionali per lo più deprimenti intervallati dai soliti stucchevoli Oh, my God e I’m sorry. Suggerisco di evitarlo.