Visualizzazione post con etichetta Placido. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Placido. Mostra tutti i post

giovedì 19 agosto 2021

Micro-recensioni 211-215: ottimi docufilm di musica etnica

Avevo cominciato con Buena Vista Social Club che però, di nuovo, non mi ha del tutto convinto e quindi ho proseguito con Cuba feliz, molto più semplice e spontaneo, poche chiacchiere (non c’è commento), più musica (mai in palcoscenico) e vera vita quotidiana cubana. Volendo completare una cinquina di world music, ho recuperato Latcho drom, altro documentario non commentato, solo immagini e musica che ricalcano l’itinerario secolare dei rom dall’India alla Spagna, e Iag Bari, affascinante e coinvolgente mediometraggio dalla creazione della brass band balcanica Fanfare Ciocarlia fino ai loro primi successi internazionali. Ho completato con un video riassuntivo del Encuentro Internacional del Mariachi y la Charrería di Guadalajara (2003), il più grande raduno di mariachi al mondo. Trovate quasi tutto in HD su YouTube.

 

Latcho drom
(Tony Gatlif, 1993, Fra)

Questo film non ha praticamente dialogo, le poche parole che vengono scambiate spesso non sono neanche tradotte nei sottotitoli che invece includono i testi significativi come che si riferiscono alle persecuzioni subite da parte dei nazisti e poi di Ceausescu, all’ingiustificato disprezzo di tanta gente, agli sloggiamenti. Inizia in un deserto del Rajasthan (India) e finisce in Spagna, passando per Egitto, Turchia, Romania, Ungheria, Slovacchia e Francia. Tutti i partecipanti, suonatori, cantanti, ballerini e astanti sono effettivamente di etnia rom. Nelle varie tappe è evidente il cambiamento culturale che si riflette su ritmi e strumenti, ma risulta altrettanto palese lo spirito di comunità, l’attaccamento alle tradizioni e l’importanza della musica come elemento aggregante, soprattutto in chiave festiva. Degli interpreti spesso viene citata solo La Kaita (nota cantaora gitana), ma partecipano tanti altri gruppi che, almeno all’epoca, si esibivano regolarmente. Fra questi i più noti erano i Taraf de Haidouks, che potrete apprezzare in questo video con tanti eccellenti violinisti accompagnati da altri strumenti tradizionali fra i quali vari cimbalom. Se Fanfare Ciocarlia è la più veloce brass band balcanica, questi certamente sono i violinisti altrettanto rapidi ... e nessuno ha mai frequentato alcun conservatorio.

Brass on Fire (Ralf Marschalleck, 1993, Ger) tit. or. Iag Bari

I 12 componenti della Fanfare Ciocarlia si definiscono la più veloce brass band balcanica, e probabilmente hanno ragione. Ci sono solo un paio di percussionisti mentre tutti gli altri suonano (magistralmente) clarinetti, sassofoni, trombe, bassotuba, corni. Nel filmato di circa un’ora viene riassunta la loro storia, da quando furono scoperti dal tecnico del suono Henry Ernst nel villaggio di of Zece Prajini (Moldavia, Romania) mentre era alla ricerca di musica rom originale. Ognuno dei componenti ha appreso a suonare nell’ambito della famiglia; localmente erano già molto apprezzati e per questo sempre ingaggiati per matrimoni e feste in genere in tutta la regione. In questo breve e a tratti ironico documentario, si va dalla riunione del gruppo al recupero di strumenti molto malandati, da esibizioni locali fino a scene dei successivi concerti in Germania, Italia e perfino in Giappone. Per un certo tempo sono rimasti assolutamente “naturali”, basti vedere come andavano in giro, e perfino sul palco si presentavano con i loro abiti di uso quotidiano, senza aggiunte e fronzoli. Altro elemento da sottolineare è l’allegria con la quale si esibiscono, concedendo poco o niente allo spettacolo, alla moda e al sensazionalismo. 

Per saperne di più consiglio di leggere questa dettagliata scheda informativa (in inglese) e guardando il video in alto (non un vero trailer, ma un mix di scene) ci si può fare un'idea della folle e contagiosa allegria del gruppo.

  
Cuba feliz (Karim Dridi, 2000, Fra)

El Gallo (all’anagrafe Miguel Del Morales) è un cantautore e chitarrista itinerante cubano, 76 anni all’epoca di questo documentario, conosciuto anche come “memoria vivente del bolero cubano”. Il regista francese Karim Dridi lo segue con la sua piccola videocamera da La Habana a Trinidad, da Guantanamo a Santiago de Cuba e di nuovo a La Habana nei suoi incontri con vecchi amici, giovani rapper, colleghi e ammiratori, mentre canta per strada, in case private o anche nel treno. Sia ben chiaro, tecnicamente non è comparabile con il più conosciuto e professionale Buena Vista Social Club di Wim Wenders (1999), ma i suoi meriti consistono proprio nella maggiore spontaneità ed è un documentario per modo di dire in quanto non c’è alcun commento aggiunto. Per darvene un’idea, vi propongo un clip con una particolare interpretazione della famosa Lagrimas negras, intervallata da strofe estemporanee e duetti scherzosi fra Zaida Reyte sull’uscio di casa e i quattro musicisti in strada (El Gallo è il chitarrista con il cappello e gli occhiali scuri). Nomination a Cannes 2000. Da non perdere. 

Buena Vista Social Club (Wim Wenders, 1999, Ger)

Un po’ documentario su Cuba, un po’ riprese da concerti, un po’ brevi biografie dei grandi musicisti (Compay SegundoIbrahim FerrerRubén González, ecc.) che si esibiscono nel film. Nel complesso molto gradevole, ma quasi nessuno rimane del tutto soddisfatto. Al di là della bravura degli artisti e della piacevolezza della loro musica, Wenders non riesce a fornire un prodotto uniforme e bilanciato. Ry Cooder, certamente ottimo chitarrista e coordinatore del progetto (i cinefili di certo lo ricordano per il tema di Paris, Texas) insieme con suo figlio Joachim è troppo presente, quasi invadente. Anche in vari pezzi dal vivo il suo intervento musicale sembra a dir poco fuori luogo, stonato. Ho riscontrato un’altra piccola pecca: in molti casi la musica è preponderante rispetto alle voci e non sempre si riesce ad ascoltare il testo. Tuttavia i simpatici terribili vecchietti coinvolgono talmente lo spettatore/ascoltatore sia con i loro ricordi che con le loro performance che tutto viene perdonato a Wenders, a Cooder e al tecnico del suono.  Nomination Oscar miglior documentario.

Mariachi, the spirit of Mexico (2003) Placido Domingo

Ogni anno, per 10 giorni, centinaia di mariachi si ritrovano a Guadalajara (Jalisco, Messico) per celebrare la loro musica, nata proprio in quella regione. Ai gruppi messicani se ne uniscono altri dell’America Latina e, sorprendentemente anche di altre parti del mondo (nel filmato c’è una band croata!). Consta soprattutto di semplici esibizioni riprese dal vivo, ciascuna introdotta da un commento di Placido Domingo il quale, alla fine della manifestazione, cantò Paloma Querida (famosissimo pezzo di José Alfredo Jimenez) accompagnato da tutti i gruppi che riempivano il Teatro Degollado, suonando sia sul palco che nella platea. Oltre alle riprese in teatro, vengono mostrate anche esibizioni itineranti per strade e piazze non solo della capitale dello stato ma anche delle cittadine di Tequila e Cocula, culla dei mariachi, nonché sulle rive del lago Chapala. Oltre a quelli più famosi (Mariachi Vargas e Mariachi America) partecipano anche gruppi storici come quello multietnico cubano Real Jalisco e Los Camperos de Nati Cano di Los Angeles (California, USA). Per la XXVIII edizione, che avrà inizio venerdì prossimo, è prevista anche la partecipazione di un gruppo canadese e uno svedese!

giovedì 26 marzo 2020

Micro-recensioni 81-90 del 2020: generi, epoche e nazionalità molto vari

Decina molto varia, fatto salvo il trio di giapponesi degli anni ’30. Fra gli altri 7 ci sono 3 candidati Oscar come miglior film straniero (per Spagna, Giappone e Germania), una coproduzione quasi tutta africana (2 Premi a Cannes), un franco-coreano (premio a Berlino e Nomination a Cannes), un argentino (pluripremiato, ma per lo più oltreoceano), un franco-inglese (Nomination Palma d’Oro). Comincio con i candidati Oscar, in ordine cronologico.
Plácido (Luis Berlanga, Spa, 1961)
Sandakan 8 (Kei Kumai, Jap, 1974)
Sophie Scholl (Marc Rothemund, Ger, 2005)
La comedia negra di Berlanga (anche in questo caso coadiuvato da Rafael Azcona per la sceneggiatura) si svolge in un solo giorno e gioca sui soliti contrasti fra ricca borghesia bigotta (e franquista), una famiglia di che si ingegna come può per tirare avanti e un gruppo di veri poveri che in occasione della Vigilia di Natale sono “adottati” da benestanti, uno per famiglia. L’asse portante è tuttavia il tentativo di pagare una cambiale prima che vada in protesto. Come altri ottimi film di quell’epoca, furono necessari “salti mortali” per fare satira politica senza incorrere nella severissima (ma in effetti disattenta) censura. Tuttavia, Plácido (IMDb 8,0, RT 100%) non viene considerato dagli aficionados il miglior film di Berlanga, superato nettamente da Bienvenido Mr. Marshall (1953, 2 Premi e Nomination Grand Prix a Cannes, IMDb 8,0) e El Verdugo (1963, con Nino Manfredi protagonista, Premio FIPRESCI e Nomination Leone d’Oro a Venezia IMDb 8,1).
In Sandakan 8 (Premio a Berlino e Nomination Orso d’Oro) si apprezza una delle ultime interpretazioni di Kinuyo Tanaka (della quale ho trattato nel precedente gruppo) per la quale ottenne l’Orso d’Argento quale migliore attrice. Il film si svolge in luoghi ed epoche ben distinte e la protagonista (prostituta per forza, mandata dal Giappone in Borneo) è interpretata da due attrici diverse. Ovviamente Tanaka ricopre il ruolo dell’anziana che racconta la sua storia ad una giovane giornalista (in incognito). Interessante, ben costruito, veramente ottima la prova dell’attrice.
Il terzo candidato Oscar di questo gruppo è una ricostruzione degli ultimi giorni di vita di una studentessa tedesca facente parte del gruppo di propaganda anti-nazista (la Rosa Bianca), dal momento di un’azione dimostrativa all’università di Monaco, all’arresto, interrogatorio e infine giudizio. Interessante, ma mi è sembrato troppo romanzato … penso che fu una di quelle Nomination giustificate dal tema e non per reale valore del film.
Moolaadé (Ousmane Sembene, Sen/BuFa/Mor, 2004)
Une vie toute neuve (Ounie Lecomte, Fra/Kor, 2007)
Questi due film “etnici-sociali” affrontano due temi ben noti nella realtà, ma poco rappresentati cinematograficamente. Moolaadé fu l’ultimo dei 9 film del regista senegalese Ousmane Sembene, all’epoca già 81enne, e affronta il problema delle mutilazioni genitali, oltretutto eseguite da non professionisti in condizioni sanitarie pessime. Tutta l’azione si svolge in un piccolo villaggio dalla vita sociale apparentemente tranquilla e ordinata, ma sono ancora radicate gerarchie e tradizioni che una parte (soprattutto le donne, ma non tutte visto che le “carnefici” sono 7 donne di potere) vorrebbe modernizzare e gli anziani (soprattutto uomini) che si ostinano a difenderle a qualunque costo. Le pecche principali del film stanno nella sceneggiatura in quanto tutti gli avvenimenti seguono una precisa cadenza per essere “esemplari”, quindi quasi tutti prevedibili, e nel fatto che si mette troppa carne a cuocere … mercenari, corruzione nelle forze di pace, sciamanesimo e altro.
Interessante ma troppo edulcorato e quindi in più parti poco credibile.
L’altro film tratta invece delle adozioni internazionali e la regista Ounie Lecomte (nata in Korea, adottata in Francia) per il suo lavoro di esordio prende spunto dalla sua vita reale in orfanatrofio in attesa di adozione. Fra i tanti film con ragazzini protagonisti di storie che includono collegi, riformatori e simili questo non mi è sembrato particolarmente degno di nota se non per l’originalità e per non narrare le solite storie di mini bullismo e continui contrasti fra i piccoli ospiti. Tutto l’ambiente, per la verità, sembra molto ordinato e, una volta tanto, gli adulti prendono effettivamente a cuore l’educazione dei bambini.
Valentín (Alejandro Agresti, Arg, 2002)
Swimming Pool (François Ozon, Fra/UK, 2003)
Poche parole per questi due film; il primo è una garbata commedia infantile che vede protagonista un ragazzino di 8 anni “parcheggiato” dal padre con la nonna molto svagata (interpretata da Carmen Maura). Le discussioni di Valentín con il vicino (musicista con molti problemi di relazione) e con una possibile giovane matrigna (incontro organizzato dal padre) sono argute, logiche quanto bastano, divertenti, per non parlare dei suoi rapporti con la nonna alla quale fa quasi da badante.
Il film di Ozon mi è sembrata un’occasione perduta in quanto partendo da un soggetto pieno di sorprese, si sviluppa bene fra dramma psicologico e mistery, per poi passare al crime e, nonostante il colpo di scena quasi finale, la conclusione lascia molto a desiderare. Più che buona l’interpretazione di Charlotte Rampling.
Tokyo Chorus (Yasujirô Ozu, Jap, 1931)
The Water Magician (Kenji Mizoguchi, Jap, 1933)
The Actress and the Poet (Mikio Naruse, Jap, 1935)
Infine, i tre giapponesi che si vanno ad aggiungere a Sandakan 8: l’ennesimo muto di Ozu (sempre affidabile), uno degli ultimi e più apprezzati muti di Mizoguchi (visto in una versione doppiata) ed una rara commedia di Naruse che successivamente si sarebbe dedicato per lo più ai drammi.