Gruppo con 5
documentari concettualmente simili, diretti da due cineasti americani con lo
stile di sperimentale creato da Dziga Vertov nel 1929 per il suo famoso L'uomo
con la macchina da presa (lo troverete facilmente con il titolo
internazionale Man With the movie camera) consistente nel
montaggio di centinaia di immagini, talvolta proposte a ritmo frenetico, senza alcun
cartello. Per quanto ne sappia,
Godfrey Reggio è stato il primo a riproporre l’idea, migliorandola in
quanto alla qualità della fotografia e del montaggio, nonché del commento
musicale (di Philip Glass), grazie alla tecnologia moderna. Con tale possibilità sono comparsi quindi tante scene in time-lapse ed altri effetti speciali.
I
suoi tre documentari formano la Trilogia Qatsu ed è facile notare che i
titoli hanno in comune tale parola dell’idioma hopi
(lingua di nativi nordamericani) che significa vita; in senso lato
include la terra e tutti gli esseri viventi e fenomeni naturali. Nello
specifico i tre titoli sono quindi parole composte e significano:
Koyaanisqatsi: Life Out
of Balance (1982)
Powaqqatsi: Life in
Transformation (1988)
Naqoyqatsi: Life as
War (2002)
Per il primo
lungometraggio della sua trilogiaReggio si affidò a Ron
Fricke per la fotografia e lo coinvolse anche nella stesura della scaletta,
che non si può definire sceneggiatura vera e propria in quanto non ci sono
commenti, né didascalie.
Il succitato fotografo Ron Fricke nel 1985produsse
un suo proprio mediometraggio (Chronos) nello stesso stile e nel
1992 lo perfezionò e migliorò in Baraka (1992) e successivamente Samsara
(2011) e da questi ultimi due comincio nel proporre alcuni trailer, visto che, mai meglio che in questo caso, le immagini possono più delle parole.
Assimilo i
commenti di questi documentari poiché hanno molto in comune per quanto riguarda stile di
realizzazione e contenuti; solo l’ultimo di Reggio volge più (troppo) al
tecnologico e all’elaborazione delle immagini e tale cambiamento non è stato apprezzato.
In effetti si possono distinguere varie tipologie di immagini che spaziano dalla
natura incontaminata, ai limiti del mondo antropizzato, con deserti, ghiacciai
e vulcani, a quelle degli esseri umani che includono tante etnie, dagli aborigeni
dell’Oceania agli abitanti di villaggi africani e ai cittadini del mondo industrializzato.
Non si trascura la tecnologia che viene proposta in tante sue applicazioni (produzione
di cibo, trasporti, armamenti, …) spesso contrapposta alle tradizionali attività
manuali; molto spazio viene dedicato anche a riti religiosi, pagani e feste.
La
combinazione e l’alternanza di questi elementi sono realizzate in modo
significativo e sono arricchite da un commento sonoro che varia da brani da
meditazione a ritmi tecnologici rapidi e cadenzati, ma non mancano sonorità
tribali. Nel complesso questa fusione comunica allo spettatore sia la pace e la
tranquillità degli ambienti naturali che la frenesia dei ritmi della vita
moderna dei paesi industrializzati.
Suggerisco di guardare almeno i tre ai quali si riferiscono i trailer; si trovano tutti facilmente in streaming legale e gratuito, per di più in HD.
A parte il
riferimento cinefilo a Five Easy Pieces (aka 5 pezzi facili,
1970, di Bob Rafelson,con Jack Nicholson e Karen Black,
4 Nomination Oscar), film da recuperare per chi non l’avesse visto, si tratta veramente
di un gruppo fuori del comune, penso siano pochissimi quelli che ne hanno visto
anche solo uno. Ci sono due film argentini, uno molto singolare al limite dello
sperimentale (pluripremiato, 4h, con budget di 33.000$) e un adattamento di
apprezzato dramma politico teatrale del 1940; gli altri 3 sono spagnoli, con un
melodramma musicale prodotto da Buñuel nel 1935 e due documentari, il
primo del 1980 ritirato dalla circolazione per (scandalosa) sentenza del Tribunal
Supremo e l’altro del 2013 che lo analizza.
Film
sperimentale, praticamente sconosciuto al di fuori dell’Argentina anche se è
stato presentato a vari festival, compreso quello di Torino; ma quale
distributore si azzarderebbe a proporre un film di 4 ore, privo di alcun nome
di richiamo? Prodotto a dir poco fuori di ogni canone, con tre storie veramente
parallele (non hanno punti in comune), ognuna con un diverso protagonista senza
nome (H, Z e X). Senz’altro singolare, con tanta voce fuori campo che però è
sempre connessa con le immagini; si ha l’impressione di ascoltare un audiolibro
con immagini. Non so se questa fosse l’intenzione originale del regista (e
interprete, Mariano Llinás è X) o è stata una brillante soluzione dopo
che una società di produzione per il suo progetto iniziale aveva preventivato “70
attori, 60 location, 10 settimane di riprese e 100 viaggi nella provincia di
Buenos Aires”, e sottolineava anche problemi irrisolvibili quali “presenza di
leoni, viaggi in Africa, scene belliche, esplosioni, sequenza nautiche, un’inondazione
e incendi”! Tutto risolto dal genio del regista-sceneggiatore con cast ridottissimo
ed intercambiabile e mediamente soli 4 tecnici. Sono così bastati 33.000$,
anche grazie a alcuni alloggi e pasti offerti e a quelli che hanno prestato la
loro opera gratuitamente.
Venendo al film,
si narrano tre storie, più che straordinarie, misteriose, che si sviluppano on
the road (e in parte su un fiume) alla ricerca di qualcosa che i
protagonisti non conoscono, ma che non riescono a levarsi di mente.
Rocío (Fernando Ruiz
Vergara, Spa, 1980)
El caso
Rocío (José Luis Tirado, Spa, 2013)
Li tratto insieme
essendo in strettissima relazione. Il primo fu un’indagine abbastanza
approfondita sul pellegrinaggio e festa del Rocío, che porta alla luce
ciò che c’è dietro in termini di potere, denaro e politica, non si tratta solo
di religione (forse in concreto il punto di vista meno importante). Attraverso
molte brevi interviste ad abitanti, hermanos mayores delle cofradías
(priori delle confraternite), antropologi e storici, presenta un quadro non
sempre lusinghiero e ciò lo portò in tribunale. Vergara rientrò in
Spagna dopo vari anni spesi in Portogallo, lasciando il suo paese franchista
per partecipare alla rivoluzione dei garofani (1974) con la quale ebbe inizio
il vero dopo-Salazar. All’uscita del documentario, in piena transizione, si
formarono subito movimenti di tipo assolutamente opposto che ricalcavano le
idee dei vecchi falangisti e repubblicani della guerra civile. In una delle
interviste un anziano (testimone oculare) racconta di un massacro a sangue
freddo di 100 persone ad Almonte (dove si trova il Santuario de la Virgen
del Rocío), facendo nome e cognome del mandante. Pur essendo quest’ultimo
già deceduto all’epoca del documentario, i discendenti chiamarono a giudizio
regista, sceneggiatrice e chi aveva denunciato il fatto. La questione si
risolse con il verdetto del Tribunal Supremo che intimò di tagliare le scene
incriminate, ma il regista rifiutò e la pellicola fu proibita in Spagna. Sconsolato,
il regista onubense (nativo di Huelva, capoluogo della provincia, a
pochi km da Almonte) tornò in Portogallo, dove morì nel 2011, e non produsse
più alcun documentario.
Il successivo El
caso Rocío spiega, e in alcuni casi critica, le vicissitudini del
documentario prodotto 33 anni prima, riproponendo alcune immagini dello stesso
commentate da antropologi, cineasti (molti suoi amici portoghesi che avevano
collaborato alle riprese e poi al montaggio, l’avvocato che lo difese in
giudizio e la sceneggiatrice, ma ci sono anche spezzoni di un’intervista allo
stesso Vergara realizzata qualche anno prima. Si assiste a
scene incredibili di uomini in trance di fanatismo religioso che si accalcano e
lottano per essere fra i primi portatori della statua della Virgen;
impressionano anche le immagini di bambini terrorizzati e singhiozzanti, alcuni
dei quali ancora lattanti, passati di mano in mano sulle teste della calca per
farli giungere a toccare la statua. Nella festa laica si superano tabù come
quello dell'abbigliamento delle donne che vestono in modo più provocante (quasi
scandalizzando la troupe portoghese) e del coinvolgimento degli omosessuali ai
quali è consentito partecipare alle danze. Tuttavia,
centinaia di migliaia di persone si uniscono alla festa (complessivamente circa
un milione) solo per la parte più folklorica, attratti dai canti e balli
tradizionali, con i partecipanti (specialmente le donne) nei classici sgargianti
vestiti andalusi, e dalle sfilate di cavalli bardati e carri addobbati. Tutto
ciò dura una settimana mentre solo poche ore sono dedicate alla parte
religiosa, anche se dalle connotazioni piuttosto pagane.
Se il primo si può anche guardare
da solo, per il secondo è quasi indispensabile aver guardato l’originale. I due
documentari si trovano su YouTube, quello del 2013 in HD 1080p.
Un guapo del 900 (Leopoldo Torre Nilsson, Arg, 1960)
Ci sono arrivato
poiché diretto dallo stesso regista di La caìda (1959), inserito
nel gruppo precedente. Oltre al 7,1 su IMDb, mi ha intrigato il titolo (in
Argentina guapo equivale al nostro guappo, e non bello
come in spagnolo) e anche un lungo articolo che descrive nei dettagli la
situazione politica a Buenos Aires nel 1940, quando ci fu la prima dell’omonimo
lavoro teatrale. Si mette in risalto la commistione fra politica e malavita.
Anche all’epoca i politici di turno non solo tolleravano questo tipo di tirapiedi
ma li usavano pure a scopo intimidatorio e talvolta venivano da questi visti
come oggetto di devozione. Nel film il protagonista agisce spontaneamente per
lavare l’onore del “padrone” e anche quando è arrestato tace per non
comprometterlo. Da un lato e dall’altro si va avanti per questioni di onore,
effettive e sentite o solo di facciata. Interessante soggetto, ben sviluppato.
La hija
de Juan Simon (José Luis Sáenz de Heredia, Spa, 1935)
Uno dei film attribuibili
a Buñuel, ma nei quali lui appare solo come produttore per la Filmofono
della quale era comproprietario. Il protagonista è il cantante Angelillo
che poi sarà anche la star nel successivo ¡Centinela, alerta! (1937)
con Buñuel notoriamente riconosciuto come co-regista, mentre Sáenz de
Heredia (regista di questo film) compare come attore. Praticamente un
gruppo che sfornò film commerciali (spesso musicali) fino agli anni della
Guerra Civile. Quanto detto giustifica l’andamento rapido del melodramma che
copre almeno un lustro e include varie performance di Angelillo, oltre a
uno sfrenato flamenco di Carmen Amaya, la più famosa bailaora de
flamenco di tutti i tempi. In effetti compare solo in quella scena (svolta
fondamentale nella trama), e quindi il suo nome in bella evidenza sulle
locandine fu inserito solo quale specchietto per allodole. Questa fu la sua prima apparizione sul grande schermo e voglio aggiungere questo clip tratto dall’ultimo film nel quale apparve (Los Tarantos, 1963, Nomination Oscar), morì pochi mesi più tardi; osservate cosa riusciva ancora a fare a 50 anni, l’impressionante velocità di braccia, gambe e piedi furono sempre sua caratteristica. Si esibì a Parigi, Londra e New York e perfino alla Casa Bianca.
Molti sanno quanto sono contrario all'uso indiscriminato e inutile dei gps, tuttavia mi sono proposto di pubblicare su www.giovis.com una traccia da creare empiricamente ma che sia quanto più "reale" possibile ricavandola con un accurato metodo sperimentale. Procederò mettendo a confronto un significativo numero di tracce rilevate da apparecchi diversi contemporaneamente, quindi con identica posizione dei satelliti. L'itinerario sarà percorso nei due sensi e di conseguenza ogni partecipante produrrà due tracce, quindi raddoppiandone il numero il risultato sarà ancora più affidabile.
Così facendo, probabilmente, risulterà anche chiaro che la maggior parte dei gps non producono tracce identiche ripercorrendo un sentiero, a maggior ragione se in sensi opposti. Le distanze risultanti, anche se di poco, saranno diverse, alcune tracce si accavaleranno o si incroceranno più volte, qualcuna rimarrà parallela a un'altra dall'inizio alla fine senza avere nessun punto comune, altre ancora in varie occasioni si allontaneranno di varie decine di metri dalla "traccia media". Per produrre quest'ultima (che sarà poi messa online) avrò quindi bisogno di avere una certa quantità di dati, vale a dire di almeno una mezza dozzina di collaboratori - molto meglio una decina o a anche più - disposti a partecipare a questa "escursione di rilevamento" lungo il Sentiero degli Dei. Come qualunque altro metodo statistico, un maggior numero di dati disponibili garantirà un miglior risultato. Chi vuol far parte della "spedizione" dovrà inviare una mail a giovis@giovis.com specificando in quali giorni fra venerdì 26, sabato 27 e domenica 28 dicembre potrebbe essere disponibile. La scelta della data o delle date (l'esperimento potrebbe anche essere ripetuto) dipenderà non solo dalla quantità di potenziali gps, ma anche dalle condizioni meteo che al momento sono promettenti e non dovremmo trovarlo così ...
Chi mi scriverà riceverà informazioni dettagliate in merito allo svolgimento dell'escursione e, successivamente, tutti i risultati più dettagliati oltre quelli di interesse generale che saranno comunque messi online, gratuitamente come al solito, insieme con una decina di waypoint. Pur essendo convinto che per percorrere il Sentiero degli Dei non ci sia assolutamente bisogno del gps, questa operazione potrebbe dissuadere altri dal pubblicare tracce e distanze errate e diventare un prototipo da replicare rilevando con identico metodo altri percorsi escursionistici dei Monti Lattari. NB1 - Potranno partecipare anche escursionisti privi di gps, purché non intralcino i rilevamenti. NB2 - Chi vuole iniziare da Bomerano potrà partire presto e unirsi al gruppo per il tratto da Nocelle a Bomerano o aspettare lì in piazza per poi fare in gruppo il percorso in senso opposto.