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lunedì 21 gennaio 2019

Stufato di capra canario, qui semplicemente CARNE CABRA

Si tratta di un piatto tipico delle Canarie, veramente tradizionale come il gofio.
Quando arrivarono gli spagnoli a conquistare l’arcipelago, capre e pecore erano gli unici mammiferi allevati, portati secoli prima dalle popolazioni provenienti dalle coste africane. 
Ancora oggi la maggior parte dei tanti prodotti caseari sono interamente o parzialmente prodotti con latte caprino e/o ovino. Anche se ora le carni più utilizzate sono certamente maiale, pollame e carne vaccina, andando nei posti giusti si trova ancora qualche locale che propone il tipico stufato di capra, localmente detto semplicemente carne cabra (senza il de fra le due parole).
Come qualunque altra vecchia ricetta tipica, nei secoli ha subito variazioni ma pur trovandosi di fronte a tante ricette diverse, la sostanza è quasi identica.
La carne (tagliata in pezzi con tutte le ossa ... in particolare il midollo dà sapore) affronta praticamente 3 cotture differenti. Prima viene bollita per circa un quarto d’ora con una cipolla tagliata a metà e pezzi di limone, poi viene soffritta per pochi minuti e infine viene stufata per almeno un’ora e mezza.
Ma andiamo per ordine. Nella prima fase, la cipolla è indispensabile, il limone quasi e si possono aggiungere aromi a gusto come alloro, menta, finocchio e pepe o peperoncino.
Qualcuno prima di soffriggere i pezzi di carne, ma dopo averli sciacquati sotto acqua corrente fredda, li irrora con limone, altri procedono semplicemente a dorarli velocemente. 
Terminata questa operazione, nella stessa padella e con lo stesso olio si prepara la base con cipolle, carote a rondelle, peperoni dolci verdi e rossi a pezzetti, .. facoltativi i pomodori.
Infine si unisce tutto in una pentola e, a crudo, si aggiungono le spezie (timo, origano, rosmarino, coriandolo, aglio, noce moscata) pestate insieme a mandorle. Si copre con vino (molti utilizzano bianco e rosso insieme, ma anche uno solo dei due va bene) allungato con poca acqua. Dopo una decina di minuti di bollitura si corregge di sale ed eventualmente pepe o peperoncino, quindi si abbassa la fiamma al minimo e si fa cuocere fin quando la carne non è tanto tenera da potersi rompere con le dita. 
Mediamente sono necessarie da un’ora e mezza a due ore.
Come tanti altri piatti di questo tipo, gli intenditori preferiscono mangiare la carne cabra il giorno seguente ... deve riposare. Quando so che Tata (la cocinera dell’omonima tasca di Punta Brava dove mangio quasi ogni giorno) sta preparando la capra, mi affretto a prenotarne una porzione per il giorno dopo.
La prima foto mostra il piatto come è arrivato sul mio tavolo (da tale quantità di carne in un “ristorante stellato” ne avrebbero fatto dalle 4 alle 6 porzioni ...) insieme a una mezza dozzina di papas arrugadas da tagliare (così come sono, con tutta la buccia) e insaporirle con nel sugo dello stufato.
Si può apprezzare l'abbondanza della generosa porzione sia usando coltello e forchetta come metro di paragone che dalle dimensioni delle ossa vi convincerete che si tratta di capra e non di un capretto. Ulteriore nota: è consentito (anzi apprezzato) l'utilizzo delle mani per essere sicuri di spolpare bene le ossa e riuscire a succhiare il midollo.


Vi assicuro che la carne cabra è una vera delizia. Se vi trovate alle Canarie, mettete da parte i preconcetti e provatela ... non ve ne pentirete!
Come potrete notare dall'ultima foto, io ho gradito.

sabato 9 dicembre 2017

Ritorno a Punta Brava e cibo tinerfeño (canario)

In meno di una settimana mi sono perfettamente ri-allineato ai miei ritmi di Puerto de la Cruz (Tenerife), ho ripreso a frequentare la biblioteca Iriarte (che concede in prestito gratuito dvd di tanti buoni film internazionali, recenti e d’epoca), gli incontri culturali promossi dall’Instituto de Estudios Hispánicos de Canarias, mi sono adattato alla media dei 20km giornalieri e sono riuscito già a sistemare una parte determinante della mia cartografia del Parque Nacional del Teide andando a verificare un nuovo sentiero, ho ritrovato i “compagni di chiacchiere” che passano tanto tempo nel bar/cantina Tasca Casa Tata, che frequento assiduamente per apprezzarne la cucina (vi mangio quasi ogni giorno) e dove spesso mi fermo, se trovo compagnia, per un caffè o un bicchiere di vino tanto per non essere l'unico a non bere. In genere attorno al bancone (barra), appollaiati sui classici alti scanni, ci sono sempre almeno un paio di persone che discutono, soprattutto e spesso animatamente, di politica e di calcio; interessante il primo argomento (in particolare ora con la crisi catalana e le imminenti elezioni dei 21 dicembre), divertente il secondo in quanto se non mi interessa il calcio nostrano, figurarsi quello spagnolo, ma ormai conosco i tipi e posso punzecchiare i più "sensibili", avendo l’appoggio dei loro oppositori.

Ma il motivo più importante e soddisfacente per il quale bazzico in Casa Tata è il ripasso generale della cucina tradizionale canaria, in particolare di quella tinerfeña, che mi porta a scegliere ogni giorno piatti diversi, alternando carne e pesce, e all’occasione non disdegnando un escaldon, rancho, sopa o semplice tapa che sia.
La sera del mio arrivo cominciai (ovviamente) con carne cabra, nei giorni successivi seguita da cherne encebollado, costillas fritas (con tanto aglio e cilantro - foto in alto), chicharros fritos, carne fiesta, bacalao canario, carne con papas (secondo la ricetta canaria), cherne a la plancha (foto in basso, notate le dimensioni del trancio, alto quasi 2cm, confrontandolo con la forchetta) e attendo con ansia il turno del coniglio (en salmorejo e frito), tollos  e, quando sarà il loro momento, potas, doradas, cochinillo, ...

Discorso a parte meritano i contorni dei piatti forti che qui consistono per lo più in patate (cotte in vari modi, dalle classiche papas arrugadas alle papas negras con gli onnipresenti mojos rojo e verde) e insalate miste che (almeno da Tata) combinano in modo originale verdure, ortaggi e frutta locale e di stagione (qualcuno le propone come ensalada tropical). Per esempio quella di oggi includeva carota, cipolla, cetriolo, peperone, pomodoro, lattuga e, per la frutta, papaya, kiwi e guayaba (nella parte in alto della foto qui su, possono sembrare pomodori ma sono piccole guava gialle locali) oltre ad una papa negra con mojo verde, mentre un paio di giorni fa c'era anche la barbabietola rossa e, al posto di guayaba e kiwi, c’erano avocado e banana (ovviamente canaria, piccola e maturata naturalmente, non certo nei frigoriferi come quelle che arrivano in Italia). 
Non so come facciano tanti vacanzieri, in un posto come questo (ma il discorso è valido in generale), a rimanere radicati alle loro abitudini alimentari senza minimamente sognarsi di provare qualcosa di nuovo e di “fresco” come i pesci e carni locali, ortaggi e frutta che non trovano nei loro paesi se non - forse - in pochi periodi dell’anno o disponibili solo conservati, congelati, surgelati ...
Si vedono gli inglesi con i loro English breakfast, i tedeschi con wurstel e boccali di birra già alle 11 di mattina (nel collage qui su eccoli al mercato all’aperto del sabato) e gli italiani che riempiono le pizzerie o si attardano a leggere nei menù i vari tipi di pasta proposti, con gli onnipresenti espaguetti boloñesa in cima alla lista, per poi lamentarsi dicendo che pizza o pasta non erano un granché.
Devo però dire, in tutta onestà, che ci sono anche quelli che sanno apprezzare il cibo locale come potete vedere in questo paio di foto della marisqueria al primo piano del mercato, scattate subito dopo quelle di birra e wurstel, dove si mangiano crostacei e pesci in vari modi e, oltre alla birra, si può bere anche il vino.
Dopo il mercato e prima di pubblicare, ho aggiunto jamoncitos con papas alla lista dei piatti di carne.

Perché in tanti si rifiutano di provare qualcosa di nuovo???

giovedì 14 gennaio 2016

Cibo canario che raramente si trova nei menù dei ristoranti

Nel corso del mio recente soggiorno canario, più precisamente tinerfeño, la delusione iniziale causata dal trovare la mia tasca (trattoria) preferita non ancora aperta, è stata ampiamente ripagata dall'inaugurazione della sua nuova sede dopo una decina di giorni e frequentazione pressoché quotidiana per oltre un mese. Chi ha letto qualche precedente post o Tweet sa che sto parlando di Casa Tata e Punta Brava.
Nel dizionario RAE (testo di riferimento per lo spagnolo) il termine “tasca” viene riportato come sinonimo di taberna e quindi definito: "esercizio pubblico, di carattere popolare, nel quale si servono e si vendono bevande e, talvolta, si serve cibo". Divagazione: giunto a questo lemma, ho scoperto un altro dei tanti modi di dire che mi affascinano:
Difunto de taberna: m. coloq. Borracho privado de sentido
Anche se non dovrebbe essere necessaria, ecco la traduzione: Defunto di taverna: colloquiale - Ubriaco che ha perso i sensi.
Cercherò di riassumere alcune delle esperienze gastronomiche e antropologiche che differenziano posti così dai tanti ristoranti e cafeterias di Puerto de la Cruz dove (forse) il 10% dei ristoranti includono nel menù conejo (coniglio, fritto o in salmorejo), o carne de cabra o garbanzas e ancora meno puchero canario, tollos o escaldón. La presenza di uno più di questi piatti nel menu del dia è indicativo di una certa attenzione alla cucina locale e tradizionale ed in questo post tratterò rapidamente solo dei suddetti piatti con minime eccezioni. Come esempio ecco un tipico menu' di Casa Tata, chiaramente giornaliero e di stagione (a sinistra). Ci sono piatti, minestre e le onnipresenti tapas (p.e. queso asado, pimientos del padrón, croquetas).
Di ciò già discettai quasi un anno fa nel post Gastronomia, dalle Canarie al resto del mondo che vi invito a leggere (se la gastronomia vi interessa).
Non potrei non cominciare dal pesce simbolo dell’isola: Trachurus trachurus, (sugarello, in napoletano sauriello), chicharro alle Canarie, carapau  in Portogallo (ne parlerò fra una decina di giorni). Si tratta storicamente del più comune e più economico delle Canarie tanto che gli abitanti della prima capitale di Tenerife (San Cristobal de la Laguna) chiamavano in termini sprezzanti chicharreros i poveri pescatori di Santa Cruz, che si nutrivano quasi solo di chicharros e vendevano i pesci più pregiati. Le cose sono molto cambiate e, quasi come rivincita, gli abitanti di Santa Cruz, attualmente capitale dell’isola, si fregiano di quel loro soprannome dispregiativo che oggi viene attribuito anche a tutti gli altri abitanti dell’isola diventando così sinonimo di tinerfeño

 La sua “morte” è fritto (foto sopra) e se le dimensioni non sono eccessive e l’olio è alla temperatura giusta (alta) giunge a tavola con testa, pelle e coda croccante e carni umide eppure cotte alla perfezione e quindi quelli come me non lasciano assolutamente niente. Similmente vengono anche fritte le sardinas ma queste, a parità di dimensioni, hanno spine molto più dure ... che restano nel piatto.
A Casa Tata ogni giorno viene proposto una minestra (potaje, caldo o sopa, che non sono esatti sinonimi e indicano la “brodosità” e la prevalenza di ingredienti) e mi limiterò a citarne un paio. Garbanzas è senz’altro la più comune e infatti viene proposta come primo anche in molti menù a prezzo fisso nei locali del centro, insieme con il rancho canario e sopa de pescado. Chi mastica (verbo appropriato considerato l’argomento) un po’ di spagnolo non si meravigli del genere femminile: garbanzos sono i ceci, il legume in sé e per sé, garbanzas è la zuppa molto ricca che include tanti altri ingredienti fra i quali pezzetti di vari tipi di carne (chorizo, costilla, piedini di maiale, pancetta, ...) oltre ai soliti aglio, cipolla, pomodoro, peperone ...
Una decina di giorni fa ho provato la sopa de berro (Nasturtium officinale , crescione d'acqua) che, come quasi tutti i primi canari, conta una gran quantità e varietà di ingredienti ovviamente in piccole quantità: patate, ceci, cipolle, aglio, costillas, peperoni.
Altri piatti molto, ma molto, tipici sono: Tollos Cazón. Si tratta dello stesso pesce (canesca, piccolo squalo molto abbondante nelle acque delle Canarie) ma con una grande differenza: tollos sono i filetti di cazón seccati al sole e quindi conservati. Si trovano in tutti i mercati e, se arrivate abbastanza presto, troverete il pescivendolo che pazientemente sta spellando quelli freschi. 
Fu proprio la ricerca di un posto dove poter mangiare un piatto di tollos che mi portò fino da Tata. Ad avvalorare quanto detto in apertura di post, posso dire che pur passeggiando per oltre 20km al giorno e percorrendo ogni strada e vicolo di Puerto de la Cruz, ho trovato solo un altro cartello che indicava la presenza di tollos. Personalmente preferisco il Cazón en adobo, quindi la versione “fresca” (foto a destra).
Una tasca si riconosce subito al semplice osservare il rapporto locali/turisti di solito maggiore di 4, vale a dire che almeno l’80% degli avventori, del genere popolar/familiare, di ogni generazione. Con l’avvicinarsi dell’orario di chiusura, fra quartas (di vino), cervezas, caffè e qualche chupito aumenta l’allegria in un ambiente molto amichevole e ottimo per poter affrontare qualunque argomento (ma i principali restano sempre calcio, politica e carenza di danaro). In occasioni particolari c'è anche chi, come José el Gitano, comincia a cantare ben prima ... ma era la vigilia di Natale.

Molte tascas, al contrario dei ristoranti, possono essere insignite (in senso figurato) delle famose 3 B spagnole: Bueno, Bonito, Barato (primi due aggettivi ovvi, il terzo = economico).
Sto preparando una raccolta di foto di vari piatti provati a Casa Tata e nei commenti aggiungerò, oltre al nome che permetterà alle buone forchette di fare ricerche più approfondite in rete, gli ingredienti principali e qualche mia impressione. Sarà online a breve.

giovedì 10 dicembre 2015

Da Portillo a Punta Brava (Tenerife) ¡Ay mis rodillas!

Escursione assolutamente anomala, almeno per me che preferisco le salite, con dislivello totale in discesa di circa 2.500m: Portillo (1.980m), Cruz de Freguel (2.084m), Punta Brava (10m), ma ungo il tragitto c’erano acese per oltre 400m. Scelta obbligata per questioni logistiche (trasporti) e meteo. Non che il tempo qui sia cattivo, tutt’altro, ma aspetto che le previsioni lascino almeno qualche speranza che anche nel pomeriggio il cielo sia terso come al mattino. Per spiegare meglio ciò che intendo dire guardate il grafico delle temperature de las Cañadas del Teide (a 2.150m). Mediamente di giorno - con il sole - ci sono fra i 15 e i 18 gradi, ma appena arrivano le nuvole la temperatura scende immediatamente di 6-7°, quindi freddino (almeno per i miei gusti), il vento non aiuta e niente foto. Avrei certamente preferito Montaña Rajada e Minas de San José, come preannunciai, ma sono in attesa della giornata più adatta.
Pianificando invece questo percorso per lo più in discesa, sapevo che anche se verso mezzogiorno fossero arrivate le prime nuvole (come è puntualmente accaduto) io sarei stato già a quote più basse. Affrontandolo in salita avrei avuto buone possibilità di arrivare in cima con il freddo e senza buona luce e avrei avuto la preoccupazione di dover arrivare entro le 16.15 per saltare sull'unica guagua (bus) per Puerto de la Cruz.
Dopo questo lungo e noioso preambolo (tuttavia potenzialmente interessante per chi pianifica escursioni) eccoci alla descrizione di questa camminata durante la quale, soprattutto per la variazione altimetrica, ho attraversato ambienti completamente diversi fra loro.
   
Il primo tratto (fino alla Cruz de Freguel, 2.084m) ricalcava il percorso della settimana scorsa, quindi l'ho percorso abbastanza speditamente pur fermandomi varie volte per scattare foto al Teide, ben illuminato e adornato da fantastici cirri che cambiavano disegno continuamente. Uscito dalla caldera e lasciato il semi-deserto di pomici e sabbia, ho percorso i successivi chilometri fra una zona protetta di recupero dopo un incendio e alti pini. 
Successivamente a questi si è aggiunta una flora molto varia, tipo macchia mediterranea, con predominanza di erica, ginestra e corbezzolo, ma non quello che conosciamo noi. Si tratta infatti del Madroño canario (Arbutus canariensis, endemico), in napoletano diremmo “Sovera pelosa canaria”. Le bacche (commestibili) mi sono sembrate molto più dolci e saporite di quelle del nostro Corbezzolo (Arbutus unedo). Mature hanno un bel color arancio (e non rosso), con la parte esterna più liscia ma più consistente (si deve masticare un poco). In compenso la polpa è più morbida, dolce e saporita e personalmente, nel complesso, le ho trovate migliori delle nostre. Le dimensioni degli alberi (tronco e rami rossicci, molto lisci) sono mediamente più grandi, il che complica di non poco la raccolta ....
Sceso fin quasi a 1.200m di altitudine, ho lasciato il crinale per entrare nella parte occidentale della valle di Orotava percorrendo quasi 4km su uno stradone sterrato praticamente in quota, con acquedotto al lato, con vasti panorami sulle terrazze coltivate. In questo tratto, quasi tutto in ombra la vegetazione cambiata di nuovo e pareti di roccia vulcanica a monte diventavano sempre più alte. Giunto nell’area ricreativa di Chanajiga è iniziata la parte più interessante di tutto il percorso: uno stretto, ripido e tortuoso sentiero attraverso una fitta vegetazione di arbusti ed alcune aree di foresta di laurisilva. Questi boschi, una volta caratteristici di tutta la Macaronesia e oggi limitati quasi esclusivamente all’isola di Madeira (dove sono protetti dall'UNESCO) e alle Canarie (soprattutto Tenerife e La Gomera), sono la vegetazione climax per quest’area. 
Nei boschi di laurisilva predominano varie specie di Lauraceae (alberi sempreverdi) che raggiungono anche i 40 metri di altezza. Non avendo avuto modo di scattare foto significative vi propongo questa in alto trovata in rete di un bosco simile, ma ancor più interessante, della vicina isola La Gomera.
Arrivato sul fondo del vallone il sentiero attraversava il piccolo corso d’acqua e risaliva di una settantina di metri e si riportava in un’area più aperta con una predominanza di castagni, come si vede da questa foto con il sentiero completamente coperto da foglie. 
   
Lasciato il castagneto sono cominciati i ricoveri per capre e i campi coltivati, i primi dei quali in valloni come questo nella foto a sx, al cui termine c’erano queste strane colonne (a dx) che probabilmente sostenevano un canale per l’acqua. Giunto a Realejos, punto di arrivo ufficiale, non ho voluto aspettare la guagua (bus) e ho proseguito fino a casa (Punta Brava, nella foto) lungo una strada abbastanza panoramica.
Gli oltre 27km non sono stati certamente tutti eccellenti, ma per avere questa varietà è normale che ci si debba sobbarcare anche dei tratti di trasferimento. Stamattina, a differenza di quanto era lecito aspettarsi dopo i 2.500m di dislivello in discesa, non avevo nessun dolore alle ginocchia. Tuttavia ho lasciato l’esclamazione “¡Ay mis rodillas!” nel titolo (che a ciò si riferiva) in quanto mi piaceva e la faccio valere per l'indolenzimento dei quadricipiti e della parte alta dei glutei che stamane erano un po’ “legnosi”. Ho recuperato con riposo attivo, una ventina di km a passo lento e senza tratti ripidi.

mercoledì 2 dicembre 2015

El canal de Barranco Seco (Punta del Hidalgo)

Punta Brava, Puerto de la Cruz (Tenerife), 2 dicembre 2015

Abbastanza soddisfatto, ma non contentissimo.
Dopo i tunnel di Waimano, Oahu - Hawaii (a sx) e le levadas di Madeira (a dx) ieri ho sperimentato un altro itinerario in un canale in costa, lungo il ripidissimo fianco di un profondo barranco di origine, manco a dirlo, vulcanica. 
   
Sono andato in esplorazione avendo a disposizione due cartine che rappresentavano dati e itinerario diversi fra loro ma, vista l'orografia e conoscendo il tipo di vegetazione che avrei incontrato, sapevo che il sentiero sarebbe stato più che evidente. Dalle numerose foto che potrete vedere in questa collezione vi renderete conto che non c'erano molte scelte e i sentieri erano individuabili da lontano.
Dopo un ripido e noiosissimo inizio su asfalto (pendenza media 20% da 60 a 320m di quota) finalmente si lasciano gli ultimi campi coltivati e i caprili e inizia lo sterrato. Poche centinaia di metri e si imbocca (mai termine più appropriato) l'acquedotto. Per i successivi 1500m si cammina radenti la roccia, in un canale con fondo duro e livellato, largo una quarantina di cm e con due sponde intonacate alte fra i 30 e i 50cm. Da un certo punto di vista ci si sente abbastanza sicuri ma non è per chi soffre di vertigini in quanto spesso al lato non c'è terreno né ci sono piante, al di là del basso muretto c’è lo strapiombo e si vede solo il fondovalle.
Un ulteriore, seppur minore, ostacolo è rappresentato dal poco spazio al livello delle spalle. In molti punti la parete non è stata tagliata verticalmente e superare gli spuntoni sporgenti dal lato ed in alcuni casi anche dall'alto, per giunta con lo zaino in spalla, obbliga a contorsioni varie.
   
Non dimentichiamo che ci sono anche i tunnel, per la maggior parte molto brevi, ma ce n’è uno lungo circa 100m. Questo non è rettilineo e di conseguenza quando se ne percorre la parte centrale non si vede né l’ingresso né l’uscita e quindi non è proprio fra i più adatti ai claustrofobici.
Se nessuno di questi minimi "problemi" vi impedisce di percorrere il canale serenamente ed in modo abbastanza rilassato (seppur sempre con la dovuta cautela) potrete godere di panorami molto interessanti sul profondo barranco le cui pareti sono erose come un pezzo di groviera.

   
L’acquedotto un tempo era parzialmente coperto come si vede nella foto in basso, ma ora è quasi tutto sgombro. In numerose immagini si può notare l'incisione scavata nella roccia proprio per poggiarvi le lastre di copertura e, ancor più evidente, è il tubo metallico nel quale attualmente corre l'acqua.
Come detto in precedenza, ci si sente abbastanza sicuri camminando nel canale artificiale pensando che non potrebbe mai crollare, fin quando ad un certo punto se ne trovato un tratto crollato (già da tempo) ma il problema è stato brillantemente risolto scavando un bypass nella parete rocciosa. Vedi foto.
   
Purtroppo una mattinata molto promettente è diventata una giornata molto grigia e tranne pochi minuti durante i quali il sole ha fatto capolino fra le nuvole mi ho dovuto fare buon viso a cattivo gioco e accontentarmi di fotografie poco entusiasmanti e un po’ piatte. (40 foto dell'escursione) A ciò si è anche aggiunto il disappunto per aver dovuto abbreviare l’escursione. Partito con l'intenzione di effettuare il circuito completo che prevede la salita a Beja via Barranco Seco e ritorno a Punta del Hidalgo via Barranco del Rio, una volta percorso interamente l'acquedotto e avvicinandomi alle prime case di Beja, ormai a vista, il cielo diventava sempre più scuro. Valutata attentamente la situazione, peggiorata da qualche gocciolina di pioggia e da forti raffiche di vento, che prendeva velocità nella valle, ho vutato 'a capa ‘o ciuccio e sono tornato indietro tenendo anche conto che la discesa nel Barranco del Rio viene concordemente descritta come la parte più impegnativa, assolutamente sconsigliata con fondo bagnato, ergo ...

Un fatto che, al contrario, mi ha dato soddisfazione è l’aver trovato due stazioni di Habenaria tridactylites (una delle 4 specie orchidee endemiche delle Canarie, su un totale di sono 9 censite). 
Ciò non solo per averla vista ma anche per averla identificata e ancor di più per aver poi scoperto che si trovava in un posto nel quale gli esperti dicono che non dovrebbe stare. 
Infatti i vari articoli "seri" consultati, a cominciare dalla scheda della red list indicano il limite minimo di altitudine a 400m e specificano che preferisce aree con una certa umidità, all'interno o al margine delle foreste laurisilva
I due gruppi si trovano invece su una parete arida (per giunta in un barranco detto seco) ad una quota di circa 330m. Ciò ne farebbe la stazione più a bassa quota censita nell'isola di Tenerife ...




Tempo permettendo, domani spero di scattare foto migliori nei campi di lava fra el Portillo, Fortaleza e Montaña Rajada

venerdì 27 novembre 2015

Foto, curiosità e “scoperte” a Puerto de la Cruz

Punta Brava, Puerto de la Cruz - 26 novembre 2015

Stamattina un po' a sorpresa, il cielo era limpido ed è apparso il Teide (3.718m), che gli spagnoli pubblicizzano come “vulcano più alto d’Europa” sorvolando sul fatto che, geograficamente, è praticamente africano ...
Non potendomi allontanare troppo da casa (poi dirò il perché), ma volendo profittare della bella luce, ho percorso la mia decina di km mattutini a vista mare, scattando foto a piante, pietre e cannoni. Avete letto bene, cannoni.
   
Già conoscevo la Bateria de Santa Barbara, situata su un bastione fra il piccolo porto e l’Ermita de San Telmo e ricordavo anche i vari pezzi di artiglieria, alcuni dei quali lavorati finemente, almeno considerato che l’estetica non era qualità principale o necessaria per il loro utilizzo. Fotografandoli, come al solito quando si osserva con maggiore attenzione, mi hanno incuriosito alcuni particolari che mi hanno anche spinto ad una successiva indagine in rete. 
I due cannoni più grandi si possono dire gemelli (identico stampo) pur essendo nati in anni diversi, el Hipomenes (Ippomene, o Melanione, figura della mitologia greca) è del 1732, el Iupiter del 1733. E sì, i pezzi più importanti venivano battezzati ed il loro nome proprio, almeno in questo caso, era inciso su un fregio in altorilievo sulla canna, verso la bocca, ma più in basso di Viola, fulmina, regis che era il motto ricorrente riportato sulla maggior parte delle bocche da fuoco all’epoca di Filippo V. Più indietro, verso la culatta, sporgono gli stemmi e i nomi dei reali di Spagna dell'epoca, vale a dire Felipe V Hispani Rex e Elisabetia Farnesia Hisp. Regina.
Filippo V, il Coraggioso (el Animoso), primo della dinastia Borbone a salire sul trono di Spagna, ed Elisabetta Farnese, più comunemente citata in Spagna come Isabel de Farnesio. Infatti in spagnolo è variante molto più comune, quasi esclusiva, di Elisabetta, originatasi dalla stessa radice ebraica cambiando  la terminazione da -bet in -bel diventando prima Elisabel e infine Isabel. Anche se tuttavia esistono i due distinti posso citare un esempio attuale: Elisabetta II del Regno Unito = Isabel II del Reino Unido
Sul bordo della culatta é invece inciso il nome del fonditore, seguito da luogo e anno della fusione. Stranamente el Hipomene è firmato da Francus Mir, el Iupiter da Franciscus Mir, ma con tutta probabilità si tratta della stessa persona visto che entrambi i cannoni furono fusi a Barcellona. Anche da questa incisione ho appreso qualcosa di nuovo, Barcelona veniva abbreviata Bar.na e, pronunciata,è diventata Barna nome tuttora utilizzato in alcuni ambienti catalani.
   
Per concludere le scoperte, nel corso di una conferenza di argomento botanico, per lo più trattando di specie endemiche Canarie ed in particolare di Gomera, ho appreso che le crassulente viste e fotografate a Pejes Reyes (guarda tutte le foto) tecnicamente non sono cactus (Cactaceae) come li avevo chiamati, bensì Euforbiaceae: Euphorbia canariensis ... faccio pubblica ammenda.

domenica 18 ottobre 2015

Ultimo post tinerfeño (per ottobre)

Puerto de la Cruz, domingo 18 de octubre de 2015

Due settimane di sole e di caldo (28-31° durante il giorno) mi hanno tenuto lontano dalle escursioni, in particolare quelle attorno al Teide, senza un filo d’ombra, e quindi mi sono per lo più “adattato” a passeggiare in riva al mare approfittandone, ovviamente, per fare anche qualche nuotata. Ciò fra un’attività culturale e un’altra, fra qualche caña e vari spuntini.
A mio giudizio trovo che l’accessibilità al mare di Puerto de la Cruz sia veramente ottima. Ci si può bagnare in tanti posti diversi facilmente raggiungibili a piedi, per lo più lungo itinerari solo  pedonali.
   
A sinistra la foto satellitare del centro di Puerto, con il frequentatissimo Paseo di San Telmo e il lago Martianez, un complesso di una piscina enorme e una mezza dozzina più piccole. Questo è l’unico posto che prevede il pagamento di un biglietto di ingresso, tutte le atre spiagge e spiaggette sono libere ma – badate bene – regolarmente sorvegliate dagli addetti del salvamento (con evidenti divise rosse), pulite, con docce e rubinetto basso per levarsi la sabbia dai piedi. L’unica spesa che potreste voler fare è quella di un “lettino” (di buona qualità) che vi costerà la bellezza di 3 Euro! Dal Charco de los Piojos (alla base del paseo) si può entrare in acqua molto comodamente utilizzando le varie scalette d’acciaio e qualche scala in pietra, oltre che dal piccolo arenile di ciottoli. Semplicità e funzionalità e tutti sono contenti, dai bambini agli ottuagenari.
   
A ovest del centro (foto satellitare in alto a destra) ci sono tre spiagge nere  ben più lunghe, con la più lontana che termina a ridosso delle case di Punta Brava, a quasi due km di distanza. Conosciute nel loro insieme come Playa Jardin, sono limitate da un lungo e comodo passeggio (privo di barriere architettoniche) che corre fra gli arenili e le aree a giardino ricche di fiori, cespugli, cactacee e alberi, chiuse a monte dalla strada. Non mancano bar e caffetterie e panchine in quantità.
   
Personalmente, fra tutte le spiagge che non siano quelle bianche tropicali, le nere vulcaniche sono fra le mie preferite in quanto la maggior parte delle altre sono troppo polverose, basta un po’ di vento per spargere sabbia dovunque e qualche onda per intorbidire l’acqua.
Penso che con l’aggiunta di questo post sia chiaro, se non lo fosse stato abbastanza in precedenza, che Puerto de la Cruz è un posto che mi piace per essere vivibile, organizzato (trasporti pubblici, mercato, bagni, ecc.), ha tanto verde e tanto mare, offre una certa varietà di attività culturali, temperature primaverili nell’arco dell’intero anno, prezzi accessibili e, non da ultimo, vi si svolge un ottimo Carnevale. A questo proposito non pensiate che sia un fatto di pochi giorni in quanto i festeggiamenti ufficiali durano quasi due settimane, ma già adesso ci sono gruppi di giovani che percorrono le strade del centro a ritmo di batucada, battendo furiosamente i loro tamburi di tanti tipi diversi, accompagnati da qualche ballerina).
Ci saranno altre occasioni per parlare di Puerto de la Cruz e di Tenerife in genere, spero delle cañadas del Teide in particolare.