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giovedì 31 dicembre 2020

micro-recensioni 441-444: quest’anno sono stati 444

Avrei avuto il tempo di guardarne anche un altro, ma mi piaceva il numero 444!

Ho concluso con un gruppo (ridotto) abbastanza anomalo, con un giapponese muto d’avant-garde, pietra miliare della cinematografia del sol levante, e tre russi degli anni ’70, un dramma (altra versione di Delitto e castigo, visto pochi giorni fa) e due commedie che all’epoca ebbero il loro bravo successo. Ho anche pensato a come cominciare bene il 2021, con un gran bel film guardato per l’ultima volta oltre 8 anni fa: There Will Be Blood (2007, aka Il petroliere).

 

A Page of Madness (Teinosuke Kinugasa, Jap, 1926)

Lavoro dato per perduto per quasi mezzo secolo e poi ritrovato dallo stesso regista, ma solo in parte. Ciò che è possibile guardare adesso rappresenta solo i due terzi dell’intero film. Per questo motivo si consiglia a chi lo volesse guardare (e capire qualcosa) di leggere la trama prima di cimentarsi nell’impresa, anche perché non esistono cartelli originali e non ne sono stati aggiunti. All’epoca in Giappone non si usavano, ma di norma c’era un “narratore” in sala che li sostituiva.

Il film è ricordato soprattutto per essere fra l’espressionismo, l’impressionismo e il surrealismo, specialmente nella prima parte, ma non se ne può giudicare la struttura nel complesso poiché non si è certi di quali parti manchino. Ci sono effetti speciali, tantissime doppie esposizioni, movimenti di macchina (non comunissimi all’epoca) e montaggio a tratti velocissimo con riprese di pochissimi secondi. A ciò si aggiunga che si svolge in un asilo per malati di mente e quindi vengono mostrarti sogni, fantasie e allucinazioni. Per soli cinefili incalliti …

Crime and Punishment (Lev Kulidzhanov, URSS, 1970)

La mia 435^ visione (pochi giorni fa) era stata l’adattamento realizzato da Josef von Sternberg (1935, protagonista Peter Lorre, di soli 85’) che avevo apprezzato ma, pur non avendo mai letto il romanzo, mi sembrava che la storia fosse stata troppo ridotta. Questa versione russa di 3h40’, è chiaramente più completa ma forse riduce troppo i rapporti fra il commissario e il protagonista, che invece era la parte più interessante e avvincente del film americano. Qui prendono invece molto spazio i vari pretendenti della sorella del protagonista distraendo lo spettatore dal tema principale, quello chiaramente esposto nel titolo. Nel complesso ho preferito il primo, più compatto e focalizzato sui tormenti di Peter Lorre, anche se l’ambientazione mi ha lasciato perplesso. Al contrario il russo è di gran lunga migliore per le scenografie e costumi, ma non mi hanno convinto le interpretazioni e la lunghezza poteva essere senz’altro ridotta.

 

Gentlemen of Fortune (Aleksandr Seryy, URSS, 1971)

Si basa su un soggetto già utilizzato tante volte (un sosia “per bene” che sostituisce un criminale), ma i caratteri dei suoi due compagni di avventura (che poi diventano 3) sono molto diversi e le trovate sono piuttosto originali. ,Commedia per famiglie, grazie anche alla presenza della star Yevgeny Leonov nei panni del direttore di asilo / malvivente, fu il film sovietico più visto nel 1971, ben 65 milioni di spettatori.

Afonya (Georgiy Daneliya, URSS, 1975)

Meno interessante e più lenta dell’altra commedia di questo gruppo, segue le giornate sconclusionate di un idraulico sfaticato, beone e donnaiolo, che si caccia regolarmente nei guai. Divertenti le scene nelle quali il protagonista viene sottoposto al giudizio della commissione che lo deve giudicare per le sue mancanze. I colleghi di lavoro appaiono apatici e quasi assopiti, eppure sono obbligati a presenziare e decidere se il colpevole di turno è meritevole di un semplice richiamo o di una severa reprimenda! Anche questa fu vista da oltre 60 milioni di spettatori.

 

#cinema #cinegiovis

giovedì 29 ottobre 2020

Micro-recensioni 361-365: gruppo vario, sostanzialmente buono

Gruppo molto vario in quanto a generi (noir, drammatico, thriller, storia vera, commedia grottesca), ma con prevalenza anglofona. Ognuno ha i suoi pro e i suoi contro, non ci sono film memorabili, ma tutti certamente più che sufficienti.

 

The strange love of Martha Ivers (Lewis Milestone, USA, 1946)

Noto e apprezzato noir nel quale Kirk Douglas è già co-protagonista pur essendo al suo esordio assoluto sul grande schermo, dopo aver debuttato 5 anni prima in palcoscenico a Broadway. Si trova in ottima compagnia visto che i personaggi principali sono interpretati dai “veterani” Barbara StanwyckVan Heflin. Noir in stile abbastanza classico ma non il solito “guardie e ladri”, la trama è divisa in due tempi ben distinti, un prologo con i due adolescenti che saranno poi protagonisti della parte più consistente, quando si incontreranno di nuovo, quasi 20 anni dopo. Nomination Oscar per la sceneggiatura.

Iklimer (Nuri Bilge Ceylan, Tur, 2006)

Nonostante la lentezza estenuante, con dialoghi ridotti al minimo e lunghe inquadrature dei protagonisti immersi nei loro pensieri, il film è ben realizzato e conferma l’attenzione nella composizione delle inquadrature, nella fotografia in sé e per sé e nell’abilità di trovare punti di ripresa originali, giocando molto specialmente sulle profondità di campo. Coppia di professionisti borghesi (professore universitario lui, produttrice televisiva lei) in crisi, ma non solo per differenza di età. Il regista è anche protagonista e la più giovane compagna è interpretata da sua moglie Ebru. Succede molto poco nell’arco di vari mesi, scene allungate a dismisura. Premio FIPRESCI e Nomination Palma d’Oro a Cannes dove Nuri Bilge Ceylan ha riscosso sempre grande successo; con 7 film ha ottenuto 8 Premi e 6 Nomination.

  

In the Name of the Father (Jim Sheridan, Irl/UK, 1993)

Storia drammatica e avvilente, ma le ottime interpretazioni non bastano a farne un gran film in quanto ha i limiti di tanti film del genere, vale a dire storia vera (quindi conosciuta e di conseguenza senza grandi sorprese) alla quale si aggiunge una regia mediocre. È risaputo e riconosciuto che portando sul grande schermo situazioni di ingiustizie e clamorose prevaricazioni vari film - di sicuro cinematograficamente abbastanza piatti - sono arrivati fino agli Oscar. Quindi allo spettatore resta ammirazione per le prove di Daniel Day-Lewis e Pete Postlethwaite (la pur brava Emma Thompson ha parte molto marginale) e un senso di repulsione per i comportamenti di polizia e giudici in questo eclatante caso giudiziario dell’epoca, ma niente di più. Nonostante le 7 Nomination, non ottenne alcun Oscar.

El hombre sin rostro (Juan Bustillo Oro, Mex, 1950)     

Thriller psicologico (nel vero senso della parola) alla ricerca di un misterioso assassino seriale di donne, “l’uomo senza volto” del titolo. Chi gli dà la caccia è un ispettore palesemente turbato e ossessionato dal ricordo della sua defunta madre, che spesso si confronta con il suo amico collega medico legale che gli dà consigli sulla strada da seguire sia per risolvere i suoi problemi, sia per smascherare il killer. Fino alle ultime scene lo spettatore viene spinto a rimanere in dubbio su quale dei due sia il vero assassino … o è un terzo? Sempre affidabile Arturo de Córdova, buona la regia di Juan Bustillo Oro che, oltretutto, nelle scene dei sogni propone inaspettate scenografie che richiamano quelle dell’espressionismo tedesco degli anni ‘20.

Beat the Devil (John Huston, USA, 1953)

Ho ri-guardato per l’ennesima volta questa mediocre dark comedy, quasi fallimentare anche nel vero senso della parola in quanto portò sull’orlo della bancarotta Humprey Bogart, non solo protagonista ma anche produttore. Non bastano i tanti nomi famosi non solo fra gli attori (Jennifer Jones, Gina Lollobrigida, Peter Lorre, …) ma anche nel resto del cast (fotografia di Robert Capa e sceneggiatura di Truman Capote) a salvare questo film diretto da un regista di tutto rispetto: John Huston. A chi si chiede perché continui a guardare Beat the Devil rispondo: per essere stato in gran parte girato in Costiera Amalfitana (che mi azzardo a dire conosco come le mie tasche), con base a Ravello. Molti luoghi, piazze, strade e palazzi sono facilmente riconoscibili, seppur ovviamente oggi vari sono ben cambiati. Alcuni personaggi sono ben pensati e varie situazioni sono abbastanza originali, ma nel complesso la trama non sta né in cielo né in terra.

domenica 11 ottobre 2020

Micro-recensioni 341-345: buon mix di sorprese e … gemelle

In questa cinquina ho inserito i due film che completano il triangolo di gemelle: due americani interpretati da Bette Davis e due con stesso soggetto con la versione messicana interpretata da Dolores del Rio. Ma ho anche recuperato tre film a me sconosciuti, con cast pieni di tanti grandi nomi; uno è sicuramente da non perdere, un altro si è rivelato piacevole e ben realizzato, ma molto datato, il terzo molto deludente.

Baby Doll (Elia Kazan, USA, 1956)

Film di qualità, eppure poco conosciuto nonostante i nomi dei cineasti impegnati e 4 Nomination Oscar. Inutile discutere del regista Elia Kazan e di Tennesse Williams, autore di questa sceneggiatura originale che ha una struttura chiaramente teatrale, con tre personaggi principali, in continua contrapposizione ma per motivi molto differenti. I tre (ottimi) interpreti sono Karl Malden (l’unico già molto apprezzato e di esperienza), Carroll Baker appena al suo terzo film ma considerate che nel secondo (Il gigante, dello stesso anno) era apparsa al lato di James Dean, Elizabeth Taylor e Rock Hudson, ed Eli Wallach al suo esordio assoluto sul grande schermo, dopo qualche anno di TV. Tennesse Williams ottenne la sua seconda Nomination Oscar dopo quella di 5 anni prima per Un tram chiamato desiderio, anche quello diretto da Elia Kazan e con Karl Malden che ottenne l’Oscar come non protagonista; candidate Oscare furono anche le due sole donne del film, Carroll Baker protagonista e Mildred Dunnock non protagonista; l’altra Nomination andò a Boris Kaufman (Oscar per Fronte del porto) per la fotografia.

La singolare storia (e situazione quasi surreale) narra di un uomo maturo (Malden) che ha sposato una giovane e avvenente ragazza (Baker) ma, per contratto, deve aspettare il compimento dei suoi 20 anni prima di condividere il letto coniugale. Il giorno prima del fatidico compleanno irrompe in scena il siciliano Silva Vaccaro (Wallach) che ha un conto da regolare con Malden … e non dirò di più. Divertenti alcune frasi in dialetto che evidentemente erano talmente conosciute da non richiedere sottotitolo neanche nella versione originale; t’aggia romp’re i corna - Mamma mia! - Cose e pazz!

Senz’altro consigliato.

 

La otra (Roberto Gavaldón, Mex, 1946)

Vi avevo anticipato l’intenzione di una nuova visione di questo film per avere identico soggetto del successivo Dead Ringer (1964), guardato per la prima volta e commentato la settimana scorsa.

In effetti il trattamento è abbastanza differente; il primo (messicano) tende più al romantico, l’altro (hollywoodiano) più al crime. Molto diversi vengono descritti i due spasimanti poliziotti ed è singolare che anche il cane abbia carattere opposto e in uno dei due risulta addirittura fondamentale.

Fra i due preferisco questo come atmosfera e fotografia, l’altro per essere più avvincente, con tensioni e colpi di scena più significativi.

A Stolen Life (Curtis Bernhardt, USA, 1946)

Questo è invece il film nel quale Bette Davis interpretò la prima volta due gemelle assolutamente identiche ma dai caratteri e stili di vita molto diversi e che indusse la Warner a rimandare Dead Ringer per essere concettualmente uguale (sostituzione di persona), seppur diverso nella sostanza. Senz’altro sufficiente, ma assolutamente poco avvincente.

 

Desire (Frank Borzage, USA, 1936)

Crime-comedy leggera con un giovane Gary Cooper in cerca d’avventure amorose che, nel corso di un viaggio premio sulle strade di Spagna, trova sulla sua strada l’affascinante truffatrice internazionale Marlene DietrichTrama ben congegnata nella quale l'attrice tedesca si cala perfettamente nel personaggio della femme fatale di turno, mentre sorprende vedere Cooper in un ruolo non abituale ... comunque se la cava più che bene. Buon passatempo.

The Comedy of Terrors (Jacques Tourneur, USA, 1963)

Questo l’ho scelto semplicemente per aver visto un vecchio enorme poster della versione portoghese (O Gato Miou Três Vezes, in Italia fu titolato Il clan del terrore) e per il cast che metteva insieme icone quali Vincent Price, Peter Lorre, Boris Karloff e Basil Rathborne (15 film nelle vesti di Sherlock Holmes). In effetti solo i dialoghi sono abbastanza brillanti, gli eventi sono scontati e/o esagerati. Il soggetto poteva essere sfruttato in modo migliore, risulta chiaro che però l’obiettivo era quello di produrre film popolare e di cassetta. Il regista Jacques Tourneur sarà certamente ricordato per alcuni suoi noir e western, non certo per questo film.

lunedì 25 maggio 2020

Micro-recensioni 181-185: altri 5 noir, tutti americani

I due noir classici di metà secolo non deludono e, a sorpresa, anche il più recente del 1994. Pessimi, sotto ogni aspetto gli altri due, un inutile remake e un film senza né capo né coda.
Lured (Douglas Sirk, USA, 1947)
Più crime/thriller che noir, comunque ben diretto e interpretato. Cast di attori navigati che non deludono, dai protagonisti George Sanders e Lucille Ball ai coprotagonisti e a quelli che appaiono solo in poche scene fra i quali spiccano noti caratteristi come il premio Oscar Charles Coburn, Boris Karloff e Joseph Calleia. Varie situazioni sono scontate, ma non mancano le sorprese; anche quando per gli spettatori diventa abbastanza evidente chi sia l’assassino, restano molti minuti con il dubbio di se e come verrà incastrato. 

The Desperate Hours (William Wyler, USA, 1955)
Mi ha ricordato molto il soggetto di Suddenly (1954, con Frak Sinatra protagonista), film nel quale similmente tre gangster sequestrano una famiglia nella loro propria casa, anche se background e obiettivi dei malviventi sono diversi. Thriller psicologico, con tre evasi che scelgono di rifugiarsi in una casa borghese in attesa di ricevere una certa quantità di denaro sufficiente per continuare la fuga. Situazione gestita con difficoltà da Humphrey Bogart che, oltre ai 4 membri della famiglia, deve controllare i suoi compagni di fuga, vale a dire suo fratello minore (spesso in disaccordo) e uno psicopatico incline alla violenza. 
Film che merita una visione, anche per la regia di William Wyler (4 Oscar e 9 Nomination) che anche stavolta non delude.
 
The Last Seduction (John Dahl, USA, 1994)
Mi ha lasciato un po’ perplesso all’inizio per la troppa componente sessuale, ma con il procedere della storia ciò viene ampiamente giustificato essendo “arma” essenziale per le trame della protagonista. Si perde un poco nei dettagli e nella descrizione dei personaggi, la maggior parte dei quali tanto svegli non sono. Tuttavia si apprezzano originali e brillanti soluzioni a situazioni apparentemente con poche vie d’uscita … fino alla fine. Ben diretto con passo rapido, soffre però anche di interpretazioni poco convincenti. Peccato, perché con la stessa sceneggiatura ma con un cast più affidabile sarebbe stato molto migliore. Comunque, vale la pena di guardarlo. 

Trouble in Mind (Alan Rudolph, USA, 1985)
Film molto deludente, con attori di un certo nome ma ciò non significa che siano bravi, diretto da un beniamino di Altman, ma ben lontano dai livelli del maestro. Personaggi senza senso non possono dare corpo ad una sceneggiatura ridicola, ambientata in una fantomatica cittadina di chissà quale paese, controllata da una tale milizia che non entra in alcun modo con le vicende dei protagonisti. Kris Kristofferson inerte come al solito, Keith Carradine inutile (solo in The Duellists riuscì ad essere decente, comunque oscurato da Harvey Keitel), Lori Singer non convince e fra loro Geneviève Bujold sembra quasi una grande attrice. Non capisco l’82% di recensioni positive su Rotten Tomatoes … personalmente suggerisco di evitarlo.

Casbah (John Berry, USA, 1948)
Veramente pessimo. C’è da chiedersi perché fu prodotto questo remake di un ottimo film francese (l’originale Pepè le Mokò, 1937) e di un primo remake americano (Algiers, 1938), con interpretazioni scadenti (anche il migliore, Peter Lorre, delude molto), set ridicoli e storia cambiata in peggio. Ancor più stana è la candidatura all’Oscar per la musica che appare nettamente fuori contesto così come canzoni e coreografie che poco o niente hanno di arabeggiante. E sì, perché c’è anche una parte in stile musical, oltre alla penosa storia romantica. Anche Totò le Mokò, è migliore di questo Casbah. L’ho guardato per curiosità, sinceramente ve lo sconsiglio.

domenica 29 settembre 2019

58° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (286-290)

Cinquina con netta prevalenza di film dei primi anni ’30, tre giapponesi ed un capolavoro di Fritz Lang del suo periodo tedesco ... M - il mostro di Dusseldorf. Completa il gruppo un “intruso”, un film di Spike Lee, peraltro un po’ fuori diverso dal suo stile. I film giapponesi, pur essendo nel pieno della rivoluzione portata dall’avvento del sonoro, sono muti e diretti da due registi poi divenuti più che rispettati: Ozu e Naruse.

   

290  M - Il mostro di Dusseldorf (Fritz Lang, Jap, 1931) tit. or. “Eine Stadt sucht einen Mörder” * con Peter Lorre, Ellen Widmann, Inge Landgut * IMDb  8,3  RT  100% *  all’85° posto nella clasifica IMDb di tutti i tempi
Uno degli indimenticabili film di Fritz Lang, il primo sonoro dopo i grandi Mabuse (1922), I Nibelunghi (1924) e Metropolis (1927) e parecchi altri meno conosciuti ma sempre più che buoni, senz’altro il suo periodo migliore.
Si potrebbe scrivere molto in merito ai meriti di questo film, le particolari inquadrature dall’alto e dal basso, la voce fuori campo che descrive le azioni intraprese per catturare il killer, i dettagli che spiegano eloquentemente ciò che accade pur senza mostrarlo palesemente, l’ottima interpretazione di Peter Lorre (che a questo film deve molto della sua fama), protagonista al suo terzo film e nel primo fu uncredited.
Avendo trovato il dvd della versione restaurata, l’ho guardato con attenzione e con enorme piacere, pur essendo la mia ennesima visione. Si sappia che per molti non ottenne il visto della censura e giunse nelle sale italiane solo nel 1960.
Assolutamente da non perdere, non vi fate condizionare dallo stupido preconcetto, purtroppo diffuso, “film d'epoca e in bianco e nero = noioso e soporifero” ... niente di tutto ciò.
    
286  I was born, but ... (Yasujirô Ozu, Jap, 1932) tit. or. “Otona no miru ehon” * con Tatsuo Saitô, Tomio Aoki, Mitsuko Yoshikawa, Takeshi Sakamoto * IMDb  8,0  RT  100% 
Non ricordo esattamente cosa come sono giunto a recuperare questo muto di Ozu (e il successivo  Passing Fancy) ma sono molto contento di averli guardati, pur sapendone ben poco. Si tratta di due originali commedie i cui protagonisti sono dei vivaci ragazzini. L’ineffabile Tomio Aoki, 9 anni all’epoca, ma già con una quindicina di film alle spalle, è uno dei due fratellini che, essendosi trasferiti in un nuovo quartiere, devono avere a che fare con un gruppetto di coetanei, fra un po’ di inevitabile solito bullismo e giochi vari. Fra di loro c’è anche il figlio del proprietario dell’azienda in cui lavora loro padre. A quell’età le cose cambiano velocemente sia nei rapporti fra ragazzi, sia in quelli genitori-figli.
Storia molto ben narrato da Ozu che si distingue anche in questa commedia giovanile leggera, cogliendo l'occasione per fornire anche una visione critica del sistema della scala gerarchica nell’ambiente lavorativo giapponese dell’epoca ... e non mancano i suoi classici panni stesi ad asciugare, infilati sulle canne.
Molto piacevole e divertente, assolutamente consigliato.

      

288  Inside man (Spike Lee, USA, 2006) * con Denzel Washington, Clive Owen, Jodie Foster, Christopher Plummer * IMDb  7,6  RT  88% 
Come anticipato nel cappello, in questo lavoro di Spike Lee la componente razziale è meno marcata che nella maggior parte degli altri suoi film, eppure non manca. Pur essendo una cronaca quasi in tempo reale di una rapina molto particolare, ci sono comunque tante battute riferite a varie etnie, all’intolleranza razziale e al non rispetto delle religioni altrui.
Storia intricata che parte come una qualunque rapina in banca, ma man mano si comincia a capire che non è proprio così. Clive Owen è la mente dell’audace assalto alla banca, Denzel Washington è l’ispettore che tenta di trattare con lui anche in considerazione della presenza di varie decine di ostaggi, Jodie Foster è un’ambigua fixer che agisce per conto dell’equivoco presidente della banca, interpretato da Christopher Plummer.
Pochi sono i veri colpi di scena in quanto quasi tutto è abbastanza prevedile (probabilmente volutamente) per i tanti indizi forniti e qualche flashforward. Buone le interpretazioni tranne quella di Jodie Foster che comunque, secondo me, grande attrice non è mai stata e deve la sua notorietà solo al suo fortuito e fortunato esordio nel ruolo della giovanissima prostituta Iris in Taxi Driver (1975, Martin Scorsese).
Film in ogni modo sufficiente, anche se certamente meno incisivo della maggior parte dei film di Spike Lee.

287  Passing Fancy  (Yasujirô Ozu, Jap, 1933) tit. or. “Dekigokoro  ” * con Takeshi Sakamoto, Tomio Aoki, Nobuko Fushimi, Den Ohinata * IMDb  7,4  RT  72%p 
Ritroviamo l’ineffabile Tomio Aoki di I was born, but ..., ma stavolta non ha a che fare con un gruppo di suoi coetanei, bensì con adulti. Anche questo film è una commedia ma i protagonisti sono un male assortito trio, composto da due colleghi di lavoro (uno dei quali padre single del bambino) ed una giovane ragazza spuntata più o meno dal nulla. Tomio Aoki e il vicinato forniscono un variopinto contorno umano in un ambiente al limite della povertà.
Piacevole, ma certamente non all’altezza di I Was Born, but ... dell’anno precedente.

289  Flunky, Work Hard  (Mikio Naruse, Jap, 1931) tit. or. “Koshiben ganbare” * con Shizue Akiyama, Seiichi Katô, Tomoko Naniwa * IMDb  6,8 
Per concludere la mia incursione nel periodo finale del muto giapponese e fra i primi passi du registi poi divenuti famosi anche a livello internazionale nel dopoguerra, ho recuperato questo corto (28’) di Mikio Naruse.
Commedia passabile, ma niente di più.
  
Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire dal 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate su questo blog. 

domenica 8 febbraio 2015

Humphrey Bogart e John Huston a Ravello (1953)

Andando in giro per Ravello si notano varie targhe che segnalano gli edifici nei quali famosi personaggi del passato hanno dimorato. All'inizio della larga scalinata (viale Wagner) che dalla piazza mena alla parte più alta del centro dove molti secoli fa i nobili della Repubblica eressero i loro Palazzi, ora trasformati in prestigiosi alberghi, ne spicca una non legata ad un singola persona bensì un film (Beat the Devil, distribuito in Italia come Il tesoro dell'Africa). Su di essa, però, sono anche riportati i nomi di alcuni celebri personaggi che, in varie vesti, vi parteciparono:
John Huston, regista (Il tesoro della Sierra Madre -vinse l’Oscar-, La regina d’AfricaGiungla d'asfalto)
Humphrey Bogart (CasablancaIl falcone malteseLa regina d’Africa -Oscar)
Jennifer Jones (Bernadette -Oscar-, Duello al sole)
Gina Lollobrigida (essendo italiana è inutile presentarla)

Peter Lorre (M il mostro di DusseldorfCasablancaIl falcone maltese)
Ma oltre a questi 4 ben noti attori facevano parte della troupe anche lo scrittore Truman Capote (In cold bloodColazione da Tiffany), co-autore della sceneggiatura, e Robert Capa, uno dei migliori fotografi dell'epoca.
   
A dire il vero, nonostante il coinvolgimento di tutti questi grandi nomi, il film fu tutt'altro che un successo e si dice che addirittura portò Bogart (co-produttore) a un passo dalla bancarotta. Per dare un'idea del fiasco, posso dire che fra i tanti americani che ho guidato fra le stradine di Ravello nel corso degli ultimi 20 anni, non ne ho trovato uno che lo avesse visto e solo a pochi il titolo non era del tutto sconosciuto.
Da cinefilo e amante delle immagini d'epoca quale sono, nonostante la minima diffusione della pellicola, già un paio di anni fa ero riuscito a trovarla su archive.org essendo di pubblico dominio (e quindi legalmente scaricabile) e da ieri ho anche il dvd. Ora, come potete vedere in basso, si trova anche online a 720p, ma il file originale non è un granché.

Anche a chi non interessa il film in sé, potrà interessare guardarlo per apprezzare scorci della Ravello del 1953Riconoscerete senz'altro la piazza di Ravello con i suoi bar, la terrazza di Villa Cimbrone, ma vi vedono anche Atrani, vari tratti della strada a est di Maiori con la torre Normanna sullo sfondo, Scala vista da Ravello. Chi scorrerà le immagini con tal proposito, sappia però che il film è ambientato in Costiera solo per la prima metà, con molte scene all'interno, e che anche in quelle esterne i protagonisti sono spesso in primo piano oscurando quasi completamente lo sfondo. Mi sono dovuto impegnare per fissare qualche decina di fotogrammi nei quali comparisse qualche elemento interessante o almeno identificabile. 
   
Mi resta la curiosità di sapere se effettivamente esistesse la Pensione Bristol (fotogramma a sinistra ... spero che qualche ravellese risolva il mio dubbio) e chiudo con un altro quesito. Qualcuno vicino alla settantina si riconosce fra le giovani comparse (molto probabilmente anche loro di Ravello) che proprio all'inizio del film seguono i coniugi Chelm, interpretati da Jennifer Jones e Edward Underdown, mentre percorrono via Roma dirigendosi verso la Piazza? Probabilmente, grazie alla chiarezza dell'immagine, anche molti altri potranno identificare i 5 bambini e forse anche quello la cui faccia appare solo a metà in basso a sinistra.